Peggio del previsto
2 agosto 2002
di Federico Geremicca
ALL’atto dell’insediamento dell’esecutivo di Silvio Berlusconi molti avevano sperato che il passaggio da forza di opposizione a partito di governo contribuisse a risolvere quello che era considerato il maggior problema di Forza Italia e dello stesso premier: e cioè, il contrastatissimo rapporto con la magistratura. Incidenti di percorso più o meno gravi, improvvise aperture di credito e poi nuovi durissimi scontri avevano dimostrato, nei mesi scorsi, come il tragitto verso l’auspicata «pacificazione» fosse tuttaltro che semplice e privo di ostacoli. La speranza, però, non era svanita.
A spegnerla quasi del tutto ci ha pensato, invece, la giornata di ieri: una giornata in cui prove di forza e dilettantismi hanno prodotto risultati di fronte ai quali è ora purtroppo lecito attendersi persino momenti peggiori di quelli fin qui vissuti. Della legge Cirami e dei «legittimi sospetti» che l’hanno accompagnata si è già detto tutto. Ad approvazione avvenuta - e dopo i durissimi scontri che l’hanno segnata - se la maggioranza provasse a tirare un bilancio dovrebbe riconoscere che le cose stanno così: a fronte del varo di una norma che sarà utilizzata da pochissimi cittadini e da qualche «imputato eccellente», si ritrova un’opposizione intenzionata a paralizzare l’attività parlamentare, con grave danno per l’azione di governo, un presidente del Senato contestato sul piano personale ed istituzionale e un vice presidente del Csm espressione dell’opposizione piuttosto che della maggioranza di governo.
Proprio l’elezione di Virginio Rognoni, avvenuta poche ore prima del varo della legge Cirani, è l’avvenimento che testimonia l’ulteriore deterioramento dei rapporti tra magistratura e maggioranza. Per il candidato dell’opposizione, infatti, hanno votato tutti i togati del Csm: compresi giudici provenienti da correnti moderate e molto lontani dalle posizioni delle «toghe rosse». E’ il frutto dell’oltranzismo dei «falchi» di Forza Italia e della Lega, che hanno prima silurato la candidatura centrista suggerita dal presidente Casini e poi messo in pista il presidente del consiglio forense, che è come chiedere a delle galline di nominare una volpe a guardia del pollaio.
E’ finita 21 a 5. E la maggioranza farebbe bene a chiedersi perché. Una risposta all’annunciata approvazione della legge Cirami, che getta i giudici in balia di «legittimi sospetti»? Possibile. Il risultato di un cumulo di errori e di dilettantismo? Probabile. Un voto contro il governo, come ha inopportunamente commentato il ministro Castelli? Non è da escludere. Ma se anche fosse, da un tale voto vanno tratti spunti di riflessione e magari autocritiche. Non motivi per gettare nuova benzina su un fuoco che arde già benissimo da sé.




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