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  1. #1
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito 12 Settembre, per non dimenticare

    Venticinque anni fa veniva assassinato in carcere il leader della lotta contro l'apartheid in Sudafrica Steven Biko, grido di libertà

    Chi visita il Sudafrica oggi non può non notare una scritta ricorrente sui muri delle università e dei locali pubblici delle maggiori città del paese: «12/9/77 murdered: your spirit lives on». È dedicata a Biko, una delle coscienze politiche e culturali più illuminate della lotta contro l'apartheid, ancor oggi molto amata dai giovani. 12 settembre 1977, venticinque anni fa. In quel giorno Steven Biko viene assassinato in carcere a colpi di sbarra sul cranio. Ha trent'anni e la sua unica colpa è quella di battersi per la fine dell'apartheid. Sette anni prima ha fondato Consapevolezza Nera (Black Consciusness), un'organizzazione antirazzista articolata in tre organizzazioni: un movimento politico (Black Peoples' Convention), una centrale sindacale (Black Allied Workers' Union) e una lega studentesca (South African Students' Organisation). Studente in medicina ed ex giocatore di rugby al momento della sua uccisione è considerato uno dei leader carismatici della lotta all'apartheid. La sua organizzazione è l'espressione di una generazione di giovani neri capaci, attraverso ideali nuovi e motivazioni profonde, di ridare impulso a quella lotta antirazzista e antisegregazionista che aveva subito colpi durissimi dopo la messa fuori legge dell'Anc (African National Congress) nel 1960, l'arresto nel 1962 e la condanna all'ergastolo nel 1964 di Nelson Mandela. Fa paura perché, a differenza della miriade di gruppuscoli che ripropongono, spesso con la benevola condiscendenza delle autorità bianche, una sorta di separatismo folcloristico basato sul sogno di una terra ideale da cercare altrove, le sue idee attingono alla carica rivoluzionaria del "qui e ora" di Malcolm X e delle Black Panthers. La sua azione si sviluppa su piani: da una parte punta a formare una "coscienza nera" in grado di ridare popolo nero del Sudafrica la dignità, la fiducia, la fierezza della propria civiltà e dall'altra chiede alla diaspora afro-americana di mobilitarsi a favore di sanzioni economiche capaci di sgretolare il regime razzista di Botha. Biko fa davvero paura perché è determinato e non si alimenta di illusioni: «Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare». Per questo viene ucciso, ma la sua morte non ferma l'azione dei movimenti antiapartheid e anche i suoi funerali diventano l'occasione per una grande manifestazione di massa e di sfida al regime segregazionista. Tutto questo accadeva venticinque anni fa, nel secolo scorso, un'eternità vista con gli occhi di un nuovo Sudafrica finalmente affrancato dalla cappa razzista. Tra coloro i quali oggi commemorano il venticinquesimo della sua scomparsa non ci sarà il suo grande amico bianco Donald Woods, il giornalista sudafricano che ha fatto conoscere al mondo la storia di Biko. È morto l'anno scorso a 67 anni in una clinica londinese consumato da un tumore nel quasi totale silenzio dei media. Alla sua amicizia con Biko e alla comune lotta di due persone apparentemente diverse ma unite dalla stessa determinazione Richard Attemborough ha dedicato il film "Grido di libertà" (Cry Freedom). A venticinque anni dalla sua morte ci resta la consapevolezza che il sacrificio di Biko non è stato vano. Oggi, nel Sudafrica di Nelson Mandela, sono venuti a galla tutti i retroscena dell'aggressione. Si conoscono perfino i nomi dei responsabili della sua uccisione, tutti bianchi, incensurati e al servizio di un ordine razzista. Non hanno chiesto scusa, non sono dispiaciuti di quello che hanno fatto, ma hanno presentato una regolare domanda alla Commissione per la Riconciliazione per poter godere dell'amnistia. Nelson Mandela ha ribadito più volte che il nuovo Sudafrica non cerca vendette, ma dignità e diritto alla vita e all'autodeterminazione per il suo popolo. Biko sarebbe d'accordo con lui, anche perché i debiti di un pugno di assassini non sono niente in confronto a quelli della società che li ha prodotti: «La società dei bianchi ha un debito così enorme verso i neri che nessuno dei suoi appartenenti può attendersi di sfuggire alla condanna generale che obbligatoriamente sarà pronunciata dal mondo nero», pur non dimenticando mai di aggiungere «Se mai sarà possibile, vogliamo che la rivoluzione sia pacifica e conciliante». Molti sono stati gli artisti che hanno dedicato le loro opere a Steve Biko e alla sua lotta. La più conosciuta è, senza ombra di dubbio la canzone scritta nel 1980 da Peter Gabriel, intitolata "Biko" e destinata a diventare nel 1989 il tema della colonna sonora del film "Grido di libertà" di Richard Attenborungh. Solo gli appassionati, invece, si ricorderanno che in un'edizione del Festival di Sanremo di qualche anno fa, Bruce Springsteen dedicò al martire sudafricano la versione acustica della sua canzone "The gost of Tom Joad".

  2. #2
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    Venticinque anni fa veniva assassinato in carcere il leader della lotta contro l'apartheid in Sudafrica Steven Biko, grido di libertà

    Chi visita il Sudafrica oggi non può non notare una scritta ricorrente sui muri delle università e dei locali pubblici delle maggiori città del paese: «12/9/77 murdered: your spirit lives on». È dedicata a Biko, una delle coscienze politiche e culturali più illuminate della lotta contro l'apartheid, ancor oggi molto amata dai giovani. 12 settembre 1977, venticinque anni fa. In quel giorno Steven Biko viene assassinato in carcere a colpi di sbarra sul cranio. Ha trent'anni e la sua unica colpa è quella di battersi per la fine dell'apartheid. Sette anni prima ha fondato Consapevolezza Nera (Black Consciusness), un'organizzazione antirazzista articolata in tre organizzazioni: un movimento politico (Black Peoples' Convention), una centrale sindacale (Black Allied Workers' Union) e una lega studentesca (South African Students' Organisation). Studente in medicina ed ex giocatore di rugby al momento della sua uccisione è considerato uno dei leader carismatici della lotta all'apartheid. La sua organizzazione è l'espressione di una generazione di giovani neri capaci, attraverso ideali nuovi e motivazioni profonde, di ridare impulso a quella lotta antirazzista e antisegregazionista che aveva subito colpi durissimi dopo la messa fuori legge dell'Anc (African National Congress) nel 1960, l'arresto nel 1962 e la condanna all'ergastolo nel 1964 di Nelson Mandela. Fa paura perché, a differenza della miriade di gruppuscoli che ripropongono, spesso con la benevola condiscendenza delle autorità bianche, una sorta di separatismo folcloristico basato sul sogno di una terra ideale da cercare altrove, le sue idee attingono alla carica rivoluzionaria del "qui e ora" di Malcolm X e delle Black Panthers. La sua azione si sviluppa su piani: da una parte punta a formare una "coscienza nera" in grado di ridare popolo nero del Sudafrica la dignità, la fiducia, la fierezza della propria civiltà e dall'altra chiede alla diaspora afro-americana di mobilitarsi a favore di sanzioni economiche capaci di sgretolare il regime razzista di Botha. Biko fa davvero paura perché è determinato e non si alimenta di illusioni: «Il giorno che mi prenderanno, mi ammazzeranno, perché io o li picchierò o mi farò picchiare fino a farmi ammazzare». Per questo viene ucciso, ma la sua morte non ferma l'azione dei movimenti antiapartheid e anche i suoi funerali diventano l'occasione per una grande manifestazione di massa e di sfida al regime segregazionista. Tutto questo accadeva venticinque anni fa, nel secolo scorso, un'eternità vista con gli occhi di un nuovo Sudafrica finalmente affrancato dalla cappa razzista. Tra coloro i quali oggi commemorano il venticinquesimo della sua scomparsa non ci sarà il suo grande amico bianco Donald Woods, il giornalista sudafricano che ha fatto conoscere al mondo la storia di Biko. È morto l'anno scorso a 67 anni in una clinica londinese consumato da un tumore nel quasi totale silenzio dei media. Alla sua amicizia con Biko e alla comune lotta di due persone apparentemente diverse ma unite dalla stessa determinazione Richard Attemborough ha dedicato il film "Grido di libertà" (Cry Freedom). A venticinque anni dalla sua morte ci resta la consapevolezza che il sacrificio di Biko non è stato vano. Oggi, nel Sudafrica di Nelson Mandela, sono venuti a galla tutti i retroscena dell'aggressione. Si conoscono perfino i nomi dei responsabili della sua uccisione, tutti bianchi, incensurati e al servizio di un ordine razzista. Non hanno chiesto scusa, non sono dispiaciuti di quello che hanno fatto, ma hanno presentato una regolare domanda alla Commissione per la Riconciliazione per poter godere dell'amnistia. Nelson Mandela ha ribadito più volte che il nuovo Sudafrica non cerca vendette, ma dignità e diritto alla vita e all'autodeterminazione per il suo popolo. Biko sarebbe d'accordo con lui, anche perché i debiti di un pugno di assassini non sono niente in confronto a quelli della società che li ha prodotti: «La società dei bianchi ha un debito così enorme verso i neri che nessuno dei suoi appartenenti può attendersi di sfuggire alla condanna generale che obbligatoriamente sarà pronunciata dal mondo nero», pur non dimenticando mai di aggiungere «Se mai sarà possibile, vogliamo che la rivoluzione sia pacifica e conciliante». Molti sono stati gli artisti che hanno dedicato le loro opere a Steve Biko e alla sua lotta. La più conosciuta è, senza ombra di dubbio la canzone scritta nel 1980 da Peter Gabriel, intitolata "Biko" e destinata a diventare nel 1989 il tema della colonna sonora del film "Grido di libertà" di Richard Attenborungh. Solo gli appassionati, invece, si ricorderanno che in un'edizione del Festival di Sanremo di qualche anno fa, Bruce Springsteen dedicò al martire sudafricano la versione acustica della sua canzone "The gost of Tom Joad".

 

 

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