Il vincitore delle recenti elezioni
politiche in cerca di appoggi per portare Ankara nella Ue

Il leader islamico turco ha incontrato Berlusconi a Roma
di Mauro Bottarelli

Tutti pazzi per Recep. L’Italia ha accolto il leader del partito islamico turco come un amico, lo vezzeggia, lo invita a Palazzo Chigi e - in nome di una rinnovata politica bipartisan - vede destra, centro e sinistra ugualmente vogliose di stringere la mano all’uomo che vede «le moschee come caserme e i minareti come cannoni». Piace a tutti, con quella sua faccia da islamico che si degna di avere a che fare con gli infedeli e che - culmine della democraticità - interrompe addirittura il ramadan per pranzare con il premier. Caprese, tris di pasta, tagliata di chianina tartufata con verdure e gelato tricolore: ecco il menù consumato da Berlusconi ed Erdogan durante le due ore di incontro tenutesi a Palazzo Chigi. Un pranzo tra intimi, tra partner europei, e poi via a stringere la mano al cattolico “part-time” Pier Ferdinando Casini, al moderato Rutelli e al decadente Fassino. I flash scintillano, l’aria è di quelle cariche di diplomatica solennità, i toni quelli di un incontro che nella realtà ha assunto unicamente i contorni ufficiali della ratifica di un qualcosa già deciso. Ovvero: la Turchia entrerà nell’Ue, che agli europei questo piaccia o no. Ormai siamo abituati a decisioni di Bruxelles sopra le nostre teste, ma l’idea che 66 milioni di turchi entrino nell’Ue, assumendo quasi da subito un ruolo se non egemone certamente di primo piano non solo ci indigna ma ci inquieta. «La definizione di una data (per l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia all’Ue, ndr) dal prossimo vertice di Copenaghen è una nostra giusta aspettativa», ha dichiarato un ringalluzito Erdogan nel corso di una conferenza stampa seguita ai colloqui con Berlusconi e Casini. D’altronde come avrebbe potuto esprimersi diversamente dopo che il premier gli aveva assicurato che «farà il possibile perchè la Turchia non sia delusa al vertice di Copenaghen». Di più: «Berlusconi ha sottolineato che in questo momento siamo a casa di un vero amico in Europa e che il processo di allargamento dell’Unione europea non deve avere un carattere religioso». Il gioco è fatto, signori: la Turchia un Paese dei Quindici, nonostante qualcuno voglia ancora farci credere che il suo ingresso vada disciplinato e vagliato dai Quindici. Prepariamoci: loro non entrano per convivere ma per conquistarci. E noi, furbi, spalanchiamo loro la porta offrendogli tris di primi e gelato tricolore.