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Discussione: Ombre rosse

  1. #1
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito Ombre rosse

    «NON SIAMO NOI GLI AUTORI DELLE ULTIME MINACCE SU CARTA». VOLANTINO ANCHE ALLA SEDE PROVINCIALE DI AN A GENOVA
    «Siamo le Brigate rosse: Nta, tornate a colpire»
    Messaggio e-mail a una tv locale del Varesotto. Il direttore: attacco alla Lega



    Dicono di essere le Br. Dicono che i volantini arrivati negli ultimi mesi «a varie aziende» non sono opera loro. Dicono, infine, di «accettare il messaggio degli Nta»: e li invitano all´azione. Una email di due righe arriva alla redazione di una tv locale di Gornate Olona, provincia di Varese, orientamento di centrodestra e spiccate simpatie leghiste. In serata la sede provinciale di An di Genova riceve un volantino Br dattiloscritto. Tanto basta a riaccendere i fari su un´«emergenza» che una fonte del ministero degli Interni definisce «mai sopita». Mai sopita perché è vero che l´email «potrebbe non essere delle Br», ipotesi che gli investigatori considerano attentamente. Ma è altrettanto vero, osservano dal Viminale, che «questo messaggio fa pensare a un posizionamento di qualcuno nell´area dell´antagonismo, qualcuno che si rivolge e quasi si offre a gruppi armati organizzati». Insomma, anche se l´email fosse falsa rientrerebbe in una escalation strategica alimentata da altri messaggi, e altre intimidazioni. Questo «brodo di coltura» potete ricostruirlo pensando ai messaggi degli ultimi giorni: quello siglato Nta, Nuclei territoriali antimperialisti, e arrivato alla redazione del «Mattino» di Padova; oppure quelli ritenuti meno attendibili, uno firmato «Fronte popolare di Liberazione» e indirizzato il 22 luglio alla sede di An; l´altro siglato Br-Pcc e spedito a metà del mese alla Fiat di Termoli e poi alla Zanussi di Verona: l´email arrivata ieri a Varese prenderebbe le distanze proprio da questo. Ecco: l´email proviene davvero dalle Br? O è frutto della mano di un «gruppettaro» esaltato, magari di qualcuno che si propone ai terroristi? Il direttore di Rete 55, Gianluigi Paragone, spiega che siamo davanti al secondo testo intimidatorio: il primo risale al 4 luglio, minacciava il «ministro fascista» Scajola e conteneva anche un riferimento al Tg di Emilio Fede. Quasi subito, l´indagine l´ha considerato un falso. Quello di ieri preoccupa di più. Nella piccola televisione locale argomentano: l´e-mail potrebbe essere arrivata a noi perché nel clima di scontro politico e sociale della nostra provincia è facile individuarci come la voce di due ministri non certo amati dall´ultrasinistra, Umberto Bossi e Roberto Maroni (e ieri, puntuale, è arrivata anche la solidarietà di Roberto Formigoni). «L´ultima volta che la stella a cinque punte è comparsa qui vicino è stato a Legnano due anni fa, da allora l´aria è rimasta sempre molto tesa», informano i redattori della tv. Tanto tesa da rendere credibile l´attribuzione alle Br? Se pare sostenibile la tesi del Viminale - l´email come «specchio di un clima», più che come «opera certa» delle Br-Pcc - quali sono gli elementi che possono sorreggerla? È vero che il testo, a differenza del precedente spedito a Rete 55, non contiene minacce ad personam. Che con una certa asciuttezza - e una scivolata nel «burocratese» non estranea al milieu dei gruppuscoli armati - recita: «Intendiamo comunicare che i messaggi a supporto cartaceo recentemente recapitati a varie aziende intestati alla Brigate Rosse non ci appartengono. Accettiamo il messaggio dei gruppi Nta e li invitiamo all´azione». È vero che anche la concessione stilistica a un lessico quasi protocollare (il «supporto cartaceo» per dire la carta, il «recentemente recapitati» invece di «spediti») tradisce un tratto psicologico non rarissimo nella galassia che si definisce «antimperialista», stando a sentire chi ha studiato gli ultimi volantini di Br-Pcc e Nta. Eppure, a differenza del documento Nta spedito al «Mattino» di Padova, l´email postata a Rete 55 è laconica, quasi grezza. Non contiene tirate contro la borghesia imperialista. Non denuncia «le contraddizioni della governabilità». Non inveisce contro lo stato «organo di ricomposizione degli asimmetrici interessi capitalistici». Possibile che le Br rinuncino al loro armamentario teorico? Anche la liturgia suggerisce qualche dubbio: è del tutto plausibile che i terroristi utilizzino Internet con sapienza, l´email è stata spedita passando da un sito «mirror» russo, uno specchietto per le allodole per nascondere il mittente. Un po´ meno che scrivano un testo semplicissimo, quasi elementare. E allora? L´idea che il messaggio arrivi «da un´area antagonista più che da un gruppo preciso» viene presa in considerazione anche a Varese, dove le indagini sono coordinate dai pm Domenico Novara e Francesco Paganini e la Digos, cauta, mette le mani avanti: «È presto per dire se l´email sia o no attendibile». Negli ultimi mesi (il documento Nta inviato a Padova ne è un esempio classico) alcune sigle dell´eversione - Nipr, Npr, Nta - hanno cominciato per la prima volta nella loro storia a cercare proseliti nel movimento: che invece guarda all´opzione violenta con assoluta ostilità, peraltro ricambiata dalla galassia armata «antimperialista». L´Nta, giusto a metà luglio, invitava neanche tanto velatamente l´universo della protesta a «svuotarsi di spontaneismo». Difficile, adesso, stabilire se c´è in giro qualcuno che ha deciso di ascoltarli.

  2. #2
    Il Patriota
    Ospite

    Predefinito

    NEL MIRINO FACCE NOTE A CHI HA VISSUTO LA STAGIONE OPERAISTA
    «Siamo comunisti che lottano per i diritti»
    La difesa dei militanti: è solo una persecuzione

    inviato a PADOVA ALLA Digos di Padova, Caudio L. lo conoscono dal 1982. Allora era poco più che un ragazzino, finito nell'inchiesta di Pietro Calogero sull'Autonomia Operaia di Toni Negri. Era jurassica, quando a Padova c'erano gli autonomi e il nome del giudice lo scrivevano sui muri con la «K». Alla Digos di Padova conoscono bene da tempo anche R.S, insegnante di Treviso da tempo in città e D.B., operaio metalmeccanico. Tutti e tre sono finiti nuovamente nel mirino, questa volta della procura di Bologna che indaga sull'omicidio di Marco Biagi e che punta all'«ambiente di riferimento» delle nuove Brigate Rosse. Altre perquisizioni, in tutto sono una quindicina, sono state fatte a Venezia, sulla Riviera del Brenta e a Bologna. Dove il pubblico ministero Paolo Giovagnoli, ha mandato gli agenti a casa di un militante di Rifondazione Comunista. Con la ovvia replica del partito di Bertinotti a Bologna: «Sono state fatte, solo per cercare di nascondere le responsabilità sulla mancata scorta al professor Biagi». E quella molto più arrabbiata dell'avvocatessa Desi Bruno che lo difende: «Nessuno dei perquisiti è indagato. Nel decreto si parla genericamente di un'indagine contro ignoti. Le perquisizioni di ambiente non si possono fare». Di perquisizioni così, la procura di Bologna ne ha fatte tante. Una dozzina pochi giorni dopo l'omicidio del giuslavorista. Altre agli inizi di maggio. Adesso queste quindici nella cosiddetta «area antagonista». A Claudio L., che oggi lavora come collaboratore editoriale di una rivista a Milano, è stata perquisita anche la casa delle vacanze al Sud dove si trova. A D.B. sono andati a perquisire anche il posto di lavoro. Sequestrati computer, schede telefoniche, agendine, libri e documenti politici. Ad uno dei perquisiti a Padova hanno trovato anche un dossier di 16 pagine, scaricato da Internet, con le modalità per accertare se il proprio telefono è sotto controllo. «Niente di illegale», mette le mani avanti Carlo Covi, difensore dei tre padovani perquisiti. Ad accelerare le indagini - il decreto è stato firmato dal pm Paolo Giovagnoli il 19 luglio - si fa riferimento ad attività illegali che potrebbero essere state commesse fino al giorno prima. Ci sono due episodi. Dalla procura di Roma, dove da tempo è aperta un'indagine, sono arrivate nei giorni scorsi le informative su due ex esponenti dei Carc, i Comitati d'Appoggio alla Resistenza Comunista. E Claudio L. faceva parte dei Carc fino al '99, quando per dissidi ideologici e, sembra, per un ammanco di cassa, venne espulso dall'organizzazione. Poi ci sono le lettere arrivate sabato scorso alla redazione padovana del «Mattino» e del «Gazzettino». Lettere con la stella a cinque punte e la sigla NTA, Nuclei Territoriali Antiimperialisti. Una sigla che ha già firmato diversi attentati e che gli investigatori sospettano possa essere in contatto con le Brigate Rosse che hanno ammazzato Massimo D'Antona e Marco Biagi. Ma c'è di più. La lettera dei NTA è accompagnata dalla firma «cellula Stefano Ferrari», dal nome di un brigatista della colonna Walter Alasia ucciso a Milano nell'82. «Queste perquisizioni servivano per acquisire elementi utili alle indagini», spiegano gli investigatori che alle 6 e 30 del mattino hanno fatto scattare l'operazione. Queste perquisizioni servivano per accertare se in Veneto è nata una nuova cellula dei NTA in stretto contatto con il commando che ha aperto il fuoco in via Valdonica a Bologna, lo scorso 19 marzo.
    Carlo Covi, avvocato dei tre padovani perquisiti, protesta: «Se cercavano dei pesci piccoli, non hanno trovato nemmeno una trota...». I tre di Padova, scrivono un documento e la buttano in politica: «Siamo solo militanti comunisti che difendono il diritto di sciopero. Noi ci battiamo solo per la difesa dei diritti dei lavoratori. Si cerca di dipingere come terroristi, chi cerca di preparare lo sciopero generale di questo autunno contro chi attacca l'articolo 18». Nel loro documento, senza nomi come firma, parlano di «persecuzione politica». E spiegano con il loro impegno a fianco dei lavoratori, il motivo per cui in casa loro sono state ritrovate copie del Libro bianco sul lavoro a cui aveva collaborato Marco Biagi, il «Patto per l'Italia» recentemente firmato dal governo, gli imprenditori e Cisl e Uil. Oltre ai soliti documenti di propaganda politica, tra cui un testo dal titolo «Oltre i Carc».

 

 

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