Studiosi del mondo arabo a confronto in un convegno svoltosi ieri a Roma
L'Islam inventato
Tonino Bucci
Scenari di guerra e vecchi schemi propagandistici ricalcati sulla contrapposizione tra civiltà e barbarie, sembrano ormai dominare qualunque dibattito sulle categorie di Islam e Occidente. Un serio tentativo di approfondimento della questione è stato invece fornito dal convegno "Il dialogo tra le varie culture: una sfida naufragata? ", organizzato ieri mattina a Roma dal Comune capitolino e dall'associazione degli enti culturali europei presenti nella capitale.
Il primo luogo comune da sfatare riguarda la presunta estraneità dell'Islam rispetto all'Occidente. Nella sola Europa la comunità musulmana conta una popolazione tra i dieci e i quindici milioni di persone, con la conseguenza che le loro forme di vita, cultura e religione costituiscono un dato di fatto "interno". «La difficoltà di vivere all'estero - ha affermato Sergio Romano, introducendo i lavori, subito dopo l'assessore alla cultura Gianni Borgna - ha favorito nella comunità musulmana un rafforzamento della propria identità religiosa, al punto da provocare, per reazione, un ritorno alla religiosità anche nella cultura occidentale. Mai come ora c'è una ripresa dei motivi della cristianità, tanto che l'Europa vorrebbe addirittura scriverla sulla propria Costituzione». La coesistenza tra le due culture - è il senso del ragionamento di Sergio Romano - è possibile a due condizioni: «che la febbre religiosa scenda e che si creino interessi comuni così forti da poter stabilire un patto collettivo».
Lo schema Occidente-Islam rinvia, a sua volta, alle categorie storiche con cui è costruito, elaborato e diffuso nell'immaginario sociale. «Preferisco dire "Europa" - precisa Muhamed Arkoun, docente di filologia e letteratura araba all'Università della Sorbonne di Parigi e direttore della rivista «Arabica» - in riferimento al nuovo spazio di cittadinanza che si sta costituendo con l'Ue. L'Occidente, per essere rigorosi, è invece lo spazio geostorico di tutti i popoli del Mediterraneo». Quali sono i processi che hanno reso estranee due culture che hanno condiviso per lunghi tratti storici spazi materiali e ideali in comune? «Nello stessa cultura islamica - spiega Arkoun - c'è stato un distacco, una rimozione dell'Occidente, inteso come spazio comune. C'è stata una rottura del suo stesso pensiero. E' stato messo da parte tutto il periodo che va dal VII al XIII secolo. Così si è persa, ad esempio, l'intera problematica religiosa di Averroè». Né la storia del Novecento ha favorito il riavvicinamento tra paesi arabi ed ex potenze coloniali. Con la decolonizzazione i dominatori d'un tempo si sono «semplicemente ritirati. Il risultato è che abbiamo, l'uno dell'altro, rappresentazioni fantasmatiche». Per recuperare una conoscenza reale dell'Altro occorre «una cultura del pensiero critico moderno che ci metta sullo stesso livello. Smettiamola di riattizzare la teoria di Sant'Agostino della "guerra giusta" che traduce perfettamente il termine arabo di jihad. Il linguaggio religioso va sovvertito con gli strumenti della ragione, che però non può essere quella illuministica, cieca e militante di fronte al fatto religioso».
Un altro equivoco è dietro l'angolo quando si identifica il fondamentalismo con la cultura islamica. «Il fondamentalismo è anticulturale in tutte le religioni - esordisce invece Olivier Roy, direttore del Centro nazionale della ricerca scientifica di Parigi, esperto del mondo islamico, arabo e persiano - poiché pretende di risalire alle origini. Considera tutto ciò che è prodotto della storia, del pensiero e della filosofia come perverso». Si crea in questo modo un'opposizione tra bene e male, tra l'origine e la cultura stessa, frutto del tempo. «L'immigrazione massiccia all'estero - spiega ancora Roy - è un'altra causa che ha contribuito all'impoverimento culturale, allo sradicamento. Il fondamentalismo è il risultato di questa deculturalizzazione». Del resto, un fenomeno analogo è visibile anche «nel Cristianesimo, sottoposto al medesimo scollamento tra religione e cultura. La religiosità prevale sulla religione, c'è disinteresse nei confronti dell'intellettualismo e della teologia». Negazione della storia, sradicamento, estraneità al passato: sono questi gli elementi che favoriscono il passaggio al fondamentalismo, il ripiegamento identitario, l'invenzione di una comunità immaginaria retta da valori originari. «Il ritorno all'origine» è un'aspirazione che conquista anche «i giovani arabi che vivono in Francia, nei quartieri difficili». E' proprio questo «Islam deterritorializzato», sradicato dai paesi d'origine, che si riproduce in forma dogmatica. In questo senso, il fondamentalismo è un prodotto della globalizzazione, di un meccanismo che distrugge e sradica le culture. Se si tiene fermo questo punto, allora si comprende come il fenomeno del terrorismo di Bin Laden non abbia nulla a che fare con la guerra religiosa. Piuttosto, è espressione di un Islam sradicato e periferico, alimentato dall'adesione di arabi giovani che «hanno riscoperto l'islamismo in Occidente, in versione fondamentalista. Gli uomini di Bin Laden si battono in Europa, in America, nella periferia del mondo arabo. Ed è attraverso questa scelta che esprimono uno spirito di rivolta, fino a qualche decennio fa incarnato dall'estrema sinistra. Non si tratta di arabi che abbandonano il Medioriente per fare la Jihad agli occidentali. Non è un'importazione in Occidente del conflitto palestinese».
Anche Jacques Sojcher, docente di estetica e filosofia all'Università di Bruxelles, attribuisce alla perdita di memoria e al revisionismo storico, la crisi della cultura, «lo smarrimento del nostro rapporto con l'universale». E' proprio l'impoverimento delle categorie culturali, la debolezza a comprendere le differenze, che provoca il «ripiegamento identitario» e la «xenofobia». Un pericolo dal quale l'Occidente non è immune. Anzi, rischia di fomentarlo, avverte Susan Bassnett, studiosa di cultura e letteratura britannica: «Dobbiamo rivedere la convinzione che esista un unico modello valido per tutti ed esportabile ovunque. Il mondo anglosassone si chiude sempre più rispetto alle altre culture. Il primato dell'inglese, ad esempio, fa sì che si studino sempre meno le altre lingue».
Liberazione 19 settembre 2002
http://www.liberazione.it


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