[QUOTE]Originally posted by enrique lister
[B]- non credo che la globalizzazione abbia un effetto di "sradicamento".
Come no? Lo stesso fenomeno immigratorio rappresenta una conseguenza dello sradicamento. E gli industriali del nord hanno bel gioco a chiedere manodopera extracomunitaria, che declassa le competenze acquisite. Inoltre è chiaro che le prime vittime dell'immigrazione sono gli immigrati, costretti ad "adattarsi" alla cultura che li accoglie, con conseguente perdita identitaria. Il radicamento permette alla persona di sentirsi membro attivo nel territorio, di agire differentemente a seconda dell'ambiente.
E di glocalismo parlano da tempo le stesse multinazionali. In definitiva il glocalismo è la globalizzazione stessa: produzione globale di prodotti culturali e materiali (Coca-cola, soap operas, film, mc'donald's.....) e consumo localizzato socialmente e culturalmente. Con buona pace di tutte le teorie dell'imperialismo culturale,d a destra a sinistra, che nella globalizzazione vedono la scomparsa delle differenze, l'omologazione....
Bé... io non intendevo questo. Parlo di glocalismo come recupero del locale in un contesto di comunicazione globale. Non la multinazionale che stritola la cooperazione e il rapporto con l'ambiente.
-il mio riferimento allo squatter sta nella sua "liberazione" assolutamente individuale e non ideologica. La costruzione di gruppi sociali metropolitani non integrati e non ideologizzati, che riescono a costruire una sfera sociale completamente diversa.
Se intendi la cultura dello Squat, ovvero l'utilizzo creativo di risorse abbandonate o pubbliche, mi trovi perfettamente d'accordo. Le migliori idee di azione sul territorio sono nate in Squat, oppure in aziende dismesse e concesse ad associazioni o gruppi da imprenditori illuminati.
-De Certau e Fiske proveniendo dall'ambito dei Cultural Studies sono quelli che hanno ripreso il "consumo produttivo" di Marx. l'ipotesi di fondo è che qualsiasi testo (sia esso un film oppure anche uno spazio fisico) riflette al proprio interno la logica che l'ha prodotto (Eco parla di "isotopia"). Quindi il testo produce anche i propri consumatori, cioé tutti coloro che si trovano d'accordo con questa logica.
E' improbabile infatti che film particolari (per. es tutti i recenti polpettoni hollywoodiani catastrofisti) siano destinati ad un pubblico antiamericano. All'interno del film infatti viene proiettata una logica determinata per determinati spettatori.
Il "consumo produttivo" consiste proprio nel rivoltare questa logica e consumare testi provenienti dall'ideologia dominante (la frase non è proprio corretta ma è x capirsi) attivamente.
De Certau fa l'esempio dei ragazzi che passano la giornata nei centri commerciali. Un centro commerciale è uno spazio fisico ma anche culturale organizzato e dotato di senso: risponde ad un'ideologia particolare (quella del consumo e quindi del reinvestimento del capitale) e prevede che tutti i suoi frequentatori (= lettori) adottino quei percorsi e modalità di consumo che sono inscritti nella sua stessa isotopia. Tuttavia tutti quei ragazzi che passano la loro giornata nei centri, senza spendere, dando vita a pratiche sociali che non sono iscritte in quel testo (per es. parlare,s cherzare, fare casino, rimorchiare una ragazza....) rifiutano l'ideologia dello spazio che pure consumano e fruiscono questo spazio in modo proprio, alternativo, non codificato a priori e soprattutto non rispondente ad alcuna logica produttiva.
Addirittura Fiske parla di "cultura popolare" per intendere queste pratiche.
Interessante. Ho delle perplessità, ma sicuramente m'interesserò alla cosa. Grazie.
-in breve: allora tutti questi fenomeni (la controinformazione, l'occupazione e autogestione degli spazi, il consumo produttivo, il commercio equo e solidale....) diventano secondo me l'unica strada percorribile, alla faccia dei rivoluzionari duri e puri che, oltre ad essere inutili, sono pure parecchio rompiballe....
Perché no, a patto di sovvertire l'uso corrente in un'ottica spettacolare. Magari tornando al vecchio situazionismo.
-tra l'altro è proprio il capitalismo che offre la via d'uscita, che è al tempo stesso una nuova via d'entrata. Cos'è + utile: 300.000 persone che protestano a Genova contro il liberismo oppure una sola persona che compra alle botteghe del commercio equo e solidale? Si dovrebbe cercare di rendere l'ambientalismo, la sensiblità ecologica, la solidarietà sociale....un business, renderlo cioé appetibile per le grandi aziende.
Credo sia difficile. Non credo nello sviluppo sostenibile. Ci aspetta un ridimensionamento dei consumi, con utilizzo di nuove forme di azione sociale. Un po' come all'inizio del 900.
Quando la P&G si dovesse accorgere che nessuno compra più i suoi cosmetici perché sono testati sugli animali, probabilmente cambierà strada.
PS: se ti capita dai un'occihata alla sezione "Ambientalismo e animalismo". Lì ho postato una lista di prodotti cosmetici e d'igiene eprsonale e della casa che non vengono testati sugli animali.
Questo è un invito importante, che non dovrei seguire solo io, ma tutti coloro che credono nell'etica della responsabilità.
Ciao.




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