…gli Agnelli.
“Dovevamo scendere meno a patti con i politici e con l’impresa pubblica”.
Era il 20 febbraio 1996. Sul Corriere della Sera, Giovanni Agnelli dava un giudizio secco sulle intromissioni della mano pubblica nel mercato. Possibile mai che la ruota della storia sia così tanto girata, da mutare quelle parole nell’esatto opposto? L’ipotesi-ponte, per Fiat auto, in cui la mano pubblica direttamente parteciperebbe a un aumento di capitale a fianco delle banche creditrici e degli americani di General Motors, farebbe pensare di sì. Del resto, il primo a parlare di ipotesi allo studio di un salvataggio di Stato, per Fiat, è stato proprio il Foglio. Ma attenzione. Non tutte le ipotesi sono uguali. La giornata di ieri mostra che la confusione politica è grande, se Fausto Bertinotti invia una lettera di commosso antiliberismo a Berlusconi, Francesco Rutelli apre a una “soluzione condivisa”, e Massimo D’Alema non resiste ad apparire il migliore e si rifugia invece nello scherno.
Ma prova soprattutto che la volontà del governo va letta bene.
Non stare con le mani in mano di fronte alla crisi della Fiat, non significa affatto un’opinata resurrezione dell’industria di Stato.
Le fonti dicono che è stato letto male, il comunicato di Palazzo Chigi dopo l’incontro con Paolo Fresco e Gabriele Galateri. Hanno confuso anche le parole di Romano Prodi, venerdì scorso, quando ha sottolineato “i successi dei manager delle ex partecipazioni statali”. Al Tesoro e a Palazzo Chigi, qualcuno ha accompagnato le agenzie di Prodi con una tabellina diffusa dall’Iri, all’annuncio della sua liquidazione 2 anni fa. Dei fondi di dotazione che l’Iri stesso (molto prudenzialmente) valuta di aver ricevuto, nel corso della sua storia, per 81mila miliardi di lire del 1999, ben 24mila si riferiscono agli anni di Prodi presidente.
Altro che successi. Tanto che il governo ieri ha emesso una seconda nota, affidata a Giancarlo Fini, chiamando gli azionisti torinesi a “ comportamenti virtuosi”. Cioè a mettere mano al portafoglio.
Un aumento di capitale con lo Stato a far lui da mallevadore a banche italiane e americani, “virtuoso” non è. Invece di fermarsi alle opzioni bancarie sin qui esercitate su Italenergia e Ferrari, e delle cessioni dell’alluminio di Teksid – che da soli non risolvono il problema dei 5-6 miliardi di euro come minimo ulteriormente necessari per un biennio di ristrutturazione dell’auto – Fiat ha nel portafoglio partecipazioni ben cedibili, capaci di generare le risorse utili per “accompagnare” la necessaria integrazione in un grande player internazionale. C’è la Toro, le partecipazioni in Capitalia, Roma Vita e Mediobanca, quand’anche l’azionista non volesse poi intaccare l’integrazione con Iveco e Case-New Holland.
Come metterla con le altre imprese?
L’ala della famiglia guidata da Umberto Agnelli ha in Galateri amministratore delegato Fiat la garanzia di non “bruciare” i preziosi asset custoditi in Ifil (Rinascente, quota del Sanpaolo, Worms, Alpitur, le quote di Danone, Club Med eccetera), deludendo alcune banche, che avrebbero preferito contare sul solo Fresco e mano più libera sul piano industriale. Un’eco di questa divaricazione è risuonata ieri nella dichiarazione di Umberto Agnelli, “il piano resta il nostro, io con Fresco ad Arcore non c’ero”.
Ma se il governo ritiene di dover fare fino in fondo, con gli strumenti ordinari, la sua parte per “portare” a Termini Imprese nuovi business e le industrie del Nord; se ritiene di onorare in pieno con gli ammortizzatori sociali le conseguenze occupazionali della severa ristrutturazione necessaria; se guarda con interesse al ruolo di “moral suasion” svolta dai governi europei, a fianco dei banchieri centrali, nei confronti di un sistema bancario sempre più allarmato dai propri incagli; se si adopererà – sentiti anche gli americani – per capire cosa possa tutelare il più possibile headquarter, ricerca e styling di ciò che è difendibile, in termini di mercato, dell’auto italiana; tutto questo già significa risorse almeno tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro. Raddoppiarli “sostituendosi” agli azionisti industriali italiani, non è solo un problema con Bruxelles. Suonerebbe incongruo di fronte ai 20 mila esuberi annunciati dal settore bancario. Incoerente con i sacrifici chiesti alle imprese. Problematico, visto che a Palazzo Chigi non siede una coalizione rosso-verde come a Berlino.
“Il rischio però c’è”, dice un ministro che non sottovaluta la rivincita per il premier di cui a Torino prima del voto dissero “se Berlusconi perde perde da solo, e se vince vinciamo tutti”. “Per Berlusconi – chiosa il ministro antistatalista – sarebbe una vittoria di Pirro. Già è dura rinviare gli sgravi fiscali ai ceti medio-alti, ridurli a tutte le imprese. Gli occupati? Capisco. Ma il paracadute agli Agnelli, quello no”.
da il Foglio di martedì 15 ottobre
saluti




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