Se non è un regime
ROSSANA ROSSANDA
Se fosse un regime dovremmo prendere le armi, ma siccome non le prendiamo non è un regime. Fra i detti di Massimo D'Alema, questo resterà come il suo sillogismo scolasticamente più perfetto. In parole povere, lui il regime non lo vede, e quindi non c'è. Ma non è molto simile a un regime quello nel quale un parlamento non conta nulla? Se non è chiuso è silenziato, dal momento che nulla viene deciso in quella sede che non lo sia già stato nella Casa della libertà e nella Casa delle libertà nulla che non sia già stato deciso dal governo. E quel che è stato deciso viene portato alle camere come a un fastidioso rituale cui dare il minimo tempo e attenzione possibile (Berlusconi già non ci mette piede). Vien da pensare che a chiudere il parlamento si risparmierebbero tempo e soldi, e sarebbe almeno chiaro che non siamo più in presenza di una dialettica democratica neppur formale. Il che, se non è un regime, ci somiglia molto.

Non soltanto per quel che sta avvenendo in questi giorni, quando si fa una legge su misura per l'avvocato Previti e anche per il premier - tutti e due hanno dichiarato urbi et orbi che la procura di Milano è un covo di toghe rosse - e la si chiama sul legittimo sospetto, quando il legittimo sospetto è che appunto questo governo cuce e scuce la procedura a seconda degli interessi dei suoi componenti. Lo fanno pensare anche le cifre enunciate con candore dal presidente Casini: la Camera ha votato in dodici mesi 63 decreti leggi, 5 leggi contenenti deleghe, in totale 41 deleghe - nel complesso il 47 per cento dell'attività legislativa. Ora al tempo della famigerata prima repubblica fummo educati a pensare che il decreto legge si fa in caso di alluvione o calamità naturale, mentre la delega è rara e se mai segue un vasto dibattito sulle linee ispiratrici di una misura sulla quale il governo poi prepara un articolato. Insomma la delega presuppone piuttosto una maggioranza parlamentare più vasta di quella del governo, cui è delegata una funzione soprattutto esecutiva. Adesso no. Siccome la Casa della libertà ha una maggioranza di ferro, la delega viene usata per togliere alle minoranze - cui la legge elettorale ha già tolto gran parte dei voti che gli italiani le avevano dato - anche la possibilità di contestare realmente o di emendare. I casi del lavoro e della scuola sono tipici: siccome metà del paese e la maggior parte degli interessati, lavoratori, insegnanti e studenti, non sono d'accordo avanti con la delega e non se ne parli più.

Per quanti difetti abbia il sistema rappresentativo, questi non li avrebbe se funzionasse una divisione dei poteri determinata a una difesa effettiva della Costituzione, a cominciare dal potere di rifiuto della firma sulle leggi del governo che spetta al presidente della repubblica. Ma questi non ne fa uso, neppure sul conflitto di interessi, e il solo messaggio che ha inviato alle Camere in questi calamitosi frangenti è stato così diligentemente vago che queste non si sono nemmeno prese il disturbo di discuterlo. Tolta la Cgil, presa di mira dal governo e dai nuovi sparatori e allestitori di aggeggi esplosivi, e eccezion fatta per i girotondi, nessuno si leva nel paese per dire: ma qui che sta succedendo? C'è un manifesto accordo tra i poteri e una sorta di assuefazione alla prepotenza del vincente, che alla Democrazia cristiana non era mai stata concessa e che del resto essa non si sarebbe presa. De Gasperi non era Berlusconi, e non solo per la figura morale, ma per la cultura delle regole prime. Va da sé che Togliatti non era D'Alema, Nenni non era De Michelis, Ugo La Malfa non era Giorgio.

E' uno spettacolo del quale ride tutto il mondo fuorché noi. E un centrosinistra che avendo voluto ardentemente quella legge elettorale che gli ha tolto persino il potere di essere una considerevole minoranza, è becco e bastonato come nelle pulcinellate di una volta.