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  1. #1
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    C.G.I.L. un nuovo problema

    [mid]http://www.govisalia.com/Sounds/BigBand-Brass/BrassDance.mid[/mid]

    per argomenti simili a questo....visita...
    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=cofferati
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    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=cofferati
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    La decisione che ha preso la cgil di astenersi dal Patto per l'Italia, è foriero di un nebuloso futuro.
    Uno degli effetti più eclatanti è la risoluzione di maroni di non invitare al tavolo delle discussioni il maggior sindacato italiano.
    è una iattura la spaccatura del sindacato e se qualcuno gongola, io non sono fra quelli.
    Sono anni che il pansindacalismo ha provocato danni nefasti alla giustizia sindacale, facendo nascere di fatto delle ingiustizie contrattuali, basta vedere gli insegnanti, gli ospedalieri con mille contratti sanitari, con gli insegnanti di serie A e di serie B si stà creando nella scuola una divisione fra categorie uguali.
    Nell'industria contratti diversificati ecc. ecc.
    Potremo continuare, ma il sindacato in questo momento è diventato plurale, la cgil per evidenziarsi ancora di più cercherà di portare avanti lo scontro ancora con più accanimento, la stessa direzione Ds, da sempre vicina al sindacato cgil, si è spaccata sulle decisioni di Cofferati, il quale con le sue richieste di appoggio ai partiti porta in evidenza un disegno più politico che sindacale.
    Nuovi scenari si aprono per settembre, il prossimo congresso dovrebbe discutere anche di queste cose, speriamo che il consiglio nazionale ne abbia parlato.
    Già dall'anno scorso denunciavamo l'entrata in politica della cgil con le minacce di Cofferati fatte nel mese di agosto 2001 e questo è il risultato, se continua così la "sinistra" già sfaldata continuerà nella sua crisi, la quale si prospetta molto lunga.
    Il risultato finale per ora è la spaccatura del sindacato, una eredità catartica da parte di Cofferati, sembra quasi che dovendo andar via voglia distruggere tutto quello che è stato costruito anche prima di lui.
    Denota in questo personalità contorta che non lascia ben sperare
    per il futuro della sua vita politica, i battimani che inanella nelle varie feste dell'Unità fa ritornare indietro lo scenario delle varie "cose" che hanno prodotto da Enrico Berlinguer in poi.
    Non è una gran bella cosa da vedere nella vita politica italiana.
    Ciao e saluti fraterni a tutti.

  2. #2
    Garibaldi
    Ospite

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    Nella Uil sono diventato maggioranza?!?!?!
    Che goduria??!!?

    Ora ci metteremo di buzzo buono a riportare alla Uil i repubblicani e i socialisti che se ne erano andati alla cgil!?!?!

  3. #3
    Forumista senior
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    Predefinito Garibaldi

    Caro Garibaldi non gettare il cuore oltre le barricate come sempre, intanto ti informo che Angeletti è iscritto ai Ds, (non è che vedo Ds dappertutto come dice qualcuno è che loro sono iscritti ai Ds).
    Questo per avvisarti che i ds da oggi fino alla fine dell'anno correranno ai ripari, mentre noi continuiamo a farci del male.
    Come ho scritto qualche tempo fà, l'asinello è stato mangiato dai DS ancor prima che si diluisse nella margherita, ora infatti non scalcia più.
    Il buon Parisi ha fatto la fine del partito repubblicano ed è per questo che attacca il PRI.
    Ora immaginiamoci uno scenario, quando ritornerà Godot-Prodi, dove sarà collegato nella margherita con Rutelli o con i DS?. Proviamo a ragionarci su.
    frena il cavallo e scendi giù.
    Ciao.

  4. #4
    Garibaldi
    Ospite

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    Una citta' marinara e' abituata a buttare ilcuore al di la' dell'orizzonte?!??!!?
    Ciao.

  5. #5
    Anita
    Ospite

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    Prodi lo faranno presidente di qualche commissione o di qualche azienda statale e lo elimineranno definitivamente dalla scena politica.
    Daltronde lo avevano mandato in Europa per giubilarlo e non credo proprio che se lo digeriranno di nuovo.

  6. #6
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    Predefinito ok

    i nostri orizzonti sono infiniti.

  7. #7
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    Il patto per l'Italia e l'isolamento della CGIL

    Il patto per l'Italia sottoscritto dal Governo con le parti sociali rappresenta un avvenimento di grande portata e un momento di svolta nel nostro paese. Tutti gli interlocutori hanno mostrato per un verso consapevolezza della difficile condizione economico-sociale interna ed internazionale e per altro verso la volontà di affrontarli con senso di responsabilità ed equilibrio.

    Bisogna dare atto in particolare alla UIL e alla CISL di aver capito la gravità del momento e di essere riusciti a collocare le esigenze del mondo del lavoro all'interno dei problemi generali del paese. Che è poi il compito di un sindacato moderno e costruttivo.

    Il governo ha ora definito una strategia riformatrice. Gli interventi previsti in favore dello sviluppo delle aree meridionali, gli sgravi fiscali, la modifica sperimentale dell'articolo 18 e le altre misure previste dal patto avviano insomma in concreto quel processo di modernizzazione del paese al quale fa spesso riferimento il Presidente del Consiglio e sul quale i repubblicani si ritengono particolarmente impegnati.

    Due osservazioni vanno fatte a questo punto. In primo luogo, che il metodo della concertazione - riedizione della lamalfiana politica dei redditi - non blocca ma anzi agevola le riforme quando negli interlocutori la disponibilità al dialogo prevale sulle opposizioni pregiudiziali.

    La seconda osservazione riguarda il ruolo della CGIL. Il patto per l'Italia è stato sottoscritto anche da organizzazioni storicamente schierate a sinistra, come la Lega delle Cooperative e la CNA. La CGIL è quindi isolata sia nel mondo sindacale sia nell'ambito dello schieramento politico in cui si è tradizionalmente ricompresa.

    E' questa, insomma, la conferma di una considerazione che abbiamo già fatto. Cofferati è ormai uomo di divisione: nel sindacato come nella sinistra. Persegue un suo disegno politico e utilizza la CGIL come strumento di questo disegno. Spiace dover constatare che all'ambizione di un uomo possano essere sacrificati i destini di un'intera organizzazione.

    Roma, 9 luglio 2002

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  8. #8
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    Patto per l'Italia/Nucara: Governo, più garbo verso CGIL

    Critiche, certo, alla CGIL per aver rotto l'unità sindacale. Ma al tempo stesso il governo deve avere più "garbo istituzionale" nei confronti del sindacato di Corso d'Italia. Ne è convinto Francesco Nucara, esponente del Pri e Sottosegretario all'Ambiente, che a margine di un convegno dell'Università di Roma "La Sapienza" sui rischi idrogeologici osserva: "Nei confronti della CGIL, verso cui vanno indirizzate tutte le critiche per aver voluto rompere l'unità sindacale per ragioni politiche, occorre da parte degli uomini di governo maggiore garbo istituzionale".

    Roma, 10 luglio 2002 (DIRE)
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  9. #9
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    LA NOTA POLITICA

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    Cassese e i sindacati

    L'unica preoccupazione è ormai il mantenimento del consenso acquisito

    I sindacati - ha scritto Sabino Cassese sul "Corriere della Sera" del 27 novembre - si trovano in un vicolo cieco. L'opinione pubblica li percepisce "come una forza frenante, arroccata a difesa di chi è già protetto dalla legge, contraria ad ogni riforma, favorevole allo status quo". Il governo, a sua volta, "sembra voler fare a meno del loro consenso".

    L'editorialista del "Corriere" prosegue mettendo in luce tutte le contraddizioni dei tre maggiori sindacati. Hanno undici milioni di iscritti, ma più della metà sono pensionati. La loro azione contribuisce ad irrigidire un mercato del lavoro che avrebbe bisogno di maggiore flessibilità. Di fatto sono organizzazioni pubbliche, finanziate indirettamente dallo Stato, ma sfuggono ad ogni controllo. Si sottraggono ad ogni verifica democratica perché rifiutano "la misurazione della rappresentatività, prevista nel 1993". Si dichiarano apolitici, "ma collaborano al sistema politico", al punto che "erano considerati il quinto partito della maggioranza di centrosinistra". Condizionano l'attività delle imprese chiedendo "di essere consultati sulle decisioni più minute", per poi utilizzare "la consultazione come concertazione". Per non parlare, infine, del pubblico impiego, che "hanno portato formalmente .... nell'ambito della contrattazione", ma per conservarne, "anche grazie all'accondiscendenza dell'agenzia negoziale della pubblica amministrazione", "separatezza, differenze e privilegi".

    Raramente si era letta, negli ultimi tempi, un'analisi così lucida, così impietosa e - diciamolo pure - così giusta del ruolo che il sindacalismo (e segnatamente i tre sindacati maggiori) ha assunto e svolge nel nostro Paese. Un'analisi compiuta da un uomo di sinistra, che è difficile tacciare di simpatie per l'attuale governo, per il suo premier, per il centrodestra in generale.

    Una analisi che ci ricorda, per certi versi, la polemica aperta da Ugo La Malfa durante gli anni sessanta. Quando il sindacato rifiutava la politica dei redditi e La Malfa accusava i sindacalisti di tutelare gli occupati, quelli che avevano già un lavoro, a danno di chi invece un lavoro non aveva. Danneggiando in questo modo i giovani e il Mezzogiorno. Chi non ricorda La Malfa che diceva a Luciano Lama, allora segretario generale della Cgil, "se io fossi sindacalista vorrei essere segretario del sindacato dei disoccupati"?

    Fu celebre, e non solo tra i repubblicani, la parabola che in quegli anni era solito ripetere. Se un padre ha tre figli, uno che lavora, uno con un'attività saltuaria, uno disoccupato, il suo dovere è quello di preoccuparsi prima del terzo figlio, poi del secondo e infine - solo quando tutti e tre lavorano stabilmente - l'obiettivo può essere quello di migliorare le loro condizioni. E invece il sindacato - era questa la conclusione - con le sue politiche abbandona al loro destino proprio i disoccupati. Che è poi, attualizzato ai nostri giorni, quello che sostiene Cassese quando scrive che "i sindacati finiscono per rappresentare gli interessi dei più anziani e dimenticano quelli di disoccupati, inoccupati, precari, giovani".

    Ci fu allora, nel sindacato che rappresentava anche iscritti vicini al Pri, chi comprese le argomentazioni di Ugo La Malfa e le rilanciò, a costo di sfidare l'impopolarità. Lo stesso segretario generale della Uil, Raffaele Vanni, non si sottrasse ad un confronto serio con il partito dal quale proveniva; ed offrì una sponda dialettica, di spessore, al dibattito con il leader repubblicano.

    Era, quello, un sindacato migliore. Del quale si potevano discutere le politiche, ma non c'erano comportamenti che il sindacalismo dei nostri giorni ha reso usuali. Stando, almeno, a quello che Sabino Cassese ha scritto sul "Corriere".

    C'è ancora, nel movimento sindacale e più specificamente nella Uil, chi è disposto ad avviare una seria discussione sulle riforme di cui il Paese ha realmente bisogno? O sulle proposte che possono evitare quel declino cui il sindacato sembra avviato? C'è insomma qualcuno in grado di fare i conti con "la dura azione della storia", piuttosto che frequentare inutili convegni sul riformismo, una politica che oltre tutto - è appena il caso di ricordarlo - da tempo non abita più a sinistra?

    Roma, 1 dicembre 2003

  10. #10
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    LA NOTA POLITICA

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    Il ruolo dei sindacati oggi

    Quando la piazza serve a mascherare le carenze

    Non vogliamo entrare nel merito della vertenza sindacale degli autoferrotranvieri, che riguarda l'intera categoria anche se ha prodotto guasti particolarmente gravi a Milano. Quello che invece intendiamo fare è avviare una riflessione sul ruolo dei sindacati oggi, a cominciare da quello delle tre confederazioni, anche alla luce della "rivolta sociale" esplosa nel capoluogo lombardo. Avevamo già scritto sulla "Voce" di martedì scorso, riprendendo un'analisi di Sabino Cassese, che il movimento sindacale "istituzionale" - quello, cioè organizzato nelle tre confederazioni - pur vantando milioni di iscritti (undici, secondo le cifre ufficiali) va progressivamente perdendo ogni contatto con la parte meno protetta (ma spesso più viva) della società: il lavoro autonomo, i giovani, i disoccupati, il Mezzogiorno. E che rappresenta essenzialmente pensionati (oltre la metà degli iscritti) e lavoratori anziani. Avevamo anche scritto che il sindacato si è trasformato in una sorta di istituzione parapubblica del tutto anomala, che viene finanziata indirettamente dallo Stato ed opera più come un partito politico che come una organizzazione finalizzata alla tutela del mondo del lavoro. E infine avevamo aggiunto che le sue proposte sono vecchie, che le iniziative sono radicate nel passato piuttosto che rivolte al futuro, che il suo declino - senza una profonda revisione del modo di rapportarsi con la società - sembra avviato in modo inarrestabile.

    Le vicende di questi giorni non solo confermano quanto fondata sia stata la nostra analisi. Ci mostrano anche che le confederazioni vanno perdendo il loro contatto con parti significative del lavoro dipendente "protetto", come è quello degli autoferrotranvieri . E vengono percepite dall'opinione pubblica come le responsabili vere di un "disastro sociale" qual è quello che Milano ha vissuto lunedì scorso e sta di fatto continuando a vivere in questi giorni. Fino al punto che alcuni commentatori cominciano a chiedersi - e non infondatamente - a che servano le confederazioni se non riescono poi a rappresentare (e quindi anche a riassumere e a controllare) forme di protesta esagerata come quelle che hanno avuto per teatro il capoluogo lombardo. La stessa "gestazione" della legge sulla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è la conferma di queste contraddizioni. Nel 1990 venne approvato un testo che, invece di garantire un corretto equilibrio nel rapporto tra lavoratori nei servizi pubblici e utenti degli stessi, era mirato essenzialmente a rafforzare il potere delle confederazioni sindacali e il loro controllo sulle categorie e sul sindacalismo autonomo. Al punto che il Pri - pur essendo parte della maggioranza di pentapartito - decise di votare contro un provvedimento che nasceva già vecchio. Le modifiche poi intervenute alla legge, pur migliorandone alcuni aspetti, non ne hanno scalfito l'impianto. E come noi repubblicani avevamo previsto, il tentativo di "egemonizzazione" per via legislativa da parte delle confederazioni sindacali si è rivoltato contro di loro. Il sei dicembre Cgil, Cisl e Uil potranno anche portare in piazza un milione di persone per protestare contro una riforma delle pensioni che anzi è semmai troppo blanda: continueranno a rappresentare un'Italia minoritaria che guarda al passato, non l'Italia che deve faticosamente incamminarsi verso il futuro. Possiamo permetterci di formulare qualche suggerimento al sindacato? Lo riassumiamo in tre concetti: democrazia interna, e quindi effettiva rappresentatività; attenzione ai reali interessi del mondo del lavoro, a cominciare dai contratti; consapevolezza dei problemi dello sviluppo, e quindi delle necessarie compatibilità e priorità. Perché non si rendono promotori essi, con coraggio, di una piena attuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione, che è poi la via maestra per ristabilire un corretto rapporto tra sindacati e società, fissando le regole della rappresentanza e della democrazia interna? Perché non abbandonano la concezione totalizzante (e, sia detto con franchezza, superficiale) delle loro proposte e della loro presenza, per riservare la loro attenzione alle condizioni effettive del mondo del lavoro (non continuando ad ignorare, per esempio, che l'Italia è - tra i Paesi sviluppati - uno dei primi, se non il primo, nelle graduatorie riguardanti gli infortuni sul lavoro)? Perché non aggiornano le loro concezioni sulle politiche di sviluppo in tempi di globalizzazione e non ne fanno discendere le priorità politiche?

    Si apra un confronto. Senza la supponenza di chi pensa che la quantità, la piazza, le parole d'ordine possano supplire alla carenza delle proposte. I milioni di baionette, come la storia ci insegna, non hanno mai portato fortuna a nessuno.

    Roma, 3 dicembre 2003

 

 
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