E' una cosa scritta nel settembre scorso, ancora attuale.
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Contro quale tipo di globalizzazione?
Immaginate di essere un contadino del Sud del Mondo, privilegiato poiché possedete la terra che coltivate. Coltivare i prodotti della terra vi costa molto, non usate pesticidi né sfruttate qualcun’ altro. Non riuscite però a venderli, avete contratto un debito per far studiare i figli oppure per curare una malattia. Già, poiché il vostro paese è tra quelli “fortunati”, tra quelli che hanno un debito verso l’estero i cui interessi sono pari al prodotto interno lordo. Il Fondo Monetario Internazionale, erogatore degli “aiuti”, o meglio dell’usura con l’appoggio anche di governi locali compiacenti che non hanno a cuore la vita dei cittadini, ha imposto al tuo paese tagli alla spesa sociale, la sanità costa moltissimo e i servizi primari come l’acqua ad esempio non sono a disposizione di tutti. La privatizzazione ha fatto lievitare i prezzi mentre il deserto avanza.
Se siete fortunati (vale a dire se nessuno ve lo impone con la forza) un bel giorno si presenta una multinazionale. Nel suo catalogo c’è di tutto, piante con resa molto alta, senza difetti, geneticamente modificate. Non c’è molta scelta. Acquistate i semi ogni anno perché le piante geneticamente modificate non ne hanno e li piantate. Dalla stessa multinazionale siete costretti a comprare pure l’erbicida associato e per aver la resa ne dovete usare molto.
Dopo alcuni anni vi trovate sul lastrico, con un campo reso sterile dalla pianta, contaminato dalla grande quantità di pesticidi. Avete lavorato per la multinazionale, lasciandoci pure la salute.
Se siete sfortunati, la multinazionale compra il vostro campo e mette al lavoro dei sottopagati, con gli stessi effetti deleteri per il terreno e l’uomo ed un bassissimo potere d’acquisto per i lavoratori.
Il vostro paese produrrà un’eccedenza alimentare ampia, che soddisferebbe tutte le necessità della popolazione. Ma la popolazione non ha soldi, e il tuo paese esporta tutte le risorse, anche perché è l’unico modo per ripagare il debito con l’estero e accedere alla valuta per comprare materie prime necessarie.
A volte la vita non è considerata importante dal nostro mondo. Gli effetti perversi di questo meccanismo fanno in modo che 15 kg di banane del Chiapas, ad esempio, valgono nel “mercato” quanto una lattina di una nota bibita. E’ giusto?
E’ giusto che le case farmaceutiche applichino prezzi da primo mondo per le cure anti-Aids a chi non ha i soldi nemmeno per vivere? Ed è giusto che l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) impedisca al tuo paese di produrle in maniera autonoma, e se lo fa toglie le importazioni di altri farmaci?
L’OMC è un meccanismo perverso. Se non ne fai parte, i tuoi prodotti hanno degli impedimenti fortissimi per essere esportati verso i paesi OMC (libero mercato?). Se ne fai parte, devi sottostare alle regole dell’OMC, che sono scritte dai pochi paesi al mondo che utilizzano (sprecano?) l’80% delle risorse mondiali pur essendo il 20% della popolazione. I paesi forti si specializzano nel fissare le regole per essere sicuri che i paesi deboli rimangano dove sono, ed in nessun caso questo è tanto vero quanto nel commercio internazionale. Mentre predicano il libero commercio, i paesi ricchi restano testardamente protezionisti. Essi hanno ridotto le loro tariffe molto meno che i paesi poveri durante l’Uruguay round terminato nel 1993.
Come risultato, i paesi in via di sviluppo si trovano di fronte tariffe doganali un terzo più elevate rispetto a quelle che applicano sui prodotti dei paesi industrializzati. Il protezionismo è più forte nei settori dove i paesi in via di sviluppo sono più competitivi, come i tessili, le calzature e l’agricoltura. Prendiamo il caso dei tessili, che costituiscono circa un quinto delle esportazioni dei manufatti del terzo mondo. In base agli accordi dell’Uruguay round, i paesi industrializzati avrebbero dovuto tagliare oltre un terzo delle restrizioni alle importazioni. In realtà l’Unione europea e gli Usa ne hanno eliminate solo il 5%…
Ma in nessun settore come nell’agricoltura è più evidente l’ipocrisia delle regole del commercio mondiale. I paesi industrializzati danno sussidi ai loro agricoltori della portata di 215 miliardi di dollari l’anno, equivalenti a quasi la metà del valore della produzione agricola mondiale. L’Ue e gli Usa, le superpotenze agricole, restringono le importazioni sempre di più. Allo stesso tempo, la sovrapproduzione generata dai sussidi viene riversata sui mercati mondiali, privando i paesi in via di sviluppo di quote di mercato.
Mentre il mondo industrializzato si protegge impunemente, una recente sentenza dell’OMC ha decretato che l’India non ha il diritto di utilizzare misure protezionistiche per correggere squilibri della bilancia dei pagamenti. Allo stesso tempo, molti dei paesi poveri stanno liberalizzando le loro economie ad una velocità assurda, in base alle condizionalità legate ai prestiti del Fmi, quali quelle che hanno imposto ai paesi del sud-est asiatico di aprire i loro mercati alle banche, assicurazioni e fabbriche automobilistiche statunitensi. C’è un settore in cui i paesi industrializzati sono vergognosamente protezionisti: la proprietà intellettuale.
Il regime dell’OMC ha rafforzato e internazionalizzato il sistema di brevetti degli Usa, aumentando massicciamente i pagamenti dei diritti d’autore alle multinazionali del nord. Ad esempio, una multinazionale Usa ha brevettato una pianta indiana (depositando un pezzo di carta e nulla più) che è il risultato di centinaia di anni di selezione da parte dei contadini indiani e che fa parte del patrimonio biologico dell’India. Secondo l’OMC ora quelle migliaia di contadini indiani dovrebbero pagare per continuare ad utilizzare la loro pianta. Il risultato è che i paesi in via di sviluppo non potranno mai permettersi di acquistare le nuove tecnologie necessarie a partecipare con successo al sistema del commercio globale. L’OMC pone sanzioni all’Europa, perché si rifiuta di importare carni riempite di ormoni dagli USA. Il fatto stesso di voler difendere i propri cittadini diventa motivo di sanzione.
Ma l’ OMC chi l’ ha votato? Molti non ne conoscono nemmeno l’esistenza. E’ un organismo globale non democratico che decide sulle nostre vite. Ieri l’India, domani il patrimonio alimentare italiano?
Nell’Organizzazione mondiale del Commercio tutti i paesi possono votare in parità di condizioni; solo che non si vota mai. Le risoluzioni si prendono per consenso e a porte chiuse. Così l’OMC sancisce in segreto, impunemente, il sacrificio di centinaia di milioni di piccoli agricoltori di tutto il pianeta. Non tanto in segreto né tanto impunemente però: fino a poco tempo fa nessuno sapeva bene cosa fosse l’OMC, ma le cose sono cambiate da quando cinquantamila disobbedienti hanno occupato le strade della città di Seattle e hanno messo a nudo, davanti all’opinione pubblica, uno dei re della monarchia universale.
Il commercio dovrebbe essere vincolato al rispetto di norme nazionali ed internazionali a tutela del lavoro e dell’ambiente. Ciò costituirebbe una conquista per tutti i paesi che partecipano all’economia internazionale.
Se siete un indigeno dell’Amazzonia e sul terreno che abitate da centinaia d’anni c’è petrolio o qualche miniera importante, cominciate a preoccuparvi. Verranno dei signori che vi proporranno di rinunciare alla vostra identità in cambio di un’abitazione in una periferia degradata di una metropoli. Poi verranno i paramilitari, qualcuno degli abitanti comincerà a sparire. Le ruspe cominceranno ad abbattere gli alberi, a scavare, a sventrare la terra con mille esplosioni. Già, perché nonostante voi siate lì, in mezzo alla Natura, da centinaia di anni, con le vostre regole, il Governo ha un pezzo di carta, a migliaia di chilometri di distanza che dice che il terreno è suo e nemmeno lo sapevate…
E se siete un cittadino occidentale? Cominciate a chiedervi da dove vengono il succo di frutta, il caffè che costa così poco, la benzina, il metallo, l’oro, l’abito firmato confezionato in Cina per 200 lire… Non ci sentiamo colpevoli, ma un po’ complici si. Però nessuno ce l’aveva spiegato. Era tutto lì, nel supermercato e bastava comperarlo…
Verso dove andiamo e quali tappe ci aspettano?
I processi di urbanizzazione, generalizzati in tutto il pianeta, non sempre comprendono i diritti di cittadinanza. Vaste fasce della popolazione vengono escluse e marginalizzate, colpite da uno degli effetti più perversi delle politiche neoliberiste: la divisione tra gli esclusi dai diritti sociali e dal processo democratico.
Questi effetti sono più visibili nelle città, che accolgono movimenti di popolazione derivanti dai disequilibri esistenti tra le zone urbane e quelle rurali. La crescita urbana disordinata costituisce, però, la principale minaccia per l’ambiente. La globalizzazione neoliberista distrugge l’ambiente, la salute e le condizioni di vita dei popoli. L’aria, l’acqua, la terra e anche gli esseri umani sono trasformati in merci.
La vita e la salute devono essere riconosciuti come diritti fondamentali, e le decisioni economiche devono essere subordinate a questo principio.
Domandiamo un sistema di commercio giusto, che garantisca il pieno impiego, la sovranità alimentare, ragioni di scambio eque e benessere locale.
Queste e altre proposte fanno parte delle alternative elaborate dai movimenti sociali di tutto il mondo. Si basano sul principio secondo il quale gli esseri umani e la vita non sono merci; affermiamo inoltre l’impegno per il benessere e i diritti umani di tutte e tutti. Sono principi scaturiti dal Forum Sociale Mondiale che si è svolto a Porto Alegre, capitale dello stato del Rio Grande do Sul in Brasile.
Un esempio di come si possano invertire le tendenze attuali della globalizzazione anche a partire dal livello locale, attraverso processi di partecipazione popolare capaci di rafforzare l’autonomia delle scelte rispetto ad un sistema che non si condivide.
Il Rio Grande do Sul, ma soprattutto Porto Alegre, sono ormai divenuti famosi per la pratica del “bilancio partecipativo”. Si tratta della sperimentazione concreta del coinvolgimento popolare nel processo di definizione dell’utilizzo dei fondi pubblici.
La popolazione, attraverso un complesso meccanismo di consultazione a vari livelli, è in questo modo attivamente coinvolta nella gestione del bilancio della municipalità. Sussistono dei limiti, ovviamente, perché il processo non riesce ad includere, per esempio, le fasce più povere della popolazione. E non bisogna neanche dimenticare che il Rio Grande do Sul è uno stato “ricco” rispetto al resto del Brasile. Da una parte, infatti, questo comporta che le risorse da gestire sono rilevanti e possono dunque dare un’impronta significativa alle politiche della municipalità. Dall’altra, l’oggettiva disponibilità finanziaria consente l’adozione di politiche sociali in grado di creare le precondizioni per l’inclusione di un maggior numero di persone nel processo.
Non vi è dubbio, però, che il metodo (e la determinazione nel volerlo sperimentare) offre un contributo prezioso alla crescita della coscienza collettiva e al rafforzamento della partecipazione democratica ad un livello che va ben oltre i confini della città o dello Stato. La definizione partecipativa del bilancio sta infatti “contagiando” anche altre attività pubbliche e, più in generale, le modalità della politica e della gestione amministrativa.
Una nuova Babele è emersa, e non c’è modo di liberarsene. E’ venuta per restare. Vi convivono cittadini d’eccezione ed esclusi, persone che reclamano privilegi e gruppi che esigono il riconoscimento dei loro diritti. Come farle fronte? Come renderla una forza trasformatrice? In primo luogo, non arrendendosi all’illusione che le forze del mercato sono il principio e la fine dell’umanità, il suo inevitabile destino. L’economia non può restare estranea a controlli sociali e politici.
Non possiamo arrenderci alla logica dominatrice del capitale finanziario. Il movimento frenetico e incontrollato di capitali richiede un freno. Questo sarà possibile solo, tra altri modi, creando una grande convergenza politica e sociale contro l’esclusione e le istituzioni internazionali che la rendono possibile.
Nessuno può sostituire gli esclusi nella lotta per la loro emancipazione. Senza la loro azione autonoma, la loro integrazione nella società e nella politica sarebbe solo una nuova forma di segregazione. La loro azione deve rivendicare attribuzioni considerate positive da altri attori sociali. Definirsi solamente in funzione di ciò di cui sono stati privati è condannarsi all’isolamento. La difesa dei loro diritti è la difesa dei diritti di tutti.
Per dirlo con le parole degli indigeni zapatisti messicani, si tratta di costruire un mondo che contenga altri mondi, sulla base di un asse centrale di azione “Per tutti tutto, per noi niente”.
E’ il tempo dei cittadini di Babele. E’ l’ora dei cittadini globalizzati.
Siamo contro la globalizzazione che distrugge, quella ingiusta. Siamo per una globalizzazione dei diritti e delle opportunità.
Caorle Social Forum
“Un mondo migliore è possibile…”




Rispondi Citando
che, tra l'altro, non tiene in minimo conto il fatto che il neoliberismo è molto più "avanti" del multirazziale, ergo sarebbe molto più difficile da cambiare
