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Discussione: Libri consigliati

  1. #101
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    L'ACCUSA DI REGIS DEBRAY



    << Se ci fosse un premio per il miglior articolo dell'anno - ha sostenuto il giornalista Maurizio Cabona, firma del "Giornale" di Milano, nel presentare recentemente il libro di cui stiamo parlando - nel 1999 dovrebbe vincerlo Régis Debray per L'Europe sonnambule (Le Monde, 1° maggio) un vero e proprio omaggio che smonta il meccanismo propagandistico alla base dell'ultima guerra americana del secolo nel nostro continente, quella contro la Serbia, anzi la Repubblica Federale Jugoslava >>.
    Oggi quell'articolo è diventato parte di un libro italiano (Asefi Editoriale) dove Debray esamina come l'Europa si sia ridotta a un livello "semicoloniale" nei confronti degli Stati Uniti. << La "sinistra morale", da Clinton a Blair, da Schroder a D'Alema, ha rinunciato al marxismo rosé per qualcosa di peggio - ha detto ancora Maurizio Cabona - ovvero l'ideologia dei "diritti dell'uomo" e si è scagliata rabbiosamente contro Debray, un intellettuale che ragiona in termini di Stato, Nazione e Democrazia, laddove i suoi detrattori (Henry-Levy in testa) si regolano su una globalizzazione che è una americanizzazione e su un liberalismo che è totalitarismo morbido, non un sinonimo di democrazia >>.
    Da patriota e non da occidentalista, Debray esamina in questo libro anche l'aspetto della preparazione dei conflitti americani. Il meccanismo vede un ex alleato (se l'Iraq lo è stato dell'America negli otto anni della guerra con l'Iran, la Jugoslavia lo è stata fin dalla sua fondazione) diventare repentinamente un impero del male. Occorre << naturalmente un pretesto: un'annessione nel caso iracheno, una guerriglia separatista in quello jugoslavo >>. Gli Stati Uniti - afferma Cabona - sanno preparare, soprattutto con il cinema, le loro guerre del domani. << Salvate il soldato Ryan di Spilberg è il teorema dell'ingerenza umanitaria realizzata nel '99 in Kosòvo >>. Quella cinematografica del resto è vista solo come l'ultima arma nella guerra a chi intralcia il cammino dell'unica superpotenza esistente. Infatti, lo spunto iniziale è dato dagli << intellettuali, i quali vivono la crisi dei Balcani come una sorta di transfert e ad ogni realtà presente applicano schemi mitologici riesumati dalla seconda Guerra Mondiale >>.
    Cabona ha poi ricordato alcuni di questi intellettuali, come Henry-Levy, che contro Debray non oppone una sola idea che non venga dalla retorica ipocritica del Tribunale di Norimberga, o Goldhagen che vorrebbe rieducare i serbi di oggi come i tedeschi del '45.
    Al vaglio delle riflessioni di Debray anche il Tribunale dell'Aia, di fronte al quale Milosevic dovrebbe essere imputato come responsabile di una repressione spietata. Non più spietata dei bombardamenti sulla Jugoslavia compiuti dalla Nato per settantotto giorni, né della strage di iracheni compiuta sull'autostrada Fao-Bassora nel febbraio 1991, né dell'invasione di Panama del 1989 o di Grenada nel 1983, sostiene Cabona.
    La stampa italiana ha oggettivamente dato molto spazio alle tesi della Nato, e poco a quelle dei suoi oppositori, << traducendo in molte lingue gli articoli degli avversari di Debray e riassumendo in poco spazio i suoi, storpiandone le tesi >>. Dall'Europa Sonnambula emerge un esame lucido e amaro di un continente che cammina nel sonno. C'è anche un aneddoto crudele: recatosi in maggio a Belgrado, Debray chiede perché si sia trattato fino all'ultimo con gli americani, senza rivolgersi agli europei. Risposta: "meglio parlare al padrone che alla servitù".



    Andrea De Polo
    (Liberaleidee - Giugno 2000)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #102
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    Con la scusa della libertà
    Se per gran parte dei cittadini degli Stati Uniti è oltraggioso e assurdo parlare di "impero americano", il giornalista ed ex funzionario del dipartimento di Stato William Blum pensa che questo sia l'unico modo per definire un paese che esercita un potere praticamente illimitato, grazie al quale può raggiungere qualsiasi punto del globo ed eliminare impunemente chiunque. Nicaragua, Cile, Corea, Vietnam, Afghanistan, Sudafrica, Iraq, Jugoslavia... Niente ha potuto fermare la marcia degli USA verso "l'egemonia politica, economica e militare sul resto del mondo, disgiunta da qualsiasi considerazione morale". La storia delle intromissioni degli Stati Uniti nella politica di altri paesi, dal 1945 a oggi, - ampiamente documentata in queste pagine e arricchita da citazioni dai giornali e dichiarazioni dei politici - mette a nudo verità scabrose: il rapporto con il terrorismo, l'appoggio a regimi dittatoriali, le guerre combattute per fini umanitari, il ruolo della CIA, il ricorso alla tortura. Dall'analisi di Blum emerge una condanna senza appello ai metodi con cui l'unica superpotenza rimasta conduce la politica estera e controlla l'opinione pubblica e le libertà personali dei suoi cittadini: un libro decisamente fuori dal coro, che mira ad aprire gli occhi a quanti ancora considerano gli Stati Uniti "la sentinella del mondo", e a rafforzare - con informazioni anche scioccanti - le convinzioni di coloro che invece da sempre si oppongono all'interventismo americno.
    "Tutti siamo cresciuti in un ambiente in cui ci hanno insegnato a non rubare, non commettere violenze sessuali, non uccidere, non corrompere funzionari pubblici, e non imbrogliare sulla dichiarazione dei redditi; mai però abbiamo sentito dire che vi fosse qualcosa di sbagliato nel far cadere governi stranieri, soffocare rivoluzioni o lanciare bombe su altri popoli, se la cosa serviva alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti."
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #103
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    Amicizie Pericolose
    Quando, nella notte del 17 gennaio 1991, i primi missili Scud colpirono Tel Aviv, furono le pressioni degli Stati Uniti a impedire una risposta armata israeliana. Come contropartita gli americani offrirono, oltre ai missili Patriot, sostanziose compensazioni per i danni causati dai bombardamenti, fondi per la sistemazione degli ebrei russi immigrati, e decisero di ignorare la questione degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Secondo Andrew e Leslie Cockburn, questo rappresenta una svolta fondamentale nei rapporti fra Stati Uniti e Israele: per la prima volta, lo stato ebraico viene ricompensato per restare in panchina. Gli Stati Uniti sembrano decisi a prendere personalmente l'iniziativa nella regione e non affidarsi più a quello che, in virtù di una collaudatissima tradizione, è il loro braccio armato in Medio Oriente e in altre zone "calde" del mondo.
    Della special relationship il lavoro dei Cockburn studia un aspetto per definizione oscuro, vale a dire i rapporti fra i servizi segreti esteri dei due paesi. Due sono i punti di forza del libro: uno è il fondarsi in gran parte su testimonianze dirette dei protagonisti più o meno noti delle vicende attraverso interviste che i Cockburn hanno raccolto nel corso di lunghi anni di lavoro in tutto il mondo. L'altro, e non meno significativo, è l'impiego di documenti in ebraico. Una delle maggiori difficoltà che incontra chi si occupa di Israele, sia pure in relazione agli Stati Uniti, è infatti la barriera linguistica, che impedisce di cogliere pienamente il dibattito in corso al suo interno, molto più ricco e duramente autocritico di quanto le fonti in lingua inglese lascino trapelare (è noto il detto secondo cui il "Jerusalem Post" serve soprattutto ad allietare la colazione dell'ambasciatore americano).
    Particolarmente degno di nota nel libro è poi il modo in cui gli autori riescono a ricavare da un materiale che (come la testimonianza di personaggi non di rado ambigui o discutibili) ben si presta ai facili scandalismi, un lavoro senza le ridondanze e gli autocompiacimenti che la definizione di "storia segreta" fa temere.
    Con uno stile degno dei migliori romanzi di spionaggio (che la traduzione si sforza, con alterno successo, di restituire), i Cockburn espongono in dettaglio il ruolo svolto dai servizi segreti israeliani nel corso di quattro decenni quali esecutori per conto di quelli statunitensi. In particolare, gli israeliani si fanno carico di tutta una serie di operazioni che agli americani sarebbero precluse per la loro inaccettabilità rispetto all'opinione pubblica e al Congresso, in quanto spesso compiute a difesa o su incarico di regimi colpevoli di orribili violazioni dei diritti umani - dalle forniture militari all'addestramento degli "squadroni della morte" per le dittatore di destra in America latina, al traffico internazionale di armi e droga che ne consentono il finanziamento.
    In molti casi i Cockburn non rivelano segreti clamorosi, come quando parlano dello spionaggio che gli israeliani praticano ai danni degli Stati Uniti per elaborare i propri progetti nucleari, ma il quadro che creano riesce comunque ad essere avvincente e a rendere conto dei tortuosi sentieri che connettono operazioni apparentemente scollegate nelle aree più diverse. Nuove e interessanti sono soprattutto le parti relative al ruolo del Mossad nell'Africa sudsahariana negli anni sessanta, quando preesistenti canali commerciali vennero riutilizzati per la vendita di tecnologie militari e per l'addestramento di unità antiguerriglia da impiegare contro qualsiasi minaccia sovietica (col risultato di appoggiare, fra gli altri, l'Uganda di Amin, e di instaurare stretti rapporti col Sudafrica permettendo alla Cia di aggirare l'embargo delle Nazioni Unite contro il regime di Pretoria).
    I Cockburn dimostrano pure quanto sia limitativo vedere nella collaborazione fra Israele e Stati Uniti soltanto il frutto delle pressioni della lobby ebraica: se il peso dell'Aipac non va trascurato, va però detto che, a partire dagli anni sessanta e soprattutto dopo la guerra dei Sei Giorni, Israele riesce a presentarsi come una preziosa carta strategica per gli Stati Uniti, non solo, ma fra i due paesi esiste una vera comunanza di interessi. In particolare, la guerra del 1967, lungi dall'essere il caso di Davide e Golia della retorica ufficiale, costituirebbe il momento culminante della guerra fredda, l'esempio perfetto di "lavoro ben fatto" da Israele per conto degli americani, con l'unica vera preoccupazione riguardante non la sopravvivenza dello stato ebraico, ma la durata della guerra - sei oppure sette giorni. Anche questa non è storia nuova, ma è molto stimolante il modo in cui viene inserita nell'ambito del bipolarismo. Il punto di maggiore convergenza degli interessi americani e israeliani non è però la lotta al comunismo, una carta che i secondi spesso giocano a uso e consumo dei primi per ottenere concessioni di varia natura, quanto la battaglia contro il cosiddetto terrorismo internazionale: con tale espressione si intendono, da parte israeliana, le azioni di gruppi armati arabo-palestinesi; per gli americani, il significato si estende a molte altre forme di guerriglia filocomunista, o sospetta tale (come i Cockburn fanno notare, gruppi che impiegano tattiche analoghe ma sono appoggiati dagli Stati Uniti vengono definiti combattenti per la libertà).
    Proprio sul piano della crociata antiterrorista si registra, da Reagan in poi, un cambiamento di prospettiva nei rapporti fra i due paesi, allorché gli Stati Uniti iniziano a prendere in misura crescente iniziative dirette - in una parola, ad assomigliare sempre più a Israele. Si può quindi supporre che proprio l'era reaganiana segni l'avvio di un processo che vede Israele perdere il suo ruolo esclusivo e l'America cominciare a rivolgersi ad altre fonti, ad esempio incoraggiano l'industria bellica egiziana (fornitrice dell'Irak), durante la guerra lran-lrak, in modo da armare entrambi i contendenti ed evitare gli squilibri derivanti dalla vittoria netta di uno solo.
    Ma se Israele sembra perdere di importanza strategica negli anni ottanta, i vertiginosi aumenti della spesa militare voluti da Reagan mettono in luce e promuovono un altro elemento fondamentale, se pur meno noto, del legame israelo-americano: i vantaggi che da almeno venticinque anni questo sodalizio porta al complesso militare-industriale statunitense. Sin dai clamorosi successi dell'aeronautica nella guerra dei Sei Giorni (successi, i Cockburn rivelano, tali solo nelle pubbliche dichiarazioni), Israele funge da agente pubblicitario per i prodotti bellici americani, e lo fa con tanto zelo da non esitare ad alterare vistosamente i risultati di esperimenti e prove sul campo. Vari casi sono citati: fra i più clamorosi, quelli dei missili Maverick, dimostratisi inutili tanto in Vietnam che nella guerra del Kippur; Sparrow, che dalla loro introduzione nel 1958 hanno colpito solo quattro bersagli, tra cui un aereo americano su oltre duemila lanci; e gli stessi Patriot, che a Tel Aviv causano altrettanti danni degli Scud senza colpirne neppure uno. Inutile dire che il lato a dir poco grottesco della situazione è reso in maniera esemplare.
    La conclusione dei Cockburn è che la fine della guerra fredda, l'evidente interesse americano a una stabilizzazione nella regione tale da non turbare l'accesso alle fonti petrolifere, e l'affermarsi di una politica di intervento diretto degli Stati Uniti, hanno determinato un ridimensionamento del ruolo di Israele quale bastione degli interessi americani in Medio Oriente. Questo viene a ripercuotersi fortemente sull'industria bellica israeliana, che si trova a fronteggiare la minaccia della pace. Analogamente, i servizi segreti, i cui contatti nell'ex blocco socialista sono resi molto meno preziosi (e la guerra del Golfo lo ha dimostrato) dalla possibilità per gli Stati Uniti di procurarsi le informazioni direttamente alla fonte, corrono ora il rischio di dover trovare un altro modo di te-



    recensione di Cremoni,
    L'Indice 1993, n.10
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #104
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    Il libro nerodel capitalismo
    Chissà se il Cavalier Berlusconi avrà letto questo libro? Pensiamo di no, visto che non fa parte della cultura "azzurra" confrontarsi con teorie che vadano contro, o peggio, smentiscano le sue convinzioni. Vi ricordate quando fu pubblicato in Italia "Il libro nero del comunismo" (opera degnissima ed importante, nessuno lo nega)? Il Silvio da Arcore pubblicizzò quel volume come fosse la Bibbia, lo distribuì gratuitamente ai delegati di Forza Italia come il Pci faceva con i manuali leninisti per la scuola quadri, lo citò in qualsiasi occasione pubblica si trovasse coinvolto. Anche se stava parlando di agricoltura biologica, citava i 100 milioni di morti del comunismo.
    Tutto vero, nulla da ridire. Altrettanto ardore pubblicistico e divulgativo lo gradiremmo però adesso anche per Il libro nero del capitalismo (Autori vari, Marco Tropea Editore, 34.000 lire), monumentale volume da poco pubblicato in Italia nel più totale silenzio mediatico e intellettuale.Tradotto da Massimo Cavaglione, il libro fu pubblicato nel 1998 in Francia dove ottenne un buon successo di vendita e ottime recensioni. Composto da 32 capitoli, redatti da intellettuali, economisti, filosofi, storici e sindacalisti francesi, il libro non si propone di essere un volume omnicomprensivo, poichè "i crimini del capitalismo costituiscono un argomento disgraziatamente inesauribile. Per lo meno allo stato attuale". Piuttosto si tratta di una narrazione per nulla romanzata dei crimini perpetrati dal capitalismo selvaggio e incontrollato dalle sue origini all’attuale processo di mondializzazione. Perchè un libro di questo genere? Per molti motivi ovviamente, ma uno in particolare appare più importante degli altri: dare voce e dignità storico-economica al pensiero dissenziente nei confronti del capitalismo. Un’eresia che, come nella miglior tradizione capitalistica, non è stata proibita, ma bensì costretta in un regime di quasi clandestinità. Questa la libertà di espressione della quale si compiacciono i sostenitori del nostro sistema liberale. Questa un prima fondamentale ragione per la necessità di questo libro.
    CUI PRODEST. La trattazione del tema parte da un assunto semplice quanto opinabile: "La principale virtù del capitalismo risiede nella sua efficienza economica". Ma a beneficio di chi? E a quale prezzo? Nell’introduzione al libro Maurice Cury comincia esaminando i Paesi occidentali, ovvero la vetrina del capitalismo mentre il resto del mondo ne costituisce piuttosto il retrobottega. Dopo il grande periodo di espansione nel XIX secolo, l’evoluzione così come si è determinata nel corso degli ultimi decenni ha portato alla quasi sparizione della piccola proprietà contadina, divorata dalle grandi aziende agricole e ha prodotto tra le altre conseguenze l’inquinamento, la distruzione del paesaggio e il degrado della qualità dei prodotti. Ha portato alla spartizione quasi completa del piccolo commercio al dettaglio, soprattutto a favore della grande distribuzione e degli ipermercati. Ha favorito inoltre la concentrazione delle industrie in grandi aziende, prima nazionali e poi sovranazionali, con proporzioni tali da superare la talvolta la capacità finanziaria di intere nazioni. Queste aziende fanno la legge (o pretendono di farla), prendendo provvedimenti al di sopra degli Stati per rafforzare il loro potere già privo di controlli. La United Fruit, ad esempio, è "proprietaria" di diversi stati dell’America Latina. "I dirigenti capitalisti - obietta Cury - potevano temere che la spartizione della piccola proprietà contadina, dell’artigianato e della piccola borghesia industriale e commerciale facesse ingrossare le file del proletariato. Ma il "modernismo" ha fugato i loro timori, con l’automazione, la miniaturizzazione, l’informatica. Dopo lo spopolamento dei campi, stiamo assistendo a quello di fabbriche e uffici. Siccome il capitalismo non sa e non vuole condividere profitto e lavoro, arriviamo ineluttabilmente alla disoccupazione e al suo strascico di disastri sociali".
    DISASTRI SOCIALI. Quanto più numerosi sono i disoccupati, tanto minori sono le indennità di disoccupazione e tanto meno durano. Quanto meno numerosi sono i lavoratori, tanto più si prevede di ridurre le pensioni. Sembra logico e lo è nella logica ultra-liberista. Ma Cury porta anche un altro dato alla sua tesi: "Quasi venti milioni di disoccupati in Europa, ecco il bilancio positivo del capitalismo! E il peggio deve ancora venire. Le grandi imprese europee e statunitensi, i cui utili sono ormai stati così cospicui, annunciano licenziamenti in massa. Occorre "razionalizzare" la produzione: lo impone la concorrenza! Ci si rallegra per l’aumento degli investimenti stranieri in Francia. Oltre ai pericoli per l’indipendenza nazionale, possiamo domandarci se non sia la diminuzione dei salari a incoraggiare gli investitori di capitali". Una risposta, questa, ai cantori del liberalismo (come il francese Alain Madelin) che esaltano il Regno Unito e gli Usa quali campioni di successo economico e della lotta contro la disoccupazione. "L’abbattimento delle protezioni sociali, la precarietà dell’occupazione, i bassi salari e il taglio delle indennità ai disoccupati (che così spariscono dalle statistiche, evitando imbarazzi consuntivi) saranno forse l’ideale del signor Madelin, ma non credo proprio che siano l’ideale dei lavoratori del suo paese".
    STRAPOTERE USA. L’esempio degli Usa, il paradiso del capitalismo, è eclatante se visto dal buco della serratura dei più deboli. Trenta milioni di abitanti (più del 10 per cento della popolazione) vivono sotto la soglia di povertà. La supremazia degli Usa nel mondo, la propagazione uniformatrice del loro modello di vita e della loro cultura, possono di fatto soddisfare soltanto le menti servili. L’Europa farebbe bene a stare all’erta e a reagire, finché ne ha la possibilità economica. Ma le occorrerebbe anche una volontà politica. "Per favorire gli investimenti produttivi, nell’industria o nei servizi, il capitalismo - argomenta Cury - dichiara di volerli rendere concorrenziali rispetto agli investimenti finanziari e speculativi a breve termine. In che modo? Tassando questi ultimi? Niente affatto, abbassando i salari e gli oneri sociali! È anche un modo per rendere concorrenziale l’Occidente con il Terzo mondo. Del resto nel Regno Unito hanno cominciato a far lavorare i bambini. Infatti, questo Paese, per molti aspetti vassallo degli Usa, non ha ratificato il trattato che vieta il lavoro minorile".
    IMMIGRAZIONE E COLONIALISMO. Quali le conseguenze dirette di questa spirale perversa, anche in termini collaterali di immigrazione selvaggia? Preso nel circolo infernale della concorrenza, il Terzo mondo dovrà abbassare ancora i costi e affondare ulteriormente i suoi abitanti nella miseria. Poi sarà nuovamente il turno dell’Occidente, e così via finché il mondo intero sarà nelle mani di pochi grandi gruppi sovranazionali, a maggioranza statunitense, e non si avrà quasi più bisogno dei lavoratori, ma solo di un’élite di tecnici. "Allora - chiosa Cury - per il capitalismo il problema sarà quello di trovare i consumatori, al di fuori di quest’elite e di quella degli azionisti, e sarà anche quello di tenere a bada la delinquenza che la miseria avrà portato". Le devastazioni compiute in un secolo e mezzo dal colonialismo e dal neocolonialismo non si possono calcolare, così come non si possono stimare i milioni di morti che gli sono imputabili. Ne sono consapevoli tutti i grandi paesi europei e gli Usa. Schiavitù, repressioni spietate, torture, appropriazioni, furto di terre e di risorse naturali da parte delle grandi compagnie occidentali, statunitensi o multinazionali, o dei potenti locali al loro soldo; creazione o smembramento artificiale di paesi, imposizione di dittature; monocoltura in sostituzione delle colture alimentari tradizionali; distruzione dei modelli di vita e delle civiltà ancestrali; deforestazione e desertificazione, disagi ecologi, carestia; cacciata delle popolazioni verso le megalopoli, dove sono in agguato la disoccupazione e la miseria. Ecco i costi del capitalismo che mai potremo quantificare, a cui si aggiungono quelli drammaticamente quantificabili dell’attualità. Dice Cury: "Le strutture di cui si è dotata la comunità internazionale per regolare lo sviluppo delle industrie e del commercio sono interamente nelle mani e al servizio del capitalismo: la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Organizzazione mondiale del commercio e ora l’Accordo multilaterale sugli investimenti. Questi organismi sono serviti solo a indebitare i paesi del Terzo mondo e a imporre loro il credo liberale. Hanno permesso lo sviluppo di sfacciate fortune locali, ma non hanno fatto crescere la miseria delle popolazioni".
    AUTOMAZIONE. Un altro inquietante aspetto dell’egemonia capitalistica è che tra qualche decennio il capitalismo internazionale non avrà quasi più bisogno di manodopera. I laboratori statunitensi studiano le colture "in vitro" che distruggeranno definitivamente il Terzo mondo agricolo. Secondo questa logica, i lavoratori di tutto il mondo non finiranno per spartirsi i beni, ma la disoccupazione. Servizi assistenziali, quali l’istruzione, la sanità, l’ambiente, la cultura, la mutua assistenza, non saranno più assicurati a chi ne ha realmente diritto perché non genereranno profitti e non interesseranno il settore privato. Resteranno a carico degli stati o delle comunità locali, cui il liberalismo vuole togliere ogni potere e ogni mezzo economico.
    LE STRATEGIE. Ma passiamo ora ad un’analisi più approfondita dei mezzi e delle strategie capitalistiche per imporre la propria legge sul mondo. "Quali sono i mezzi di espansione e di accumulazione del capitalismo? La guerra (o la protezione, sull’esempio della mafia), la repressione, la spoliazione, lo sfruttamento, l’usura, la corruzione, la propaganda. La guerra contro i paesi ribelli che non rispettano gli interessi occidentali. Quello una volta che fu appannaggio del Regno Unito e della Francia, in Africa e in Asia (gli ultimi soprassalti del colonialismo delle Indie, nel Madagascar, in Indocina, in Algeria, hanno fatto milioni di morti), è oggi appannaggio degli Usa, il paese che pretende di comandare il mondo. Gli Usa, proprio per questo, non hanno smesso di praticare una politica di eccesso di armamenti (che pure vietano agli altri). Abbiamo visto in azione questo imperialismo in tutti gli interventi diretti o indiretti degli Usa in America Latina, e particolarmente in America centrale (Nicaragua, Guatemala, Salvador, Honduras, Grenada), in Asia, in Vietnam, in Indonesia, a Timor (genocidio più esteso, in proporzione, di quello dei khmer rossi in Cambogia - circa due terzi della popolazione - e perpetrato con l’indifferenza se non con la complicità dell’Occidente), nella guerra del Golfo ecc".
    MILLE GUERRE SENZA MITRAGLIATORI. Ma la guerra non si fa soltanto con le armi, può assumere forme inedite: per esempio, la guerra può anche prendere la forma delle sanzioni contro altri stati indocili (Cuba, Libia, Iraq), tanto onerose per le popolazioni (parecchie centinaia di migliaia, addirittura milioni di morti in Iraq). La spoliazione è la causa evidente del ricorso alla forza. Se si vuole svaligiare una casa in presenza dei suoi abitanti, è meglio possedere un’arma. Le pratiche del capitalismo sono simili a quelle della mafia, ecco perché quest’ultima prolifera così bene nel suo humus. Come la mafia, il capitalismo protegge i dirigenti docili che lasciano sfruttare spudoratamente il proprio paese dai grandi gruppi statunitensi o sovranazionali. In tal modo, quando non le introduce esso stesso, consolida le dittature. "Le sue armi sono indifferentemente la democrazia o la dittatura - dice Cury - il commercio o il gangsterismo, l’intimidazione o l’omicidio. Così la Cia è probabilmente da considerarsi la più grande organizzazione criminale su scala mondiale".
    L’USURA LEGALE. Altra pratica mafiosa è l’usura: come la mafia presta denaro al commerciante che non potrà mai liberarsi del suo debito e finirà per perdere la sua bottega (o la vita), così si inducono i paesi a investire, spesso artificiosamente, e ad acquistare armi per la lotto contro gli stati avversari. Essi dovranno poi rimborsare gli interessi accumulati dal debito e i creditori diventeranno facilmente i padroni della loro economia. Le economie occidentali sottopongono il Terzo mondo alle peggiori forme di sfruttamento: La schiavitù: e, al loro stesso interno, l’asservimento degli immigrati clandestini. La corruzione: le multinazionali dispongono di tale forma di influenza, anche finanziaria e politica, sul complesso dei dirigenti pubblici o privati che soffoca ogni resistenza. La propaganda: per imporre il suo credo e giustificare l’eccesso di armamenti, gli atti delittuosi e i crimini sanguinosi, il capitalismo invoca sempre concetti generali quali difesa della democrazia e della libertà mentre il più delle volte non difende altro che gli interessi di una classe possidente, che vuole impadronirsi di materie prime, dettar legge sulla produzione di petrolio o controllare luoghi strategici.
    INDIGNAZIONE AD OROLOGERIA. "Questa propaganda - tuona in chiusura di introduzione Cury - è diffusa da governanti economici e politici, da una stampa e da media asserviti. Assertori del liberalismo, lodatori degli Usa, dico a voi! Non ho udito la vostra voce contro la distruzione del Vietnam, né contro il genocidio indonesiano, né contro le atrocità perpetrare in nome del liberalismo in America Latina; non l’ho udita neppure contro l’appoggio statunitense al colpo di stato di Pinochet, uno dei più sanguinosi della storia, né contro la condanna a morte dei sindacalisti turchi. La vostra indignazione è stata alquanto selettiva: Solidarnos’c’ ma non il Disk, Budapest ma non l’Algeria, Praga ma non Santiago, l’Afghanistan ma non Timor. Non vi ho visto indignarvi quando uccidevano persone che volevano dare il potere al popolo o difendere i poteri. E non vi odo chiedere perdono per la vostra complicità e per il vostro silenzio".
    MONDIALIZZAZIONE. Particolarmente interessante e attuale appare poi la definizione di mondializzazione data da Francois Chesnais nel 28° capitolo del libro, intitolato "I morti viventi della mondializzazione".
    "È un fatto, ormai nemmeno più contestato dai sostenitori della mondializzazione del capitalismo: l'aggravamento delle disuguaglianze nel tenore di vita nei paesi ricchi e nei paesi poveri (la polarizzazione sociale) e l’adattamento dell’intero pianeta al libero mercato (la modernizzazione) sono la conseguenza di un’organizzazione economica e politica che non riconosce per fondamento morale niente altro che i valori generati dalle necessità di questa mondializzazione. I danni economici e sociali non appaiono quindi come "disfunzioni", ma sono in realtà il prodotto di una ricolonizzazione del mondo per opera delle forze dominanti. Tale processo è fondato su un’utopia omicida, la mondializzazione, le cui prime applicazioni lasciano intravedere un bilancio negativo in tutti gli ambiti per l’avvenire del pianeta. Infatti la stessa crisi ecologica si analizza chiaramente come crisi sociale e come prodotto di un sistema dove l’abbondanza non può essere condivisa. Per assicurare le comodità moderne al 20% dell’umanità - prosegue Chesnais - bisogna già da oggi sottrarre le produzioni cerealicole al mondo povero, abbattere le sue foreste, distruggere i suoi tradizionali modi di vivere, deportare i contadini espropriati o rovinati verso le favelas o i barrios dell’America latina, i quartieri proibiti dell’Asia meridionale, le periferie di Manila, le bidonvilles di Dakar; bisogna organizzare un mercato delle materie prime su quel modello di rapina che ha gettato nell’estrema povertà un miliardo di persone". Legga questo libro, Cavalier Berlusconi: quantomeno per ossequio alla legge sulla "par condicio". Ops, scusi la gaffe.



    Mauro Bottarelli, in "La Padania", 26 ottobre 1999
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Le multinazionalialla conquista dellasovranità nazionale
    [...] il libro di Noreena Hertz denuncia i rischi per la democrazia nel nord del mondo a causa del progressivo svuotamento della sovranità nazionale provocato dall'azione "globale" delle multinazionali.
    La conquista silenziosa parte dal crollo dell'Unione sovietica. Agli inizi degli anni Novanta Noreena Hertz è una giovane laureata inglese che sbarca a Mosca con l'incarico è importare il "libero mercato" nel paese dove l'economia pianificata dallo stato è in vigore da più o meno ottanta anni. Lo svolge con l'entusiasmo dei neofiti, anche se lo spirito missionario che la anima non le impedisce di vedere il saccheggio delle ricchezze operato dalla vecchia nomenklatura che si è convertita al credo neoliberista. Ma alla Hertz non interessa l'Unione sovietica, quanto quello che avviene a Ovest dell'Elba. Due lustri dopo, infatti, quella stessa giovane è diventata una giornalista economica affermata e docente del Centre of International Business and Management dell'Università di Cambridge in Inghilterra. All'entusiasmo dei primi anni Novanta è subentrato il disincanto di chi ha visto il mondo cambiare sotto i suoi piedi. Fresca della lettura di un libro della Ruckus Society su come difendersi dalla polizia in caso di scontri di piazza, ha un biglietto di andata e ritorno da Praga per partecipare ai lavori del Fondo monetario internazionale. Ma a quella riunione non metterà piede, perché vuol vedere da vicino quel magma indecifrabile che la stampa inglese chiama "antiglobalizzatori". Arriva nella capitale ceca sapendo che avrà la sua buona razione di lacrimogeni e che vedrà ripetersi le scene a cui ha assistito nella "sua" Londra il primo maggio: cioè scene di ordinaria guerriglia urbana. Per lei quei manifestanti hanno semplicemente ragione nel contestare gli organismi sovranazionali come il Wto, la Banca mondiale e il Fmi, nonché i governi nazionali protagonisti o complici della "conquista silenziosa" da parte delle multinazionali del bene comune, sia che si tratti
    della sovranità nazionale, che della privatizzazione dello spazio pubblico, che della trasformazione dei parlamenti nazionali in rissosi supporter di questa o quell'impresa transnazionale.
    La conquista silenziosa è infatti un impietoso je accuse contro chi si è reso complice del primato dell'economia sulla politica, quest'ultima intesa come potere di indirizzo e controllo dell'economia stessa. A Noreena Hertz non interessa che il cosiddetto popolo di Seattle sfasci le vetrine, né che sia variegato e molteplice, come recita la vulgata giornalistica. Per lei è centrale la critica radicale che esercita nei confronti della multinazionali, cioè di quelle imprese che sospendono il diritto non solo al proprio interno, ma anche nelle società che le ospitano: ricattandole, o ci dai le migliori condizioni fiscali e di governo della forza-lavoro, o ce ne andiamo. Ma anche avvalendosi della rete produttiva costruita su scala planetaria che fa sì che una multinazionale non sia perseguibile in un paese se i reati - ad esempio la violazione della legislazione a difesa della forza-lavoro o il mancato rispetto di leggi a tutela dell'ambiente - sono commessi altrove. Tutto questo accade e può accadere perché la politica ha rinunciato a quel potere di indirizzo e controllo che il conflitto sociale, e di classe, ha consentito di esercitare dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana. Per questo, Toni Blair, Gerard Schröder, Lionel Jospen e il centrosinistra italiano sono complici delle multinazionali: hanno semplicemente fatto propri le priorità e i vincoli stabiliti dalla globalizzazione economica, cioè dalle multinazionali. Per l'autrice, mai come nella globalizzazione l'espressione "mercato politico" sintetizza così bene l'avvenuta trasformazione dei parlamenti nazionali in strutture al servizio delle multinazionali. Questa implosione del sistema politico non avviene in maniera indolore. Crisi della rappresentanza, democrazia plebiscitaria, sussunzione della sfera pubblica al comando d'impresa, potrebbero suggerire un lettore o una lettrice attenti della crisi che attraversa la democrazia reale.
    Fenomenologie tutte corrette, ma comunque insufficienti nel cogliere alla radice questa "crisi della politica". Compito che esula dalla lettura e discussione di questo libro, ma che è sullo sfondo di una forma di lotta che l'autrice vede manifestarsi potentemente nelle società capitalistiche avanzate: cioè il boicottaggio. Il boicottaggio nasce dalla crisi della poltica, se ne nutre, cercando di occupare quella zona grigia che comunemente viene chiamata mediazione politica, cioè quell'insieme di istituzioni - quelle del welfare state, ad esempio - e di organizzazioni che hanno costituito la sfera pubblica come partiti e sindacati. Al loro posto ci sono associazioni no profit, organizzazioni non governative, gruppi di base, che stabiliscono un rapporto diretto - conflittuale alcune volte, da gruppo di pressione in altre occasioni - con le multinazionali. Si boicotta la Nestlè, la Shell, la Nike, la Microsoft, la Coca-Cola, la Monsanto, McDonald's, stabilendo un rapporto diretto con la controparte, senza aspettare che intervenga il "politico" a sanzionare comportamenti e strategie ostili al "bene comune". Ma è comunque in questa contraddittoria occupazione dello spazio lasciato libero dal ritirarsi della "politica" che risiede la radicalità del cosiddetto popolo di Seattle. E la sua irriducibilità a qualsiasi politica riformista, sia che vada sotto il nome di riconquista della sovranità nazionale che di governance della globalizzazione. La riflessione di Hertz merita di essere discussa, cambiata di segno, senza nessuna nostalgia per le forme della politica fin qui conosciute. Va quindi riconosciuto a questo libro l'aver posto il problema, cioè quale politica e quali forme del conflitto nella globalizzazione economica.
    E' indubbia la crisi dei grandi partiti di massa e dei sindacati, così come è innegabile la riconduzione della sfera pubblica statale ai dettami del comando d'impresa, perché la crisi irreversibile del welfare state e della democrazia rappresentativa è l'altro aspetto della globalizzazione capitalistica. Pensare di contrastarla facendo leva sul potere che può esercitare la figura del consumatore - questo in realtà è il boicottaggio - induce qualche ragionevole dubbio. Da una parte c'è la natura sociale della produzione di merci, che rende mobili fino allo scomparsa delle linee di confine tra produzione, consumo e circolazione se le si guarda dal punto di vista del lavoro vivo. Tutto è lavoro, si potrebbe dire, proprio quando la vecchia talpa ha scavato fin nelle fondamenta minandole alla base, quell'unità di misura del lavoro socialmente necessario in quanto effettivo governo della società. Ed è forse proprio da qui che bisogna ripartire. La democrazia rappresentativa va in crisi perché in crisi è quell'unità di misura della produzione di ricchezza. Spostare l'accento sul lato del consumo e della circolazione delle merci corre il rischio di rendere fragile la critica alla globalizzazione economica. E' infatti nella storia del
    "movimento dei movimenti" la consapevolezza che per essere efficaci nel boicottare le multinazionali e gli organismi sovranazionali bisogna fare leva sulle "zone rosse" della produzione sociali. In questo caso la politica
    e le forme dell'agire politico riprendono il vecchio adagio del mutamento dei rapporti di forza nella società. Cioè di come organizzare il conflitto.

    BENEDETTO VECCHI il manifesto del 22 dicembre 2001
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Egemonia americana e "Stati fuorilegge" di Noam Chomsky
    Brano tratto dal primo capitolo: Galleria di fuorilegge. Chi li etichetta?

    Come molti altri termini del linguaggio politico, il termine «stato fuorilegge (rogue state)» ha due usi: uno propagandistico, applicato ai nemici in genere, e uno letterale applicato agli stati che non si considerano vincolati alle regole internazionali. La logica suggerisce che gli stati più potenti rientrino nell'ultima categoria a meno che non abbiano costrizioni interne, ipotesi che la storia conferma.
    Benché le norme internazionali non siano rigidamente determinate, esiste un certo grado di intenti sui principi generali. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, tali norme sono in parte codificate nella Carta dell'ONU, nelle sentenze della Corte internazionale di giustizia e in molteplici convenzioni e trattati. Gli Stati Uniti si considerano esonerati da queste condizioni, ancora di più a partire dalla fine della guerra fredda che ha lasciato loro un predominio così schiacciante da scoraggiare ampiamente ogni pretesa e questo non è passato inosservato. Il bollettino dell'American Society of International Law (ASIL) ha riportato nel marzo 1999 che «oggi nel nostro paese, con ogni probabilità il diritto internazionale gode di minore considerazione rispetto ad Ogni altro periodo» di questo secolo; il direttore di questa rivista specialistica aveva poco prima messo in guardia sull'«allarmante inasprimento» seguito al rifiuto di Washington di rispettare gli obblighi del trattato.
    Il principio operativo fu elaborato da Dean Achenson nel 1963 quando comunicò all'ASIL che la «pertinenza» della replica a una «sfida... [al]... potere, alla posizione, al prestigio degli Stati Uniti, non è una questione legale». Il diritto internazionale, aveva osservato in precedenza, è utile «per abbellire la nostra posizione con un ethos derivato da principi morali generali che hanno interessato le dottrine giuridiche», ma alle quali gli Stati Uniti non sono vincolati.
    Achenson si stava riferendo specificatamente all'embargo contro Cuba. Cuba è stata uno dei principali bersagli della guerra del terrore ed economica degli Stati Uniti per 40 anni, anche prima della decisione segreta del marzo 1960 di rovesciarne il governo. La minaccia cubana fu identificata da Arthur Schleisinger che stese un rapporto conclusivo della missione in America Latina del neo presidente Kennedy: «La diffusione dell'idea di Castro di prendere in mano i propri affari», idea che avrebbe potuto stimolare dovunque «le popolazioni povere e indigenti», che «in questo momento chiedono possibilità di una vita decente» - l'effetto «virus» o «mela marcia», come è talvolta chiamato. C'era una relazione con la guerra fredda: «l'Unione Sovietica si muove ad ampio raggio, offrendo grandi quantità di prestiti allo sviluppo e presentandosi come modello per il raggiungimento della modernizzazione in un solo decennio».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  7. #107
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    Stati Uniti d'America: una bibliografia
    .

    F. Gaja Le frontiere maledette del Medio Oriente Ed. Maquis 1991
    G.Vidal La fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo Ed. Fazi 2001
    D.E. Stannard Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo Ed. Bollati Boringhieri 2001
    J. Kleeves Un paese pericoloso. Storia non romanzata degli U.S.A. Ed. SEB 1999
    J. Kleeves Vecchi trucchi. Le strategie e le prassi della politica estera americana Ed. Il Cerchio 1991
    J. Kleeves Sacrifici umani. Stati uniti: i signori della guerra Ed. Il Cerchio1993
    J. Kleeves I divi di stato. Il controllo politico su Hollywood Ed. Settimo Sigillo 1999
    N. Chomsky Egemonia americana e stati fuorilegge Ed. Dedalo 2001
    N. Chomsky Anno 501, la conquista continua Ed. Gamberetti 1993
    N. Chomsky La quinta libertà: ideologia e potere Ed. Il Cerchio 1989
    N. Chomsky Illusioni necessarie. Mass-media e democrazia Ed. Elèuthera 1991
    N. Chomsky I cortili dello zio Sam Ed. Gamberetti 1995
    N. Chomsky Linguaggio e libertà. Dietro la maschera del sogno americano Ed. Marco Tropea 1998
    N. Chomsky Il club dei ricch" Ed. Gamberetti 1996
    N. Chomsky Nuovo umanitarismo militare. Gli insegnamenti del Kosovo Ed. Asterios 2000
    N. Chomsky Atti di aggressione e di controllo Ed. Marco Tropea 2000
    N. Chomsky Controllo dei mass-media. Le spettacolari conquiste della propaganda Ed. SEB 1994
    N. Chomsky - E. S. Hermann La fabbrica del consenso Ed. Marco Tropea 1998
    A. Cockburn - L. Cockburn Amicizie pericolose Ed. Gamberetti 1993
    AA.VV. L'amico americano. Politiche e strutture per la propaganda in Italia nella prima metà del '900 Ed. Biblink
    A. De Benoist - G. Locchi Il male americano Ed. LEDE 1978
    A. De Benoist "Il nemico principale. Considerazioni per anni decisivi" Ed. La Roccia di Erec 1983
    A. De Benoist Oltre l'Occidente Ed. La Roccia di Erec 1986
    G. Faye Il sistema per uccidere i popoli Ed. SEB 1998
    A. Asor Rosa Fuori dall'Occidente ovvero ragionamento sull'Apocalissi Ed. Einaudi 1992
    G. Valli Dietro il sogno americano Ed. SEB 1991
    V. Caputo Da Sarajevo a Pearl Harbor. Gli anglo-americani alla conquista del mondo Ed. Settimo Sigillo 1999
    G. De Lutiis Storia dei servizi segreti Ed. Riuniti 1984
    G. De Lutiis Il lato oscuro del potere Ed. Riuniti 1996
    E. Caretto - B. Marolo Made in U.S.A. Le origini americane della Repubblica italiana Ed. Rizzoli 1996
    A. Cipriani - G. Cipriani Sovranità limitata. Storia dell'eversione atlantica in Italia. Ed. Associate 1991
    V. Zucconi Si fa presto a dire America Ed. Mondadori 1988
    V. Alliata InDigest. Il meglio dell'America per un mondo migliore Ed. La Pietra 1975
    K. Hamsun La vita culturale dell'America moderna Ed. Arianna 1999
    P. Sella L'Occidente contro l'Europa Ed. Uomo Libero 1985
    S. Gozzoli Sulla pelle dei popoli. Viaggio nel labirinto del potere mondialista Ed. Uomo Libero 1988
    M. Veneziani U.S.A. & costumi. Dizionario dell'americanizzazione Ed. Settimo Sigillo 1985
    R. Debray L'Europa sonnambula. Le guerre americane dall'Iraq al Kossovo Ed. Asefi 1999
    AAVV Ditelo a Sparta. Serbia e Europa. Contro l'aggressione della N.A.T.O. Ed. Graphos 1999
    R. Sermonti Antiamerica. Contro il nuovo ordine mondiale Ed. Raido 1998
    D. Kalajic Serbia, trincea d'Europa. Contro l'aggressione americana Ed. All'insegna del Veltro 1999
    O. Foppiani La nascita dell'imperialismo americano 1890 - 1898 Ed. Settimo Sigillo 1998
    J. Evola Civiltà Americana Ed. Fondazione Evola 1983
    G. Poole Nazione guerriera. Aspetti del militarismo nella cultura statunitense Ed. Colonnese 2001
    D. Zolo Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale. Ed. Einaudi 2000
    C. Preve Il Bombardamento Etico Editrice C.R.T. 2000
    G.Chiesa La Guerra infinita Ed. Feltrinelli 2002
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  8. #108
    Patrie dal Friul
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    Originally posted by BELLOVESO
    http://www.giovanipadani.leganord.or...ura/index.html

    saluti padanisti ed antimondialisti
    Bello il sito

    mandi da e picule patrie dal friul

    mandi

  9. #109
    Totila
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    Predefinito 11 Settembre

    "L'incredibile Menzogna" di Thierry Meyssan
    Ed. Fandango (15 Euro)
    Da non perdere!

  10. #110
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    "La Paura e l'Arroganza" a cura di Franco Cardini Ed. Laterza
    Raccolta di saggi di vari autori "eretici" sull'11 Settembre.

 

 
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