Domani ricorre l'anniversario della morte di Oriana Fallaci. In ricordo pubblico la lettera che la mia fidanzata scrisse di getto, dopo la tristissima notizia. Rileggendola riscopro il sentimento di commozione che in quei giorni mi assalì; e la sensazione di solitudine e di annientamento: fu come se tutti noi fossimo divenuti orfani. Muti. Oriana era infatti la voce tuonante che squoteva. Era una maestra di vita.
Il giorno della sepoltura fui incaricato di portargli questa lettera. Di fronte a lei, come se mi guardasse mentre mi raccomandava di non essere triste ma di reagire, capii che il dovere di quanti amano la vita era quello di continuare a parlare, tutti insieme, affinché la sua voce continuasse a tuonare.
Ciao Oriana,
ti sembrerà strano ricevere questa lettera da una persona di cui tu ignori l’esistenza.
Ti sembrerà strano, dicevo, o forse no.
Forse ne avrai ricevute a migliaia, a milioni di lettere come questa, e credimi, ne sono felice.
Felice come un bambino davanti, non ad una, ma a dieci coppe di gelato.
Felice che ci siano altre anime, altri cuori ed altri polmoni che scandiscono le sillabe del tuo nome con la stessa attenzione, la stessa ammirazione e con lo stesso affetto che si riserva alla più adorata delle sorelle, più caro degli amici, al più amato degli amanti.
Felice! Come quando a New York, nella tua New York, mi sono ritrovata circondata da una miriade giochi e tutti a mia disposizione, tutti per me, almeno per quel giorno.
Era il 1983 ed io non ti conoscevo ancora, ma è stato un giorno che nella sua semplicità è rimasto con me sino ad ora, e spero che questa lettera, nella sua non originalità, rimanga con te da ora e per sempre.
Potrei dirti che queste parole sono un atto dovuto ma in verità sono solo un pensiero sincero.
Tu stessa hai detto: <<Ci sono momenti nella Vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo>>.
Ma non è questo il caso. Non è questo il momento. Non il mio.
Non è un imperativo categorico al quale non mi posso sottrarre ma è un’esigenza corporea dalla quale non riuscirei a fuggire, seppure lo volessi.
Sapessi cara Oriana, cosa dicono di te ora! Ora che non puoi rispondere, ora che non puoi graffiare, ora che non puoi fare male.
Ora che non ci sei più.
Li sentissi! Sentissi le loro parole aggraziare oggi il mostro Fallaci con la stessa delicatezza con cui ti hanno chiamata “terrorista” e “visionaria”.
Li vedessi! Li vedessi mentre accarezzano delicatamente con una mano il tuo viso, mentre nascondono nell’altra un macete cercando di resistere al desiderio di tagliarsi tutte e cinque quelle dita che ti hanno toccata.
Non li ascoltare per favore, non farti ingannare dalle piazze e dalle strade che ora prendono il tuo nome. Perché le voci di chi oggi festeggia rumorosamente il suo tributo che ricorda al mondo che sei morta, nascondono il vero dolore di chi piange la sua solitudine in silenzio perché non la vuole accettare.
Il dolore di chi, come me e l’altra parte di me (il mio uomo), spinge a sfogliare di nuovo le tue pagine per ritrovare le tue parole, e con esse, la compagnia di un pensiero, di una Donna - no ma che dico - di quella Donna e di un’amica per non sentirsi più soli.
Non ascoltare chi elogia la tua carriera di scrittrice volendo mal celatamente strappare a quella penna, merito dei loro ossequi, il braccio che la cingeva in pugno, e con esso, quella Donna mostro artefice dei loro incubi.
Non ascoltare le voci dei seguaci di Maometto che non parlano della tua morte perché secondo loro Allah ti sta già rendendo “merito” della tua vita.
Sei davanti Allah, Oriana? Allora fagli vedere chi sei!
Ti chiedo invece, di ascoltare le voci di coloro che esultano della tua perdita, della nostra perdita, perché in esse è celata la forza della tua grandezza.
Nel loro odio e disprezzo sincero, si legge il tuo vigore più vero.
Una volta tu hai detto: <<Un giornalista è uno storico. E’ uno storico perché scrive la storia nel momento in cui essa avviane e senza che sia viziata ed inquinata dalle mani di chi, a grazia del suo titolo, la interpreta a proprio piacimento>>.
Niente di più vero, Oriana, e tu la Storia l’hai scritta, e forse, proprio nel momento in cui hai lasciato il passo all’Alieno.
Ma non ti preoccupare, la sua non è una vittoria, no. Illuso chi pensa sia così.
Si sarà mangiato il tuo corpo, ma non la tua anima.
Avrà corrotto i tuo fisico, ma non il tuo pensiero.
E a cosa gli è servito? A farti morire per morire anche lui con te?
Ma a quell’illuso che ancora si gloria e si alimenta delle sue illusioni io voglio dire: <<Magra vittoria la sua! E perdonami se infrango le tue speranze>>.
Ma mentre parlo del tuo Alieno, tu raccontami com’è il suono delle campane di Santa Maria del Fiore.
Raccontamelo, ti prego, io non credo di conoscerlo.
Descrivimi ancora una volta la tua Toscana, parlami ancora una volta della Terra di Giotto, di Dante, di quel Carducci che scalda ogni volta e ogni giorno i respiri dell’altra parte di me.
Insegnami ad amarla come l’amavi tu ed insegnami a proteggerla come cercavi di fare tu.
Oh Oriana, tu che hai vissuto la resistenza, perché non hai resistito ancora un po’?
Tu che hai conosciuto la guerra, perché non hai continuato a combattere?
Tu che non hai conosciuto la paura e che hai avuto il coraggio di guardare negli occhi il tuo nemico spagliandolo della sua anima, tu che non ti sei fatta piegare, dimmi, perché ti sei fatta spezzare?
Vedi Oriana? E’ qui che mi manchi di più: quando penso che non puoi tornare a parlare.
E’ qui che la rabbia diventa ancora più collerica e l’orgoglio sempre più urente.
Brucia e fa quasi male.
Nel 1983 non ti conoscevo e ho continuato a non conoscerti fino a quando non ti ho scoperta.
E così, di scoperta in scoperta, ho viaggiato nei tuoi libri, e ho assaporato dalle tue pagine il succo dell’esistenza, il valore per la Vita.
Hai capito bene, non ho detto il valore della Vita, ma il valore per la Vita.
Quel valore e quel coraggio che pochi conoscono, che pochi sanno ascoltare e che pochi sanno difendere.
Quel valore che oggi chiamano intolleranza mentre mettono come a vessillo delle sue colpe un qualcosa che definiscono integrazione e che altro non vuole essere che una lenta perdita di se stessi.
Ti ho scoperta, dicevo, e ti ho conosciuta di libro in libro, aggiungendo ad ogni pagina una nuova scoperta e sottraendo ad ogni parola un po’ del nostro tempo insieme.
E alla fine restavi tu, il senso e il peso delle tue parole ed infine il silenzio, quel silenzio che ti era tanto caro.
Quel silenzio che era per te come un guscio per proteggerti da quel mondo che non era più capace di proteggere se stesso; quel silenzio che rompevi solo per intraprendere un’altra battaglia.
Ma ora che per te son finite le battaglie, chi colmerà quel silenzio per te?
Tu, fedele come sempre ai tuoi ideali, te ne sei voluta andare in silenzio e da sola, accettando ed accogliendo la compagnia di pochi.
Ma lascia che ti accompagni questa mia lettera come a testimonianza ti tutto quello che avrei sempre voluto dirti e che, forse per pigrizia, non ho mai messo nero su bianco.
Lascia che un pezzo di me venga con te per avere l’illusione di non averti mai persa.
Lascia che ti seguano queste mie parole perché pochi giorni son passati e già mi manchi.
M.





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