Come nacque il Terzo Mondo
Sabina Morandi
Se gli epigoni di Galli Della Loggia ogni tanto leggessero qualche libro, alla loro vulgata sul Terzo Mondo lamentoso e sottosviluppato che muore di fame per l'innata mancanza di senso dello Stato della sua classe dirigente, non ci sarebbe migliore risposta di Olocausti tardovittoriani - El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, Feltrinelli, ( 30,00 euro 461 pagine). Certo l'ultima fatica di Mike Davis, uno degli studiosi di teoria urbana più famosi del mondo, dal loro punto di vista ha qualche difetto: è fitto di dati scientifici, è molto critico nei confronti della storiografia ufficiale e, soprattutto, rovescia uno dei miti fondanti dell'Occidente, quello d'incarnare il progresso e la civiltà. Olocausti tardovittoriani è la storia di una delle più incredibili rimozioni dell'Occidente, quella relativa alle terribili carestie che accompagnarono l'ultima fase della colonizzazione e l'entrata forzata nel mercato internazionale dell'India, la Cina e il Sud America. Una serie di carestie che cominciarono nel 1876 e continuarono fino ai primi anni del Novecento, uccidendo decine di milioni di persone, trasformando in deserti le fertili pianure di un tempo e disegnando la geografia politica ed economica del sottosviluppo odierno.
El Niño
Mike Davis non sottovaluta affatto il ruolo giocato dalla natura in questa impressionante serie di eventi climatici negativi che si concentrarono nell'intera zona tropicale del pianeta, dall'Asia, all'Africa, dal Sud America all'Australia. Al contrario, dedica alla spiegazione del complicato sistema ENSO - ovvero El Niño-Southern Oscillation - alcuni impegnativi capitoli. Il fenomeno ENSO è in sostanza un macrosistema climatico generato dalla complessa interazione fra massa d'aria e temperatura dell'Oceano Pacifico che influenza tutto l'emisfero sud secondo una regolarità ancora difficile da stabilire. L'ENSO è il principale responsabile dell'alternarsi di siccità e alluvioni che talvolta colpiscono le zone tropicali ed equatoriali, ma può estendere la sua influenza fino alle grandi pianure cinesi ai confini con la steppa.
Fin qui la natura. Ma, come sottolinea Davis, la natura da sola non può uccidere fra i trenta e i quaranta milioni di persone, provocando una crisi demografica così grave da venire superata solo dopo il 1945, quando le popolazioni indiane e cinesi hanno ricominciato a mostrare indici di natalità positivi - cioè a crescere. Semplicemente perché El Niño c'è sempre stato, e la variabilità climatica è una delle condizioni con cui le antiche civiltà dell'Indo e del Fiume Giallo hanno imparato a fare i conti molto presto. Ma al clima particolarmente distruttivo di quegli anni si sono aggiunti una serie di fattori del tutto nuovi: l'imperialismo coloniale, la politica dei prezzi delle materie prime agricole, l'introduzione del sistema monetario basato sul cambio aureo e la totale assenza di una politica rivolta a sostenere le popolazioni colpite dalla carestia.
Le navi di Nelson
Durante le guerre napoleoniche l'ammiraglio Nelson rimpinguava la sua flotta con le navi prodotte dalla più avanzata industria navale del tempo, ovvero quella indiana. Se qualcuno ha cominciato a squarciare un velo sulla mitologia della Rivoluzione industriale, rendendo noti i numerosissimi settori in cui la tecnologia indiana era più avanzata di quella europea - navale, siderurgico e tessile, ad esempio - ben pochi sono a conoscenza dell'alto livello di vita di cui hanno goduto i contadini cinesi durante tutto il Settecento, garantito dalla capacità del governo imperiale di gestire, appunto, le ricorrenti carestie. "Nessuna società europea contemporanea", scrive Davis, "garantiva la sussistenza come diritto umano ai suoi contadini né poteva emulare, come notarono stupiti in seguito i fisiocratici, ‘il tempismo perfetto delle operazioni' di soccorso". Infatti, continua Davis, "gli europei dell'epoca stavano morendo a milioni per carestia e malattie da malnutrizione in seguito agli inverni polari e alle siccità estive del 1740-43". Insomma "durante l'Età della ragione europea le masse affamate erano francesi, inglesi e calabresi, non cinesi né indiane".
Appena un secolo dopo, con l'arrivo degli europei e dei loro mercati, le conseguenze delle carestie furono ben più tragiche. Non tanto, e non solo, per il feroce sfruttamento coloniale quanto, soprattutto, a causa delle misure iper-liberiste - quelle che Davis chiama gli "aggiustamenti strutturali dell'epoca" - che distrussero l'agricoltura locale - adattata da millenni all'ecosistema variabile - imponendo monocolture destinate all'esportazione di merci, come il cotone, i cui prezzi erano più instabili dei monsoni. In quest'ottica, tutta la politica coloniale può essere letta semplicemente come una sorta di concorrenza sleale: la programmata distruzione, con mezzi speculativi o militari, di pericolosi concorrenti. Da questo punto di vista il colonialismo ebbe pieno successo: le più avanzate civiltà dell'epoca vennero ridotte a quello che oggi chiamiamo Terzo Mondo.
I soccorsi "darwiniani"
Uno degli effetti più perversi dell'invasione europea fu soprattutto lo smantellamento di quelle reti di soccorso con cui i grandi imperi centralizzati avevano "onorato il patto sociale". Gli imperatori Qing vennero costretti a smantellare i "granai sempre normali", pensati sia per l'emergenza che per la stabilizzazione dei prezzi delle derrate alimentari, insieme ai raffinatissimi sistemi d'irrigazione e di trasporto su canale utilizzati per spostare alimenti dalle zone d'eccedenza a quelle colpite dalle carestie. In India, l'eccellente sistema d'irrigazione e di soccorso dei Moghul venne distrutto così come vennero smantellati, stavolta con le armi, i sistemi di coltivazione e di irrigazione collettiva dei piccoli villaggi del Sud. La privatizzazione delle foreste, da sempre risorsa per la sussistenza nei periodi di magra, fece il resto.
Inoltre, quando la carestia colpì l'India, il viceré britannico si fece portavoce inflessibile di una rigida politica del laissez-faire simile a quella che aveva mietuto un milione di vittime durante la carestia irlandese. In seguito, di fronte allo svuotarsi dei villaggi, Lytton cedette a quella che chiamava "isteria umanitaria" e organizzò i "soccorsi": dei veri e propri campi di concentramento dove i contadini lavoravano duramente in cambio di una razione di cibo che è circa la metà di quella necessaria a sopravvivere. Inoltre i "cantieri sociali" erano volutamente molto lontani - si parla di centinaia di chilometri - dai villaggi delle vittime della carestia, per evitare "di gettare le basi di un sistema di generico sostegno ai diseredati". Perfino la semplice misura di interrompere la riscossione delle tasse sul cotone venne rifiutata in quanto "figlia del comunismo internazionale". I pochi funzionari che osarono denunciare la pratica dei cantieri sociali finirono sotto il fuoco incrociato dei giornalisti dell'epoca. L'Economist si scagliò violentemente contro la "stravaganza" di avere permesso "che il livello delle paghe per i cantieri fosse deciso dalle quotidiane esigenze di cibo dei lavoratori" e soprattutto fustigò pubblicamente i funzionari che avevano "incoraggiato gli indolenti indiani a ritenere che è dovere del governo tenerli in vita".
Liberazione 6 ottobre 2002
http://www.liberazione.it


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