In un quadro il sogno di Berchidda

Sintetizzare quanto è accaduto a Berchidda durante i quattro giorni dedicati dal Festival Time in Jazz alle arti visive è impresa ardua se non impossibile, visti i mille fili che si sono intrecciati e i cortocircuiti che si sono creati tra arte, musica, artisti, musicisti e le migliaia di spettatori presenti. Era inevitabile del resto, non foss’altro perché questa XV edizione nasceva, appunto, “sotto il segno dell’arte” con l’impegnativo titolo Quadri di un’esposizione, omaggio a Musorgskij e, contemporaneamente, enfatizzazione dell’aspetto sempre più contaminativo della rassegna.
Delle circa dieci mostre che il cartellone offriva, alcune ancora visibili (Semida, Taghelmoust, Nuove acquisizioni e Collezione permanente) va detto che non di tutte è necessario dar conto tanta è la quantità di eventi musicali e artistici, per forza di cose non sempre all’altezza delle aspettative. Eppure è questo il dato qualificante dell’offerta culturale del ferragosto berchidese che spesso vive nel segno della più totale anarchia o, almeno, così appare; che spaventa alcuni ma che attrae molti e che ne fa, per questo taglio rapsodico e avvolgente, un unicum nel panorama nazionale. In tale contesto la parte artistica può essere raccontata, appunto, come “quadri di un’esposizione”, in una dimensione onirica, perché Berchidda, in fondo, è un lungo sogno in una notte di mezza estate.
Chi si è inoltrato, per esempio, nei suggestivi spazi dei cortili di casa Sanna-Meloni è entrato nella dimensione magica di un sogno esotico imbattendosi in un angolo d’Africa. Tra palmeti, rampicanti e architetture archivoltate in disuso, in un’atmosfera da caravanserraglio, lo sculture Umberto Mariani ha realizzato quattro monumentali sculture dedicate al taghelmoust, caratteristico copricapo color indaco dei touaregh. Cariche di significati simbolici dalle forti valenze totemiche, le opere hanno superato le loro pur notevoli qualità estetiche quando nello spazio scenico hanno fatto irruzione i Farafina, un gruppo di musicisti del Burkina Faso, che con le loro polifonie e poliritmie hanno fatto rivivere la tribalità solare dell’anima nera africana.
Ma il sogno è anche memoria, per quanto trasfigurata. E all’edizione dell’anno passato si rivolgevano le foto digitalizzate di Paolo Soriani: otto scatti per un ritmo di 7/8. In sette scatti l’artista ha ritratto una Berchidda dalle rare o nulle presenze umane, quasi metafisica nei suoi silenzi e nei suoi spazi. Il festival, i suoi suoni e il suo caos, venivano evocati solo nei titoli delle foto mentre nell’ottavo scatto il fantasmagorico barnum di Time in Jazz si rifletteva, nell’efficace allestimento curato da Paolo Zilli, nello specchio d’acqua di una vecchia vasca per il lavaggio del sughero, a sottolineare, forse involontariamente, l’autoreferenzialità del festival rispetto al contesto e alla tranquilla “normalità” della vita berchiddese.
Talvolta il sogno può trasformarsi in incubo. Così è successo nell’installazione Nolimetangere di Pietrolio, all’interno della bella mostra “Operambigua” curata da Mariolina Cosseddu e significativo spaccato della giovane arte isolana. Con un audace slittamento semantico l’artista ha trasformato l’“innocua” favola di Pinocchio nella zona d’ombra della coscienza e delle sue perversioni. La stessa atmosfera claustrofobica che si respirava anche nelle opere di Salis & Vitangeli con immagini manipolate allo stesso modo in cui si manipola la vita, case ingabbiate e gabbie mentali di un futuro prossimo e incerto al quale alludevano più o meno tutti gli artisti presenti, Pastorello, Giulia Sale, Leonardo Boscani, Gianni Nieddu, Greta Frau e Gavino Ganau, tutti con opere qualitativamente alte.
Sogni abortiti o, quantomeno, opere inutili invece quelle del duo Pistoletto-Cucchi e del celebrato, non si sa perché, Alessandro Bazan, rispettivamente con le loro irrisolte Progetto arte e Vento talebano. Tuttavia nella mostra curata da Marco Senaldi, oltre a un sempre cinico Kirchhhoff, spiccavano per carica poetica l’opera di Maggie Cardelùs, una gigantografia maniacalmente ritagliata per sottrarre immagine e memoria e quelle dell’ottimo Alex Pinna intrise di humour nero. Assieme agli altri artisti è stato autore delle scenografie che facevano da sfondo ai concerti. Con le sue figure filiformi ha dato concretezza a un sogno in cui il dramma esistenziale di un Giacometti post-moderno si stempera contaminadosi con un immaginario collettivo legato al mondo dell’infanzia e del fumetto, ma non per questo meno inquietante.
Nella dimensione onirica di Berchidda è capitato anche di vedere Paolo Fresu volare. Con una buona dose di autoironia è planato sul pubblico, ancora impressionato dalle funeree macchine sceniche contro la guerra dell’installazione di “Théâtre en Vol”, atterrando infine sul palco e dando il via ai Farafina e ai loro ritmi di festa. Si dice che i sogni finiscono all’alba e all’alba del 16 agosto si è chiuso Time in Jazz e si è tornati alla realtà con i suoi problemi e i suoi interrogativi. Uno soprattutto: la rassegna saprà capitalizzare la credibilità che anno dopo anno sta acquisendo anche in campo artistico magari investendo maggiormente in strutture, organizzazione e sostegni concreti al PAV (Progetto Arti Visive) o deciderà di tornare a essere solo ed esclusivamente un ottimo festival jazz, uno dei tanti, rinunciando a quell’ottica trasversale, aperta e contaminativa che in questi ultimi anni l’ha resa unica?

Ivo Serafino Fenu