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Discussione: Questo Amore

  1. #241
    Imperturbabile
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    Originally posted by Goyassel La Zucca
    Altra poesia (invero un poco nojosetta) del Conte di San Leopardo: Consalvo.

    Senza dedica (o forse sì...).


    Presso alla fin di sua dimora in terra,
    Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
    Del suo destino; or già non più, che a mezzo
    Il quinto lustro, gli pendea sul capo
    Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
    Così giacea nel funeral suo giorno
    Dai più diletti amici abbandonato:
    Ch'amico in terra al lungo andar nessuno
    Resta a colui che della terra è schivo.
    Pur gli era al fianco, da pietà condotta
    A consolare il suo deserto stato,
    Quella che sola e sempre eragli a mente,
    Per divina beltà famosa Elvira;
    Conscia del suo poter, conscia che un guardo
    Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,
    Ben mille volte ripetuto e mille
    Nel costante pensier, sostegno e cibo
    Esser solea dell'infelice amante:
    Benchè nulla d'amor parola udita
    Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma
    Era del gran desio stato più forte
    Un sovrano timor. Così l'avea
    Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

    Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
    Alla sua lingua. Poichè certi i segni
    Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,
    Lei, già mossa a partir, presa per mano,
    E quella man bianchissima stringendo,
    Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza:
    Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,
    Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
    Qual maggior grazia mai delle tue cure
    Dar possa il labbro mio. Premio daratti
    Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.

    Impallidia la bella, e il petto anelo
    Udendo le si fea: che sempre stringe
    All'uomo il cor dogliosamente, ancora
    Ch'estranio sia, chi si diparte e dice,
    Addio per sempre. E contraddir voleva,
    Dissimulando l'appressar del fato,
    Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
    Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
    Come sai, ripregata a me discende,
    Non temuta, la morte; e lieto apparmi
    Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
    Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
    Parto da te. Mi si divide il core
    In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
    Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
    Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
    Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
    In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga
    Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
    Potrò del dono, io semispento, a cui
    Straniera man le labbra oggi fra poco
    Eternamente chiuderà. Ciò detto
    Con un sospiro, all'adorata destra
    Le fredde labbra supplicando affisse.

    Stette sospesa e pensierosa in atto
    La bellissima donna; e fiso il guardo,
    Di mille vezzi sfavillante, in quello
    Tenea dell'infelice, ove l'estrema
    Lacrima rilucea. Nè dielle il core
    Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
    Rinacerbir col niego; anzi la vinse
    Misericordia dei ben noti ardori.
    E quel volto celeste, e quella bocca,
    Già tanto desiata, e per molt'anni
    Argomento di sogno e di sospiro,
    Dolcemente appressando al volto afflitto
    E scolorato dal mortale affanno,
    Più baci e più, tutta benigna e in vista
    D'alta pietà, su le convulse labbra
    Del trepido, rapito amante impresse.

    Che divenisti allor? quali appariro
    Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
    Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
    Ch'ancor tenea, della diletta Elvira
    Postasi al cor, che gli ultimi battea
    Palpiti della morte e dell'amore,
    Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
    In su la terra ancor; ben quelle labbra
    Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
    Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa
    Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
    Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
    Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;
    Non a te, non altrui; che non si cela
    Vero amore alla terra. Assai palese
    Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
    Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
    Muto sarebbe l'infinito affetto
    Che governa il cor mio, se non l'avesse
    Fatto ardito il morir. Morrò contento
    Del mio destino omai, nè più mi dolgo
    Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
    Poscia che quella bocca alla mia bocca
    Premer fu dato. Anzi felice estimo
    La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
    Amore e morte. All'una il ciel mi guida
    In sul fior dell'età; nell'altro, assai
    Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
    Solo una volta il lungo amor quieto
    E pago avessi tu, fora la terra
    Fatta quindi per sempre un paradiso
    Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
    L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto
    Con riposato cor: che a sostentarla
    Bastato sempre il rimembrar sarebbe
    D'un solo istante, e il dir: felice io fui
    Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
    Esser beato non consente il cielo
    A natura terrena. Amar tant'oltre
    Non è dato con gioia. E ben per patto
    In poter del carnefice ai flagelli,
    Alle ruote, alle faci ito volando
    Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
    Nel paventato sempiterno scempio.

    O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
    Gl'immortali beato, a cui tu schiuda
    Il sorriso d'amor! felice appresso
    Chi per te sparga con la vita il sangue!
    Lice, lice al mortal, non è già sogno
    Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
    Provar felicità. Ciò seppi il giorno
    Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
    Questo m'accadde. E non però quel giorno
    Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
    Quel fiero giorno biasimar sostenni.

    Or tu vivi beata, e il mondo abbella,
    Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
    Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce
    Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
    Dal misero Consalvo in sì gran tempo
    Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
    Come al nome d'Elvira, in cor gelando,
    Impallidir; come tremar son uso
    All'amaro calcar della tua soglia,
    A quella voce angelica, all'aspetto
    Di quella fronte, io ch'al morir non tremo!
    Ma la lena e la vita or vengon meno
    Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,
    Nè questo dì rimemorar m'è dato.
    Elvira, addio. Con la vital favilla
    La tua diletta immagine si parte
    Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
    Non ti fu quest'affetto, al mio feretro
    Dimani all'annottar manda un sospiro.

    Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
    Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
    Suo dì felice gli fuggia dal guardo.
    Il Consalvo di Leopardi! Quanti ricordi!!!
    Avevo i canti nell'edizione del De Robertis (Giuseppe, il padre), me la lessi addietrissimo tempo fa su quelle pagine ingiallite e quasi del tutto prive di note e di commento...ricordo solo che lei era Fanny Targioni Tozzetti, no? E che la storia di Consalvo ed Elvira preesisteva alla poesia...mi piaceva molto, un pò meno il fatto che alla fine Consalvo dovesse morire davvero, e l'angoscia che avrebbe dovuto aver provato Elvira di fronte a quelle parole pronunciate dalla bocca di uno che stava per morire.
    Nella poesia, di quel che prova lei non si sa niente.
    Mi ricorda un racconto di Schitzler, il tema di morire e lasciare vivo qualcuno che amiamo, e cosa prova chi muore e chi resta. Si chiama "Morire", appunto, ma sto andando offtopic dal thread, che invece parla solo d'amore...
    Lei che dice, signor Goyassel?

  2. #242
    sempre soccombente
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    Arrow Re: Re: Poesia di G.L.

    Originally posted by pensiero
    Carissimo Sig. Goyassel La Zucca, in effetti la poesia che così gentilmente mi ha dedicato non la conoscevo.....La ringrazio cmq di avermene data l'occasione per apprenderla....., ma soprattutto sono piacevolmente stupita del Suo pensiero, spero di ritrovarLa ancora in questo angolino che mi sono ritagliata per riportare le più belle poesie d'amore che ho letto......non so se Le faccio una domandina indiscreta, spero di no......a Lei piacciono le poesie d'amore ? La saluto cordialmente e La ringrazio ancora......tenga presente questo posticino...siamo in pochi a frequentarlo....ma sicuramente ...pochi...ma buoni....

    Ill.ma Sig.ra (o Sig.na) Pensiero,
    io invece ringrazio lei per il cortese invito! Va bene, d'ora in avanti, ogni tanto, farò capolino in questo spazio. Purché - beninteso - oltre alla linea telefonica, non si debba pagare nulla: come dico sempre a' miei, ogni centesimo speso per le distrazioni, è un centesimo sottratto alla campagna... e la cosa, almeno secondo il mio modestissimo parere, non è un bene.
    Quanto alle poesie d'amore (non è affatto una domanda indiscreta!), debbo ammettere che tendenzialmente sarei un poco prevenuto. Perché è facile, in questo campo, scadere nel tritello e nel patetico.... Tuttavia per il Conte di San Leopardo e per pochi altri (pochi però; e che siano Italiani!) son disposto a fare un'eccezione.
    In fondo in fondo io sono come que' dolcetti alla pasta di mandorla, ricoperti di scorze* sempre di mandorle (buonissimi: li fanno dalle mie parti): fuori appajo scostante e scorbutico, ma sotto la... "corteccia"... ho anch'io un'anima e un cuore.

    Cordialmente,

    G.L.-


    * - Errata corrige: Ho scritto scorze, ma intendevo dire scaglie!
    G.L. 20.12.2002

  3. #243
    Veneta sempre itagliana mai
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    LA TESSITRICE


    Mi son seduto su la panchetta
    come una volta... quanti anni fa?
    Ella, come una volta, s'è stretta
    su la panchetta.

    E non il suono d'una parola;
    solo un sorriso tutto pietà.
    La bianca mano lascia la spola.

    Piango, e le dico: Come ho potuto,
    dolce mio bene, partir da te?
    Piange, e mi dice d'un cenno muto:
    Come hai potuto?

    Con un sospiro quindi la cassa
    tira del muto pettine a sé.
    Muta la spola passa e ripassa.

    Piango, e le chiedo: Perché non suona
    dunque l'arguto pettine più?
    Ella mi fissa timida e buona:
    Perché non suona?

    E piange, e piange - Mio dolce amore,
    non t'hanno detto? non lo sai tu?
    Io non son viva che nel tuo cuore.

    Morta! Si, morta! Se tesso, tesso
    per te soltanto; come, non so;
    in questa tela, sotto il cipresso,
    accanto alfine ti dormirò. -
    Giovanni Pascoli

  4. #244
    sempre soccombente
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    Predefinito Consalvo ed Elvira: intervento di Goyassel La Zucca

    Originally posted by Unheimlich

    Il Consalvo di Leopardi! Quanti ricordi!!!
    Avevo i canti nell'edizione del De Robertis (Giuseppe, il padre), me la lessi addietrissimo tempo fa su quelle pagine ingiallite e quasi del tutto prive di note e di commento...ricordo solo che lei era Fanny Targioni Tozzetti, no? E che la storia di Consalvo ed Elvira preesisteva alla poesia...mi piaceva molto, un pò meno il fatto che alla fine Consalvo dovesse morire davvero, e l'angoscia che avrebbe dovuto aver provato Elvira di fronte a quelle parole pronunciate dalla bocca di uno che stava per morire.
    Nella poesia, di quel che prova lei non si sa niente.
    Mi ricorda un racconto di Schitzler, il tema di morire e lasciare vivo qualcuno che amiamo, e cosa prova chi muore e chi resta. Si chiama "Morire", appunto, ma sto andando offtopic dal thread, che invece parla solo d'amore...
    Lei che dice, signor Goyassel?

    Ill.ma Sig.ra (o Sig.na) Umdsjfixfsdfgd, ringrazio di tutto cuore anche lei per il cortese messaggio che ha avuto la bontà d'inviarmi.
    Sì, lei era la Fanny.
    Fanny Targioni Tozzetti nata Ronchivecchi, gentildonna fiorentina, protagonista di tutto il ciclo d'Aspasia. Il Consalvo fu scritto a' tempi dell'amore del Conte di San Leopardo per la gentildonna suddetta (o forse un po' dopo: in tutta sincerità non ricordo bene). Ce n'è un'altra che si chiama Amore e morte ed è assai vicina al Consalvo, come è facile prevedere. Se ne avrò la voglia, il tempo e l'energia, la riporterò in questa medesima discussione.
    Quanto a ciò che dice lei sulla morte, considerata come [/i]lacerazione di un rapporto[/i], mi viene in mente un'altra poesia sempre scritta da "quel maledetto gobbo" (come lo chiamava Gino Capponi): una delle due canzoni "sepolcrali". Mi permetto - sperando di non irritare nessuno - di trascriverne un piccolo brano:


    Certo ha chi more invidiabil sorte
    A colui che la morte
    Sente de' cari suoi. Che se nel vero,
    Com'io per fermo estimo,
    Il vivere è sventura,
    Grazia il morir, chi però mai potrebbe,
    Quel che pur si dovrebbe,
    Desiar de' suoi cari il giorno estremo,
    Per dover egli scemo
    Rimaner di se stesso,
    Veder d'in su la soglia levar via
    La diletta persona
    Con chi passato avrà molt'anni insieme,
    E dire a quella addio senz'altra speme
    Di riscontrarla ancora
    Per la mondana via;
    Poi solitario abbandonato in terra,
    Guardando attorno, all'ore ai lochi usati
    Rimemorar la scorsa compagnia?
    Come, ahi, come, o natura, il cor ti soffre
    Di strappar dalle braccia
    All'amico l'amico,
    Al fratello il fratello,
    La prole al genitore,
    All'amante l'amore: e l'uno estinto,
    L'altro in vita serbar? Come potesti
    Far necessario in noi
    Tanto dolor, che sopravviva amando
    Al mortale il mortal?

    (da 'Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire accomiatandosi dai suoi)

    Quanto alla buon'anima del De Robertis padre, visto che lei l'ha citato, non posso negarle che ogni volta che lo sento mentovare, mi viene alla mente ciò che disse, una volta, la Prof.ssa Margherita Hack e non posso - come sempre succede quando si parla della Hack - fare a meno di sorridere.

    Adesso però la saluto che è notte.

    G.L.-

  5. #245
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    Predefinito

    Originally posted by pensiero
    LA TESSITRICE


    Mi son seduto su la panchetta
    come una volta... quanti anni fa?
    Ella, come una volta, s'è stretta
    su la panchetta.

    [...]


    Visto che ha richiamato la buon'anima di Zvanì, Ill.ma Sig.ra (o Sig.na) Pensiero, mi permetto d'osservare (con l'umiltà che m'è propria) che non starebbero male, in questo contesto, anche Il gelsomino notturno e la Digitale purpurea. L'amore trasferito in una prospettiva morbosa ed inquietante.
    Ah!
    Povero Zvanì!

    Cordiali saluti e buona notte,

    G.L.-

  6. #246
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    Predefinito Re: Re: Re: Poesia di G.L.

    Originally posted by Goyassel La Zucca


    In fondo in fondo io sono come que' dolcetti alla pasta di mandorla, ricoperti di scorze sempre di mandorle (buonissimi: li fanno dalle mie parti): fuori appajo scostante e scorbutico, ma sotto la... "corteccia"... ho anch'io un'anima e un cuore.

    Cordialmente,

    G.L.-[/font][/size]

    Di questo non avevo il minimo dubbio




  7. #247
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    IL GELSOMINO NOTTURNO
    in "i canti di Castelvecchio" 1903


    E s'aprono i fiori notturni
    nell'ora che penso a' miei cari.
    Sono apparse in mezzo ai viburni
    le farfalle crepuscolari.

    Da un pezzo si tacquero i gridi:
    l sola una casa bisbiglia.
    Sotto l'ali dormoni i nidi,
    come gli occhi sotto le ciglia.

    Dai calici aperti si esala
    l'odore di fragole rosse.
    Splende un lume la nella sala.
    Nasce l'era sopra le fosse.

    Un'ape tardiva sussurra
    trovando già… prese le celle.
    La Chioccetta per l'aia azzurra
    va col suo pigolio di stelle.

    Per tutta la notte s'esala
    l'odore che passa col vento.
    Passa il lume su per la scala;
    brilla al primo piano: s'è spento...

    E' l'alba: si chiudono i petali
    un poco gualciti; si cova,
    dentro l'urna molle e segreta,
    non so che felicità… nuova.
    Giovanni Pascoli


  8. #248
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    In un boschetto trova' pasturella.

    In un boschetto trova' pasturella
    più che la stella - bella, al mi' parere.

    Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
    e gli occhi pien' d'amor, cera rosata;

    con sua verghetta pasturav' agnelli;
    scalza, di rugiada era bagnata;
    cantava come fosse 'namorata:
    er' adornata - di tutto piacere.

    D'amor la saluta' imantenente
    e domandai s'avesse compagnia;
    ed ella mi rispose dolzemente
    che sola sola per lo bosco gia,
    e disse: «Sacci, quando l'augel pia,
    allor disia - 'l me' cor drudo avere».

    Po' che mi disse di sua condizione
    e per lo bosco augelli audio cantare,
    fra me stesso diss' i': «Or è stagione
    di questa pasturella gio' pigliare».
    Merzé le chiesi sol che di basciare
    ed abracciar, - se le fosse 'n volere.

    Per man mi prese, d'amorosa voglia,
    e disse che donato m'avea 'l core;
    menòmmi sott' una freschetta foglia,
    la dov' i' vidi fior' d'ogni colore;
    e tanto vi sentìo gioia e dolzore,
    che 'l die d'amore - mi parea vedere.

  9. #249
    Veneta sempre itagliana mai
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    LUOGHI DESERTI E SILENZIOSI....................


    Luoghi deserti e silenziosi per il mio dolore,
    e il soffio dello Zefiro nel bosco solitario.
    Qui posso piangere la mia nascosta pena,
    solo che le nude rocce mantengano il segreto.
    Da dove cominciare, Cinzia mia, il lamento
    delle mie lacrime, della tua durezza?
    Ancora ieri, amante felice, mi dicevano:
    oggi il mio amore si è macchiato di una colpa.
    Cos'ho mai fatto? Quali incantesimi ti mutano?
    Questa tua asprezza, è a causa di una donna?
    Torna da me: mai nessun'altra - te lo giuro -
    ha attraversato la mia soglia col suo bel piedino!
    Acerbo il mio dolore, per colpa tua;
    ma la mia collera non sarà mai tanto crudele
    da motivare il tuo furore: non voglio farti piangere,
    non rovinare gli occhi con le lacrime!
    Non ti dimostro amore impallidendo,
    la fedeltà non grida sul mio viso?
    Ditelo voi - se conoscete amore -,
    tu faggio, e tu pino, caro al dio d'Arcadia!
    Ah, quante volte, sotto l'ombra tenera, risuona
    la mia voce! E il nome “Cinzia” inciso sulla corteccia!
    Forse perché la tua offesa mi dà un tormento
    che soltanto le mute porte conoscono?
    Ho imparato a sopportare in silenzio la superbia
    della mia padrona: non fa rumore la mia pena.
    Divine fonti, gelide rocce - il mio compenso -
    e duro riposo su un sentiero abbandonato.
    La storia del mio dolore dovrò narrarla
    agli striduli uccelli, in solitudine.
    Comunque tu sia, “Cinzia, Cinzia” ripeteranno i boschi,
    e ogni roccia echeggerà il tuo nome.
    Sesto Propenzio



  10. #250
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    Solo e pensoso



    Solo e pensoso i più deserti campi

    vo mesurando a passi tardi e lenti,

    e gli occhi porto per fuggire intenti

    ove vestigio uman l'arena stampi.

    Altro schermo non trovo che mi scampi

    dal manifesto accorger delle genti,

    perchè negli atti d'alegrezza spenti

    di fuor si legge com'io dentro avampi,

    sì ch'io mi credo omai che monti e piagge

    e fiumi e selve sappian di che tempre

    sia la mia vita, ch'è celata altrui.

    Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge

    cercar non so, ch'Amor non venga sempre

    ragionando con meco, ed io co lui.

    (F. Petrarca)

 

 
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