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Discussione: Mazzini e Garibaldi

  1. #81
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    GARIBALDI LE IMMAGINI DEL MITO NELLA COLLEZIONE TRONCA BRESCIA, MUSEO DI SANTA GIULIA, DAL 4 MAGGIO ALL’8 LUGLIO

    Brescia, 2 maggio 2007 - Dal 4 maggio all’8 luglio 2007, la Fondazione Brescia Musei propone, a Santa Giulia, un’ampia sequenza di opere e testimonianze garibaldine tratte dalla Collezione Tronca, sino ad oggi mai esposta al pubblico. Il primo contatto con un cimelio garibaldino segna, per il dottor Francesco Paolo Tronca, l’avvio di una passione che lo ha portato a raccogliere oltre 500 testimonianze di un Eroe e un’epopea che divennero mito in Italia, ma anche in molti altri Paesi. “Trent´anni addietro - ricorda il dottor Tronca, oggi Prefetto di Brescia - ebbi occasione di apprezzare, al tatto, il calore proveniente dal manico in osso di un singolare coltello e tale era più che un vero e proprio pugnale, sia pure di foggia e materiali pregevoli. Era la «lama da combattimento» del Capitano dei Garibaldini Gaetano Criscione, lasciata in eredità, unitamente al cannocchiale, al nipote, peraltro figlioccio di battesimo: mio nonno. L´emozione provata era diversa da quella che avvertivo da bambino quando ascoltavo da mio nonno, nella sua casa di Palermo, i racconti dell’entrata dei Mille nella «capitale» ed i ricordi tramandati a lui dallo zio Capitano e dai genitori, testimoni diretti di quella lontana giornata del 27 giugno 1860. Per me questi non erano più vecchi cimeli di famiglia bensì testimonianze vive, immediate, della lotta per l´Unità d´Italia”. Nacque così la Collezione Tronca, oggi una delle più ricche non tanto e solo di cimeli garibaldini quanto di quelli che oggi potremmo chiamare esemplari di una produzione vastissima che si sviluppò in Italia ma anche in numerosi altri Paesi europei. Garibaldi fu, probabilmente, il primo personaggio storico italiano a far innamorare di sé, trasversalmente, tante nazioni in tutta Europa. L´italia e l´Europa dell’Ottocento sembravano impazzite per un personaggio tanto carismatico e affascinante. Così in ogni casa italiana, in molte case inglesi, francesi e di altre nazioni, veniva custodito, quasi venerato, qualcosa che lo riproduceva, dal ritratto in divisa da generale piemontese nelle famiglie nobili di fede monarchica, all´incisione acquerellata in camicia rossa in quelle delle famiglie repubblicane meno abbienti, dai piatti alle pipe, dai ricami ai busti. E sono proprio queste espressioni iconografiche create per coloro che volevano avere accanto un´immagine del Generale, che Francesco Paolo Tronca ha scovato e raccolto per questa sua preziosa e curiosa Collezione. .

    tratto da http://www.marketpress.info/

  2. #82
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    Giuseppe Garibaldi 'a processo' il 10 agosto

    SAN MAURO PASCOLI - Per il settimo anno consecutivo San Mauro Pascoli celebra il Processo a un tema o un personaggio della nostra storia. Alla sbarra questa volta ci sarà un nome di primo piano della nostra storia patria: Giuseppe Garibaldi.

    L’appuntamento è per venerdì 10 agosto (data canonica dell’evento, giorno in cui fu ucciso il padre di Pascoli) alle 21,00 a Villa Torlonia (La Torre) a San Mauro Pascoli (ingresso libero). Titolo della serata: “Processo Garibaldi: eroe o avventuriero?”. Di scena una pubblica accusa e una difesa, entrambe composte da storici, per la prima volta due donne. Il verdetto sarà emesso da una giuria di sette personalità. Questi i protagonisti: l’accusa sarà tenuta da Angela Pellicciari; la difesa da un’altra storica, Lucy Riall. Interverranno anche due testimoni: Ernesto Galli della Loggia e Roberto Balzani.

    Presidente del Tribunale sarà Gianfranco Miro Gori, cancelliere che scriverà il verdetto in camera di consiglio Antonio Carioti (giornalista del Corriere della Sera). La giuria che emetterà il verdetto sarà presieduta da Werther Colonna (Presidente Giuria), Elisabetta Boninsegna (La Voce di Romagna), Paolo Guiducci (Il Ponte), Ermanno Pasolini (Il Resto del Carlino), Cristiano Ricciputi (Corriere Cesenate), Claudia Rocchi (Corriere Romagna), Giovanni Luisè (Editore). Nel corso della serata l’attore David Riondino leggerà alcune poesie pascoliane.

    La serata è organizzata dall’Associazione pubblico-privato Sammauroindustria, che riunisce i principali imprenditori di San Mauro e l’amministrazione comunale.

    Perché il Processo a Garibaldi.

    Perché processare un personaggio tanto famoso quanto intoccabile come Giuseppe Garibaldi? Di seguito riportiamo le principali tesi che saranno addotte da accusa e difesa.

    Accusa. Garibaldi avventuriero. Garibaldi «brigante». Garibaldi avanguardia di una minoranza, che riesce nell’intento di rovesciare troni, di muovere diplomazie, costruendo alla fine l’Italia unita. Salvo poi insediarsi – da oligarchia – alla guida del paese, escludendo le masse contadine e cattoliche. Garibaldi, quindi «braccio armato» di un’esigua schiera di sedicenti «patrioti», in realtà portatori di corposi interessi privati. Il Risorgimento, in questa prospettiva, assume i contorni luciferini del complotto massonico e plutocratico, della gigantesca cospirazione – ordita anche con l’appoggio di robuste sponde anglo-francesi – ai danni di una penisola ormai assestata nel suo equilibrio fra governi autoctoni e occupazione straniera. La tesi dell’occupazione, e non già della liberazione del Mezzogiorno ha sempre fatto parte della «controstoria» d’Italia, che, seppur minoritaria, ha profonde radici nella pubblicistica nazionale. In particolare, risulta marcato il discrimine cattolicesimo/anticlericalismo, che Garibaldi ha incarnato nelle sue forme più estreme: laico a 24 carati, poi addirittura – sia pure per poco – Gran Maestro della Massoneria nel 1864, Garibaldi è certamente, fra gli uomini del Risorgimento, il più a-religioso, se non proprio anti-religioso. Si capisce, quindi, perché sia toccato lui, più che ad altri protagonisti dell’«epopea» dell’indipendenza, raccogliere contestazioni e critiche, fino a diventare l’esemplificazione meglio riuscita del Risorgimento «sbagliato».

    Difesa. Garibaldi straordinario uomo d’azione, eroe generoso e leggendario. Garibaldi generale che conquista un regno e che poi si ritira, quasi Cincinnato moderno, a Caprera. Garibaldi democratico e insieme insofferente al parlamentarismo, alle mediazioni dei regimi rappresentativi. Un uomo «fuori scala», tanto da essere elevato precocemente – in Inghilterra e in Francia – al rango di eroe da romanzo. In effetti, Garibaldi, nell’Europa del primo Ottocento, è l’incarnazione più compiuta del grande protagonista romantico. La sua stessa vicenda «privata» - dal Sud America alla Repubblica Romana, da Anita ai Mille – disegna un itinerario davvero incredibile, sia nello spazio, sia nel tempo: ancora nel 1870, piegato dall’artrite, egli è un capo militare indiscusso per un generazione di garibaldini che potrebbero essere quasi i suoi nipoti. La stessa duttilità politica del Generale, repubblicano ma capace di accordarsi con Vittorio Emanuele II, lo rende assai meno «ingenuo» di quanto una certa storiografia di parte democratica abbia voluto far credere. Garibaldi è profondamente convinto che i plebisciti abbiano attribuito ai Savoia la legittimità a regnare sugli italiani, per quanto le sue idee restino, sul terreno concreto, decisamente d’opposizione: affascinato dai primi bagliori del socialismo, concluderà la sua parabola da strenuo difensore del suffragio universale. Insomma: esistenza difficile, grandi sacrifici, disinteresse, assoluta incorruttibilità. Come si fa a dir male di Garibaldi?

    La serata del 10 agosto a San Mauro Pascoli.

    Il Processo si svolgerà venerdì 10 agosto a Villa Torlonia (La Torre) con inizio alle 21,00. Nel corso della serata l’attore David Riondino leggerà alcune poesie di Giovanni Pascoli, oltre che testi garibaldini.

    Perché il Processo il 10 agosto.

    L’iniziativa del processo è nata sette anni fa dalla volontà di riportare alla luce uno degli avvenimenti più bui della storia d’Italia: l’omicidio del padre di Giovanni Pascoli. In una data non scelta a caso, il 10 agosto, giorno dell’assassinio di Ruggero Pascoli; data tra l’altro immortalata dal poeta di San Mauro in una celebre poesia X agosto. Si sfidarono una pubblica accusa e una difesa, entrambe rappresentate da storici e intellettuali, con al centro una giuria pronta ad emettere il verdetto sul tema. A quel primo Processo poi, sempre il 10 agosto, ne sono seguiti altri cinque, con al centro personaggi o tematiche rappresentative alla storia di Romagna: il Processo al Passatore di Romagna (2002); il Processo alla cucina romagnola (2003); il Processo alla Romagna di Mussolini (2004), il Processo a Giuseppe Mazzini (2005); il Processo a Secondo Casadei (2006). Quest’anno è la volta di Giuseppe Garibaldi.

    Informazioni per il pubblico.

    “Processo Garibaldi: eroe o avventuriero?”

    Venerdì 10 agosto - Ore 21,00

    Villa Torlonia La Torre – San Mauro Pascoli

    In caso di maltempo l’iniziativa si svolgerà nella sala degli Archi sempre a Villa Torlonia.

    Info: Sammauroindustria tel. 0541-810124
    Ingresso libero.

    tratto da http://www.romagnaoggi.it/showarticl...on=news/Cesena

  3. #83
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    Garibaldi

    di Fulvio Cammarano

    L’”anno di Garibaldi” è stato funestato dalle solite, trite e ritrite, polemiche di quel minoritario, ma agguerrito, nucleo di storici ed intellettuali di varia estrazione, specializzatosi nella denigrazione del Risorgimento nazionale. Qualunque sia il tema in questione (la caduta del potere temporale, il brigantaggio, Mazzini, ecc.) il ritornello intonato da questi studiosi è sempre lo stesso: si stava meglio quando si stava peggio. L’Italia, insomma, per costoro, non è altro che il frutto del complotto sabaudo-massonico per spodestare quei, tutto sommato, bonaccioni sovrani degli stati pre-unitari. Da qui derivano diversi postulati che quest’anno si sono concentrati nella denigrazione dell’”eroe dei due mondi” descritto come avventuriero, puttaniere, avido e, dulcis in fundo, dittatore. Il fatto è che, a inseguire questo drappello di intemerati revisionisti, brillantemente rappresentato dalla professoressa Pellicciari, sul proprio paludoso terreno, ci si trova impelagati in dispute senza senso, del tipo, per intenderci, i buoni e i cattivi nella storia. E ci si ritrova ad accapigliarsi su chi faceva pagare meno tasse o costruiva più strade. E’ una trappola. Non di questo si tratta, anche se molti difensori delle tradizioni patrie, forse perché da sempre troppo impegnati sul versante estetico-morale del Risorgimento, non se ne accorgono. Il fatto è che i protagonisti del Risorgimento italiano, loschi e litigiosi figuri in competizione tra loro, tra cui è inutile cercare stinchi di santi, avevano comunque un, più o meno sentito, riferimento comune: la costituzione. Quella parolina, Statuto, rappresentava l’unico vero spartiacque, non etico ma politico, del secolo. Si trattava del documento in grado di trasformare i sudditi di sovrani assoluti in cittadini di sistemi parlamentari. Rispetto a questo, il resto appare chiacchiera di superficie e forse, proprio per alimentarla, quel termine, emblema delle sofferte garanzie di libertà, non ricorre mai in occasione di tali edificanti dispute. Magari, se fosse possibile, alla prossima gazzarra anti-unitaria, partiamo da qui.

    tratto da Il Messaggero del 31 luglio 2007 e visibile al link
    da http://www.radicali.it/view.php?id=101902

  4. #84
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    MOSTRE. APRIRÀ I BATTENTI SABATO AD ADRIA L’ESPOSIZIONE CHE VUOLE ILLUSTRARE COME L’EROE È STATO RAPPRESENTATO DURANTE LA VITA E «SFRUTTATO» IN SEGUITO
    I mille modi di raffigurare Garibaldi
    Proposti trecento pezzi originali della collezione Alessandro Ceccotto, sino ad oggi mai esposta al pubblico

    ADRIA (Rovigo) - Aprirà i battenti sabato alle 18, nei locali della Fondazione Franceschetti Di Cola ad Adria (Rovigo), la mostra «Il mito di Garibaldi», che propone poco meno di trecento pezzi originali e di testimonianze garibaldine appartenenti alla straordinaria collezione Alessandro Ceccotto, sino ad oggi mai esposta al pubblico. Una collezione che ha cominciato a svilupparsi intorno al 1980 e che si fonda su una invincibile passione per il Risorgimento e Garibaldi che ne è stato uno dei massimi protagonisti.
    Intento precipuo della mostra, organizzata per il bicentenario della nascita dell’eroe, è quello di illustrare come è stato rappresentato Garibaldi nei vari momenti della sua vita, lungo un percorso che dal 1848 si dipana fino alla sua morte avvenuta nel 1882, per poi ritrovare le commemorazioni, gli anniversari e lo sfruttamento della sua immagine per scopi sociali, politici, pubblicitari, didattici. A partire dal 1863, vennero realizzate delle statuette in ceramica delle manifatture di Staffordshire, e la produzione si ampliò con coppe, tazzine, piatti, vasi, coperchi, ecc., quando Garibaldi arrivò in visita a Londra nell'aprile del 1864.
    Già da tempo comunque proliferavano suoi ritratti, e chi non poteva permettersi dipinti ad olio o busti scolpiti, aveva solo l'imbarazzo della scelta tra una moltitudine di stampe, oleografie, fotografie (fra i personaggi del Risorgimento Garibaldi fu di gran lunga il più fotografato) che invasero letteralmente il mondo intero, tranne in Russia dove la sue immagini furono vietate.
    Ben presto Garibaldi entrò nell'immaginario collettivo popolare grazie soprattutto ad un'infinità di oggetti d'uso personale e domestico. Per cui abbiamo: medaglioni, fazzoletti, bottoni, ricami, segnalibri, orologi, vasi, bottiglie, piatti, soprammobili, alari, paraventi, ecc. Era e resta un eccellente "testimonial" per reclamizzare prodotti commerciali di qualsiasi tipo: sigari toscani (tuttora in commercio), liquori, vini, grappe, birre, pasta, olio, biscotti, lamette da barba, ecc. Moltissime anche le medaglie, che da tempo hanno superato i 1200 esemplari.
    Sterminato il materiale destinato ai bambini e ai giovani: dai soldatini da ritagliare a quelli in piombo, gli album con la sua vita visualizzata in 100 o più figurine, i quaderni di scuola e naturalmente i libri di storia e i romanzi ispirati, fino ai moltissimi fumetti non solo italiani ma anche brasiliani, messicani, statunitensi, i giochi di ruolo o di carte.
    Ad Adria la mostra resterà aperta fino al 30 novembre (tutti i giorni tranne il lunedì, dalle 10 alle 12 e dalle 16.30 alle 19.30) e sarà riproposta in Pescheria Nuova a Rovigo dal 7 dicembre al 19 gennaio.

    tratto da http://www.larena.it/ultima/oggi/cultura/A.htm

  5. #85
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    L’attualità di Giuseppe Garibaldi senza derive

    La rivista dell’Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, “Camicia Rossa” ha aperto le pagine del suo numero di dicembre 2006 ad un mio editoriale dedicato al Bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, come vicepresidente dell’Associazione oltre che come pronipote del Generale. Ho ricordato quel 1982, Centenario della morte dell’Eroe dei Due Mondi, che vide affrontarsi in colto duello Bettino Craxi e Giovanni Spadolini, ognuno esponente a modo suo di storia garibaldina e relativi cimeli. Ho deplorato che a loro non venga associato il ricordo dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che, per i suoi trascorsi poteva invece essere considerato come l’anello di congiunzione tra il primo e il secondo Risorgimento. L’ANVRG non dimentica che da Presidente della Repubblica, egli andò in Montenegro a ricordare la Divisione Garibaldi, annodando così alla guerra di Liberazione anche il filo della migliore tradizione garibaldina. Chi oserà dire che reparti interi delle nostre Forze Armate italiane combattevano una guerra civile. Era guerra pura e semplice, ed era guerra giusta. E non si chiosi sui nostri morti. Sono lieta di avere citato quell’evento nel momento in cui il presidente dell’ANVRG, il Colonnello Carlo Bortoletto, testimone autorevole di quella guerra, deve ricordare persino a “Patria Indipendente”, rivista dell’ANPI, cosa fu la vera vicenda, offesa da ignoto giornalista, dei soldati italiani abbandonati in Jugoslavia. Il primo Risorgimento ebbe Garibaldi tra i suoi principali protagonisti, il secondo vide i “garibaldini” difensori della libertà dei popoli. Vide gli eredi spirituali dell’Eroe levarsi ovunque, in primis in Spagna, poi in ogni luogo dove si combatteva il nazismo ed il fascismo. Il suo nome, dopo il tragico 1943, diventò nume tutelare di quei nostri reparti abbandonati all’estero, tra ordine di ubbidire ai tedeschi (“la guerra continua” significava questo?) e libertà di decidere per quale ideale offrire il sacrificio della propria vita. Stessa cosa tra i numerosissimi renitenti alla leva della Repubblica di Salò, che formarono i primi nuclei della Resistenza a Nord d’Italia, prima che il lungo blocco delle linea gotica (tutto l’inverno del 1944-1945) alimentasse le fila della Resistenza anche al Centro. Non tutti scelsero il nome di Garibaldi, ma non sfuggiva a nessuno che quel nome doveva essere da quella parte, dopo che i fasti del Ventennio lo avevano ridotto alle commemorazioni di rito. Assieme al nome di Garibaldi, il nome di Mazzini e di tanti altri padri del Risorgimento aleggiavano sulle formazioni combattenti come a significare che si riallacciavano al filone di pensiero e di azione che animò quegli anni, insostituibile fonte e sinonimo di libertà.
    Il risultato è stato all’altezza del sacrificio dei nostri combattenti: da allora è finita la guerra, anche di quella cosiddetta fredda, è caduto il muro di Berlino, l’Europa si è riunita, allargata come area di democrazia e di sviluppo. Questi sessant’anni di pace sarebbero da festeggiare ogni giorno. Il mondo non è pacifico e felice, ma la mia generazione, quella che ha sofferto la guerra che mi ha portato via mio padre, Sante Garibaldi, ha visto la fine delle dittature nell’Europa tutta. Lo spirito che animava l’Eroe dei Due Mondi é rivendicato e vincente assieme alla democrazia. A questo punto però m’interrogavo, in occasione di quell’editoriale, su quale sarà il segno del Bicentenario. Tra nuovi studi e commemorazioni, la ricorrenza sarà utilmente spesa per accrescere la consapevolezza della nostra storia passata e recente, della modernità del mito di Garibaldi così presente nel mondo intero. Ricordare l’Eroe sarà un servizio reso all’Italia? O invece una delle tante distribuzioni di circenses, che nemmeno ci possono divertire nei frangenti nei quali si trova il nostro paese? Non diamo per scontato che trattando la storia come puro divertimento, scrivevo, si riesca veramente a coinvolgere il pubblico della televisione, quello delle grandi telenovele, mentre vi è richiesta per una riflessione colta, in televisione, al cinema, nei dibattiti congressuali, per una lettura aggiornata del nostro passato, nel momento stesso in cui ci sfugge. Ahimé, il mio era una sorta di presentimento. Da allora abbiamo visto in televisione, in ben due puntate, il filmato della Rai “Erano solo mille”. Vi è poco da aggiungere al commento unanime. Si poteva veramente fare a meno, e per fortuna il Generale in pratica non vi era: si sarebbe arrabbiato a vedere una delle più belle epopee dell’era moderna ridotta così… Alcune derive ci possono facilmente essere, per esempio nei racconti legati alle avventure sentimentali di Garibaldi: il folklore non manca mai, anche se certi personaggi (Mazzini, Cattaneo… ) tagliano corto in materia. Non è il caso del nostro Garibaldi, anche se si può pensare, sperare, che sia stato detto tutto, o che quel che potrebbe ancora emergere dall’alcova non interessi nessuno. Il crescente mito di Aña Maria de Jesus in America Latina si spiega: vi sono poche donne simbolo d’eroismo e questo mito doloroso e gentile piace alla vecchia Europa come al Brasile o all’Uruguay. Ma l’epopea garibaldina nel Sud del Brasile sollecita anche altra riflessione: capire per esempio perché erano laggiù i Rossetti, i Zambeccari, i Cuneo, gli Anzani, e tanti altri, a combattere e morire in guerre straniere per difendere il loro ideale. La vicenda meriterebbe un suo “Via col Vento”, che ci lasci capire che cosa è accaduto dopo Bolivar e prima della tensione attuale per la ricomposizione della società latino-americana. Piuttosto che incentrare tutto sullo studio, fino all’esaurimento, di pochi eroi, meglio sarebbe studiare i loro tempi, i loro ambienti. E capire meglio le cause della presenza italiana all’estero – Italia ancora da farsi o fatta - iniziata con l’emigrazione politica di gente nostra, poca ma la migliore che avevamo, dopo i 1821 e il 1831, molto prima che si aprissero le grandi correnti d’emigrazione legate al problema sociale irrisolto, ignorato dalla nuova Italia. Ma se qualche deriva va sopportata, il naufragio si dovrebbe evitare, specialmente quando si ha occasione di fare quel poco di cultura storica che ci è consentita, e che passa ormai quasi tutta da un buon servizio televisivo. L’augurio che ho formulato, in occasione di quell’editoriale, è che non sia sprecata l’occasione di ricordare quelle lotte per la libertà con le quali l’Italia si è forgiata come nazione: oltre al Primo Risorgimento, l’intervento dello stesso Garibaldi in Francia con i suoi volontari nel 1870, i garibaldini di Ricciotti in Grecia nel 1897, repubblicani e socialisti ancora in Francia nel 1914-1915, nella Legione garibaldina, premessa, certo, per alcuni, ma non per tutti, dell’adesione alla svolta nazionalista del primo dopoguerra (ci si dimentica troppo spesso degli ex-combattenti che scelsero l’esilio); e poi gli anni bui (camicia rossa e camicia nera confuse, che in comune avevano solo di essere camice) ed infine la possibilità di riprendere il cammino della libertà, armi in mano o nell’ombra della resistenza civile, con il rosso nel cuore, in Italia ed all’estero. Ricordavo che la nostra Associazione è presente nel Comitato ufficiale per le celebrazioni del Bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, Comitato del Ministero dei Beni Culturali i cui programmi si possono leggere esclusivamente sul suo sito www.garibaldi200.it . Molti Comitati si formano in parallelo, annunciando presenza nazionale o internazionale, e con illustri patrocini generosamente distribuiti. Talvolta vi è anche una qualche malignità: il nome del Comitato, il nome del suo sito, inducono in confusione con il sito ufficiale. Andrebbe poi chiarito il concetto di Onlus del quale tutti ormai si fregiano. Andrebbero protetti i nomi dei padri della patria per lo meno come si protegge un buon marchio commerciale: questo di Garibaldi, di Mazzini, del Risorgimento, è il marchio nostro, lo abbiamo salvato dalle catastrofi della patria al prezzo di tante vite. Ci vuole rispetto. Derive romanzesche, secessioniste, fabulatrici ma sopratutto mestieranti della captatio di contributi pubblici senza i quali, in troppi, poco o nulla faranno, quanti ne vedremo? Sarebbe giusto fare chiarezza in modo che ognuno scelga serenamente chi gli sembra degno di fregiarsi del nome dei nostri eroi e dia il suo contributo spirituale o economico in conoscenza di causa. Sia contenuta la spesa, ampio il volontariato, per rispetto a tutti quelli che oggi mancano del necessario, da noi e nel mondo, affinché il mito di Garibaldi parli ancora al popolo per i valori dei quali è stato portatore, quelli che si vorrebbero incontrare sempre in politica: onestà, spirito di servizio, alta idealità. Questo era l’augurio che formulavo, mazziniano e garibaldino, forse ingenuo, in ogni modo in linea con coloro ai quali si vuole rendere omaggio. Ringrazio dell’opportunità che mi è data di esprimere anche per il “Pensiero Mazziniano”, l’auspicio che si vada a cercare la presenza odierna di Giuseppe Garibaldi, la sua attualità, nella storia del vicino e tormentato Novecento: si trova sempre dalla parte della speranza e della libertà.

    Annita Garibaldi Jallet

    tratto da http://www.webandcad.it/AMI/PM/attualita_garibaldi.htm

  6. #86
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    Genova: il monumento ai Mille? Non ci lavora nessuno

    di Redazione

    Doveva essere il fiore all’occhiello per festeggiare il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, nel 2007. Quale passo migliore per Genova se non restaurare il monumento dedicato, a ridosso della scogliera di Quarto dove partì la spedizione dei Mille? Così nel novembre del 2006 il Comune presenta in pompa magna il ripristino della scultura bronzea che dal 1915 troneggia nella piazza antistante il mare. Partner dell’amministrazione genovese in quest’opera di riqualificazione sono il ministero dei beni culturali (con le competenti sovrintendenze), il Cnr-Ismar che si occupa di corrosioni marine e l’Istituto centrale di restauro. Il costo dell’opera non è da capogiro, siamo sui 130mila euro. I lavori partono, la scultura viene circondata dalle impalcature, gli operai cominciano la pulitura. Tutto sembra filare liscio, fino a quando, qualche mese dopo, i lavori vengono improvvisamente sospesi. Oggi, a quasi due anni dall’avvio dei cantieri, il monumento è ancora lì, coperto dalle impalcature mentre la riparazione bloccata. Nessun restauratore all’opera, nessun operaio nel cantiere, solo una fitta serie di ponteggi illuminati da luci artificiali al neon ventiquattro ore su ventiquattro. Un’azione di guardianaggio notturno per evitare che vandali e malintenzionati possano rovinare il restauro mai completato. «Mancanza di fondi»: così il Comune di Genova giustifica il blocco del cantiere.

    tratto da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=290563&PRINT=S

  7. #87
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    IL PROGETTO DI LAMBERTINI
    «Il mio Garibaldi dal documentario alla fiction»
    Il regista racconterà non tanto l’eroe quanto l’uomo di Caprera

    Alberto Castellano Lamberto Lambertini sta lavorando a un interessante progetto su Giuseppe Garibaldi, un work in progress, prima in forma di documentario e prossimamente di fiction, che promette di fare a meno del populismo retorico che spesso circonda l’«eroe dei due mondi». La presentazione, nei giorni scorsi a La Maddalena nell’ambito di un convegno su «Garibaldi da Caprera a Caprera», un mediometraggio di 35 minuti montato da Carlo Sgambato sulla base dei tre documentari girati finora dal regista napoletano su un’idea di Paolo Peluffo, è un’ulteriore tappa in questo cammino. «I documentari», spiega Lambertini , «risalgono all’anno scorso, sono stati pensati per il bicentenario della nascita di Garibaldi: il progetto prevedeva anche un film vero e proprio da realizzare per il 2011 per i 150 anni dell’unità d’Italia. Ora sto accelerando i tempi perché la Regione Sardegna, unica in Italia che ha una legge per la coproduzione nel campo dell’audiovisivo con la possibilità di coprire fino al 50 per cento del budget, si è proposta fin d’ora come partner produttivo con un consistente intervento finanziario». Il film dovrebbe intitolarsi «La casa bianca», quella in cui viveva Garibaldi in una Caprera deserta, e raccontare gli ultimi anni dell’eroe in camicia rossa. «Voglio parlare di Garibaldi a partire dal 1867 quando stanco e malato si ritirò a Caprera, evitando i luoghi comuni, scoprendone l’anima laico-religiosa. Mi interessa in particolare mettere a fuoco il contrasto tra l’uomo che viveva in povertà, che conduceva un’esistenza semplice da contadino e l'eroico combattente ancora amato e odiato, temuto e ascoltato, una specie di governo ombra riferimento di molti stati europei. Mi preme scavare senza retorica nel privato di Garibaldi, nelle sue contraddizioni di idealistico liberatore dei popoli oppressi e gran maestro della massoneria, di riservato agricoltore e influente comunicatore». Il film sarà girato tutto in Sardegna: «Ho fatto già i primi sopralluoghi. Tra La Maddalena, Caprera e Santo Stefano, ho trovato location molto suggestive, set naturali con qualche vecchio casolare abbandonato che aspettano solo di essere filmati». E chi vestirà i panni di Garibaldi? L’autore napoletano accarezza un sogno: «L’ungherese Aron Sipos, coproduttore con la Indrapur di Sergio Scapagnini, vorrebbe Robert Redford, ma io sto pensando anche a Franco Nero, che lo ha già interpretato circa vent’anni fa».

    tratto da http://www.ilmattino.it/mattino/view...&file=STOP.xml

  8. #88
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    Un vestito griffato Garibaldi

    La storiografia del secondo dopoguerra, a partire da Denis Mack Smith, ha sottolineato l’originalità del profilo di Garibaldi, delineando un sistema simbolico garibaldino, dal modo di vestire di vita sobrio, che ne faceva un esemplare etico politico. E si deve certamente all’ampliamento dell’approccio culturalista se la nozione di “mito” garibaldino ha permesso di superare la tradizionale visione di un Risorgimento d’elite e di allargarne la base d’influenza e di coinvolgimento verso i ceti popolari, di cui i volontari garibaldini costituiscono senz’altro un campione altamente significativo.
    Recentemente Lucy Riall ha affinato l’approccio al mito ponendo in primo piano la fama di Garibaldi, chiedendosi il perché di tanta notorietà e portando in primo piano alcune strategie di tipo pubblicitario, usate da Garibaldi ma anche da Mazzini, per alimentarla.
    Nell’“invenzione” del suo personaggio, secondo la studiosa inglese, Garibaldi si è servito di una serie di strumenti della società moderna: immagini a stampa, fotografie, biografie romanzate. A questo processo Garibaldi ha partecipato con il suo modo di vestire e di vivere piuttosto insolito all’epoca, offrendo un profilo originale di eroe liberale, nazionale, non convenzionale. Tenendosi a distanza dai nuovi centri del potere politico, Garibaldi avrebbe riscosso, al contempo, il favore dei ceti popolari favorendo il formarsi di un’opposizione democratica, ma piuttosto frantumata all’interno, di lunga durata nella politica italiana.
    L’interpretazione di Lucy Riall, molto suggestiva, risente probabilmente, in certe parti, dell’ottica di un paese come l’Inghilterra, all’avanguardia in Europa, sia nel processo di costruzione delle istituzioni liberali sia per essere una società urbanizzata, con le sue libertà e il suo sviluppo tecnologico e il suo ampio mercato dell’informazione. In questo ambito era piuttosto la fama di Garibaldi a imporsi sul mito. La distinzione s’impone. Certo, anche l’uomo famoso è oggetto di forme di culto della persona, nonché di narrazioni favolose, tuttavia la libertà di critica dei mezzi d’informazione tende a laicizzare al sua figura e a rendere instabile la sua corona. Difficile dire altrettanto per l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta del XIX secolo, con una stampa scarsamente diffusa e non libera fino al 1861. Qui era piuttosto l’aspetto mitico a prevalere, se non in forma ibrida fra mito e fama. Si ha l’impressione che il richiamo a Garibaldi costituisca la via per parteggiare, prendere posizione, più che un marchio di consumo. Accanto a qualche spunto di un moderno uso della fama di Garibaldi, restava preponderante un linguaggio arcaico del mito, nutrito di rimandi religiosi, perfino miracolistico, di cui l’uso delle reliquie garibaldine può costituire un terreno di verifica.
    Secondo Ugo Volli occorre distinguere fra mercato dell’informazione e comunicazioni di massa. Se è troppo presto per poter parlare di mass media, perché il grande circuito delle comunicazioni di massa decolla solo nel Novecento, tuttavia Garibaldi appartiene allo star system moderno. In questo caso il mito garibaldino si serviva di strumenti del mercato dell’informazione, come i ritratti carte de visite, i libretti per musica o per promuovere sottoscrizioni di denaro per le guerre d’indipendenza nazionale.
    Seppur in mino misura rispetto all’Inghilterra, il mercato iniziava anche nell’Italia unita ad accostare la popolarità di Garibaldi con prodotti di consumo. Durante la sua nota visita a Londra del 1864 vennero prodotti gadget di vario tipo, statuine di porcellana e scatole di biscotti decorate di latta. Strade e pub furono a lui intitolati; donne e uomini indossarono camicie o giacche rosse e i cosiddetti grembiuli alla Garibaldi. La ditta Hyam & Co. di Leeds pubblicizzò fra i suoi modelli di punta per la nuova stagione “il Garibaldi, un nuovo soprabito”. Anche diverse canzoni testimoniarono questa moda.
    In Italia il mercato era più ristretto e l’elenco meno nutrito in numero e quantità. Ma gli stessi limiti andrebbero estesi allo stesso Garibaldi, divo senz’altro nel senso moderno del termine, però sprovvisto di un ampio campionario di prodotti da mettere sul mercato. La sua fattoria a Caprera, con i suoi prodotti apprezzati dagli innumerevoli visitatori, si avvicinerà alla soglia del mercato, ma senza entrarvi, anche perché la produzione si esauriva probabilmente all’interno della comunità garibaldina dell’isola. Né Garibaldi sembra soverchiamente interessato a usare la sua polarità nella dimensione economica, salvo per i suoi romanzi storici, neppure pare molto avvertito in materia a giudicare dal fiume di risorse riversato sulla fattoria di Caprera, dai più giudicata un pozzo senza fondo.
    Sono se mai alcuni imprenditori che cercano di unire la sua immagine a oggetti di consumo, sigari, barche, ceramiche, burattini di legno, scatole di fiammiferi, ma con quanto successo è difficile a dire. Dunque sorprende un po’ che il campione del self-help italiano, Michele Lesiona, includa Garibaldi nella galleria dei ritratti di coloro che si erano fatti da sé.
    In verità, la valutazione di Lesiona non era economica. Non trattava tanto dei meriti del semplice marinaio divenuto proprietario di un’ isola, come ci saremmo aspettati, bensì della capacità di essersi innalzato nella scala sociale della notorietà: di aver fatto “dimenticare la modestia e l’oscurità dei suoi principi” ed essere divenuto” al popolo esempio d’operosità, di fede, e di buon volere”. Lessona, insomma, stentava a fare della fama un valore economico autonomo, subordinandola piuttosto al suo valore etico politico. Pareva così alludere, implicitamente, al fatto che la popolarità permetteva a Garibaldi di imporre le sue idee sul mercato della politica, garantendo attraverso le sue raccomandazioni a sindaci e imprenditori amici un nesso privilegiato con il Governo. Il suo nome attraeva donazioni e volontari. Il suo appoggio, specie dagli anni Settanta in poi, era un formidabile atout per un candidato in corsa per il seggio alle elezioni politiche. Il maggior terreno di scambio fra garibaldini è costituito, invece, dalle reliquie di Garibaldi, ma queste, forse per via della loro natura religiosa o parareligiosa, restano di qua dal mercato, nell’area dell’economia del dono, almeno fin quando non entrano nel giro dei cimeli. In questo senso le reliquie restano funzionali alla fama di Garibaldi sia che la si guardi dal lato moderno dello star system, sia dal lato tradizionale del capo militare o del santo.
    Senza dimenticare, per evitare anacronismi, che per la società del tempo, che aveva scarsa confidenza con la celebrità, era certo più facile filtrare la sua immagine attraverso i tradizionali reticoli interpretativi della santità. Pare estremamente istruttivo su questa passaggio quanto notava lo scrittore e garibaldino francese Maxime Du Camp, nel 1861. “Ho avuto più d’una occasione, nella mia vita” – scriveva, - “d’avvicinare quegli esseri invidiati e supremamente mediocri che si chiamano uomini celebri; sono sempre rimasto sorpreso per la scarsa ammirazione che in realtà conviene nutrire per loro”.
    “Solo Garibaldi, forse, fra tutti coloro che ho incontrato, non mi ha fatto provare alcuna delusione.
    Egli è nato grande, così come è nato biondo”.
    Converrà, dunque restare su questo filo, tra spunti di modernità e arcaismi, se si vuole cercare di cogliere gli elementi portanti della fama di Garibaldi. Su quest’ultimo versante gravita, per altro, la tradizione religiosa, che fin dall’epoca moderna aveva attinto agli oggetti di uso comune e alle reliquie allo scopo di instillare la fede religiosa nella vita quotidiana. I segni della fede cristiana erano stati messi sui mobili e gli oggetti domestici. Altari e oggetti di pietà, bambole, strumenti della cucina e il linguaggio del cibo: i chierici stimavano che i laici fossero da ammaestrare nella fede per “impregnazione” più che per meditazione, o per manipolazione e gesti, più che per astrazione del pensiero.

    Dino Mengozzi

    Dino Mengozzi Insegna Storia Contemporanea a Storia Sociale nella Università di Urbino. Ha pubblicato nel 2008 il volume: Garibaldi Taumaturgo, Piero Lacaita Editore.

    tratto da http://win.webandcad.it/AMI/PM/vestito.htm

 

 
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