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Discussione: Mazzini e Garibaldi

  1. #71
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    Ufficiale il calendario di celebrazioni di Garibaldi a Nizza

    NIZZA.- La città di Nizza celebrerà Giuseppe Garibaldi, nel Bicentenario della nascita, per tutto il 2007 e il 2008. Ufficiale il calendario 2007. Il CUM (Centre Universitaire Méditerranéen), su proposta del comitato di pilotaggio per l`organizzazione degli avvenimenti relativi al Bicentenario, comitato organizzato dal Comune di Nizza, organizzerà un incontro ogni mese dedicato allo studio del personaggio Garibaldi.



    Il 7 marzo, il docente universitario Hubert Heyriés si dedicherà all`eredità di Garibaldi al ventesimo secolo, descrivendo l`itinerario dei combattenti italiani delle legioni garibaldine. L`8 aprile sarà protagonista l`impegno europeo di Garibaldi che aveva sognato nel suo tempo di creare una "Unione europea" di cui la capitale sarebbe dovuta essere Nizza. Il professore Rainero, storico, titolare della Cattedra italiana "Galilée" all`Università di Nizza Sophia-Antipolis, farà il punto su questo argomento. Il 16 maggio, "Garibaldi e il Mediterraneo" con il Professor Gilles Pecout. Il 20 giugno, Garibaldi e Napoléon III, con lo storico Raphaël Lahlou. Il 12 settembre, Yves Fretigne, rievocherà "Garibaldi e Mazzini", per comprendere le origini dell`attaccamento intellettuale che tesserà il grande nizzino all`unità italiana e all`idea repubblicana. Il 17 ottobre lo scrittore e ex Ministro Max Gallo, parlerà di "Garibaldi e la Francia", espolorando le relazioni complesse tessute da questo personaggio con la Francia. Il 12 dicembre il Professore Jérôme Grevy presenterà "Il mito e l`immagine" lasciati da Garibaldi nel diciannovesimo secolo e oltre, mettendo in rilievo l`impronta universale del nizzino più celebre del mondo.

    Tutti i sabati, già da questo mese di gennaio, percorsi turisti alla scoperta dei luoghi di Garibaldi a Nizza, organizzati dal Centro per il Patrimonio della Città di Nizza.

    Fonte:News ITALIA PRESS
    tratto da http://www.italiaenamerica.com/

  2. #72
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    MOSTRE: A ROMA LA STATUARIA MONUMENTALE DI ETTORE FERRARI

    Roma, 24 gen. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Nel bicentenario della nascita di Garibaldi, il Museo Centrale del Risorgimento di Roma, martedi' 6 febbraio alle ore 11.30, presso le sale dell'Ala Brasini, inaugura la mostra ''Ettore Ferrari. Un artista tra Mazzini e Garibaldi'', visitabile fino al 5 marzo.

    La rassegna espone oltre 100 opere che ripercorrono l'attivita' artistica dello scultore romano Ettore Ferrari, di fede mazziniana e attivo politico repubblicano. L'artista e' autore di una statuaria monumentale pubblica, sparsa unpo'in tutta Italia, che doveva celebrare e ricordare i piu' grandi protagonisti politici e culturali del Risorgimento Italiano.

    La mostra, attraverso disegni, studi, progetti e bozzetti preparatori dei grandi monumenti celebrativi, presenta il carattere piu' intimo dell'artista e delle sue opere scultoree. Inoltre, presenti circa 40 fotografie originali, realizzate con varie tecniche, volute dallo scultore come strumento documentario delle varie fasi di lavoro.

    tratto da http://www.adnkronos.com/



    (Monumento a Giordano Bruno, realizzato da Ettore Ferrari nel 1888)

  3. #73
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    Garibaldi, un anniversario rimosso dalla politica

    Giuseppe Garibaldi, chi era costui? Sembra paradossale, ma l'«Eroe dei due mondi», quello che ogni bambino ama per l'animo romantico e lo spirito avventuroso, proprio nell'anno in cui ricorre il bicentenario della sua nascita, è sparito. Ignorato, rimosso dalla politica, dai giornali e dalla cultura che conta. Garibaldi continua ad essere una vittima illustre. Immolato sull'altare di una pacificazione nazionale, di un'identità collettiva che gli italiani stentano a trovare, malgrado l'impegno dei presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. E poi, non lamentiamoci se molte della anomalie di oggi che gravano sulla difficoltà di riformare lo Stato, affermare valori comuni, una memoria condivisa (dal Risorgimento alla Resistenza), siano in realtà le anomalie di ieri, non risolte, non metabolizzate. Garibaldi, due volte vittima. La prima, quando è stato eccessivamente glorificato dalla retorica sabauda; la seconda, adesso, al centro dell'oblìo. La prova evidente? Oltre alle poche manifestazioni commemorative, oltre al silenzio, solo la fiction-Rai: un polpettone insopportabile sull'impresa dei Mille, con enormi lacune storiche, molta macchiettizzazione delle camicie rosse e con il Capo totalmente assente dalla scena. Il motivo? Forse perché Garibaldi (massone) rappresenta un'anima popolare e sociale di quel dna nazionale che non piace né a certa sinistra massimalista neo-post-comunista (nonostante la strumentalizzazione del Fronte popolare del 1948), né a certa cultura integralista teo-con? Di lui resterà unicamente il termine negativo «alla garibaldina», per indicare il classico atteggiamento disordinato, disorganizzato e velleitario di molti nostri connazionali? Polemiche a parte, sia il silenzio sia la retorica su Garibaldi impediscono di approfondirne l'esempio e attualizzarne il messaggio. Ossia, l'affermazione dei valori di libertà, uguaglianza, la capacità di conciliare l'amore per la patria e la missione universale dei popoli per il progresso e la giustizia. E non solo: forse è stato l'antesignano di quegli uomini che nascono a sinistra e vanno a finire a destra, come Crispi, Giolitti, Mussolini, Craxi. Nella famosa frase di Massimo D'Alema e Gianni Agnelli («Solo i governi di sinistra possono fare politiche di destra»), c'è molto Garibaldi (lui partì repubblicano-socialista e dalla «Società nazionale» di Cavour in poi, divenne fautore della formula «Italia (liberale) e Vittorio Emanuele). E, dato poco conosciuto, nel 1860, prima della breccia di Porta Pia, propose, gli Stati Uniti d'Europa. Un obiettivo ancora disatteso. Un monito e un suggerimento alla classe politica e intellettuale italiana: se si comprendesse meglio il passato, si costruirebbe meglio il futuro.

    tratto da http://www.iltempo.it/

  4. #74
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    garibaldi non lo ricordano perchè era alto 1,66. Come il nano Berlusconi!

  5. #75
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    I DUE GIUSEPPE, FRATELLI, RIVALI

    C’è un quadretto, ancora abbastanza diffuso nei circoli repubblicani di Forlì, Ravenna, Carrara, Roma, insomma dove ancora esiste l’etica repubblicana: rappresenta Giuseppe Garibaldi, in abito marinaro, mentre stringe la mano a Giuseppe Mazzini, il quale, con l’indice della mano sinistra levato, addita un’immagine della Repubblica.

    Giuseppe Garibaldi si pone la mano sinistra sul petto, nel tipico atteggiamento di chi si sottopone a giuramento.

    Altri giovani uomini assistono, visibilmente impressionati ed emotivamente coinvolti, alla scena dell’incontro; Mazzini, vestito in nero ed accigliato, Garibaldi con l’ampia capigliatura fulva sciolta sulle spalle.

    In risposta alla perorazione di Mazzini ( siamo a Marsiglia, nel 1833, nella sede della Giovine Italia), Garibaldi risponde: “ Sono pronto, fratello, a liberare l’Italia dal dominio straniero e farla una e repubblica. Ditemi solo dove… quando… come…”.

    “Ora!” è la risposta di Giuseppe Mazzini.

    “Sempre!” rispondono gli altri giovani lì presenti in coro.

    Garibaldi aveva solo 13 anni, durante i moti del 1821, e bastò solo un viaggio a Roma con il padre nel 1825, per suscitare in lui la profonda emozione, l’idea forza del Risorgimento, che tanto potentemente agì in tutte le sue vicende. Poi lo sdegno per le crudeli repressioni nel 1831.

    Le sanguinose repressioni dei Savoia nel 1833 lo fanno diventare un condannato a morte come “ bandito di primo catalogo” e lo costringono a riparare a Marsiglia.

    Garibaldi era venuto a sapere della Giovine Italia nella tarda primavera di quello stesso anno, poco prima dell’imbarco come sotto ufficiale di Marina Mercantile verso il Mar Nero nel brigantino Clorinda, da un tale, certo Cuneo, che ne propagandava i postulati, ed esattamente mentre davanti ad una brocca di vino in una taverna genovese conversavano con altri marinai.

    Rientrato a Marsiglia da quel viaggio per mare, Giuseppe Garibaldi fu condotto alla periferia della città porto francese, presso la residenza di tale Ollivier, dove Mazzini viveva segretamente, per sottrarsi al controllo della polizia francese, la quale desiderava allontanarlo da lì in quanto “ sovversivo”.

    La prima azione di Garibaldi nella Giovine Italia fu la partecipazione al tentativo insurrezionale di Genova, nel febbraio 1834, che per lui finì con una fuga avventurosa, travestito da contadino.

    Sia Mazzini che Garibaldi, nello scrivere i loro reciproci ricordi, non fanno alcun cenno a quel loro primo incontro.

    Solo più tardi, nel 1841, Mazzini vi fa cenno, quando in risposta ad una lettera da Montevideo, a quel Cuneo prima accennato, e che la si trovava con Garibaldi; Mazzini risponde:

    “… Sia Voi che Garibaldi avete, se non erro, giurato tutti alla Giovine Italia, siamo dunque fratelli, e in tal guisa Vi parlo, siccome a tali principi Voi foste legati, vedete di rientrare per la causa italiana, con lo stesso onore visto nelle Americhe….”

    Spesso i due, nelle lettere che ciascuno di loro scrive ai vari corrispondenti in quegli anni, si citano a vicenda, sempre con reciproca ammirazione.

    Nel 1842 Mazzini, in una lettera alla madre, scrive di Garibaldi: “ Quel giovine Garibaldi è colonnello della Marina in Uruguai, valoroso; egli è lodato dal National, giornale del governo, ed è un fatto che presto lo vedremo ammiraglio; sa fare cose grandi”.

    Ancora, nel 1843, Mazzini, in una nuova lettera a quel Cuneo, scrive appositamente per scongiurare dissensi tra lui e Garibaldi, affermando: “ Garibaldi è uomo di cui il Paese un giorno dovrà giovarsi, per l’azione…”.

    Infine, in un – Piano per un Moto insurrezionale in Italia – ( scritto da Mazzini nel 1844, con lo scopo di rianimare i fedelissimi, dopo il fallimento dei moti romagnoli del 1843) il nome di Garibaldi compare in cifrato, come capo di una legione di 250 patrioti, pronti a sbarcare in Italia a vantaggio della causa unitaria repubblicana.

    Nella sua prima lettera, inviata da Mazzini a Garibaldi, questi lo invita a contattare un patriota, il quale vuole arruolarsi nella sua marina in Sud America, ed intendersi con Garibaldi chiedendogli l’impegno di tornare in Italia; Mazzini afferma:

    “…… di Voi non dubito, Vi credo uomo da non dimenticare mai la patria vostra, e di mai retrocedere nell’adempimento della parola data. Bisogna pure, un dì o l’altro, tentare migliori destini, che non quelli di morire a Londra o a Montevideo…”

    Si avvicina il tempo in cui, nel corso del 1848, avviene l’arrivo di Mazzini a Milano, nell’aprile, e di Garibaldi, a Nizza, in giugno, per la breve vicenda che vedrà Mazzini uscire da Milano, come milite del battaglione garibaldino.

    Esiste ancor oggi la concezione che da queste due grandi personalità siano scaturite le condizioni favorevoli per l’esito positivo del riscatto nazionale, tra i due nessuna contrapposizione, ma complementarietà: esecutore, Garibaldi, delle intuizioni di Mazzini, il braccio che segue il pensiero, azione che attua il proposito.

    Questa interpretazione è a noi, repubblicani mazziniani, esegeti del post risorgimento, molto cara; pur tuttavia non del tutto corretta, non solo perché stende un velo pietoso sulle divergenze, le fratture talora notevoli fra i due personaggi; ma soprattutto perché tale impostazione nega al Mazzini l’azione politica autonoma e a Garibaldi, una propria specifica funzione politica, senza Mazzini.

    E’ veramente significativo evidenziare come quel genere di idea di complementarietà fosse patrimonio del sentimento popolare, ad arte alimentato nei primi decenni del governo monarchico italiano da storici prezzolati per creare icone prive di animosità ma ricche di incenso e cornici; molti studiosi, molti editorialisti, ed anche certi politici furono coinvolti in questa strategia fuorviante. Anche se si ponevano in buona fede nel solco della tradizione risorgimentale e post risorgimentale, in breve arrivavano all’affanno, pur di smussare gli angoli, le punte più aspre, dal rigore pragmatico di Mazzini al realismo populista di Garibaldi, dal costante rifiuto della causa monarchica per il teorico, all’accettazione della realtà con conseguenti benefici per il militare…. Divergenze tra i due fratelli dallo stesso nome, ve ne furono, eccome, al di la degli apprezzamenti e della non sempre ottimale coabitazione negli eventi, chiusi tra la Storia e la leggenda….

    Il 1849, durante i giorni della Repubblica Romana, costituisce il primo effettivo banco di prova per la coesistenza, in collaborazione, fra i due; forse l’esperienza più alta, nello spirito della democrazia, con tante incomprensioni, malintesi, diversità di vedute, ma lo stesso idem sentire.

    Il raffronto fra il discorso pronunciato da Garibaldi all’Assemblea romana il 5 febbraio 1849 e gli articoli pubblicati nell’Italia del Popolo in quelle stesse settimane, mette in evidenza con chiarezza, come la Repubblica romana fosse per entrambi un punto fermo, anzi, acquisito, per quanto l’approccio per i due, fosse avvenuto in maniera diversa. Se è presente, in Garibaldi come in Mazzini, la tendenza a identificare, se non addirittura confondere, il concetto di Repubblica con quello di democrazia, in Garibaldi la semplificazione risulta eccessiva, allorché insiste sulla personale e dichiarata convinzione che l’istituzione rigida della forma repubblicana risulti l’opposto del dispotismo assolutista.

    A Mazzini, pensatore più fine, non sfugge il lato negativo di tale concezione, secondo la quale, attribuendo alla Repubblica, e solo a questa, valori e contenuti positivi, la espone alla critica degli avversari, i quali straparlano di utopia, nonché al possibile annacquamento alla causa dei moderati. Mazzini tende a qualificare la Repubblica con caratteri netti, dotandola di una costituzione, questa si democratica, aperta a qualsivoglia aggiornamento, contenitore di grandi problematiche sociali, economiche, per l’amministrazione dello Stato, dallo svago alle tasse, dalle sanzioni, ai rapporti con il passato regime.

    C’è una vera e propria unità operativa, fra Mazzini e Garibaldi, durante i pochi mesi della Repubblica Romana, però quasi sempre punteggiata da contrasti su problemi specifici; primo fra tutti quello dell’organizzazione militare, e, di seguito, nei rapporti col clero, o nei confronti degli estremisti miscredenti di Rieti, ed ancora sulle nomine civili e militari; oppure sul modo migliore per difendere i confini della Repubblica.

    Tanto da arrivare a far sbottare Garibaldi, che un giorno fece recapitare al Triumviro il seguente messaggio: “ Qui io non posso esistere per il bene della repubblica che in due soli modi, o dittatore il limitatissimo, o milite semplice…. A Voi scegliere”.

    Tra i due, quindi, esistono rapporti in Roma repubblicana e posizioni molto complesse, frutto di mancato coordinamento, ed anche di profondi, reali contrasti.

    Garibaldi, alla fine, voleva uscire, come poi fece, seguito dai suoi fedelissimi, dalla città eterna, con l’esercito intero; Mazzini sperava che Garibaldi riuscisse a convincere l’Assemblea a votare per una uscita temporanea da Roma, continuando a combattere.

    La storiografia ufficiale dei governi monarchici divide il destino finalizzato all’Unità, dei due. La funzione utile di Giuseppe Mazzini venne considerata esaurita dopo il 1849. Secondo i libri di Storia in dotazione agli studenti delle Scuole del Regno, la funzione di guida sarebbe stata patrimonio del solo Piemonte e della dinastia sabauda.

    In seguito la sinistra marxista, di ogni venatura del socialismo, da Gramsci in poi, sminuisce l’azione di Giuseppe Mazzini, riconducendone le ispirazioni ai pensatori e agitatori giacobini; considerandone l’azione come espressione degli interessi della piccola, anche se colta, borghesia italiana, volta a soffocare, o quanto meno, a deviare, le aspirazioni sociali delle masse sfruttate.

    L’implosione della forma violenta del socialismo reale dimostra con piena evidenza che si trattò di interpretazioni quanto meno frettolose, se non volutamente arbitrarie.

    Gli scritti lasciati da Giuseppe Mazzini restano a testimoniare la validità dei concetti da questi lasciata e della quale, oggi i democratici di sinistra vogliono impadronirsi.

    Quanto scritto nel programma della Giovine Italia, nei Patti di Fratellanza e nelle altre organizzazioni politiche e sociali pensate dal Maestro supera oltre ogni dubbio, oggi, la validità di queste anticipazioni e gli altri nebulosi programma.

    La guerra rivoluzionaria, fatta da gruppi coordinati e imbevuti di odio di classe, al contrario di portare utili benefici, come qualche scriteriato oggi continua a sostenere, sono all’origine degli sbagli nazionali dalla fine dell’ottocento al termine della cosiddetta “prima repubblica”, ivi compresi quelli legati alla lotta partigiana nel 1944- 45, da questi gruppi ritenuta prologo alla vittoria del proletariato sulla borghesia e il clero; così come l’ostracismo non interventista del 1914-15, e del 1918-19, antefatti alle vicende che portarono al potere la violenza fascista.

    Oggi gran parte dell’opinione pubblica, manovrata a dovere a chi ci avversa, ritiene che la politica e gli ideali mazziniani e repubblicani, e quindi anche garibaldini si esauriscano nel semplice termine di repubblica, solo ed esclusivamente nel senso istituzionale.

    He questo non sia vero, oggi, vivaddio, lo dimostrano i fatti, oltre che i documenti! Fu solo e soltanto Giuseppe Mazzini a diffondere per la prima volta nel territorio che aspirava a diventare uno, libero e laicamente sano, l’esigenza di una sorta di religiosità civile, con l’intuizione di una patria, espressione e simbolo della società – nazione, arricchimento reale e al contempo spirituale della città delle genti, prima con la Giovine Italia, poi nei contenuti della Giovine Europa, ed infine nella mondializzazione del concetto delle Tre Rome.

    Giuseppe Mazzini fu tra i primi, in Europa, ad occuparsi delle complesse problematiche sorte con l’avvento della tecnica industriale, intuì la formazione del proletariato, non ponendolo, però, in contrapposizione al progresso, bensì tentando di promuoverne l’organizzazione, in senso culturale, sociale e civico; fu lui ad organizzare le prime società di mutuo soccorso del mondo produttivo, tra gli artigiani, i contadini, gli intermediari del commercio; per primo promosse le fratellanze operaie, dando vita al Patto di Roma, che nel 1871 fu la prima organizzazione generale dei lavoratori italiani.

    Ecco ciò che scrisse al riguardo: “ Tre grandi fatti contrassegnano l’epoca nuova che sta per sorgere. Il primo è il moto di emancipazione, intellettuale ed economico, che sta svolgendosi nelle classi operaie, e che a poco a poco trasformerà le condizioni che sono oggi ( siamo nel 1871) imposte al lavoro; il riparto della produzione e le basi della nuova proprietà; il secondo è il moto delle genti, invano contrastato dalle monarchie restauratrici, moto che tende a rifar nuova la carta di Europa; il terzo fatto è la manifesta tendenza della civiltà dominante a conquistare le vaste regioni orientali e non solo.

    Quale altro filosofo della politica e della res publica ha mai avuto tali intuizioni?

    Luigi Salvatorelli, saggista e storico del secolo scorso, si domanda, in uno studio sul pensiero e le opere di Giuseppe Mazzini, in quale misura il genovese possa essere inquadrato negli stereotipi del socialismo. No!, egli si risponde, se si chiama socialismo unicamente quel sistema sociale che abolisce d’imperio la proprietà individuale dei mezzi di produzione e ripartisce il prodotto secondo un criterio di divisione al quanto meccanica, solo per opera dell’autorità dominante. Si!, se al contrario si da alla parola socialismo un senso più elevato, e cioè quello di un sistema sociale in cui proprietà e produzione siano organizzate secondo criteri di utilità e giustizia, di equità e condivisione.

    Giuseppe Garibaldi, l’altro genovese, repubblicano prima, monarchico poi, mazziniano sempre, oltre ad essere uomo d’armi ha l’alta coscienza di cittadino.

    Per la storia italiana è un esempio molto, molto grande, in quanto insegna al popolo che il cittadino sa essere patriota, quindi anche guerriero valoroso e dedito alla causa fino in fondo, con ferrea disciplina. Corsero sotto le sue insegne tutte le categorie sociali, nobili e plebei, letterati ed ignoranti, atei e credenti; assieme ai tanti futuri italiani centinaia furono i garibaldini d’oltralpe, tedeschi, polacchi, ungheresi, persino inglesi e francesi, e con loro alcune donne, che si distinsero sempre per l’ardore e la dedizione, al generale ed alla causa.

    Anche nella figura, è stato detto, Giuseppe Garibaldi era fatto per innamorare le genti.

    Statura mediocre, bionda e diffusa la barba, bionde le ciocche dei capelli che ricadono sul collo, bianchissimo nell’epidermide; alta la fronte, eretto il cranio, come se lo tenesse sollevato il ribollire continuo del sangue.Egli teneva volentieri in testa un cappello, che spesso alzava, scoprendo la fronte, nelle ore serene, ed invece si calava sul sopracciglio aggrondato, nelle ore meditabonde.

    Arrivò dalle Americhe bello e spavaldo, nella patria risorta, col suo largo cappello di feltro, il suo puncho e la sua sella americana; simboli questi di un carisma tanto valido quanto riottoso, di uomo capace al sorriso ma deciso al comando, in sella a quel cavallo bianco, così, come tutti ancor oggi lo possiamo vedere in tutte le piazze d’Italia.

    Per una gran parte degli storici del nostro Risorgimento Garibaldi e Mazzini hanno una funzione integrante. Se Mazzini non ci fosse stato, con le sue intemperanze e il non volersi piegare al destino, come sarebbe stato possibile alla stessa monarchia sabauda, che lo perseguitò sempre, dimostrare ai governi europei l’urgenza e la necessità di risolvere il problema dell’unità italiana? Se non ci fossero stati i Mille di Garibaldi e l’episodio di Teano, come sarebbe mai avvenutà la riunificazione nazionale?

    Quindi i due Giuseppe ci sono, si incontrano e si scontrano, mossi entrambi dallo stesso ideale, e non è giusto considerare in negativo il fatto che i due, maturando, abbiano fatto scelte e avuto destini diversi.

    Il condottiero del 1860 non era più il docile, ardente entusiasta giovane che, nei primi tempi della Giovine Italia aveva avuto per il suo Maestro una tenace devozione, e Mazzini non era più lo stesso che aveva insegnato a Garibaldi il patriottismo e ne aveva diffuso le gesta d’oltre oceano.

    La differenza fra i due, affratellati da un giuramento, l’uno Maestro e l’altro discepolo, avevano radice nella loro stessa natura di uomini, liberi e giusti, ed entrambi erano ardenti, lirici, idealisti.

    In Mazzini l’aspetto patriottico prevale, acuito dalla grande cultura, da una fede stabile negli ideali repubblicani e democratici, tanto da impegnarci tutto se stesso.

    Garibaldi, al contrario, era puro impulso, nobile istinto, con gran fiducia in se stesso, con una carica di vanità auto ironica nei momenti di calma, irosa e ostinata nei momenti di azione o di malumore.

    Dopo l’incontro segreto di Napoli, al culmine della spedizione dei Mille, sappiamo che Mazzini ormai vedeva in Garibaldi un dittatore militare, una personalità grossolana, bellicosa, priva di pensiero e di immaginazione, facilmente concupito dai tanti che sapevano di prenderlo per il verso giusto con prebende ed omaggi.

    Garibaldi vedeva in Mazzini, da quel momento in poi, solo un dottrinario, troppo inutilmente inflessibile, uomo colmo di grandi teorie e di scarso senso pratico, che parla del popolo e al popolo, senza essere popolano.

    Era questa proprio la stessa opinione che i moderati fra i futuri italiani si erano fatti del Mazzini, fatto passare dalla causa monarchica come unico e vero responsabile degli enormi sacrifici, in uomini ed in risorse, con i suoi moti e le sue piccole insurrezioni, che avevano avuto in sorte scarsità di risultato.

    Nella storiografia che li riguarda c’è una lettera, scritta il 4 febbraio 1861, scritta da Garibaldi a Mazzini, nella quale il Generale rivela: “ Non penso come Voi circa Vittorio Emanuele. Egli ha l’educazione dei principi, è di buoni costumi, è virtuoso e diligente, ed in sostanza è quanto cercava l’Italia di Machiavelli e Dante. Noi dobbiamo concedergli illimitata fiducia. Io non ho mai capito altra repubblica che il bene del mio Paese!”.

    Giuseppe Garibaldi godrà degli agi del seggio senatoriale, anche se con le tante arrabbiature per le sue iniziative, da alcuno condivise; ed anche di più, egli non partecipò ai funerali di Giuseppe Mazzini, morto nel 1872 sotto spoglie straniere, anche se mai volle e seppe rinunciare ad essere il più grande… tra i mazziniani..

    Renato Traquandi

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Repubblicani/
    845 iscritti alla data odierna ...
    Al link http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/11218

  6. #76
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    Domani a Iseo la conferenza di Antonio d’Andrea; fino al 25 all’Arsenale una mostra per «raccontare» la vita e il pensiero del fondatore della Giovine Italia
    Giuseppe Mazzini, oltre il silenzio

    ISEO - (Brescia) - Domani alle ore 11, nell'aula magna dell' Istituto d'Istruzione Superiore "Giacomo Antonietti" di Iseo, il professor Antonio d'Andrea, docente di Diritto Costituzionale presso l'Università di Brescia, parlerà del tema «Dalla Repubblica Romana (1849) alla Repubblica Italiana (1948): due Costituzioni a confronto». L'introduzione è affidata all' avvocato Amedeo Lombardi della direzione nazionale dell'Associazione Mazziniana.

    Mentre in tutta Italia ci si accinge a ricordare il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, non si è ancora spenta l'eco delle celebrazioni avviate due anni fa in onore di Giuseppe Mazzini, la cui nascita avvenne a Genova il 22 giugno 1805. Nella nostra città e in provincia, in vero, l'anniversario non ha dato luogo ad iniziative di grande rilievo. Pur essendo uno dei quattro «padri» del Risorgimento, Mazzini non ha nell'immaginario popolare lo stesso rilievo di Garibaldi, la scuola se ne occupa poco e il suo pensiero, che non ha esaurito la carica propositiva, può ancora oggi infastidire.
    È davvero importante allora l'iniziativa in corso in questi giorni a Iseo, promossa dalla sezione di Brescia dell'Associazione Mazziniana Italiana, dall'Universitas Ysei e dal Centro Culturale l'Arsenale, un'iniziativa che si è articolata in alcune conferenze e in una mostra iconografica, aperta fino al 25 febbraio nelle sale dell'Arsenale, che attraverso una serie di pannelli illustra la figura di Giuseppe Mazzini nel contesto della storia italiana ed europea del XIX secolo.
    Non poteva essere che Iseo, del resto, a promuovere un momento di riflessione e di commemorazione, perché questa località è stata un grande vivaio mazziniano e tra i suoi figli più illustri annovera quel Gabriele Rosa che, affiliato alla Giovane Italia, fu inquisito insieme ad altri cospiratori nel 1833-34 e scontò una condanna di tre anni nella prigione dello Spielberg.
    La mostra, voluta dal comitato padovano per le celebrazioni del bicentenario, è curata da Benito Lorigiola ed è costituita da 24 pannelli, ricchi di immagini, che raccontano la vita di Mazzini, ne pongono in rilievo il pensiero e analizzano il ruolo da lui rivestito nella vicenda risorgimentale, che viene ripercorsa dai primi bagliori che si intravedono nell'età napoleonica fino al compimento dell'Unità con Roma che, dopo la breccia di Porta Pia, diviene capitale del nuovo stato.
    I primi pannelli illustrano l'ambiente genovese dal declino della Repubblica oligarchica alle vicende napoleoniche fino al passaggio, con la Restaurazione, della città nel Piemonte sabaudo. Vengono poi presi in esame l'ambiente famigliare e la formazione, l'adesione alla Carboneria e la conseguente delusione che, negli anni dell'esilio, porta Mazzini alla formulazione di una nuova strategia e alla fondazione della Giovine Italia, Il pensiero e il programma politico sono riproposti anche nelle aperture di un itinerario europeista verso una nuova epoca «destinata a organizzare un'Europa di popoli liberi». Dopo il ritorno in Italia, nel 1848, Mazzini si trova in prima linea in tutta l'epopea risorgimentale, fedele al suo credo repubblicano e sempre consapevole che il problema sociale è anche problema di libertà. Raggiunta l'Unità, vede nascere una nazione che non è l'Italia da lui sognata e non rinuncia a lottare per i suoi ideali fino agli ultimi giorni.
    Mazzini si spegne a Pisa il 10 marzo 1872, quando viene comunicata la notizia della sua scomparsa gli studenti dell'Università e tutto il popolo pisano accorrono alla sua casa per rendergli omaggio. I funerali vengono celebrati in fretta e la bara viene subito mandata a Genova in ferrovia. Il governo e l'Italia ufficiale scelgono il silenzio: Giuseppe Mazzini è considerato un pericolo anche da morto.

    f.d.l.

    tratto da http://www.bresciaoggi.it/

  7. #77
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    Ettore Ferrari
    Un artista tra Mazzini e Garibaldi

    COMPLESSO DEL VITTORIANO Roma
    dal 6 febbraio al 5 marzo 2007



    ( Fotografia dello studio per il monumento nazionale a Giuseppe Mazzini in Roma 1902 )

    Una selezione di oltre 100 opere (tra disegni, studi, bozzetti, progetti e fotografie) che ripercorrono l'intensa attività artistica dello scultore romano

    orario:
    dal lunedì al giovedì 9.30 -19.30;
    venerdì e sabato 9.30 - 23.30;
    domenica 9.30 - 20.30
    (possono variare, verificare sempre via telefono)

    biglietti: ingresso libero

    vernissage: 6 febbraio 2007. ore 15
    curatori: Ettore Passalalpi Ferrari, Marco Pizzo

    telefono evento: +39 066793598

    tratto da http://img291.imageshack.us/img291/4610/mazzinidt2.jpg

  8. #78
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    L'offerta di Lincon



    Nella tarda primavera del 1861, a un anno di distanza dall'impresa dei Mille, Garibaldi era stato eletto deputato a Napoli e l'8 aprile aveva fatto una delle sue poche apparizioni al Parlamento Subalpino in una tempestosa seduta durante la quale, in camicia rossa, poncho grigio sulle spalle e sombrero in mano, aveva lanciato dure accuse al governo. Quello del politico non era cero il suo mestiere e subito dopo lasciò Torino e si riturò nella pace di Caprera circondato dai fidi compagni di tante battaglie.
    Fra i suoi segretari costantemente all'opera nella "casa di ferro", dono di Felice Orrigoni, c'era il colonnello Candido Augusto Vecchi, il difensore della Repubblica Romana, che proprio quell'anno dava alle stampe il suo "Garibaldi a Caprera", edito dapprima a Torino e l'anno successivo a Napoli e poi a Stoccolma, Utrecht, Lipsia e Londra nelle traduzioni in svedese, olandese, francese, tedesco e inglese.
    Nella piccola Caprera, ove arrivavano quotidianamente centinaia di lettere e moltissimi giornali e gazzette, giungevano dalla lontana America notizie sull'inizio della guerra civile fra gli Stati Uniti del Nord ed i sudisti confederati. Era l'epoca di "Via col vento" e ovunque si combatteva per la libertà degli oltre tre milioni e mezzo di negri, schiavi dei latifondisti del sud. Quei grandi avvenimenti non potevano che entusiasmare Garibaldi, che una sera, a cena con i suoi compagni, fece chiaro cenno agli aneliti di redenzione di quegli infelici schiavi manifestando il rammarico di non essere lì anche lui a combattere per la loro libertà.
    La cosa fu raccolta da Candido Augusto Vecchi che, senza dir nulla al Generale, scrisse a New York al giornalista Theodore Tuckermann lanciando l'idea che Garibaldi, al momento "disoccupato" avrebbe potuto combattere a favore degli Stati Uniti.
    "Le mie idee, insapute al nostro capo - scriverà poi il Vecchi - le feci note ai miei amici, che le plaudirono al cielo. E da più innanzi, non pieni del grandioso disegno popolavano il deserto dell'avvenire di emozioni, di città forzate,di popoli riscossi, di luminarie festose, di clericume distrutto e di altre fanasticaggini a genio di fortuna, di menti e di cuore"
    Sembrava una cosa buttata lì, in un momento di entusiasmo, ma Tuckermann, che aveva conosciuto l'Eroe dieci anni prima durante il suo esilio americano, prese la cosa sul serio. Alla fine di agosto, dopo cauti contatti epistolari, giunse a Caprera l'ambasciatore americano a Bruxelles Sanford che, su incarico del segretario di stato Seward, e quindi con la piena approvazione di Lincoln, propose a Garibaldi di assumere il comando in un'armata nordista nella guerra di secessione.
    Garibaldi, colto di sorpresa, rispose che avrebbe valutato l'offerta. La cosa ovviamente lo allettava e lo lusingava, ma, ora che l'Italia era fatta, gli restava ancora di vedere realizzato il suo sogno mai sopito: quello di vedere Roma capitale del regno. Prima di dare una risposta, comunque, inviò il colonnello Gaspare Trecchi dal re per avere il suo consenso. Sperava in cuor suo che il sovrano, ora che Cavour era morto da appena due mesi e che erano cessati gli attriti col suo avversario di sempre, gli negasse il permesso e che per dissuaderlo gli offrisse qualche comando in Italia. Ma il re rispose che non aveva nulla in contrario e che era libero di partire quando voleva.
    Garibaldi, ovviamente deluso dell'atteggiamento indifferente di Vittorio Emanuele, ebbe subito l'impulso di partire, ma quando il 12 settembre si presentò a Caprera il Ministro degli Stati Uniti Marfh per conoscere la sua decisione era già deciso a rifiutare. La notizia frattanto si era diffusa e da ogni parte veniva scongiurato di non partire.. Da Napoli, che lo aveva eletto deputato, giunse poi il generale Carbonelli con un appello di 22.000 elettori.
    Ben sapendo che non potevano essere accettate, pose quindi due posizioni: avere il comando supremo dell'esercito e poter proclamare egli stesso l'abolizione della schiavitù, cosa che Lincoln farà poi nel 1865 con il 13° emendamento. Gli fu spiegato che per la costituzione americana il comando supremo dell'esercito spetta al Presidente e che l'abolizione della schiavitù, essendo una decisione politica, deve anch'essa promanare dal Presidente ed essere poi ratificata dal Congresso.
    Gli fu proposto quindi il grado di generale di divisione e il comando autonomo di un'armata con la prospettiva di successiva nomina a Maggiore Generale, il massimo grado dell'Esercito, secondo solo a quello assunto dal presidente. Ma Garibaldi rifiutò l'offerta perché, come spiegherà dopo, avrebbe combattuto "...solo per l'abolizione della schiavitù piena e senza condizioni".
    Una cosa è certa, se Garibaldi, invece di rimanere a Caprera, avesse tentato la sua terza avventura americana, tutta la produzione hollywoodiana a cominciare da "Via col vento" e "La capanna dello zio Tom", sarebbe stata rivoluzionata e forse le grandi cariche delle giacche blu del 7° cavalleggeri sarebbero divenute dei prorompenti assalti delle Camicie rosse.

    tratto da http://www.giuseppegaribaldi.info/index.html

  9. #79
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    Riceviamo da G. Carlo Colosio, Segretario AMI di Brescia


  10. #80
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    La Massoneria e Giuseppe Garibaldi

    Garibaldi fu forse il massone italiano dell'Ottocento più noto e autorevole. Dobbiamo considerare la sua adesione alla massoneria alla stessa stregua di quella che egli fornì a innumerevoli associazioni politiche o di mutuo soccorso, talvolta di orientamento assai diverso, di cui accettò la presidenza onoraria? Oppure essa rappresentò per lui qualcosa di diverso, una scelta più vincolante e impegnativa, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo consapevole fino alla morte? Gli elementi a nostra disposizione ci inducono a propendere per la seconda ipotesi. Per Garibaldi, specie dopo il 1860, la massoneria, sfrondata degli orpelli esoterici e rituali che egli dimostrò di non tenere in grande considerazione, fu un luogo di aggregazione e uno strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per realizzare i propri progetti politici e culturali. E la massoneria a sua volta utilizzò Garibaldi, sia prima che dopo la sua morte, come straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali.
    Ma procediamo con ordine. Garibaldi venne iniziato alla massoneria nel 1844, all'età di trentasette anni, nella loggia L'Asil de la Vertud di Montevideo, una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d'Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 egli regolarizzò tuttavia la sua posizione presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del grande Oriente di Parigi. Al pari di altri influenti massoni italiani egli entrò quindi in massoneria in età relativamente avanzata (undici anni dopo l'affiliazione alla Giovine Italia) e durante l'esperienza dell'esilio. Le logge massoniche, com'è noto, in virtù dell'umanitarismo universalistico che le animava, offrirono importanti punti di riferimento agli esuli politici dei paesi europei governati da regimi dispotici e ostili a ogni apertura in direzione democratica e nazionalistica. Importanti furono anche i contatti che Garibaldi ebbe durante il secondo esilio, quando frequentò le logge massoniche di New York e intorno al 1853-54, prima di rientrare nel Regno di Sardegna, la loggia Philadelphes di Londra: qui si raccoglievano alcuni esponenti dell'internazionalismo democratico aperti ai contributi del pensiero socialista e inclini a collocare la massoneria su posizioni fortemente antipapiste.
    Soltanto nel giugno 1860, nella Palermo appena conquistata, Garibaldi venne elevato al grado di maestro massone. L'impresa dei Mille si stava imponendo all'attenzione della comunità internazionale e certo poteva giovare che egli ribadisse la propria militanza massonica, specie in considerazione della simpatia con cui le organizzazioni liberomuratorie di alcuni paesi, come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, guardavano alla lotta per l'indipendenza nazionale italiana. Il ricostituito Grande Oriente Italiano, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, affidò però la carica di gran maestro a Costantino Nigra e conferì a Garibaldi soltanto il titolo onorifico di «primo libero muratore italiano», gratificandolo di una medaglia commemorativa di oro massiccio.
    Lo spirito apparentemente conciliatorio di questa decisione, con la quale si intendeva rendere omaggio alle due anime del Risorgimento, quella dinastico-cavouriana e quella democratico-popolare, non servì a nascondere i forti dissensi che dividevano i moderati dai democratici e a impedire che essi combattessero una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica. Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra rassegnò le dimissioni da gran maestro e un'assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova, già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con 15 voti contro 13. Era il 1° marzo 1862. Pochi giorni dopo il Supremo Consiglio del Rito Scozzese di Palermo, luogo di raccolta di massoni italiani di fede repubblicana e radicale, decise di sottolineare la propria autonomia rispetto a Torino e conferì a Garibaldi, insignito da Crispi dei gradi scozzesi dal 4° al 33°, il titolo di gran maestro.
    Si stava preparando, in quello scorcio del 1862, la spedizione per la liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta, il 29 agosto, dalle fucilate di Aspromonte. Garibaldi, accettando la carica offertagli dall'obbedienza scozzesista siciliana, dimostrò che in quella fase egli attribuiva evidentemente alla Massoneria una funzione importante quale strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche. Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all'iniziazione del figlio Menotti (il 1° luglio) e firmò egli stesso (il 3 luglio) la proposta di affiliazione dell'intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni, e gli altri). «A tal fine e con gli alti poteri a me conferiti gli dispenso dalle solite formalità»: così dichiarò in tale circostanza, ribadendo ancora una volta il proprio disinteresse per gli aspetti rituali e ponendo l'accento sul contributo sostanziale che egli riteneva potesse venire dal coinvolgimento diretto della massoneria nella lotta per il completamento dell'unità nazionale.
    «Fu il fallimento dell'impresa dell'agosto 1862 – ha osservato Aldo Alessandro Mola – a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalismo intransigente». In effetti, da quel momento in poi, il generale manifestò una sempre più convinta adesione alle posizioni della che fu la principale sostenitrice nella penisola di un laicismo inflessibile e di una guerra a oltranza contro la Chiesa cattolica. L'obiettivo politico della liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava evidentemente con l'obiettivo di dar vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere temporale dei papi fosse soltanto un ricordo. D'altro canto, anche dentro il Grande Oriente d'Italia, la componente democratica di provenienza garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza e a imporre le proprie scelte politiche e ideologiche. Non stupisce perciò che la prima vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel maggio 1864 con la partecipazione di 72 delegati, riuscisse finalmente a eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo gran maestro.
    Come è noto, egli detenne questa carica solo per pochi mesi. Troppo vivaci erano gli scontri in atto proprio in quel periodo fra i vari gruppi della sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership unificante di Garibaldi, come era accaduto nel recente passato. Per fare un solo esempio, Antonio Mordini, che Garibaldi scelse come proprio plenipotenziario massonico, era in quel momento impegnato con Crispi e Bargoni nel tentativo di formazione del cosiddetto «terzo partito», un raggruppamento politico collocato a metà strada fra la sinistra costituzionale e l'estrema repubblicana, che intendeva utilizzare proprio il generale e l'organizzazione massonica come strumento per propagandare le proprie idee e raccogliere su di esse il consenso dei democratici.
    Vi erano poi coloro, come il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli, che si battevano per impiantare anche in Italia una massoneria di modello anglosassone, estranea alle beghe di partito. «È già una fatalità – scrisse Frapolli a Mordini, commentando l'elezione di Garibaldi – che le circostanze ci abbiano forzati a scegliere per l'Italia, a gran maestro, un uomo politico. Inconveniente che non può essere tollerato, se non ammettendo la funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incarnato dell'umanitarismo, mentre d'altronde, se quel nome è da tutti accettato, egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo rôle eccezionale e non se ne mescoli altrimenti».
    In realtà, Garibaldi non aveva nessuna intenzione di dare alla sua carica una valenza meramente formale, né pensava che la massoneria dovesse estraniarsi dalle vicende politiche nazionali. Lo si vide bene nel maggio 1867, allorché egli lanciò un celebre appello a tutti i «fratelli» della penisola: “Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non abbiamo Massoneria perché divisi. […] Facciasi in massoneria quel fascio romano che, ad onta di tanti sforzi, non si è potuto ancora ottenere in politica. Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano. Essi pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell'alta missione che dalla nobile istituzione massonica gli è affidata, creino l'unità morale della Nazione. Noi non abbiamo ancora l'unità morale; che la Massoneria faccia questa, e quella [l'unità della nazione] sarà subito fatta. […] L'astensione è inerzia, è morte. Urge l'intendersi, e nell'unità degli intendimenti avremo l'unità di azione”.
    La battaglia per completare l'unificazione nazionale e quella per riunire le varie obbedienze massoniche dovevano dunque andare di pari passo e quasi sovrapporsi. Per Garibaldi la massoneria, unico organismo che fosse dotato di una pur labile articolazione su base nazionale, doveva rappresentare lo strumento di aggregazione di tutte le forze progressiste italiane, per le quali, in quel momento, l'obiettivo assolutamente prioritario era rappresentato dalla lotta per la liberazione di Roma. Proprio a sancire questo suo intento ecumenico e conciliatorio Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di gran maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò la nomina a gran maestro onorario del Grande Oriente d'Italia che gli venne conferita dalla Costituente massonica di Napoli.
    Il legame con l'istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo, come pure profonda era l'identificazione con gli ideali e i valori culturali di cui essa si faceva portavoce. Non valsero a incrinare questo rapporto neppure le divergenze manifestatesi in occasione dell'Anticoncilio di Napoli del 1869, a cui egli aderì con grande entusiasmo e dal quale la Massoneria, per volere di Frapolli, rimase invece sostanzialmente estranea, né il tiepido sostegno dato dal Grande Oriente d'Italia alle ultime iniziative per la liberazione di Roma del 1867 e del 1870.
    Già nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e il testamento ideale che egli avrebbe lasciato alla sinistra italiana post-risorgimentale: l'idea cioè di riunire in un fascio comune tutte le correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo che accettava di muoversi all'interno del quadro istituzionale vigente, pur non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano futuro. La massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere coronato dal successo. «Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene – si domandava nel 1873 - non si affratellano e non si pongono per amore d'indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria, non darà essa l'esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, ecc. non portano esse nel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio, adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma».
    Nell'ultimo scorcio della vita la coincidenza fra le sue posizioni e quelle della Massoneria fu pressoché totale. Basterà ricordare il suo impegno nelle file del movimento pacifista e la battaglia, che vide ovunque i massoni in prima fila, per promuovere la costituzione di organismi di arbitrato a livello internazionale che scongiurassero il ricorso alle guerre. Oppure le sue battaglie per il suffragio universale, per l'emancipazione femminile, per la diffusione dell'istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e decise di sostenere con le modalità più diverse. Ma si pensi, per avere una conferma della forte consonanza di vedute che vi fu anche sul versante del razionalismo positivistico e della militanza anticlericale, all'adesione che Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia l'idea e la pratica della cremazione: movimento che fu direttamente promosso dalle logge massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria. Si ricordi infine nel 1881 la sua mobilitazione, condivisa da molti democratici e fatta propria dal Grande Oriente d'Italia anche in virtù delle pressioni da lui esercitate sul Gran Maestro Giuseppe Petroni, per impedire che dopo il colpo di Tunisi si rompessero i rapporti con la Francia repubblicana e il governo fosse sospinto verso l'alleanza con gli Imperi centrali.
    Dopo la morte di Garibaldi la Massoneria fu tra le forze politiche e sociali italiane quella che più di altre si incaricò di conservarne la memoria e di alimentarne il mito. Nel momento in cui le classi dirigenti del paese stavano profondendo le maggiori energie per costruire un paradigma identitario nel quale l'intera nazione potesse riconoscersi, la morte dell'eroe popolare per eccellenza mise a disposizione un riferimento simbolico prezioso, capace di affiancare e rafforzare l'ormai insufficiente e sbiadita immagine dinastica. Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all'epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo notevolissimo nel favorire la riuscita dell'operazione. Garibaldi fu il nome di gran lunga più diffuso fra quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d'oltremare (in America Latina, in Africa del Nord, ecc.); altre denominazioni, come Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera, erano ispirate dalla medesima volontà di rendere omaggio all'eroe nizzardo. La Massoneria promosse inoltre innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti alla memoria di Garibaldi. La più importante di queste iniziative fu l'inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, e vide il massone e capo del governo Francesco Crispi enfatizzare il contributo dato dalle forze laiche e popolari al Risorgimento.
    La massoneria, grande sostenitrice della necessità di trasformare il 20 settembre in festa civile della nazione, vide in questa occasione coronata la sua richiesta. Al tempo stesso, prima che di lì a un anno difficoltà di varia natura travolgessero i due grandi artefici dell'iniziativa, Francesco Crispi e Adriano Lemmi, essa poté celebrare, nel nome di Garibaldi, la propria consacrazione come struttura associativa laica e democratica depositaria della migliore eredità del Risorgimento e come luogo di coagulo delle energie più vitali e più moderne del paese.

    tratto da http://www.giuseppegaribaldi.info/index.html

 

 
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