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Discussione: Questo Amore

  1. #231
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Predefinito

    Non andartene, amore......


    Non andartene, amore, senza avvertirmi.
    Ho vegliato tutta la notte e ora i miei occhi sono pesanti di sonno.
    Ho paura di perderti mentre dormo.
    Non andartene, amore, senza avvertirmi.

    Mi sveglio e stendo le mani per toccarti.
    Ti sento e mi domando: "È un sogno?"
    Oh, potessi stringere i tuoi piedi col mio cuore e tenerli stretti al mio petto!
    Non andartene, amore, senza avvertirmi.


    da "Il Giardiniere"......R.Tagore


  2. #232
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    Predefinito Non andartene, amore...


    (cliquez vous sur l'image pour ecouter J. Brel, s'il vous plait)

    Ne me quitte pas
    Il faut oublier
    Tout peut s'oublier
    Qui s'enfuit déjà
    Oublier le temps
    Des malentendus
    Et le temps perdu
    A savoir comment
    Oublier ces heures
    Qui tuaient parfois
    A coups de pourquoi
    Le coeur du bonheur
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas


    Moi je t'offrirai
    Des perles de pluie
    Venues de pays
    Où il ne pleut pas
    Je creuserai la terre
    Jusqu'après ma mort
    Pour couvrir ton corps
    D'or et de lumière
    Je ferai un domaine
    Où l'amour sera roi
    Où l'amour sera loi
    Où tu seras reine
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas


    Ne me quitte pas
    Je t'inventerai
    Des mots insensés
    Que tu comprendras
    Je te parlerai
    De ces amants-là
    Qui ont vue deux fois
    Leurs coeurs s'embraser
    Je te raconterai
    L'histoire de ce roi
    Mort de n'avoir pas
    Pu te rencontrer
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas


    On a vu souvent
    Rejaillir le feu
    De l'ancien volcan
    Qu'on croyait trop vieux
    Il est paraît-il
    Des terres brûlées
    Donnant plus de blé
    Qu'un meilleur avril
    Et quand vient le soir
    Pour qu'un ciel flamboie
    Le rouge et le noir
    Ne s'épousent-ils pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas


    Ne me quitte pas
    Je ne vais plus pleurer
    Je ne vais plus parler
    Je me cacherai là
    A te regarder
    Danser et sourire
    Et à t'écouter
    Chanter et puis rire
    Laisse-moi devenir
    L'ombre de ton ombre
    L'ombre de ta main
    L'ombre de ton chien
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas
    Ne me quitte pas

  3. #233
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito

    Davvero pcosta, sei una piacevole sorpresa ogni giorno

  4. #234
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    Predefinito

    Originally posted by pensiero
    Davvero pcosta, sei una piacevole sorpresa ogni giorno
    Mia Signora,
    sono solo l'umile specchio
    che riflette la dolce bellezza,
    il fine gusto e il grande sentire di chi mi onora di così belle parole...




    (sono anche un notevole ruffiano...)

  5. #235
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito

    Originally posted by pcosta


    Mia Signora,
    sono solo l'umile specchio
    che riflette la dolce bellezza,
    il fine gusto e il grande sentire di chi mi onora di così belle parole...




    (sono anche un notevole ruffiano...)



    Oh....oh......questa si che è poesia altro che Pablo Neruda o Jacques Prevert, al confronto sono dei dilettanti mio caro e dolce pcosta...................


    il tuo essere ruffiano non mi impedisce certo di apprezzare i tuoi post

  6. #236
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito

    SILENZIO! QUALE LUCE IRROMPE......


    Silenzio! Quale luce irrompe da quella finestra lassù?
    È l'oriente, e Giulietta è il sole.
    Sorgi, vivido sole, e uccidi l'invidiosa luna,
    malata già e pallida di pena
    perché tu, sua ancella, di tanto la superi in bellezza.
    Non essere la sua ancella, poiché la luna è invidiosa.
    Il suo manto di vestale è già di un verde smorto,
    e soltanto i pazzi lo indosano. Gettalo via.
    È la mia donna; oh, è il mio amore!
    se soltanto sapesse di esserlo.
    Parla, pure non dice nulla. Come accade?
    Parlano i suoi occhi; le risponderò.
    No, sono troppo audace; non parla a me;
    ma due stelle tra le più lucenti del cielo,
    dovendo assentarsi, implorano i suoi occhi
    di scintillare nelle loro sfere fino a che non ritornino.
    E se davvero i suoi occhi fossero in cielo, e le stelle nel suo viso?
    Lo splendore del suo volto svilirebbe allora le stelle
    come fa di una torcia la luce del giorno; i suoi occhi in cielo
    fluirebbero per l'aereo spazio così luminosi
    che gli uccelli canterebbero, credendo finita la notte.
    Guarda come posa la guancia sulla mano!
    Oh, fossi un guanto su quella mano
    e potessi sfiorarle la guancia!
    Shakespeare


  7. #237
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    Predefinito Poesia di G.L.

    Mi permetto di riportare in questa discussione una poesia d'amore del Conte Giacomo Leopardi di San Leopardo: s'intitola Il pensiero dominante e non è tra le più note. Vorrei dedicarla alla Sig.ra (o Sig.na) Pensiero.

    Cordiali saluti,
    G.L.-

    ----------------

    Dolcissimo, possente
    Dominator di mia profonda mente;
    Terribile, ma caro
    Dono del ciel; consorte
    Ai lugubri miei giorni,
    Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

    Di tua natura arcana
    Chi non favella? il suo poter fra noi
    Chi non sentì? Pur sempre
    Che in dir gli effetti suoi
    Le umane lingue il sentir proprio sprona,
    Par novo ad ascoltar cio' ch'ei ragiona.

    Come solinga è fatta
    La mente mia d'allora
    Che tu quivi prendesti a far dimora!
    Ratto d'intorno intorno al par del lampo
    Gli altri pensieri miei
    Tutti si dileguar. Siccome torre
    Il solitario campo,
    Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

    Che divenute son, fuor di te solo,
    Tutte l'opre terrene,
    Tutta intera la vita al guardo mio!
    Che intollerabil noia
    Gli ozi, i commerci usati,
    E di vano piacer la vana speme,
    Allato a quella gioia,
    Gioia celeste che da te mi viene!

    Come da' nudi sassi
    Dello scabro Apennino
    A un campo verde che da lontan sorrida
    Volge gli occhi bramoso il pellegrino;
    Tal io dal secco ed aspro
    Mondano conversar vogliosamente,
    Quasi in lieto giardino, a te ritorno,
    E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

    Quasi incredibil parmi
    Che la vita infelice e il mondo sciocco
    Già per gran tempo assai
    Senza te sopportai;
    Quasi intender non posso
    Come d'altri desiri,
    Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

    Giammai d'allor che in pria
    Questa vita che sia per prova intesa,
    Timor di morte non mi strinse il petto.
    Oggi mi pare un gioco
    Quella che il mondo inetto,
    Talor lodando, ognora abborre e trema,
    Necessitade estrema;
    E se periglio appar, con un sorriso
    Le sue minacce a contemplar m'affiso.

    Sempre i codardi, e l'alme
    Ingenerose abbiette
    Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
    Subito i sensi miei;
    Move l'alma ogni esempio
    Dell'umana viltà subito a sdegno.
    Di questa età superba,
    Che di vote speranze si nutrica,
    Vaga di ciance, e di virtù nemica;
    Stolta, che l'util chiede,
    E inutile la vita
    Quindi più sempre divenit non vede;
    Maggior mi sento. A scherno
    Ho gli umani giudizi; e il vario volgo
    A' bei pensieri infesto,
    E degno tuo disprezzator, calpesto.

    A quello onde tu movi,
    Quale affetto non cede?
    Anzi qual altro affetto
    Se non quell'uono intra i mortali ha sede?
    Avarizia, superbia, odio, disdegno,
    Studio d'onor, di regno,
    Che sono altro che voglie
    Al paragon di lui? Solo un affetto
    Vive tra noi: quest'uno,
    Prepotente signore,
    Dieder l'eterne leggi all'uman core.

    Pregio non ha, non ha ragion la vita
    Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
    Sola discolpa al fato,
    Che noi mortali in terra
    Pose a tanto patir senz'altro frutto;
    Solo per cui talvolta,
    Non alla gente stolta, al cor non vile
    La vita della morte è più gentile.

    Per còr le gioie tu, dolce pensiero,
    Provar gli uomani affanni,
    E sostener molt'anni
    Questa vita mortal, fu non indegno;
    Ed ancor tornerei,
    Così qual son de' nostri mali esperto,
    Verso un tal segno a incominciare il corso:
    Che tra le sabbie e tra i vipereo morso,
    Giammai finor si' stanco
    Per lo mortal deserto
    Non venni a te, che queste nostre pene
    Vincer non mi paresse un tanto bene.

    Che mondo mai, che nova
    Immensità, che paradiso è quello
    Là dove spesso il tuo stupendo incanto
    Parmi innalzar! dov'io
    Sott'altra luce che l'usata errando
    Il mio terreno stato
    E tutto quanto il ver pongo in obblio!
    Tali son, credo, i sogni
    Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno
    In molta parte onde s'abbella il vero
    Sei tu, dolce pensiero;
    Sogno e palese error. Ma di natura,
    Infra i leggiadri errori,
    Divina sei; perché sì viva e forte,
    Che incontro al ver tenacemente dure,
    E spesso al ver s'adegua,
    Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.

    E tu per certo, o mio pensier, tu solo
    Vitale ai giorni miei,
    Cagion diletta d'infiniti affanni,
    Meco sarai per morte a un tempo spento:
    Ch'a vivi segni dentro l'alma io sento
    Che in perpetuo signor dato mi sei.
    Altri gentili inganni
    Soleami il vero aspetto
    Più sempre infievolir. Quanto piu' torno
    A riveder colei
    Della quale teco ragionando io vivo,
    Cresce quel gran diletto,
    Cresce quel gran deliiro, ond'io respito.
    Angelica beltade!
    Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
    Quasi una finta imago
    Il tuo volto imitar. Tu sola fonte
    D'ogni altra leggiadria,
    Sola vera beltà parmi che sia.

    Da che ti vidi prima,
    Di qual mia seria cura ultimo obbietto
    Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
    Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei
    La tua sovrana imago
    Quante volte mancò? Bella qual sogno,
    Angelica sembianza,
    Nella terrena stanza,
    Nell'alte vie dell'universo intero,
    Che chiedo io mai, che spero
    Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
    Altro più dolce aver che il tuo pensiero?



  8. #238
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    Predefinito

    Altra poesia (invero un poco nojosetta) del Conte di San Leopardo: Consalvo.

    Senza dedica (o forse sì...).


    Presso alla fin di sua dimora in terra,
    Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
    Del suo destino; or già non più, che a mezzo
    Il quinto lustro, gli pendea sul capo
    Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
    Così giacea nel funeral suo giorno
    Dai più diletti amici abbandonato:
    Ch'amico in terra al lungo andar nessuno
    Resta a colui che della terra è schivo.
    Pur gli era al fianco, da pietà condotta
    A consolare il suo deserto stato,
    Quella che sola e sempre eragli a mente,
    Per divina beltà famosa Elvira;
    Conscia del suo poter, conscia che un guardo
    Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,
    Ben mille volte ripetuto e mille
    Nel costante pensier, sostegno e cibo
    Esser solea dell'infelice amante:
    Benchè nulla d'amor parola udita
    Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma
    Era del gran desio stato più forte
    Un sovrano timor. Così l'avea
    Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

    Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
    Alla sua lingua. Poichè certi i segni
    Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,
    Lei, già mossa a partir, presa per mano,
    E quella man bianchissima stringendo,
    Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza:
    Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,
    Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
    Qual maggior grazia mai delle tue cure
    Dar possa il labbro mio. Premio daratti
    Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.

    Impallidia la bella, e il petto anelo
    Udendo le si fea: che sempre stringe
    All'uomo il cor dogliosamente, ancora
    Ch'estranio sia, chi si diparte e dice,
    Addio per sempre. E contraddir voleva,
    Dissimulando l'appressar del fato,
    Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
    Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
    Come sai, ripregata a me discende,
    Non temuta, la morte; e lieto apparmi
    Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
    Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
    Parto da te. Mi si divide il core
    In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
    Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
    Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
    Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
    In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga
    Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
    Potrò del dono, io semispento, a cui
    Straniera man le labbra oggi fra poco
    Eternamente chiuderà. Ciò detto
    Con un sospiro, all'adorata destra
    Le fredde labbra supplicando affisse.

    Stette sospesa e pensierosa in atto
    La bellissima donna; e fiso il guardo,
    Di mille vezzi sfavillante, in quello
    Tenea dell'infelice, ove l'estrema
    Lacrima rilucea. Nè dielle il core
    Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
    Rinacerbir col niego; anzi la vinse
    Misericordia dei ben noti ardori.
    E quel volto celeste, e quella bocca,
    Già tanto desiata, e per molt'anni
    Argomento di sogno e di sospiro,
    Dolcemente appressando al volto afflitto
    E scolorato dal mortale affanno,
    Più baci e più, tutta benigna e in vista
    D'alta pietà, su le convulse labbra
    Del trepido, rapito amante impresse.

    Che divenisti allor? quali appariro
    Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
    Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
    Ch'ancor tenea, della diletta Elvira
    Postasi al cor, che gli ultimi battea
    Palpiti della morte e dell'amore,
    Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
    In su la terra ancor; ben quelle labbra
    Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
    Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa
    Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
    Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
    Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;
    Non a te, non altrui; che non si cela
    Vero amore alla terra. Assai palese
    Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
    Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
    Muto sarebbe l'infinito affetto
    Che governa il cor mio, se non l'avesse
    Fatto ardito il morir. Morrò contento
    Del mio destino omai, nè più mi dolgo
    Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
    Poscia che quella bocca alla mia bocca
    Premer fu dato. Anzi felice estimo
    La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
    Amore e morte. All'una il ciel mi guida
    In sul fior dell'età; nell'altro, assai
    Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
    Solo una volta il lungo amor quieto
    E pago avessi tu, fora la terra
    Fatta quindi per sempre un paradiso
    Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
    L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto
    Con riposato cor: che a sostentarla
    Bastato sempre il rimembrar sarebbe
    D'un solo istante, e il dir: felice io fui
    Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
    Esser beato non consente il cielo
    A natura terrena. Amar tant'oltre
    Non è dato con gioia. E ben per patto
    In poter del carnefice ai flagelli,
    Alle ruote, alle faci ito volando
    Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
    Nel paventato sempiterno scempio.

    O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
    Gl'immortali beato, a cui tu schiuda
    Il sorriso d'amor! felice appresso
    Chi per te sparga con la vita il sangue!
    Lice, lice al mortal, non è già sogno
    Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
    Provar felicità. Ciò seppi il giorno
    Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
    Questo m'accadde. E non però quel giorno
    Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
    Quel fiero giorno biasimar sostenni.

    Or tu vivi beata, e il mondo abbella,
    Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
    Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce
    Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
    Dal misero Consalvo in sì gran tempo
    Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
    Come al nome d'Elvira, in cor gelando,
    Impallidir; come tremar son uso
    All'amaro calcar della tua soglia,
    A quella voce angelica, all'aspetto
    Di quella fronte, io ch'al morir non tremo!
    Ma la lena e la vita or vengon meno
    Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,
    Nè questo dì rimemorar m'è dato.
    Elvira, addio. Con la vital favilla
    La tua diletta immagine si parte
    Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
    Non ti fu quest'affetto, al mio feretro
    Dimani all'annottar manda un sospiro.

    Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
    Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
    Suo dì felice gli fuggia dal guardo.

  9. #239
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    Predefinito Re: Poesia di G.L.

    Originally posted by Goyassel La Zucca
    Mi permetto di riportare in questa discussione una poesia d'amore del Conte Giacomo Leopardi di San Leopardo: s'intitola Il pensiero dominante e non è tra le più note. Vorrei dedicarla alla Sig.ra (o Sig.na) Pensiero.

    Cordiali saluti,
    G.L.-

    ----------------



    Carissimo Sig. Goyassel La Zucca, in effetti la poesia che così gentilmente mi ha dedicato non la conoscevo.....La ringrazio cmq di avermene data l'occasione per apprenderla....., ma soprattutto sono piacevolmente stupita del Suo pensiero, spero di ritrovarLa ancora in questo angolino che mi sono ritagliata per riportare le più belle poesie d'amore che ho letto......non so se Le faccio una domandina indiscreta, spero di no......a Lei piacciono le poesie d'amore ? La saluto cordialmente e La ringrazio ancora......tenga presente questo posticino...siamo in pochi a frequentarlo....ma sicuramente ...pochi...ma buoni....

  10. #240
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    MI PARE SIMILE A UN DIO

    Mi pare simile a un dio
    l'uomo che ti siede accanto
    e ti ascolta così, mentre parli
    con lieve sussurro e ridi amabile:
    questo mi stringe il cuore nel petto!

    Basta che ti getti uno sguardo
    e subito la voce mi manca
    la lingua si spezza, subito
    un fuoco sottile mi scivola
    sotto la pelle,

    lo sguardo s'offusca, rombano le orecchie,
    un freddo sudore mi cola, tutta
    mi scuote un tremito,
    e più verde dell'erba divento
    e poco manca che muoia.

    Ma bisogna che tutto sopporti...
    Saffo

 

 
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