XXX. La Fura dels Baus. Teatro Colosseo di Torino. 12.10. 2002.
Non so bene quale sia la forza trasgressiva di XXX, lo spettacolo de “La Fura dels Baus”, compagnia catalana famosa per le sue performances pulp, ai limiti dell’osceno. Non ne sapevo molto neppure quando sono andato a vederlo, salvo che si trattava di una libera interpretazione de “La filosofia del boudoir” di De Sade.
Al termine mi sono davvero chiesto qual è il messaggio. La vicenda della ”educazione” di una fanciulla al dolore e al piacere con il fine di raggiungere la “libertà” dai pregiudizi e dalla morale borghese non mi è sembrata particolarmente originale, né così eversiva. Se raffronto i mezzi usati nella scena con il mondo in cui viviamo, direi che abbiamo ben poco da cui “liberarci”.
Ma veniamo a XXX. Vietato ai minori, osceno a tratti ed esplicito sempre, ma condotto con magistrale bravura. I quattro attori, due maschi e due femmine, sono davvero bravi nel giostrarsi con una storia che condensa temi noti come il sesso e la violenza facendone la tragica parodia di un film porno. Entrando in scena, la parodia smette d’essere ob-scena (fuori dalla scena). Non si tratta di entrare in un oscuro cinema per vedere degli atleti del porno in azione. Questo è teatro: ogni sera (soltanto due, in questo caso) la scena rende lecito ciò che altrimenti sarebbe insostenibile, e il confine tra attore e spettatore diventa quanto mai sottile.
È gioco, e gli attori conducono il gioco immedesimandosi fino all’amplesso. Grazie alla tecnologia, il pubblico assiste a coiti in diretta, sodomia, fellatio, eiaculazioni. Tutto vero, o quasi. Perché il gioco annulla il confine tra realtà e finzione. Talvolta lo schermo ingigantisce le loro bocche che lavorano su peni e vagine, altre volte immagini di repertorio (roba da Mixer o Real Tv), pulp e raccapriccianti, s’inseriscono nella scena. Vediamo il bellissimo Dolmancé entrare nell’ano della giovane vittima, e lo vediamo eiaculare su di lei, ma lo vediamo anche crocefisso nel vuoto, inchiodato dalla vittima diventata carnefice.
Realtà o finzione? Quest’ambiguità mi sembra il punto forte dello spettacolo. Quelli della Fura ne sono consapevoli, tant’è che annullano la distanza con gli spettatori chiedendo la loro opinione, rendendoli partecipi dell’osceno. Scendono dal palco, prendono della gente a caso (ma sarà vero?) chiedendo se vogliono salire lassù per vivere una qualche fantasia inconfessata. Se il teatro permette di annullare i confini, allora l’ob-sceno non è soltanto “fuori da noi”. È possibile sentirsi incolpevoli per quanto sta succedendo sul palco? È possibile assistere, distaccati, al destino della vittima; alla sua graduale “liberazione”? No. Dobbiamo esprimerci, dire se riteniamo quel percorso un’educazione o una diseducazione.
Quelli della Fura non accettano mediazioni. Sembrano dire: ok, siete venuti qua perché sotto sotto pensavate di vedere un pornazzo senza dovervi vergognare. Magari per raccontare, domani, qualcosa d’inedito. Ci spiace. Noi rendiamo il gioco spiazzante: v’invitiamo a vivere ciò che avete sempre immaginato. Avete il coraggio, oppure credete davvero di potervi astenere?
L’apice si raggiunge quando viene annunciato che tra quelle mura sta per svolgersi un esperimento scientifico. Dei “ferormoni” sarebbero stati sparati sul pubblico per verificare l’intensità della risposta allo stimolo erotico. Una telecamera sta aggirandosi tra le poltrone, mentre Dolmancé invita a respirare profondamente. Si colgono palpeggiamenti, bottoni slacciati, cerniere aperte; una ragazza si china sul cazzo gonfio del vicino… In realtà si tratta d’immagini che non colgono l’attimo, ma che sono state precedentemente girate. Non siamo noi quelli, ma potremmo esserlo.
È un gioco. Lo dice anche Dolmancé alla vittima terrorizzata e compiaciuta, appena liberata dal cellophane che la legava come un prodotto da supermercato. Colpo di genio finale, dopo lo stupro e l’infibulazione della madre della vittima, colpevole di tutto, i quattro della Fura eseguono un “vestirello” e, come tarantinesche jene, escono di scena attraverso un sipario che riporta frasi inneggianti al crimine contro la presunta (e sempiterna) morale borghese.
Qui torno alle mie perplessità iniziali. Se davvero è ammirevole la capacità della Fura sia nell’espressione corporea, sia nell’uso della tecnologia, sia nello spiazzare lo spettatore manipolando (mai termine fu più azzeccato!) una cultura teatrale che va da Pirandello al Living, con intenti che mescolano il situazionismo e Baudrillard, riguardo alla filosofia (del boudoir?) che dovrebbe motivare lo spettacolo, non so bene cosa pensare. In sostanza, non si va oltre la solita commistione sesso/violenza per “epateir le bourgeus”. L’intento dei tre libertini che attirano la ragazza nell’incubo erotico con il pretesto di un provino cinematografico è lo stesso che muove il testo sadiano: sbrigliare l’immaginazione dai sensi di colpa. Siamo alle solite, utopiche speranze della “rivoluzione sessuale”.
I quattro gianburrasca della Fura sembrano stare dalla parte di Bataille e vedono nella rivoluzione (sessuale) il trionfo degli istinti. Io sto dalla parte di Simone Weil: vedo nella rivoluzione (anche sessuale) una migliore gestione degli istinti, che non possono disgiungersi dai sentimenti. Non a caso ammiro la recente svolta di un altro spagnolo, Almodovar, che da iconoclasta è maturato ad un originale “cinema dei sentimenti”, quasi a ricordarcene l’assenza o la cattiva gestione in noi uomini della "rivoluzione sessuale”.
Riguardo al Divino Marchese, so riconoscere una passata lettura ambivalente e non priva di conflitti con la mia Ombra. Tuttavia non sono mai riuscito a comprendere un vizio di fondo: come si può parlare di liberazione opponendo ad un sistema chiuso un sistema ancora più chiuso? Non c’è fuga nei suoi testi, ed è forse per questo che alcuni lo assurgono a cantore della modernità. Ma la modernità, c’insegna Kundera, è una trappola. Ne è la dimostrazione XXX, questo spettacolo che ci ributta in faccia le rovine della modernità, pretendendo così di liberare l’immaginazione.
Claudio Ughetto




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