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Discussione: Immigrati news

  1. #131
    P.N.F.
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    Mattino di Padova 02/12/2002

    Risse selvagge e raid notturni in Prato
    Rumeno rapinato e picchiato a sangue da ignoti
    Marocchino brillo minaccia la gente col bastone
    L'episodio del pestaggio è avvenuto ieri notte Il ferito è ricoverato in Clinica chirurgica

    Sabato notte ruggente in Prato della Valle, con due aggressioni alla «si salvi chi può» messe in atto a poche ore di distanza l'una dall'altra, complice l'elevato tasso alcolico dei contendenti. Entrambe evidenziano aspetti misteriosi. Specialmente l'ultima, una presunta rapina avvenuta verso l'1.40 all'angolo tra Prato della Valle e Corso Vittorio Emanuele. Pestato selvaggiamente da sconosciuti, un giovane rumeno è crollato a terra, mentre gli aggressori si sono dissolti nell'oscurità come meteore. I soccorritori l'hanno trovato supino, in una maschera di sangue.
    Hanno provato a farlo parlare: macché. Proprio in quel momento transitava una gazzella dei carabinieri. Un cittadino è corso a bloccarla. Dai primi accertamenti è emerso che il rumeno non era stato solo picchiato. Qualcuno gli aveva pure sbattuto la testa contro la vicina pompa di benzina. Il ferito, condotto in «sala rossa» del pronto soccorso, è stato poi ricoverato in Clinica chirurgica con una prognosi di 10 giorni, non avendo le radiografie evidenziato fratture. La sua testa ed il suo volto hanno però traumi contusivi dappertutto.
    Il ferito si chiama Stephan Minaila ed ha 29 anni. La sua identificazione è risultata rapida poiché vicino a lui è stato recuperato il suo giubbotto nero con relativi documenti a comprovare che era in attesa di ottenere il permesso di soggiorno tramite un contratto di lavoro subordinato. All'inzio non appariva im grado di connettere e nemmeno di muovere la testa. Verso l'alba, smaltiti i fumi dell'alcol, Stephan si è ricordato che abitava in via Algarotti e che alcuni sconosciuti, piombati alle sue spalle, lo avevano riempito di botte per rapinarlo. Predatori della notte o rissanti a tutta...birra?
    La seconda storia vede protagonista Mohadin Abblamagjd, un marocchino di 39 anni, finito sabato sera all'ospedale per la frattura del setto nasale. Verso le 20.50, ai piedi della basilica di Santa Giustina, un gruppo di magrebini comincia a farsi effervescente. Gli animi s'infiammano. I più accaniti nel darsele di santa ragione sono due marocchini, impegnati in una lotta all'ultimo respiro che si protrae fino all'interno dell'Isola Memmia dove Mohadin riceve dall'antagonista un poderoso pugno al volto che gli rompe il naso. E giù sangue, mentre il rivale se la svigna approfittando della confusione. A quell'ora infatti Prato della Valle è tutt'altro che deserto.
    La scena finale ricalca una partita di baseball. Il ferito va su tutte le furie. Afferra un bastone e punta minaccioso verso due cingalesi estranei alla rissa. Con la sbornia che si ritrova, tutto per lui diviene confuso. A loro non resta che scappare. Solo i carabinieri riescono a bloccare Mohadin, caricato in ambulanza e condotto all'ospedale dove gli aggiustano il naso e lo trattengono fino a domenica mattina. Ma lui quella notte brava l'ha già dimenticata.


    Si lancia dal poggiolo, inseguito e preso
    Movimentato arresto di un ladro e del palo sorpresi in un ufficio di Rubano

    RUBANO. Un ladro era arrampicato sul poggiolo e se ne stava chino davanti alla serratura della porta-finestra dell'ufficio, armeggiando con un grosso cacciavite, al primo piano della palazzina di piazza Martin Luter King 21 di Rubano.
    Il complice stava immobile sotto il balcone, a fare da «palo». Questa la scena che si è presentata alle due pattuglie dei carabinieri del Radiomobile, accorse lì l'altra notte. Era stato un residente a chiamare, in quanto aveva sentito degli strani colpi al piano sotto, sede dell'Ufficio di consulenza del lavoro di Carla Michelotto. Appena hanno visto i lampeggianti i due malviventi hanno cercato di scappare via come razzi.
    Più facile la fuga per quello che faceva da «palo», ma è stato raggiunto e bloccato dai militari dopo poche decine di metri. L'altro non ha esitato a lanciarsi giù dal poggiolo: è caduto a terra, si è rialzato come una molla e, pur zoppicante, si è messo a correre. Con la forza della disperazione.
    Dopo un breve inseguimento è stato anche lui ammanettato. I due slavi, il croato Igor Lacovic, 30 anni, e il bosniaco Goran Zivanovic, 31 anni, entrambi clandestini, senza fissa dimora, sono stati arrestati per tentato furto aggravato.


    La Nuova Venezia 02/12/2002

    «Assassini, farete una brutta fine»
    Giustizia fai-da-te per il delitto di Fiesso
    Due rapine dopo il raid alla Cadoro
    EMERGENZA CRIMINALITÀ

    FIESSO. Un macabro messaggio agli assassini di Paolo Biasiolo: due fantocci sparati alla nuca che sostengono un cartello con scritto: «Ecco la fine che farete quando uscirete di galera». I due fantocci sono stati trovati la sera tra venerdì e sabato in piazza a Fiesso, non lontano dal municipio. E ora le forze dell'ordine temono episodi di giustizia fai-da-te. Intanto, nel Veneziano, dopo la rapina di sabato sera al supermercato Cadoro, ne sono state compiute altre due: a Musile tre donne, una sui cinquanta, le altre sui trent'anni, hanno preso di mira una fioreria, mentre a Mira un bandito solitario ha messo a segno un colpo in tabaccheria.
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    FIESSO. Un macabro messaggio agli assassini di Paolo Biasiolo: due fantocci sparati alla nuca che sostengono un cartello con scritto ''ecco la fine che farete quando uscirete di galera''. I due fantocci sono stati trovati la sera tra venerdì e sabato in piazza a Fiesso non lontano dal municipio. E ora le forze dell'ordine temono episodi di giustizia fai-da-te.
    I fantocci sono stati recuperati dai carabinieri della compagnia di Chioggia dopo che qualcuno aveva segnalato la loro presenza al 112. I due manichini avevano sulla nuca du macchie rosse a indicare un colpo di arma da fuoco. Nel cartello che avevano appeso era impressa la scritta «ecco la fine che farete quando uscirete di galera». La frase è riconducibile a quella pronunciata da uno dei due assassini di Biasiolo che ha detto: «tanto se ci prendono, fra sei mesi siamo fuori». Il macabro rituale non è altro che un sintomo di una voglia di giustizia fai-di-te che sta aumentando in Riviera del Brenta come del resto anche in altre zone della nostra provincia. Ma pure anche nel resto del veneto dove sempre pià spesso si ricorre alla vigilanza privata. Non a caso i due fantocci sono stati messi davanti al municipio. Infatti il sindaco Daniela Contin oltre a sostenere fin dall'inizio che non bisogna criminalizzare gli extracomunitari ha messo in guardia la popolazione sulla presenza di eventuali «ronde paramilitari» che si stanno organizzando in paese sull'onda emotiva per la morte di Paolo Biasiolo. Il sindaco pubblicamente ha detto no a questa forma di tutela anche perchè chi le organizza a suo dire «pesca nel torbido». Insomma la tensione in paese sta crescendo e sull'accaduto oltre ai carabinieri sta indagando pure la Digos considerato il fatto che si tratta comunque di un messaggio politico. Le indagini proseguono. I tre magrebini fino ad ora indagati saranno sottoposti al test del Dna e al confronto delle impronte rilevate nel luogo del delitto e nelle case di via Milano visitate dai ladri. Su questo fronte gli investigatori dei carabinieri non si sbilanciano. Affermano solo che è in corso il confronto tra i dati delle indagini scientifiche con gli elementi raccolti da chi ha «lavorato in strada». I tre magrebini in base a diversi elementi raccolti sono i primi sospettati dell'omicidio. A loro i militari sono arrivati interrogando diversi immigrati, raccogliendo dati sulla presenza di clandestini in Riviera e confrontando la descrizione fatta, dalla moglie e dal figlio della vittima, degli assassini con la loro fisionomia. A due dei tre, di circa trent'anni, gli investigatori sono arrivati seguendo alcune indicazioni di altri stranieri e sviluppando le informazioni raccolte durante i controlli compiuti nel passato. I due fisicamente ricordano la coppia di assassini: uno basso ed esile, l'altro un po' più alto. Sono stati trovati in un paese del Padovano. Il terzo indagato, invece, è finito nell'inchiesta per colpa di alcune intercettazioni telefoniche nelle quali sono state registrate strane conversazioni.


    Tre donne rapinano una fioreria
    Sembravano normali clienti poi una di loro ha estratto un coltello

    MUSILE. Rapina in rosa nel tardo pomeriggio alla fioreria Lo Gnomo di Musile di Piave. Tre donne, una armata di coltello, hanno rapinato di circa quattrocento euro e dei documenti la titolare del negozio. Sono entrate come normali clienti. Donne all'apparenza tranquille una di circa cinquant'anni e le altre sui trenta. Una delle due più giovani, quando la negoziante ha chiesto cosa servisse loro, ha estratto un coltellaccio e le ha fatto capire cosa volevano: il denaro. In breve le altre due complici hanno arraffato la borsetta della donna scappando con quanto conteneva. Fuori ad attenderle c'era un complice a bordo di un'auto che nessuno però ha saputo descrivere. La donna rapinata ha immediatamente chiamato i carabinieri e sul posto sono intervenuti i militari della compagnia di San Donà. Dalla descrizione fatta dalla vittima con tutta probabilità si tratta di nomadi.
    E' assai raro che delle donne commettono una rapina. Nella nostra provincia le rapine compiute da donne, per di più a volto scoperto, negli ultimi dieci anni, si contano sulle dita di una mano. In altre circostanze si è trattato di furti finiti in rapina perche le vittime, soprattutto persone anziane si accorgevano di quanto stava succedendo e per questo venivano strattonate. E' successo spesso all'interno delle abitazioni delle stesse persone rapinate. Le indagini per individuare le tre donne non sono facili. Infatti la descrizione corrisponde a mille altre nomadi che compiono truffe e raggiri ai danni delle persone anziane. Ladre e truffatrici che quasi sempre la fanno franca.
    I militari battono la pista dei nomadi diventati quasi stanziali. Si tratta di gente che vive sia nelle abitazioni fisse che in caravan e che appartengono all'etnia dei sinti. Sono specialisti soprattutto nel prendere di mira le persone anziane.


    IN VIA DANTE
    Aggredito con un coltello e derubato

    MESTRE. Un'altra rapina ieri notte, nel sottopasso di via Dante che collega Mestre a Marghera passando sotto la stazione ferroviaria. Attorno alle 21.40 un uomo, mentre tornava a casa, è stato affrontato da un maghrebino alto un metro e ottanta che lo ha minacciato dicendogli «Dammi i soldi». Al rifiuto del malcapitato, l'extracomunitario ha tirato fuori un coltello e gli ha tagliato il marsupio, ferendo l'uomo a un dito. Nel portafogli, oltre ai documenti, c'erano 80 euro. L'uomo è stato medicato al Pronto soccorso, guarirà in una settimana. Sotto choc, l'uomo ha denunciato il fatto alla polizia.


    La Tribuna di Treviso 02/12/2002


    La famiglia di Ponzano concederà la struttura alle comunità islamiche trevigiane per celebrare la fine del Ramadan. Oggi don Canuto a villa Minelli
    Il Palaverde aperto verso la Mecca
    Gilberto Benetton: «Il palasport di Villorba è a disposizione di tutti»

    Sarà «PalaMecca». I Benetton hanno sostanzialmente dato una risposta affermativa alla richiesta avanzata da don Canuto Toso (nella foto al centro), responsabile di Migrantes, per conto delle comunità islamiche trevigiane che hanno chiesto la disponibilità del Palaverde (nella foto grande) per festeggiare la fine del Ramadan, in programma fra mercoledì e giovedì prossimi.
    Ufficialmente il sacerdote, che si sta attivando molto per stringere buoni rapporti tra le diverse religioni, etnie e nazionalità presenti nella Marca, non ha ancora avuto alcuna risposta ufficiale dalla famiglia dell'impero di Ponzano, ma questa mattina tornerà a farsi vivo a villa Minelli per accertare la disponibilità del palasport di Villorba e per concordare costi e impegni burocratici, non ultimo quello dell'assicurazione contro qualsiasi tipo di incidente, senza la quale difficilmente la struttura potrà essere utilizzata per la funzione religiosa musulmana.
    Don Canuto si dice «soddisfatto e incoraggiato dalle risposte indirette lette sulla stampa. Ma non credo che le comunità islamiche abbiano la disponibilità immediata dei seimila euro necessari per l'affitto, come normalmente avviene». Tuttavia è anche convinto che questo sia un ostacolo superabile.
    Sta di fatto che dicendo «il Palaverde è a disposizione di tutti» Gilberto Benetton ha chiaramente lasciato intendere che nessun imbarazzo è stato provato dalla famiglia per l'insolita richiesta, nonostante l'«amico» Gentilini, da un'altra sponda li richiami a negare la struttura, perché per lui «migliaia di musulmani che arrivano da ogni dove sono un problema di ordine pubblico» ed è per questo che lui ha negato il Prato della Fiera per la medesima manifestazione. Di più: il sindaco minaccia di scrivere al cardinal Sodano e al vescovo Magnani per protestare contro i «preti buonisti». Come se il fatto di essere tolleranti e aperti nei confronti degli altri non fosse un comandamento cristiano o un valore, e anzi abbia assunto una valenza peccaminosa. Quindi il suo invito ai Benetton affinché neghino la struttura è destinato a cadere nel vuoto.
    Molto più laicamente Gilberto Benetton ha riferito a un quotidiano locale: «Il Palaverde è a disposizione di tutte le persone, senza distinzioni. Ovviamente come si fa ogni volta che arrivano richieste per l'utilizzo del Palazzetto, si dovrà valutare la serietà della manifestazione e di chi la organizza. Ma la nostra regola è che il palasport è a disposizione di tutti».
    E sarebbe quantomeno singolare che i Benetton accogliessero l'invito del sindaco di Treviso, proprio loro che il palazzetto hanno dovuto costruirselo, dopo che avevano portato due squadre trevigiane (volley e basket in serie A) e dopo aver vanamente atteso che il Comune realizzasse un palasport adatto a ospitarle. Così a un certo punto, stanchi di attendere la fine dela tela di Penelope, se lo sono costruiti a proprie spese, a Villorba (un bello schiaffo), e poi hanno però regalato a Treviso una cittadella dello sport, la Ghirada, che supplisce alle croniche macanze dell'ente pubblico locale.


    PREVENZIONE FURTI
    Otto zingarelli bloccati dalla polizia

    Altri otto zingarelli bloccati in città dalla polizia prima che potessero entrare in azione. Ieri mattina, poco prima delle 10.30, gli agenti delle volanti hanno fermato gli otto nomadi, tre ragazzini e cinque ragazzine tutti minori di 13 anni, mentre si aggiravano per le vie di Treviso, pronti a far man bassa di goielli nelle case lasciate momentaneamente incustodite dai proprietari. Anche questa volta è stata preziosa la collaborazione dei residenti che, alla vista delle sospette comitive in circolazione senza adulti, hanno immediatamente avvertito il 113.
    Un gruppetto è stato fermato in viale IV Novembre, l'altro in via delle Acquette a S. Maria del Rovere. Gli otto zingarelli avevano in tasca le schede telefoniche usate che utilizzano abitualmente per aprire le serrature, infilandole di traverso tra battente e stipite. I ragazzini sono stati accompagnati in questura per l'identificazione di rito - anche se solitamente i piccoli nomadi forniscono false identità - e successivamente al centro di accoglienza Buon Pastore di Marghera.

  2. #132
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    Predefinito Il bello del rispettare le leggi...

    ...è che dopo ci si può difendere...

    http://www.politicaonline.net/forum/...0&pagenumber=1

    Saluti.

  3. #133
    P.N.F.
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    Mattino di Padova 03/12/2002

    IN PIAZZA ZANELLATO
    Domani il primo permesso
    Sarà consegnato a una rumena con contratto e codice fiscale

    Domani mattina la consegna ufficiale del primo «nuovo» permesso di soggiorno. Lo riceverà un'immigrata rumena in una delle «torri» di piazza Zanellato nella «Cittadella» della Stanga, un locale che la Provincia presta alla Prefettura.
    L'immigrata sarà accompagnata dal suo datore di lavoro, mentre dall'altra parte del tavolo siederanno il prefetto (o un suo delegato), un rappresentante della Direzione provinciale del lavoro, un funzionario dell'Inps, un rappresentannte dell'Ufficio Stranieri della Questura e un altro dell'Agenzia delle Entrate del ministero delle Finanze.
    E' facile immaginare che il prefetto Gian Valerio Lombardi non si lasci sfuggire di consegnare di persona il permesso alla rumena. Nei giorni successivi, la consegna proseguirà con la consegna di una ventina di permessi alla volta. La procedura fissata dalla legge Bossi-Fini prevede, infatti, che gli immigrati «regolari» ottengano - insieme al permesso di soggiorno - il contratto di lavoro valido un anno rinnovabile ed il codice fiscale.
    A questo punto, tocca alla macchina burocratica dello Stato smaltire la mole di oltre 13 mila domande. Ogni singola richiesta, infatti, va vagliata preventivamente e in particolare attraverso i controlli incrociati della Polizia, dell'Inps e dell'Ufficio del lavoro di via Jappelli. E una volta passate al setaccio, alcune delle richieste potrebbero rivelarsi inutili. Niente permesso, infatti, a chi ha precedenti penali o nel caso di «aziende fantasma». L'Inps, a questo proposito, ha già scoperto una trentina di casi di questo genere: fabbriche o ditte che esistevano soltanto sulla carta della domanda presentata dall'immigrato. D'altro canto, va ricordato che la legge Bossi-Fini punisce con una multa e una denuncia penale i datori di lavoro con dipendenti immigrati sprovvisti di permesso di soggiorno.


    Immigrati al lavoro: sono oltre 13 mila
    Un anno fa la lunga coda in via Jappelli
    Ora è la Prefettura a smaltire le domande

    Colf, badanti, lavoratori subordinati: la legge Bossi-Fini inquadra gli immigrati «regolari» che dall'11 settembre hanno spedito il kit distribuito dalle Poste. Due mesi dopo è scaduto il termine utile a presentare la documentazione. E da domani la prefettura inizia a consegnare i «nuovi» permessi di soggiorno, collegati al contratto di lavoro. Sono 13.019 le domande presentate dagli immigrati nella nostra provincia. Una mole di lavoro non indifferente per la «macchina burocratica» chiamata a verificare, situazione per situazione, ogni singola pratica. Statisticamente, servirà anche a documentare la «geografia dell'immigrazione», visto che ogni permesso viene incardinato all'esistenza di un contratto di lavoro...
    E' difficile dimenticare la situazione di un anno fa. A cavallo fra San Silvestro e Capodanno, d'improvviso centinaia e centinaia di extracomunitari (spesso accompagnati dai rispettivi datori di lavoro) si misero in coda davanti alla porta dell'Ufficio provinciale del lavoro. Per giorni e notti, via Jappelli diventò l'emblema dell'«emergenza»: la fila di chi aspettava il 2002 per poter avviare le pratiche di regolarizzazione si era snodata dal pianerottolo al primo piano fino in strada. Soltanto l'intervento della polizia, ad un certo punto, scongiurò il pericolo di una rivolta.
    Quello scandalo non si ripeterà. Con la Bossi-Fini la competenza è passata direttamente alla prefettura. A palazzo santo Stefano, hanno cercato di diluire l'effetto della valanga di domande. Ora ogni singolo immigrato verrà convocato negli uffici di piazza Zanellato al momento di ricevere il permesso.
    Si comincia, appunto, domani. La migliore delle ipotesi indica in sei mesi il tempo di «smaltimento» dei nuovi permessi di soggiorno. I pessimisti, tuttavia, non mancano: sostengono che la burocrazia rischia di incepparsi di fronte alla mole di accertamenti preventivi imposti dalla legge Bossi-Fini.
    Il sindacato, da parte sua, ha già lanciato l'allarme fin dall'11 novembre quando è scaduto il termine di presentazione delle domande. E torna ad insistere ancora: «Molti migranti che avrebbero avuto diritto al permesso non hanno potuto presentare la domanda. Con Cisl e Uil, abbiamo sollecitato nei giorni scorsi la prefettura anche su questo fronte - commenta Leopoldo Tartaglia della segreteria provinciale Cgil - Resta il fatto che, a nostro avviso, non sarà certo facile smaltire in tempi rapidi le oltre 13 mila domande di regolarizzazione. Rappresentano, comunque, la migliore testimonianza che non c'è e non c'è stata alcuna "invasione", ma che l'economia padovana ha bisogno del lavoro e della presenza degli immigrati».
    Tanto più che Unindustria ha aperto una «vertenza» con il governo proprio per strappare più permessi di lavoro...


    Nigeriani, una città nella città
    Rumeni nell'Alta, cinesi a Piove, magrebini fra i vivai

    Gli stranieri regolarizzati, che vivono e lavorano nella nostra provincia sono circa 22 mila. Le etnie più numerose sono rumeni, magrebini, albanesi, nigeriani, cinesi, filippini, gli ex cittadini della Jugoslavia, i moldavi e gli ucraini (per altro, in massima parte donne). Ecco una sorta di «mappatura» dell'immigrazione fra città e provincia.
    Rumeni. I primi sono arrivati a Padova nel 1990- '91, ossia dopo la rivoluzione cha ha deposto Nicolae Ceasescu. Hanno raggiunto la «nuova America d'Europa» pagando fior di quattrini alle agenzie compiacenti, che li hanno trasportati in Italia ed in particolare nel ricco Nord Est a bordo di autobus attraverso Polonia e Germania con un visto turistico valido tre mesi. L'avanguardia rumena arrivava essenzialmente da Bacau, Galati, Tirgu Mures, Tirgoviste, Cluj Napoca, Baia Mare. E ha messo radici in città nel quartiere Arcella, poi a Curtarolo, San Giorgio in Bosco, Camposampiero. Gente scappata dal Paese di Dracula, perchè ancora oggi il salario medio rumeno si aggira sui 100 dollari. Agli inizi alcuni di loro hanno «abitato» in capanne costruite sulle rive del Brenta, a Santa Maria di Non. Attualmente lavorano, generalmente, come saldatori, muratori, operai generici nelle aziende meccaniche dell'Alta padovana. Le donne, invece, spesso fanno le badanti nelle famiglie. Tra il 1995 ed il 2002 oltre cento ragazze rumene hanno sposato altrettanti italiani, tra cui anche alcuni imprenditori, quasi tutti tra i 50 ed i 60 anni. «La stragrande maggioranza di loro - spiega Marina Clementi, della Cgil- è venuta in Italia per lavorare onestamente. Soltanto un'estrema minoranza è venuta per delinquere».
    Magrebini. I primi sono arrivati già alla fine degli anni '80. Quasi tutti provengono da Rabat, Casablanca, ma anche dal sud del Marocco, dove vivono i berberi che nel Padovano si sono insediati soprattutto a Carmignano e Grantorto. Lavorano come muratori, fanghini e camerieri nella zona termale; oppure come braccianti nella zona dei vivai a Saonara. Numerosi anche gli operai nelle aziende del legno. Tante marocchine lavorano nelle aziende tessili. Le comunità più numerose di magrebini vivono all'Arcella ed in via Anelli. Poi si dividono fra Tencarola di Selvazzano, Montagnana e Casale di Scodosia. Quasi tutti i magrebini, tra cui numerosi tunisini e pochissimi algerini, sono musulmani, non necessariamente praticanti.
    Albanesi. Quasi tutte le persone provenienti dal Paese delle Aquile sono arrivate in Italia con viaggi avventurosi e rischiosi sui gommoni dopo aver attraversato l'Adriatico e lo Ionio fra Valona e le coste pugliesi.
    Da noi lavorano come muratori, braccianti agricoli, camerieri, operai nelle aziende meccaniche. Vivono a Padova, Rubano, Cittadella, Campodarsego, Piazzola e Legnaro. Molti hanno preferito lasciare la città del Santo e si sono trasferiti a Milano e Torino.
    Nigeriani. E' una comunità radicata: sono circa tremila. E' la più grande comunità di questo Paese africano in Italia dopo quella di Roma, Bologna e Torino. Provengono da Lagos e Benin City. Sono quasi tutti cristiani. I mussulmani sono pochissimi. Lavorano come commercianti. Numerosi sono i nigeriani che hanno aperto negozi e drugstore nella zona della stazione, dove arrivano a fare acquisti i connazionali che abitano a Ferrara, Udine e Verona. Non sono poche le nigeriane che esercitano il mestiere più antico del mondo: pendolari by night con le strade ed i marciapiedi di Mestre, Treviso, Conegliano, Verona e Peschiera del Garda. Tra i nigeriani sono tanti i fedeli praticanti che si riuniscono nelle chiese San Pio X e al Tempio della Pace. Oppure sono seguaci di altre chiese minori.
    Cinesi. Quasi tutti provengono dalla regione dello Jiang Zhemin (vicino Shangai). Sono arrivati con l'«aiuto» di organizzazioni orientali, che - dietro il pagamento di una somma che oscilla tra i 7 mila ed i 10 mila euro - hanno provveduto al viaggio (in genere via Belgrado, Russia o Albania) ed alla ricerca di un prima occupazione. Cinesi spesso imprenditori nella ristorazione e nelle aziende tessili. Quasi sempre si spostano con tutta la famiglia. Vivono a Camposampiero, Borgoricco, Piove di Sacco, Trebaseleghe, Cittadella, Piombino Dese.
    Filippini. Lavorano come colf oppure nel settore della ristorazione. Vivono quasi esclusivamente in città.
    Ex jugoslavi. Moltissimi i muratori. Alcuni fanno i pendolari con le concerie di Arzignano.
    Moldave e ucraine. Pochissime le operaie. Quasi tutte diplomate se non laureate fanno le badanti e le colf nelle famiglie dei padovani, specialmente in quelle dove ci sono anziani non autosufficienti. Molte hanno trovato posto anche nelle case di cura private.


    Nomade spunta dal cassonetto
    Frugava tra i sacchetti Caritas, passanti impauriti

    Con una specie di capriola è uscito, il nomade, dal cassonetto della Caritas. Lo sportellino si è aperto verso l'interni, con un leggero cigolìo, facendo intravedere la chioma scura del giovane intruso. Che è spuntato fuori, come si esce da un uovo di Pasqua, davanti agli occhi attoniti di alcuni passanti e dei carabinieri. Lì raccolti, tutti insieme, per cercare di capire cosa ci fosse all'interno di quel contenitore giallo, che emetteva strani suoni.
    Era buio, l'altra sera, quando ai carabinieri è arrivata la chiamata preoccupata di una persona che, passando a piedi vicino al cassonetto della Caritas, sistemato in via Dietro Duomo (in pieno centro), aveva udito strani rumori arrivare dall'interno. Tra il sorpreso e l'impaurito aveva avvicinato l'orecchio, sentendo in maniera più nitida quei suoni metallici che avevano attirato al sua attenzione. Non si è fidato a guardare, piuttosto ha coinvolto nei suoi sospetti altri passanti. Mentre il nomade, all'interno, ignaro dell'attenzione suscitata, continuava a frugare imperturbabile tra i vestiti e le scarpe vecchie, che mani generose avevano lasciato nei contenitori. Apriva i sacchetti, controllava il contenuto e smistava. Tutto nel piccolo spazio di un paio di metri cubi scarsi, continuando ad urtare la lamiera e a fare rumore. Alla fine sono stati chiamati i carabinieri del Radiopmobile che, più coraggiosamente, hanno infilato la testa nel cassonetto. Scorgendo il nomade che, con molta fatica, è riuscito a venir fuori. Era un ventenne slavo, piuttosto mingherlino, con innegabili doti di contorsionista e acrobata. S.A. è stato denunciato a piede libero per tentato furto.
    Non è la prima volta che succede un episodio simile, in quanto i nomadi vanno spesso a cercare cose vecchie nei contenitori gialli della Caritas. In genere affidano questo compito ai loro piccoli, che vengono infilati nel contenitore a testa in giù, con il papà che lo sorregge per i piedi. In questo modo il bimbo afferra gli oggetti e li passa facilmente al genitore. In un caso, però, era capitato che lo zingarello finisse imprigionato all'interno, e dovessero intervenire i vigili del fuoco per salvarlo.


    Atteso sotto casa e rapinato
    Transex picchiato in via Brotto: bottino 1500 euro

    L'hanno atteso sotto casa e l'hanno malmenato. Gli hanno strappato i gioielli e i soldi, che aveva incassato nella nottata di lavoro sul marciapiede. Il transex ha cercato di difendersi, ma è stato spinto con violenza e picchiato. Finchè ha mollato la presa. E il denaro, circa 1.500 euro. L'episodio di violenza è avvenuto l'altra notte, verso le 5.30, in via Brotto.
    Lì vive il transessuale, un trentunenne padovano, che offre prestazioni sessuali a pagamento alla periferia della città. Protagonisti dell'aggressione sono due malviventi, probabilmente stranieri, che si erano coperti il volto con le calze di naylon.
    Quasi certo che lo conoscessero, in quanto l'hanno atteso con pazienza sotto casa. Quindi sapevano bene dove abitasse, essendo improbabile che l'abbiano potuto seguire nelle strade deserte della città, senza farsi minimamente accorgere.
    Il giovane era arrivato davanti al portone d'ingresso del condominio, già pronto ad infilare le chiavi nella serratura per entrare, quando i due rapinatori sono sbucati improvvidamente dall'ombra, piombandogli a sorpresa alle spalle.
    Parlavano un italiano stentato, tanto che il tansex si è convinto che fossero albanesi o rumeni. L'hanno minacciato di morte, dandogli un energico spintone e qualche calcio, in maniera da vincere la sua istintiva resistenza e convincerlo a mollare. Poi gli hanno strappato di dosso i gioielli e si sono fatti dare i soldi che aveva con sè.
    Ottenuto il denaro i due rapinatori sono scappati via come fulmini, a piedi, lasciando il povero transessuale contuso e sotto choc. Non ha voluto essere medicato al pronto soccorso, ma ha dato subito l'allarme, chiedendo aiuto agli agenti delle Volanti, che sono accorse lì in pochi minuti. E hanno effettuato le prime ricerche in zona, alla ricerca degli aggressori.
    Non sono stati rintracciati, e non esistono nemmeno indicazioni precise per arrivare alla loro identificazione, in quanto erano entrambi incappucciati.


    Dodici chili d'hashish in bagagliaio
    Tre nordafricani bloccati dai carabinieri davanti al palasport di Piove
    L'auto era «imbottita» con 46 pani di fumo, valore 75.000 euro

    PIOVE DI SACCO. Attendevano qualcuno, probabilmente l'acquirente. I tre nordafricani erano a bordo di un'Audi 80, ed erano fermi nel parcheggio davanti al palasport di Piove di Sacco. Erano completamente al buio, e a fari spenti. Quella vettura quasi persa nell'oscurità ha subito insospettito i carabinieri del Nucleo operativo di Padova, impegnati sabato sera nei controlli anti-rapina in tutta la provincia.
    Vista l'ora, erano le 18.20, potevano essere benissimo banditi in attesa del momento opportuno per entrare in azione con le armi. Così i militari si sono avvicinati, con molta cautela. Aiutati dai colleghi del Radiomobile di Padova. All'interno dell'Audi c'erano tre magrebini, il proprietario dell'auto al volante, un clandestino che bazzica nell'hinterland milanese, e gli altri due compagni di spaccio. Che l'avevano accompagnato nella trasferta nel Piovese.
    Nel bagagliaio, infatti, avevano quasi dodici chili di hashish. Quarantasei piccoli pani di «fumo», avvolti come al solito nel cellophane. Destinati probabilmente a qualche grossista del Piovese. Tanta droga da inondare praticamente il mercato, visto che al dettaglio (ogni barretta costa poco più di cinque euro) avrebbe potuto fruttare ben 75 mila euro.
    I tre magrebini sono rimasti ammutoliti dalla sorpresa: non hanno potuto dire nulla per difendersi. La droga è stata sequestrata, e loro sono finiti dietro le sbarre. Si tratta di Mostapha Daoudi, marocchino di 28 anni, il «milanese», illegale in Italia; Daoudi Cherki, 24 anni, in regola con il permesso di soggiorno, ufficialmente facchino a Padova, e Rachid Ourbat, 25 anni, clandestino, già noto alle forze di polizia per i suoi precedenti.

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    Tribuna di Treviso 03/12/2003

    Raggiunto ieri l'accordo con la comunità musulmana, che invita alla cerimonia il vescovo e il sindaco
    Il Palaverde diventa moschea
    Concesso dal gruppo Benetton per la celebrazione del Ramadan

    TREVISO. Ieri la Benetton ha ufficialmente accolto la richiesta delle comunità islamiche di utilizzare il Palaverde per celebrare la fine del Ramadan, una preghiera collettiva che lo scorso anno ha richiamato alla palestra della Chiesa Votiva duemila musulmani (nella foto a sinistra). Felici gli islamici che hanno definito Luciano Benetton «paladino dell'apertura interculturale», invitandolo alla manifestazione con prefetto, questore, vescovo e sindaco Gentilini. Ma già si è levata la voce della Lega, che spara a zero contro la chiesa e Benetton e invita le forze dell'ordine a controllare i documenti ai fedeli partecipanti.
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    TREVISO. La celebrazione pubblica per la fine del Ramadan, avverrà al Palaverde. Ieri pomeriggio si sono incontrati il responsabile intermediario a Treviso del Consolato del Marocco, Kounti Abderrahmane, e i dirigenti della comunicazione e delle relazioni esterne della Benetton. L'accordo per la concessione del palasport di Catena di Villorba ha chiesto meno di un'ora.
    La decisione, visto il pubblico avallo dato da Gilberto Benetton, era già scontata. Si trattava esclusivamente di discutere i particolari tecnici. Tanto che l'azienda trevigiana non ne ha fatto una questione di canone di affitto e gli ospiti si sono subito dichiarati disponibili a pagare i costi vivi e quello dell'assicurazione necessaria per poter far accedere alla struttura dalle 1500 alle 2000 persone. Tante ne prevedono gli organizzatori. La manifestazione si svolgerà quasi sicuramente giovedì dalle 8 alle 10,30 di mattina. La variabile dipende dal fatto che sarà un imam a proclamare la fine del mese dedicato al digiuno e all'astinenza osservando la luna. E la luna è nuova mercoledì notte. Poi anche a Treviso avverrà la preghiera collettiva, seguita dal discorso di un imam dedicato alla pace e all'integrazione. Alla fine il tradizionale scambio di doni e di auguri.
    A chi ieri chiedeva a Gilberto Benetton un commento sulla vicenda, il finanziere di villa Minelli ha replicato pacatamente «Il Palaverde è aperto a tutte le manifestazioni serie, logiche e autorizzate, senza alcuna preclusione per nessuno». La Benetton, nota nel mondo per le sue campagne pubblicitarie controcorrente, per non dire scandalistiche (anche se rispetto ai tempi di Oliviero Toscani è stata messa la sordina), fa seguire dunque alle parole i fatti, come i più si aspettavano. Da villa Minelli, quartier generale della Benetton, non filtra alcun altro commento ufficiale, se non la conferma dell'avvenuto accordo che è arrivato dopo «un colloquio - definito - aperto e cordiale».
    Più loquaci, perché felici, gli interlocutori islamici che hanno deciso di invitare alla festa praticamente tutti, dal prefetto reggente al questore, dal vescovo Magnani al sindaco Gentilini agli Industriali, fino, ovviamente (ma probabilmente sarà all'estero) a Luciano Benetton definito da Kounti «simbolo e paladino dell'apertura interculturale. La concessione del Palaverde diventa un messaggio di apertura e pace nei nostri confronti - ha detto - Ma questo è stato possibile grazie al contributo determinante della Chiesa trevigiana (in particolare don Giuliano Vallotto e don Canuto Toso che da anni si occupano di immigrati). La fine del Ramadan diventa la festa dell'intera società trevigiana che si apre a noi dopo dodici anni di convivenza».
    E' tutto da vedere se la società trevigiana sarà disposta a partecipare e riconoscere a questa festa, certo è che le comunità immigrate sembrano attuare alla perfezione le strategie mediatiche: prima con l'occupazione simbolica del Duomo di Treviso, poi con quella fisica del sagrato. Ed ora con questa nuova richiesta fatta - proprio nella città dell'anti-islamico Gentilini - a chi non poteva dire di no per non vedersi accusare di incoerenza, e destinata in ogni caso, vista la caratura dell'interlocutore, a suscitare attenzione nei confronti dell'Islam nel momento storico di maggior chiusura dai tempi delle crociate e delle incursioni saracene in poi.


    Gli occupanti della vettura inseguitrice hanno raccolto un passeggero ferito e sono fuggiti con lui
    Folle gara in auto, muore a 17 anni
    Il minorenne sbanda, urta un furgone e si schianta contro un albero

    ALTIVOLE. Un minorenne di Spineda è morto in una folle gara tra auto. Ronald Major, 17 anni, al volante di una Renault Clio, ha perso il controllo della vettura subito dopo una curva. Da prima si è schiantato contro un furgone, poi ha finito la sua corsa contro un albero di via De Gasperi ad Altivole. Gli amici, che a bordo di un'altra auto avevano ingaggiato con lui un'assurda gara di velocità, lo hanno soccorso estraendolo dall'abitacolo, ma per Ronald non c'era più niente da fare. In macchina con la giovane vittima c'era un amico che, dopo aver visto Ronald privo di vita, si è dileguato con gli altri giovani a bordo della seconda vettura.
    --------------------------------------------------------------------------------
    ALTIVOLE. Uno schianto tragico chiude una corsa folle tra giovani. E' così che si può ricostruire l'incidente mortale cccaduto ieri sera, dopo le 18.30, lungo via De Gasperi, la strada che da Altivole porta a Riese Pio X. Ronald Major, 17 anni, al volante di una Renault Clio ha perso il controllo della vettura.
    Il giovane da prima è finito contro il furgone guidato da Angelo Spinetta di Cornuda, che procedeva in senso inverso, e per l'impatto la sua auto è salita sul marciapiede finendo la sua folle corsa catapultata contro un grosso albero. Della Clio non è rimasto che un cartoccio di lamiere, da cui gli amici di Ronald, che viaggiavano nell'auto dietro alla sua, lo hanno tirato fuori ormai senza vita.
    «Stavo rincasando dopo una giro itinerante a San Vito - racconta Spinetta, 51 anni, venditore ambulante di alimentari - quando all'improvviso mi sono trovato la Clio di traverso, davanti alla strada, ed a grande velocità mi è venuta addosso. L'impatto è stato violentissimo e l'auto non si è arrestata nemmeno davanti al mio furgone, continuando a carambolare fino a quando non si è schiantata contro un albero».
    L'autista, del furgone, ancora sconvolto per quanto gli è accaduto, non sa darsi pace e racconta: «Procedevo per la mia strada con tranquillità e tutto è accaduto in pochissimo tempo, non ho avuto nemmeno in modo di capire cosa stesse succedendo: istintivamente ho portato le mani al volto, per evitare l'impatto con questo bolide. Quando non ho sentito più nessun rumore sono sceso.
    Dei ragazzi gridavano di chiamare un ambulanza ed allora ho preso il cellulare ed ho chiamato il primo numero che mi è venuto in mente, il 112». Sul posto è intervenuto il Suem di Pedemontana Emergenza, della centrale di Crespano, probabilmente allertato dal 112, il numero di pronto intervento dei carabinieri, a cui aveva telefonato l'autista. Ma quando i medici sono accorsi ad Altivole, non hanno potuto far altro che constatare la morte di Ronald. Con il diciassettenne viaggiava anche un secondo ragazzo, e sulla sorte di questo passeggero ieri sera si è aperto un «giallo». Infatti, stando a quanto hanno raccontato alcuni testimoni che hanno assistito allo schianto, il secondo giovane sembrava essersi ferito nell'incidente, perchè perdeva vistosamente del sangue da un orecchio. Ma di costui non si conoscono ancora le generalità, poichè avrebbe lasciato il teatro del tragico incidente ptrima dell'arrivo dei soccorsi. Sul posto, poco dopo, è giunta una pattuglia della Polstrada di Treviso ed il comandante Ferdinando Picenna per i rilievi. Solo grazie alla presenza di alcuni parenti del ragazzo deceduto sono riusciti a stabilirne l'identità, dal momento che Ronald non aveva con se alcun documento. La Clio è infatti intestata ad una donna di Padova, che potrebbe aver prestato l'auto al diciassettenne. Il dramma, quindi, si tinge di giallo perché agli agenti della Polstrada mancano ancora molti tasselli per ricostruire la vicenda e l'unica cosa c'erta fino ad ora è che Major abbia incoscientemente ingaggiato una gara di velocità con gli amici. Una corsa folle in un ora di punta, lungo un centro abitato, tra un ragazzo ancora minorenne e dei coetanei che, senza alcuna consapevolezza della gravità delle loro azioni, hanno probabilmente deciso di fare un gioco eccitante. Decine di persone sono arrivate sul posto per vedere cosa fosse accaduto; tra queste anche Cristina, una cugina di Ronald. A chi le faceva notare che il ragazzo guidava una vettura, pur se minorenne, ha risposto con sorprendente disinvoltura: «Mio cugino non si è mai fatto problemi ed ha sempre guidato». I Major sono una famiglia di nomadi; Ronald, che era residente in via Garibaldi 4 ad Oderzo ma domiciliato (con la sua famiglia) a Spineda in via Fornasette, lavorava come operaio in fabbrica. Il giovane lascia oltre alla madre, il padre Fabio il fratello Micael ed una sorella: nell'abitazione della famiglia ieri sera decine di parenti si sono stretti intorno ai Major.


    Condannata l'interprete del Tribunale
    Un anno e 8 mesi per favoreggiamento della prostituzione

    L'interprete rumena del Tribunale, Dorina Romanyuk, ha favorito la prostituzione di giovanissime connazionali, ma non le ha sfruttate in alcun modo, né era a conoscenza del fatto che fossero minorenni. Il giudice Valeria Sanzari ha riconosciuto la colpevolezza della donna, condannandola ad un anno e otto mesi di carcere, con la sospensione della pena, solo per il reato di favoreggiamento. Cade, dunque, la pesante accusa di sfruttamento della prostituzione di minori: un reato assai grave per il quale si rischiano molti anni di carcere. «Una sentenza equa» si è limitato a commentare il pubblico ministero Iuri De Biasi. Mentre, da parte loro, gli avvocati della difesa Aldo Pardo e Fabio Crea del Foro di Treviso, stanno già preparandosi a presentare istanza di appello: «Siamo soddisfatti a metà - hanno commentato i legali - cadono, comunque, le accuse più pesanti e si apre uno spazio per l'appello. Secondo noi, più che di favoreggiamento della prostituzione, si potrebbe parlare del fatto che, ospitando queste ragazze in casa sua, la nostra cliente ne favoriva la permanenza in Italia». Dorina Romanyuk, residente a Castelfranco e mamma di un ragazzino di 13 anni, presidente dell'associazione «Rumeni nel mondo», si è sempre dichiarata innocente. E ha sempre raccontato di aver ospitato quelle ragazze in casa sua, per dal loro una mano. In qualche caso le avrebbe anche aiutate ad abbandonare il marciapiede. Ben diversa la tesi che era stata sostenuta dall'accusa. Secondo gli inquirenti, la Romaniuk avrebbe preteso congrui affitti in cambio dell'ospitalità offerta alle ragazze e talvolta le avrebbe anche accompagnate al lavoro. L'arresto era scattato nel maggio 2001. Con la sentenza di ieri, la tesi dello sfruttamento è caduta. Ma non quella per favoreggiamento.


    L'emergenza stranieri in un convegno dell'Usl 9
    5620 alunni immigrati
    Treviso prima in Veneto

    Sono 7269 nella Marca i minori, figli di immigrati extracomunitari. Costituiscono il 5,6% della popolazione under 18, seguendo un trend di crescita di gran lunga più alto della media nazionale che si attesta sul 3,9%. I problemi da affrontare per garantire l' integrazione ai giovanissimi, spesso nati in Italia, unisce il fronte dei servizi sanitari e quello dei servizi sociali. La scommessa è stata lanciata ieri dall'Usl 9 e dalla Regione, nel convegno di studi dedicato a «Dialogo ospedale-territorio» alla luce della nuova legge. L'obiettivo è prendere in esame, in tre giornate di studio (le prossime sono lunedì 9 e mercoledì 18 dicembre) i cambiamenti introdotti dal nuovo testo unico e le nuove risposte richieste dai servizi sociali e sanitari. «Come servizio socio-sanitario - ha detto ieri, introducendo i lavori, Gaetano Spampinato direttore pro-tempore dell'Usl 9 - abbiamo una missione da mettere in atto che richiede precise condizioni. E' necessaria la sinergia tra territorio e strutture ospedaliere». «Il corso di oggi - ha aggiunto il direttore sanitario Giuseppe Simini - nasce dalle esigenze dell'ospedale, collettore delle problematiche che coinvolgono gli immigrati. Neanche i clandestini sfuggono alle nostre strutture. Se manca la rete con Provincia e Comune, molto lavoro fatto nel settore sanitario va perduto. E' necessario costruire un sistema dotato di migliore funzionalità a parità di risorse». L'assessore regionale Antonio De Poli ha sottolineato l'importanza delle quote libere di entrata dall'estero di personale infermieristico e le agevolazioni per le badanti. Resta fondamentale l'accoglienza dei minori immigrati, destinati ad aumentare. Ed è inevitabile fare i conti con i posti insufficienti negli asili nido. In Veneto ci sono solo 6 posti ogni 100 bambini. Gli stranieri che frequentano i nidi nel Veneto sono 750 e costituiscono il 21,7% del totale; a Treviso sono 122 (il 21,4% dei frequentanti). Per numero di iscritti alla scuola dell'obbligo (a Treviso sono 5620 contro i 22.369 del Veneto), il capoluogo della Marca è la prima città del Veneto e la quarta d'Italia. Si aggiungono però numerosi i minorenni collocati in strutture tutelari (comunità, istituti e famiglie): nel Veneto sono 342 su un totale di 1314 (circa il 26%) e rappresentano un segnale di un disagio diffuso da affrontare prima che sia troppo tardi. «Diventa centrale il ruolo dei consultori famigliari - ha sottolineato ieri Sante Bressan, dirigente dei servizi sociali della Regione - è necessario creare spazi per adolescenti, genitori e i problemi della famiglia». Ieri di fronte a una platea gremita di operatori del settore sono intervenuti l'avvocato Martellone, il vicequestore Meneghetti, il vice-prefetto aggiunto Madaro, e la responsabile del servizio stranieri della Provincia.


    Iniziativa della scuola media di Sarmede e dell'Usl
    Il calendario multietnico
    per abbattere i confini

    SARMEDE. Un calendario multietnico. E' l'unico caso in Provincia ed é a cura del servizio dell'età evolutiva dell'Uls 7 e della scuola media di Sarmede in collaborazione con il Comune. L'iniziativa, presentata ieri alle Fiere del Teatro con una mostra nella sede della scuola, vuole favorire l'inserimento e l'accoglienza degli alunni stranieri presenti a Sarmede. Il calendario scritto in italiano, arabo ed albanese è stato reso possibile grazie al lavoro delle insegnanti Paola Mozzato, Marisa Zanette e Giuliana Rosolen e delle operatrici dell'Usl Maria Segat e Claudia Zuccolotto. «Partendo dallo studio dei momenti salienti dell'anno nelle varie culture - dice Maria Segat - siamo arrivati alle feste del calendario che evidenziano come in ogni parte del mondo e nelle varie religioni ci siano elementi comuni». Sfogliando il calendario vengono riportate le feste religiose secondo le religioni ma non solo. Ci si rifà anche ai cicli delle stagioni, ai cicli lunari, alla fertilità. «Il calendario - afferma Paola Mozzato - è la conclusione di un percorso realizzato a scuola con i mediatori culturali. Lo scopo è l'integrazione e l'alfabetizzazione».


    Tarzo, il comitato genitori precisa la sua posizione
    «Il Ramadan non disturba
    ma tuteliamo i ragazzi»

    TARZO. Nasce il «Comitato genitori delle scuole dell'infanzia, elementari e medie» con l'intento di occuparsi di viabilità di fronte alle scuole, orari e costi del trasporto scolastico, uso delle strutture in previsione dell'aumento demografico, uso della palestra a terze persone (società, gruppi, associazioni), sorveglianza degli alunni, presenza di un ripetitore Omnitel nelle immediate vicinanze della scuola media. Il comitato, in una recente riunione, ha anche affrontato il problema dell'utilizzo della palestra per la festa del Ramadan. La «battaglia» contro tale utilizzo «non ci riguarda né ci ha mai riguardato - spiega il comitato - E' sì vero che si vuole che la palestra sia agibile per le lezioni di educazione fisica, ma questo indipendentemente da chi l'ha usata prima, sia per una rassegna di cori, che per una partita di pallacanestro, piuttosto che per i prelievi sanguigni e di urine effettuati nell'infermeria e nei bagni antistanti alla stessa da parte del servizio dell'Usl. L'unica considerazione che aveva fatto il comitato in merito alla concessione della palestra per la festa del Ramadan - si legge nella nota - era che sarebbe stato fatto un controllo sull'agibilità della stessa il lunedì seguente. Se non si fosse trovata pulita, si sarebbero presi i provvedimenti necessari». Insomma, nessuna battaglia contro il Ramadan, ma solo una generale linea di condotta a tutela degli alunni. «Vogliamo ribadire il nostro profondo impegno a far sì che ai nostri figli (anche quelli degli extracomunitari che frequentano le scuole) sia garantita sicurezza e giusta organizzazione nelle strutture scolastiche. Non intendiamo essere strumentalizzati da alcun partito».


    Sette intossicati dopo la braciolata
    Preganziol: gli extracomunitari sono finiti
    all'ospedale per aver inalato monossido

    PREGANZIOL. Poteva finire in tragedia una braciolata in casa per sette cittadini extracomunitari che sono rimasti intossicati durante il sonno da monossido di carbonio. Per fortuna il tempestivo intervento degli uomini del Suem dell'Usl 9 ha salvato la vita alla famigliola di Preganziol che adesso potrà raccontare con la propria voce la disavventura.
    I sette extracomunitari di fede islamica stanno vivendo il periodo del Ramadan che terminerà giovedì o venerdì. Durante il mese che secondo il Corano serve alla purificazione del corpo, dall'alba al mattino i fedeli devono sottostare ad alcune leggi ferree di comportamento quali, ad esempio, non bere e non mangiare, non avere rapporti sessuali e non bestemmiare e dedicarsi assiduamente alla preghiera.
    Le regole erano state rispettate alla lettera dai sette cittadini che domenica avevano atteso il tramonto del sole per poter cenare. Nella propria abitazione avevano acceso il fuoco dove preparare la brace per cucinare la carne. I sette, sei adulti e un bambino, hanno consumato la cena e dopo essersi intrattenuti in cucina sono andati a coricarsi nelle proprie camere.
    Non avendo la propria abitazione riscaldata dai termosifoni, hanno pensato di lasciare il fuoco acceso fino all'esaurimento naturale delle fiamme. E' successo invece che i tizzoni hanno sprigionato in tutte le stanze una quantità tale di monossido di carbonio che avrebbe potuto essere letale per le persone.
    La fortuna ha voluto che un adulto si è alzato ed ha avvertito un forte mal di testa e ha capito che anche le altre sei persone erano in pericolo. Ha svegliato tutti che avvertivano gli stessi sintomi. Immediata è stata la chiamata al 118 dell'Usl 9 di Treviso che ha inviato sul posto i mezzi per soccorrere i sette cittadini extracomunitari.
    I sei adulti hanno ricevuto assistenza nel reparto Medicina generale d'urgenza, mentre il bambino è stato ricoverato nel reparto di Pediatria. Grazie al tempestivo intervento del Suem e del personale medico, che ha praticato la terapia disintossicante, i sette extracomunitari non hanno subito nessuna conseguenza fisica e potranno essere presto dimessi e fare ritorno così nella propria abitazione di Preganziol dove da qualche tempo avevano trovato alloggio.


    Giovane tunisino arrestato con sei grammi di eroina
    Carabiniere rimane ferito

    SPRESIANO. I carabinieri della stazione di Spresiano hanno arrestato in flagranza di spaccio di sostanze stupefacenti Dridi Ridha Ben Khemais, 38 anni, di Tunisi senza fissa dimora.
    L'extracomunitario è stato sorpreso mentre era in possesso di 6 grammi di eroina, già divisa in dosi, e la stava cedendo a due italiani di 23 e 28 anni. Per l'immigrato sono immediatamente scattate le manette e la successiva reclusione nel carcere circondariale di Santa Bona. I due giovani, invece, sono stati segnalati all'ufficio territoriale del governo per assunzione di sostanze stupefacenti. Le fasi dell'arresto, avvenuto sabato alle 23, sono stati movimentate.
    Infatti un carabiniere è rimasto ferito a un ginocchio. Accompagnato al pronto soccorso, gli era stato rilasciato dapprima un certificato di guarigione di 3 giorni ma nelle ore succsssive la situazione si è aggravata, tanto che saranno necessari ulteriori esami clinici.
    Nel corso dell'operazione i carabinieri hanno anche sequqestrato 1500 euro provenienti da attività illecite di cui ulteriori indagini accerteranno la provenienza.


    Si spezza la corda da traino. Auto contromano: gravissimo
    Sovilla di Nervesa La sua Polo sbanda e si scontra frontalmente con un camion

    NERVESA. La sua auto, domenica, lo aveva lasciato a piedi a Nervesa, lungo la statale Schiavonesca. Così, ieri sera, verso le 19.15, Mark Reka, 47 anni, albanese residente a Giavera, assieme a un collega di lavoro si era recato a rimorchiare l'auto. Dopo poche centinaia di metri, a Sovilla, la corda da traino però si è spezzata o slegata: la Polo Volkswagen dell'immigrato ha invaso la corsia opposta finendo contro un camion. Per estrarre l'uomo dalle lamiere i pompieri hanno dovuto lavorare a lungo: ora Mark Reka, cementista, è ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale di Montebelluna. I medici stanno tentando il possibile per tenerlo in vita. L'incidente - nel quale è stata coinvolta anche una Ford Focus che, non riuscendo a fermarsi, ha tamponato la Polo già sinistrata - è avvenuto verso le 19.15. La dinamica è chiara, anche se ulteriori accertamenti saranno eseguiti dalla Polstrada di Vittorio Veneto, intervenuta per i rilievi di legge.
    Ieri sera, dopo aver fissato la corda di traino tra una Peugeot 205 e l'auto rimasta in panne, Mark Reka, residente con la moglie e due figli a Giavera - in via Artiglieri - si è avviato assieme al collega lungo la statale. Giunti nel tratto di via Lollini, procedendo in direzione di Volpago con l'intenzione di raggiungere un distributore-officina nelle vicinanze, è successo il drammatico imprevisto: la corda si è spezzata, oppure si è slegato il nodo fatto sul gancio della Peugeot. Di certo, il conducente della Polo si è trovato improvvisamente con l'auto senza propulsione: forse impaurito, ha sterzato verso il centro della strada invadendo l'altra corsia. In quell'istante stava transitando un camion Mercedes della Società Commerciale Sandri di Nervesa. L'autista si è visto la Polo venire sempre dal suo lato e, inutilmente, si è spostato di scatto sul ciglio della strada. Con la parte anteriore sinistra del mezzo ha centrato frontalmente l'utilitaria, sulla quale c'era, appunto, al volante Mark Reka, dipendente di una ditta di pavimentazione di Camalò (Povegliano).
    Tutta la terribile scena è stata vista dal collega, nonché connazionale, tramite lo specchietto retrovisore della Peugeot. Il giovane è tornato indietro di corsa e ha trovato l'amico incastrato fra le lamiere. Avvertito il 118, il personale medico - arrivato a Nervesa con un'ambulanza partita dall'ospedale di Montebelluna - ha prestato le prime cure al 47enne, intubandolo, mentre i pompieri di Montebelluna tentavano di estrarlo dall'abitacolo. Nel frattempo sulla Schiavonesca si erano formate due lunghe code di auto. A Sovilla sono intervenuti anche i carabinieri di Volpago.

  5. #135
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    La Nuova Venezia 03/12/2002

    3 anni di carcere per la rapina
    Colpo all'agenzia di cambio, picchiata giovane impiegata

    VENEZIA. Tre anni di reclusione e un risarcimento di 18 mila euro. Questa la condanna per il giovane rumeno Vlaic Ionut (19 anni), accusato di aver rapinato euro e dollari dall'agenzia di cambio di Piazzale Roma e di aver duramente picchiato l'impiegata. Il «colpo» era stato messo a segno il 18 luglio scorso dall'imputato e da un amico di 17 anni, che è stato già processato dal Tribunale per i minori.
    Ieri, davanti al giudice dell'udienza preliminare Roberta Marchiori, il giovane rumeno ha confessato, del resto gli avevano trovato nascosti nelle scarpe 9600 euro rapinati qualche ora prima e soprattutto l'impiegata lo aveva riconosciuto come uno dei due aggressori. Il pubblico ministero Michele Maturi ha chiesto una condanna a quattro anni di reclusione: Ionut era accusato oltre che di rapina, anche di lesioni. L'impiegata era stata malmenata, colpita addirittura dopo che era caduta a terra. Alla fine aveva riportato lesioni giudicate guaribili in novanta giorni.
    Vlaic, un clandestino senza fissa dimora, era stato il primo ad essere catturato. Lo avevano fermato alcuni finanzieri in servizio nei pressi della stazione di Santa Lucia. La descrizione fornita dall'impegata dell'agenzia ai poliziotti era perfetta. I militari delle fiamme gialle lo avevano bloccato due ore dopo il colpo, compiuto verso le 18.30. Il giorno dopo era caduto in trappola anche il secondo bandito. E' stato arrestato a Castelfranco. In tasca aveva il resto del denaro rapinato. Anche il minorenne poi aveva confessato.
    A colpire gli investigatori era stata soprattutto la gratuita violenza con cui avevano agito. Erano entrati nel piccolo ufficio e senza neppure dire una parola, nemmeno la classica frase «Fuori i soldi», avevano cominciato a picchiare duro. Prima l'hanno colpita in faccia con un bicchiere e quando è caduta a terra hanno infierito a calci. Eppure quella giovane non era un ostacolo per loro, non si è opposta in alcun modo alla rapina anche perchè non ne ha avuto il tempo.
    Così, l'impiegata si è costituita parte civile con l'avvocato Laura Dei Rossi, che ieri si è battuta per ottenere il risarcimento dei danno. Il giudice Marchiori lo ha quantificato in 18 mila euro che il rumeno dovrebbe versare immediatamente.


    Malese spaccia due cinesi per connazionali, arrestato
    Clandestini fermati dalla polizia di frontiera alla stazione marittima

    MESTRE. Manette per un malese che voleva far entrare in Italia due cinesi spacciandoli per connazionali. E' successo sabato scorso alla stazione marittima, all'arivo del traghetto greco Ikarus Palace. P.W., 49 anni, accompagnava due cittadini che mostravano agli agenti della polizia di frontiera passaporti della Malesia. Documenti che gli agenti hanno scoperto essere falsi. Tramite accertamenti consolari i due venivano identificati in cittadini cinesi rispettivamente di 25 e 23 anni. Grazie alle indagini gli investigatori hanno scoperto che i due avevano pagato, ad un'organizzazione cinese, ventimila dollari ciascuno per raggiungere l'Italia. Come mèta finale avevano Milano. Con il denaro pagato gli è stato garantito il viaggio areo da Pechino a Dubai e da qui fino a Beirut e Atene. Quindi l'imbarco a Patrasso per l'Italia e naturalmente il passaporto falsificato. Al malese arrestato sono stati sequestrati quattromila dollari e alcune ricevute di pagamento. Mentre lui finiva in carcere i due cinesi sono stati reimbarcati sulla nave da cui erano scesi e rispediti in Grecia. Sono stati denunciati per uso di atto falso. Stessa denuncia con l'aggravante della ricettazione per una ragazza albanese che cercava di entrare in Italia esibendo un permesso di soggiorno falso della questura di Como. Pure lei è stata reimbarcata sul traghetto con destinazione Patrasso.


    OMICIDIO BIASIOLO. Il sindaco Contin prende le distanze dal macabro messaggio. Ma in paese c'è esasperazione
    «No alla vendetta fatta in casa»
    «L'episodio dei fantocci non rispecchia il clima di Fiesso»
    «Siamo arrivati sulla luna e non troviamo agenti per la sicurezza?» Ma nella giustizia la gente crede ancora

    FIESSO D'ARTICO. Due fantocci colpiti simbolicamente alla nuca e con un cartello penzolante al collo: «Farete la stessa fine». Ammonimento macabro e per alcuni, interpellati a caldo, di dubbia interpretazione. «Non ne sapevo nulla»: al capogruppo di minoranza «Fiesso delle Libertà», Alberto Novello, la voce del ritrovamento dei fantocci nei pressi del municipio non è giunta. «Trovare una soluzione ai recenti furti e all'omicidio Biasiolo non è facile» dice Novello.
    Considera moderata la reazione della gente, insomma niente tensione né aspirazioni di vendetta. Una dimostrazione dunque isolata quella del ritrovamento dei fantocci tra sabato e domenica, che non rispecchia la mentalità né la reazione dei cittadini. «Abbiamo chiesto nel corso dell'ultimo consiglio comunale una commissione affari generali che è stata convocata per giovedì prossimo - aggiunge Novello - La seduta sarà aperta e tutto questo dimostra come il modo di risolvere questa situazione sia diverso dalle dimostrazioni del genere» aggiunge Novello. Ne è convinto pure il rappresentante della Lega Nord, Giancarlo Chioatto: «Vorrei valutare a fondo l'episodio. Per ora posso dire che non rispecchi il nostro punto di vista. E' un episodio che lascia il tempo che trova. Se di extracomunitari vogliamo parlare, il nostro gruppo è in sintonia con la legge Bossi-Fini. Ripeto, anche questo episodio dei fantocci va valutato a fondo. Va considerato nel complesso di testimonianze o altri elementi se ce ne sono».
    «Credo sia opera di un gruppo ristretto, non so quale, persone alle quali dico che la giustizia deve fare il suo corso - dice il sindaco, Daniela Contin - Sia chiaro, questi atteggiamenti non rispecchiano il clima che c'è in paese». Secondo la Contin si tratta di un avvertimento a chi ha commesso l'omicidio, da parte di individui che non compaiono e lasciano dei fantocci nei pressi del municipio inteso come luogo simbolico e rappresentativo. Giovedì prossimo in commissione affari generali saranno valutate alcune ipotesi di intervento concorde tra amministrazione, forze di polizia e prefettura. Vigilare, perfezionare piani di intervento sul territorio e mantenerne il controllo: questo per ora è il modo di procedere degli addetti ai lavori.
    E in paese di che umore è la gente? «Penso che la giustizia dovrebbe fare il suo corso. Gli inquirenti facciano il loro lavoro e che sia ben fatto» commenta una mamma, Barbara Foltran, all'ingresso della materna parrocchiale. Un altro genitore, Lucio Marangon, interviene: «I due fantocci? Un gesto che sta a dimostrare che la gente è esasperata. Come è possibile che in casa propria entri un delinquente, non importa di che razza sia, e succeda quello che è successo? Ora che è capitato il peggio c'è tanto trambusto ma prima non si è mosso nessuno a garantire la sicurezza dei cittadini. E' un episodio che si poteva evitare. Siamo arrivati sulla luna e non si possono trovare agenti per la sorveglianza? Ne tolgano un pochi dalle sedi di Roma....».
    Al bar Centrale i clienti non commentano. Dietro al bancone Marco Vitale dice: «La gente ne parla e pensa al gesto di qualche ragazzo che ha preso l'episodio alla leggera». «Speriamo sia fatta giustizia per Biasiolo: lo conoscevo e non meritava una sorte così atroce - dichiara Nicola Agostini che porta il figlio in passeggino - In paese c'è un clima di tensione. Ho visto la sera le pattuglie sulla statale. Credo ci voglia almeno un vigile di quartiere anche se non sarà risolutivo. Non è più come prima ma continuo a credere nella giustizia». Aspetta fiducioso il corso della giustizia anche Lino Baldo, 87 anni: conosceva Biasiolo e ha pregato per lui. Il tabaccaio, Alessandro Burattin commenta: «A un ragazzo ci vuole un lavoro per vivere. Altrimenti come campa? Così agli extracomunitari. Speriamo che la Bossi-Fini si attui. Vedrà, alle prossime elezioni voteranno tutti per Bossi!»


    Un gruppo di rumeni, tutti parenti tra loro, costretto a mendicare in strada dalla durezza della nuova legge Bossi-Fini
    Espulsa famiglia di immigrati
    Perso il lavoro in nero, bivaccavano nella stazione di Ceggia

    CEGGIA. Mendicanti per colpa della Bossi-Fini. Costretti a chiedere l'elemosina dopo essere stati sfruttati e sfruttate in nero da famiglie e piccoli imprenditori italiani. Quindici rumeni clandestini, quindici extracomunitari tutti parenti tra loro trovati nella stazione di Ceggia, che da qualche settimana era diventato il loro rifugio notturno. A fermarli e quindi ad avviare le pratiche di espulsione sono stati gli agenti della polizia di frontiera di Mestre.
    Arrivavano verso le 21, chi con il treno, chi con mezzi di fortuna. Arrivavano soprattutto da Mestre, Venezia, ma pure da Pordenone. Sono le città nelle quali passavano la giornata a mendicare, a racimolare qualche cosa per poter vivere nella nuova miseria in cui sono finiti con l'entrata in vigore della Bossi Fini. Da qualche mese questi romeni - sette donne e otto uomini di età compresa tra i 16 e i 45 anni - sono stati ulteriormente emarginati nella loro clandestinità.
    Prima lavoravano come operai in nero in cantieri edili e come badanti. Nessuna regola garantita per questi disperati che non rubavano, che non spacciavano o sfruttavano prostitute. Lavoravano e basta. Ma poi è arrivata la Bossi Fini e chi prima li sfruttava se ne è disfatto come una macchina da rottamare. E per loro l'unica scelta, con la speranza di trovare un nuovo lavoro, è stata la strada. L'eventuale rientro in Romania è una scelta senza futuro. Ecco allora l'accattonaggio nelle strade di Mestre e Venezia e sui treni. Comparivano alle prime luci dell'alba dopo essere usciti dalla stazione di Ceggia diventata un dormitorio: sacchi a pelo, cartoni contro l'umidità e qualche coperta stesa sul pavimento. Il loro mondo poi erano anche vestiti raccolti in sacchetti della spesa e bottiglie di alcol, birra e vino. La prima elemosina la chiedevano dentro ai treni che alle 6.30 li portavano in città.
    Qualcuno ancora in preda ai fumi dell'alcol si reggeva poco in piedi e dava fastidio ai primi viaggiori di Trenitalia. Operai e impiegati che raggiungevano i posti di lavoro della zona industriale di Marghera e del centro storico di Venezia. Qualcuno, inoltre, non emanava certo un buon odore. Ed ecco allora le proteste sempre più frequenti. Passeggeri che in stazione a Mestre si recavano nell'ufficio della Polfer a lamentarsi. Direzione delle ferrovie pronta a inviare esposti alla stessa polizia. Quindi il controllo dell'altra notte e la nuove espulsioni dei quindici disperati. Uno solo di loro era già stato invitato ad andarsene tre giorni fa. Era stato fermato dai carabinieri di San Donà. Ora hanno tempo cinque giorni per lasciare l'Italia. Chissà se lo faranno mai.


    SAN DONA'
    Signora sventa un borseggio al mercato

    SAN DONA'. La derubano per ben tre volte, ma è lei a sventare un tentato borseggio al mercato del lunedì. Una signora di San Donà, G.M, si è accorta ieri mattina davanti ai banchi del mercato che un'altra signora stava per essere derubata da una donna con figlioletta, probabilmente una nomade ben vestita e mimetizzata tra la folla. G.M. ha osservato insospettita la scena e quando ha visto una mano infilarsi in una borsa, ha subito avvertito la malcapitata, provocando la fuga delle due ladre. Un episodio che non è stato isolato e che si verifica spesso quando a San Donà è giorno di mercato e molte persone denunciano di essere state derubate da mani ignote. La tecnica utilizzata è molto efficace. Solitamente una donna si avvicina con la figlioletta o presunta tale e distrae il bersaglio. «In questo caso - racconta la donna che ha sventato il borseggio - è accaduto questo. La signora matura e ben vestita si è avvicinata alla donna cui voleva rubare il portafogli. Ha appoggiato delicatamente un'ampia sciarpa sulla borsetta, mentre la sua bambina infilava la mano sotto la sciarpa per poi raggiungere l'apertura della borsa. Ancora pochi secondi e ne avrebbe estratto il portafogli senza che nessuno, a parte me, se ne accorgesse. A me personalmente è stato rubato il portafogli già tre volte in questi anni e questa volta ho reagito prontamente in solidarietà della donna che stava per essere derubata. Quando le ho detto di stare attenta, la ladra con la piccola sono fuggite a gambe levate, scomparendo tra la folla e così nessuno le ha più viste».


    PORTOGRUARO
    Sequestro di merce falsa

    PORTOGRUARO. Un maxi sequestro di merce falsa da parte dei vigili urbani di Portogruaro, che domenica sera hanno colto in flagrante alcuni venditori abusivi in centro. L'operazione è scattata nell'ultima giornata della Fiera di Sant'Andrea, quando Portogruaro è stata invasa da migliaia di visitatori: una tentazione irresisitibile per alcuni extracomunitari senza documenti di identità, che esponevano la mercanzia in corso Martiri e in via Pellico. La maggior parte della merce consisteva in 120 borse taroccate con i marchi di Prada, Valentino e firme d'alta moda francese. Ma i vigili hanno anche requisito maglioni, giubbotti, berretti, portamonete e altro ancora. Durante il fine settimana conclusivo della Fiera di Sant'Andrea, la polizia municipale ha schierato per le strade di Portogruaro tutti e 14 gli elementi del proprio organico: intensa l'attività di gestione del traffico: tra le 16.30 e le 18 di domenica, si è registrato un traffico molto intenso. I vigili urbani hanno sorvegliato gli incorci stradali, la percorribilità dei passaggi pedonali e i posteggi delle auto: non si sono verificati atti vandalici, nè incidenti particolari.

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    Mattino di Padova 04/12/2002

    Diecimila euro per sposare la lucciola rumena
    Retate e indagini sulla prostituzione: ex operai delle Officine Stanga, mariti per soldi

    Retata di prostitute degli agenti delle Volanti in città. Da via Gattamelata a via Aspetti, a via Pontevigodarzere, a via Sarpi. I poliziotti ne hanno portate in questura diciassette, tra rumene, russe, ucraine, kosovare e turche. Due giovani rumene, che avevano violato l'ordine del questore di lasciare l'Italia entro cinque giorni, sono state arrestate sulla base della nuova normativa contenuta nella legge Bossi-Fini.
    E ancora ai rumeni porta l'indagine sulla prostituzione, la cosiddetta operazione «Curve», che è stata portata a termine dal Ros dei carabinieri. Coinvolge otto extracomunitari e porta a Padova, in quanto emerge come due delle ragazze utilizzate dagli sfruttatori negli appartamenti che avevano a disposizione abbiano acquisito la cittadinanza italiana.
    Lo hanno fatto attraverso il matrimonio di comodo con due padovani. Ai carabinieri del Ros la questione non era chiara fin dall'inizio, quindi hanno indagato anche su questo aspetto della vicenda.
    Hanno messo sotto controllo telefoni, infilato microspie nelle borsette delle donne e nelle automobili utilizzate.
    Poi hanno filmato le giovani rumene, diventate cittadine italiane per amore, le hanno fotografate scoprendo che le ragazze per amore si prostituivano e niente di più. Erano ben felici di farlo e in una settimana rendevano la bellezza di quattromila euro all'organizzazione di connazionali.
    Inoltre, a casa dai maritini, non si facevano vedere per niente. Questi per di più avevano un'età assai avanzata e a quanto pare fisicamente non erano proprio in forma smagliante per la giovani spose. L'altra cosa che non quadrava era la situazione economica dei due sposi padovani, entrambi pensionati e in passato operai delle Officine meccaniche della Stanga. I carabinieri hanno cominciano a torchiare qualche ragazza, poi le intercettazioni fanno il resto.
    Alla fine è emerso che i due matrimoni erano stati «comperati» dall'organizzazione per diecimila euro ciascuno. Una bella cifra che per un po' ha risolto i problemi dei due novelli sposi. Ma che ha confermato ai carabinieri e al procuratore veneziano Emma Rizzato, titolare dell'indagine, che si trattava soltanto di matrimoni di comodo.
    Ecco allora che il pubblico ministero ha inviato la documentazione inerente al matrimonio ai colleghi della procura della città del Santo dove i matrimoni sono stati contratti con rito civile. Il nuovo filone d'indagine, ne sono convinti gli investigatori, porterà molto lontano. Anche perchè non si tratta sicuramente degli unici casi.


    Sopralluogo dei vigili ma i clandestini tornano dopo i controlli. Sigillato con silicone il bar accusato di «razzismo»
    Arcella, l'ex fonderia ridotta a bidonville
    Protesta il quartiere, petizione al Comune: qui non si vive più

    PADOVA. Arcella in rivolta contro la sua bidonville: l'ex fonderia Palado di via Perosi è diventata un rifugio per clandestini, creando disagi ai residenti. Negli ultimi mesi due incendi hanno messo in pericolo le abitazioni vicine, le condizioni igieniche sono quelle di una discarica e la delinquenza prolifera. I residenti hanno consegnato una petizione al Comune perché intervenga, e ieri c'è stato un sopralluogo dei vigili urbani. Venduti nel 1982, i 6.200 metri quadrati dell'ex fonderia Palado sono di proprietà di Francesco Canella, titolare dei supermercati Alì, che ci costruirà tre palazzine e un centro servizi. Sempre all'Arcella, ignoti hanno sigillato gli ingressi del bar Sparkling, accusato di praticare prezzi più alti agli extracomunitari.
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    PADOVA. Anche l'Arcella ha la sua bidonville: l'ex fonderia Palado di via Perosi è diventata un rifugio per immigrati clandestini, creando enormi disagi ai residenti. «Negli ultimi mesi due incendi hanno messo in pericolo le abitazioni vicine, le condizioni igeniche sono quelle di una discarica e la delinquenza prolifica sotto gli occhi di tutti e nessuno fa nulla - dicono i residenti - per risolvere il problema».
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    Il comportamento di ieri mattina di una pattuglia del nucleo Sis dei vigili urbani è stata giudicata la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza ai residenti di via Perosi: alle 10.30 due auto della Polizia municipale entrano da via D'Avanzo nell'ex fonderia con un unità cinofila e all'interno vi trovano due extracomunitari appena svegli, sprovvisti di documenti. Dopo un controllo, durato pochi minuti, gli agenti escono, lasciando i due immigrati all'interno dell'area.
    «Li conosciamo bene, sono stati fotosegnalati alcuni giorni fa dalla Polizia» spiega uno dei vigili. E aggiunge: «Hanno perfino il foglio di via». Cacciarli sarebbe inutile, tornerebbero subito. Sono disperati.
    La notizia circola subito nel quartiere, scatenando fra gli abitanti la rabbia. Si sentono impotenti e lo dicono.
    «Non ce la facciamo più a vivere in mezzo ai delinquenti, ai rifiuti, con la preoccupazione di svegliarsi di notte in mezzo ad un incendio» esclama Luigi Zambonin che vive e lavora nella casa che confina con l'ex fonderia. «Solo una settimana fa la Polizia ha cacciato 14 clandestini che bivaccavano in ciò che rimane della fabbrica. Ma sono intervenuti solo perchè stava scoppiando un incendio e abbiamo dovuto chiamare i Vigili del fuoco per evitare il peggio».
    Il rischio di incendi è all'ordine del giorno in via Perosi: per scaldarsi gli immigrati accendono fuochi e per cucinare utilizzano bombole di gas senza la minima precauzione. «Tanto non è certo casa loro, se va a fuoco non fanno altro che andarsene» spiegano i residenti che, per sensibilizzare il Comune al problema, hanno consegnato al sindaco più di 250 firme. «Siamo noi che rischiamo tutto quello che abbiamo. Se quest'estate l'incendio più grave invece che alle 21 fosse scoppiato alle due del mattino non ce ne saremmo nemmeno accorti».
    Il bivacco dei clandestini ha creato anche un'emergenza igiene nella zona: montagne di rifiuti vengono accatastate all'interno della fabbrica e chi ci «abita» utilizza come gabinetto il giardino che si affaccia su via Perosi. «Siamo invasi dai topi e dalle mosche. La puzza è insopportabile, soprattutto d'estate. Dentro la fonderia ci sono intere stanze riempite di immondizia, è peggio di un letamaio» commentano i residenti che hanno spedito un esposto all'Ufficio igiene di Padova senza però aver alcuna risposta.
    Non meno importante è la questione criminalità: le forze dell'ordine ad ogni retata trovano merce rubata, registratori di cassa, ma soprattutto l'ex fonderia sta diventando un luogo di spaccio di droga. «Tutte le case del vicinato hanno subito furti - conferma la moglie di Luigi Zambolin - La sera sono costretta a barricarmi in casa».
    Venduti all'asta nel 1982 per 350 mila euro, i 6.200 metri quadrati dell'ex fonderia Palado sono oggi di proprietà di Francesco Canella, titolare dei supermercati Alì.
    «All'inizio volevo costruirci un supermercato ma non è stato possibile» spiega Canella, che ha ottenuto a giugno una delibera dal Comune per costruire tre palazzine di appartamenti e un centro servizi. «Appena avrò in mano la concessione edilizia, comincerò i lavori. È solo una questione di tempi tecnici».


    Entrambi sono però irreperibili. Furti compiuti nella Bassa
    Rubavano Golf e Mercedes
    Due magrebini a giudizio

    MEGLIADINO SAN FIDENZIO. Preferivano rubare Mercedes e Golf, meglio se seminuove. Un'indagine compiuta dai carabinieri di Santa Margherita d'Adige però li ha smascherati. Ali Chaab (nella foto), 29 anni, domiciliato a Milano, ma irreperibile, e Falluol Hicham, 23 anni, domiciliato a Cornedo Vicentino e pure lui irreperibile, sono ora a giudizio per furto d'auto. Per l'accusa Chaab si è impossessato della Mercedes 250 di Maria Grazia Slanzi, residente a Ponso, e della Golf di Filippo Ziglio, di Megliadino San Fidenzio. Entrambe le auto sono state rubate a Megliadino, la prima (che valeva all'epoca 40 milioni di lire) il 20 aprile 2001 e la seconda (32 milioni) 3 giorni più tardi. Falloul invece avrebbe rubato la Mercedes 320 Cdi, parcheggiata nel piazzale di un cantiere edile, e di proprietà dell'impresa Ruzza. Il valore dell'auto era di 92 milioni. Ieri a Este si è svolta l'udienza filtro, mentre per il dibattimento è stata fissata l'udienza il 18 febbraio prossimo. Ali Chaab era finito in manette nell'aprile scorso dopo un'indagine dei carabinieri del Norm di Este. Il marocchino era stato ritenuto responsabile di aver rapinato madre e figlio a Rivadolmo il 13 febbraio scorso. Francesca Bettin di Cinto, viaggiava col figlio di 15 anni, a bordo di un Pajero nuovo. Ali viaggiava su una Peugeot e tamponò appositamente il fuoristrada. Quando scesero dal mezzo madre e figlio furono picchiati dal marocchino e da un suo complice, che fuggirono con il Pajero.

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    Tribuna di Treviso 04/12/2003

    TREVISO. Una banda di quattro persone lo ha sorpreso nel sonno, lasciandolo con il volto sfregiato
    Clandestino pestato a sangue dal branco
    Assalito mentre dormiva su una panchina alla stazione delle corriere

    TREVISO. Un marocchino di 33 anni, residente a Mogliano, è stato aggredito lunedì notte mentre dormiva all'addiaccio su una panchina della stazione delle corriere. K.A., clandestino, è stato sfregiato al volto da tre o quattro individui che non sono stati ancora identificati. A soccorrere il giovane africano sono stati gli agenti della Volante che lo hanno trovato in via Roma, in stato confusionale. K.A. ha riferito di essere stato aggredito mentre dormiva. E' stato portato al pronto soccorso del Ca' Foncello. Qui è stato medicato e poi dimesso con una prognosi di venti giorni. Sull'episodio, accaduto alla vigilia della celebrazione del Ramadan al Palaverde di Villorba, indaga la polizia. Il giovane clandestino, forse in stato di ebbrezza, non ha riconosciuto i suoi aggressori.
    -----------------------------------------------------------------------------
    Brutalmente aggredito nella notte mentre dormiva all'addiaccio su una panchina della stazione delle corriere. Un giovane marocchino, K.A., 33 anni, residente a Mogliano, clandestino, è stato sfregiato al volto da tre o quattro individui che non sono stati ancora identificati. K.A. è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale Ca' Foncello dove è stato medicato e dimesso con una prognosi di una ventina di giorni per le ferite riportate al volto.
    La polizia indaga su ogni ipotesi: un'aggressione a scopo razziale, oppure un regolamento di conti tra bande di extracomunitari.
    Secondo una prima ricostruzione dei fatti effettuata dalla polizia gli agenti della volante, intervenuti all'una di notte in via Roma, hanno notato che K.A. aveva alcuni tagli al volto ed era in stato confusionale, probabilmente in stato di ebbrezza. Il marocchino, in evidente stato confusionale, ha riferito di essere stato aggredito da 3 o 4 persone mentre dormiva su una panchina presso la stazione della autocorriere, situata in via Lungosile Mattei. Gli agenti della volante, viste le ferite, hanno subito avvisato il 118 che ha inviato sul luogo dell'aggressione un'ambulanza che ha trasportato l'extracomunitario al pronto soccorso. Lì è stato medicato ed è stato dimesso con una prognosi di una ventina di giorni.
    Sul caso sta indagando la polizia. Secondo le prime testimonianze raccolte sul posto dagli agenti della polizia, il marocchino non avrebbe riconosciuto gli aggressori fossero italiani oppure della stessa nazionalità. Un aspetto di fondamentale importanza per il prosieguo delle indagini che tendono a far luce su questo oscuro episodio verificatosi proprio alla vigilia della celebrazione del Ramadan al Palaverde di Villorba. Un gesto mirato proprio a scoraggiare un avvenimento che per la provincia di Treviso è inedito, oppure una violenza consumata all'interno dei gruppi marocchini che vivono a Treviso ancora in stato di clandestinità in attesa di regolarizzare la posizione come vuole la legge Bossi-Fini?
    La polizia ha avviato già accurate indagini per fare piena luce sulla vicenda che potrebbe costituire un precedente pericoloso per una città dove non si erano mai verificati episodi di violenza nei confronti degli immigrati.


    LE REAZIONI
    «Speriamo sia un caso isolato
    Alimentare l'odio non serve»

    «Questo è il risultato delle dichiarazioni di quei politici che cercano di strumentalizzare la presenza degli extracomunitari a Treviso. E allora la gente reagisce contro gli immigrati». Così Kounti Abderrah Mane, intermediario del Consolato del Marocco, dipinge il clima in città il giorno dopo la violenta aggressione al connazionale. «Speriamo che resti un caso isolato - afferma Abderrah Mane - c'è qualcuno che ci odia e, proprio per questo, non vogliamo che le dichiarazioni di chi fa politica siano un'ulteriore benzina sul fuoco. Coloro che stanno tentando di strumentalizzare la situazione cerchino il confronto sul piano culturale».
    Finora quello accaduto nell'autostazione delle corriere rimane l'unico atto di violenza nei confronti di cittadini immigrati presenti in città. «Noi siamo una risorsa umana - sostiene Kounti Abderrah Mane - perché forniamo un prezioso contributo per la manodopera. Ci mettiamo a disposizione per i lavori più faticosi, ma creare odio non serve. L'episodio deve servire di lezione, ma ci resta la grande speranza che un giorno non ci saranno più differenze di pelle».


    «In quest'area la sicurezza è precaria»
    Il comandante generale dei carabinieri: «Rafforziamo i controlli»

    «In quest'area la sicurezza è precaria e questa condizione sociale viene avvertita dalla popolazione». Il generale di Corpo d'Armata Guido Bellini, comandante dei carabinieri, a margine della cerimonia dell'insediamento del Comando della Divisione Unità Mobili, è stato chiaro. L'allarme, soprattutto dopo l'efferato delito di Fiesso d'Artico, esiste ma viene monitorato e tenuto sotto controllo dalle forze dell'ordine, nella fattispecie dai carabinieri. Ora a Treviso c'è un gruppo operativo in più, che controllerà, con vari reparti tra cui il Gis (Gruppo intervento speciale), il territorio nazionale. «La sicurezza territoriale contro la criminalità verrà potenziata» ha assicurato il generale Guido Bellini. I «rinforzi» nel Veneto sono già stati individuati. Sono previste infatti 14 nuove caserme, l'arrivo di 114 carabinieri e un investimento regionale di 9 milioni di euro in tre anni. Regione e ministero firmeranno un protocollo d'intesa per la sicurezza. A regime saranno 500 i nuovi uomini, tra carabinieri e poliziotti, che il ministero dell'Interno spedirà nelle province venete. Nel Trevigiano sono previste quattro nuove caserme dei carabinieri: Villorba, Casier, Godega e Santa Lucia. «Ma in quest'area operano da tempo i carabinieri del Cio (Compagnie di intervento operativo) che contribuiscono a contrastare il preoccupante fenomeno delle rapine nelle ville e che ancora contribuiranno a garantire la sicurezza delle popolazioni» ha affermato il generale della Divisione Roberto Santini.


    OPERAZIONE VENERE
    Arrestati altri due sfruttatori
    Sono marito e moglie rumeni

    CASTELFRANCO. Sono stati arrestati i due rumeni che si erano dati alla fuga durante le ultime fasi dell'operazione Venere contro lo sfruttamento della prostituzione in città. I carabinieri di Bari, su mandato di arresto del comando castellano, hanno rintracciato Ion Mihai, rumeno clandestino, 34 anni, e la moglie Corina Juliana Mihai, rumena, 26 anni. Al momento dell'arresto, avvenuto nei comuni di Casamassima e Torre a Mare, i due avevano in tasca 5.160 euro e 5 telefoni cellulari. Manca all'appello l'ultimo sfruttatore, sempre un rumeno clandestino. L'operazione Venere, coordinata dalla Procura di Treviso, aveva portato all'individuazione di 8 persone che sfruttavano giovani donne provenienti dall'Est europeo. Il malaffare serviva clienti di medio e alto bordo e in città aveva dei basisti che, in alcuni appartamenti presi in affitto nel complesso Le Logge, gestivano le giovani rumene. Si tratta di una vera e propria organizzazione criminale in cui ogni membro aveva un ruolo ben preciso.


    GIAVERA
    Albanese ancora gravissimo
    dopo lo schianto di Sovilla

    GIAVERA. Si trova ancora in condizioni gravissime, nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Montebelluna, Mark Reka, 47 anni, l'albanese finito con la sua auto contro un camion. In quel momento la Polo era rimorchiata: a causa della rottura della corda di traino, l'utilitaria ha invaso la corsia opposta, scontrandosi con il mezzo pesante. L'incidente è avvenuto lunedì sera lungo la Schiavonesca, a Sovilla di Nervesa. Ora l'uomo, cementista e residente a Giavera, in via degli Artiglieri, è tenuto sotto stretto controllo dai medici: quello che più preoccupa è l'emorragia interna. Mark Reka, sposato e con due figli, nell'impatto con il camion ha riportato anche fratture, tra cui una più grave alla gamba. La sua Polo era rimasta in panne e un amico la stava trainando a un vicino distributore. A un certo punto la corda si è spezzata o slegata e Reka ha perso il controllo della Polo, invadendo la corsia opposta. Il frontale è stato inevitabile. Ma si può trainare un'auto servendosi di un'altra? «Certo che si può - rispondono i vigili urbani di Nervesa - Basta osservare le disposizioni: utilizzare una corda omologata, dotare l'autoveicolo rimorchiato, nella parte posteriore sinistra, di triangolo o segnale di carichi sporgenti e azionare le frecce di emergenza».


    Condannato per violenza.Va in carcere

    SALGAREDA. Dovrà scontare un anno, tre mesi e nove giorni di reclusione in regime di detenzione domiciliare il marocchino Rachid Erguig, di 33 anni, raggiunto ieri mattina da un'ordine di carcerazione emesso dalla procura. L'arresto è stato eseguito ieri mattina dai carabinieri della stazione di Ponte di Piave. Il giovane, che risulta residente in via Roma 122, coniugato, operaio, pregiudicato e in possesso di permesso di soggiorno, era stato condannato per violenza sessuale in concorso.

  8. #138
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    La Nuova Venezia 04/12/2002

    Case squillo con catalogo delle lucciole
    Mestre, banda di sfruttatori le aveva tolte dalla strada per eludere la Bossi-Fini

    MESTRE. Un catalogo delle ragazze che dalla strada sono finite a prostituirsi negli appartamenti: ben prima della nuova legge sulla prostituzione e per evitare i danni della Bossi-Fini. La malavita che sfrutta le giovani sui marciapiedi anticipa le mosse dello Stato sul fronte del sesso a pagamento.
    Emerge dalle indagini del Ros dei carabinieri e del pm Emma Rizzato, che ieri ha chiesto il rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione per otto rumeni, arrestati a giugno nell'operazione «Curve». Le ragazze venivano fatte girare da Mestre a Castelfranco, da Padova a Sondrio. Due ragazze avevano comprato per diecimila euro nozze con cittadini padovani, per poter rimanere indisturbate in Veneto.
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    MESTRE. Un catalogo delle ragazze che dalla strada sono finite negli appartamenti a prostituirsi. Ben prima della nuova legge sulla prostituzione e per evitare i danni della Bossi Fini. La malavita che sfrutta le giovani in strada anticipa le mosse dello Stato sul fronte del sesso a pagamento in strada. Emerge dalla indagini del Ros dei carabinieri e del pm Emma Rizzato che ieri ha chiesto il rinvio a giudizio per associazione a delinquere finalizzato allo sfruttamento della prostituzione per otto rumeni.
    Mentre in Italia si litiga su come contrastare il fenomeno della prostituzione in strada e il comune di Venezia prosegue sulla via dello Zoning, le organizzazioni criminali anticipano tutti e trasferiscono le ragazze dalla strada agli appartamenti. Le fanno girare velocemente da Mestre a Castelfranco, da Padova a Sondrio. Le tolgono dalla strada già prima che la legge Bossi Fini entri in vigore e le clandestine vengano arrestate se non se ne vanno entro cinque giorni. Il quadro emerge dall'operazione «Curve» del Ros dei carabinieri iniziata lo scorso anno e culminata a giugno con l'arresto di otto rumeni con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Ieri il pm Emma Rizzato ha chiesto per loro il rinvio a giudizio.
    Tutto è iniziato a San Giuliano quando i militari agganciano e riescono a far collaborare, grazie anche al lavoro dei servizi sociali del Comune, una minorenne rumena. La ragazzina consente agli investigatori di portare alla luce un traffico di nuovi schiavi e lo sfruttamento di prostitute e manodopera in nero proveniente dall'est Europa.
    La ragazzina racconta e i carabinieri cominciano a piazzare microspie nelle auto degli sfruttatori, nelle loro case e addosso alle ragazze che lavorano prima nelle strade e poi negli appartamenti. Giovani e malviventi vengono fotografati mentre festeggiano, si ubriacano o sono in vacanza. L'attività delle ragazze viene filmata spesso e gli appartamenti dove vendono il proprio corpo non hanno segreti per i militari. Decine e decine di clienti sono controllati e verbalizzati. L'indagine porta i militari da Mestre in diverse città del Nord Italia. E in ognuna ci sono appartamenti dove le giovani accolgono i clienti. In genere in ogni abitazione lavorano contemporaneamente due ragazze. Alcune hanno la cittadinanza italiana perchè con matrimoni di comodo hanno trovato un nostro connazionale che si è prestato a diventare loro consorte. Questo grazie ad una lauta ricompensa. Alcune sono costrette con la forza a vendersi altre lo accettano come lavoro.
    Il giro è notevole se ogni quindici giorni l'organizzazione riesce a far entrare in Italia cinque ragazze e sette uomini, quest'ultimi da far lavorare in nero in cantieri edili e nell'agricoltura. Il viaggio per l'Italia costa cinquemila euro. I lavoratori, poi, devono versare all'organizzazione i primi due stipendi. Tutti arrivano a Mestre dove vengono smistati nel resto dell'Italia. La maggior parte del reddito degli otto rumeni è garantito dall'attività delle ragazze. Innazi tutto il capo dell'organizzazione Nicolae Tudor, 42 anni, pretendeva di conoscere intimamente le giovani da avviare alla prostituzione. Pretendeva questo anche perchè era lui a decidere in quali appartamenti sistemarle. Le più abili, o meglio le più carine con lui venivano destinate alle città che rendevano di più. E molto ragazze facevano di tutto per essere le migliori con lui.
    Quando l'organizzazione si era ben radicata nel nostro Paese gli sfruttatori hanno preparato pure un catalogo con le foto delle giovani da mostrare ai clienti i quali potevano scegliere. I clienti arrivavano agli appartamenti - sei sono stati sequestrati assieme a diverse auto di grossa cilindrata - attraverso inserzioni di giornali e numeri telefonici che passavano di mano in mano. La ragazza non dava mai l'esatto indirizzo. Forniva la via giusta ma un civico diverso. Quindi recuperava il cliente. In questo modo si accertava se il cliente non fosse un investigatore o non fosse seguito.


    «Le abbiamo scelte in foto»
    Due clienti raccontano l'aggancio con le lucciole
    LE STORIE Un «book» per tutti i gusti

    MESTRE. «Ho trovato il numero della ragazza in un giornale. Quando ho contattato Alessia (nome d'arte della ragazza che si prostituiva, ndr) mi ha chiesto il nome e mi ha detto di recarmi in via Dante 32. Quando sono stato davanti a quel civico ho trovato un negozio. Stavo per richiamarla e protestare quando si è avvicinata una giovane e mi ha chiamato per nome. Ho capito che si trattava di Alessia. A quel punto mi ha portato nell'appartamento che si trovava ad un altro numero civico. E lì...». Antonio è un imprenditore varesino di passaggio in città e racconta il suo incontro con una delle ragazze sfruttate dagli otto romeni. Spiega tutto ai carabinieri del Ros quando lo interrogano dopo l'incontro. L'appartamento dove Alessia ha ricevuto l'uomo quando scattano le manette era già stato abbandonato. Alessia invece è una delle ragazze che ha iniziato la professione lungo il Terraglio. E' stata quindi trasferita a Padova, dopo a Castelfranco ed infine portata a Sondrio in uno degli appartamenti sequestrati recentemente dalla magistratura di quella città.
    Alessia non era una ragazza costretta con la forza a prostituirsi. Era arrivata in Italia consapevole di cosa veniva a fare. L'aveva addestrata personalmente il capo.
    «Quando ho chiesto ad Alessia se aveva altre sue amiche da farmi conoscere mi ha risposto che se fossi ritornato mi avrebbe fatto sapere. Nel successivo incontro mi ha mostrato un book con alcune foto di ragazze spiegandomi che potevo indicare chi mi piaceva», a parlare è Mario un impiegato di Vicenza pure lui interrogato dai carabinieri. «Il contatto con la nuova ragazza lo ha determinato lei stessa. E' stata infatti l'amica di Alessia a chiamarmi e a spiegarmi che era stata la prima ragazza a darle il numero del mio telefonino», continua Mario. Anche per l'impiegato l'aggancio avviene non direttamente ma lontano dall'appartamento del sesso. Addirittura Anna lo accoglie nei due incontri in appartamenti diversi della stessa città.
    Le ragazze fino a quando lavorano in strada, la primavera scorsa, chiedono una trentina di euro a prestazione. Il discorso cambia decisamente quando vengono trasferite in appartamento. A quel punto tra le quattro mura il prezzo sale a centocinquanta-duecento euro. L'abbigliamento delle giovani diventa più raffinato e gli sfruttatori pretendono che utilizzino biancheria intima sexy. Naturalmente l'aumento del prezzo serve anche a coprire i costi per la gestione degli appartamenti.
    Inoltre in appartamento, rispetto alla strada, cambiano anche le richieste dei clienti. Spesso, diversi di loro, pretendono la presenza contemporanea di due ragazze, oppure sono in due gli uomini che chiedono di avere a disposizione per i giochi erotici una giovane prostituta.


    Moldavo sottoposto alla nuova legge Bossi-Fini
    Arrestato e processato due volte in tre giorni

    MESTRE. Sembra facile applicare la nuova legge sull'immigrazione Bossi-Fini, ma poi a livello pratico non è affatto semplice come prova il caso di Igor Dzandzava, un moldavo di 34 anni, processato due volte per direttissima in due giorni per un precedente decreto di espulsione che l'extracomunitario si era ben visto di ottemperare. Tutto inizia il 19 novembre quando il moldavo, che è clandestino, viene fermato per un controllo e quindi espulso con l'obbligo di presentarsi alla frontiera entro 5 giorni dalla data del decreto. L'extracomunitario, invece, resta in territorio italiano e il 28 novembre viene arrestato per furto in concorso con altri connazionali. Scattano le manette e il trasferimento nel carcere di Santa Maria maggiore. Lunedì però Igor viene subito processato per direttissima e condannato a tre mesi di reclusione con sospensione della pena. Ma quando i carabinieri si recano in carcere per notificare la pena si accorgono che il moldavo non aveva ottemperato al decreto di espulsione e così, in base all'articolo 13 della nuova legge Bossi fini, lo riarrestano. Scatta subito la procedura per il rito direttissimo e ieri il giudice monocratico Rocco Valeggia si ritrova ancora il moldavo sotto processo dopo appena 24 ore. Anche questa volta lo condanna a tre mesi e ne ordina la scarcerazione. Ma ora l'extracomunitario rischia di essere arrestato per la terza volta.


    ORIAGO
    Nomadi in piazza Mercato
    I commercianti protestano. Carlotto: «Strategie politiche»

    ORIAGO. I nomadi bivaccano in piazza Mercato ad Oriago di Mira. Questa la denuncia fatta dai commercianti della zona dopo la presenza più o meno stabile di 5-6 carovane nel centro della più popolosa frazione mirese. «I nomadi - spiega la titolare di una fioreria che si trova vicino a piazza Mercato - sono arrivati da un paio di mesi e sembravano solo un'emergenza passeggera, legata alle migrazioni estive. Nel tempo, infatti, si erano piazzati i giostrai, che erano rimasti qualche mese ed infine nell'ultima settimana zingari provenienti con ogni probabilità dall'ex Jugoslavia». I nomadi sono apparsi domenica e lunedì e sostano in un'area privata in un lato della piazza. «Si tratta di gente - spiegano i commercianti - che sporca dappertutto e dove arriva, dopo un po', aggrega anche amici e parenti intorno ad un nucleo di carovane che nel tempo diventano stanziali». Ma i problemi per chi risiede non sono tardati ad arrivare. «Nel corso del tempo - spiegano i commercianti e alcuni residenti - non sono mancate minacce più o meno esplicite. I giostrai se ne sono dovuti andare perché non c'erano gli allacciamenti per l'acqua potabile, mentre gli zingari se ne infischiano di ogni regola di convivenza civile e sono cominciate con loro discussioni e tensioni. Il Comune dovrebbe emettere un'ordinanza di sgombero». Sulla vicenda interviene anche il consigliere di Alleanza Nazionale, Enrico Carlotto, che dietro a tutto ciò individua una strategia precisa. «Siamo alle solite - dice Carlotto - i nomadi dai campi sgomberati di Zelarino e San Giuliano a Mestre vengono dirottati in Riviera del Brenta dal Comune di Venezia. Si tratta di strategie politiche che non fanno altro che aumentare la tensione fra i residenti. Tensioni che rischiano di sfociare in qualche grave scontro sociale. Tutto è evidente, appena risolto il problema di via Carnia e Monferrato a Borbiago, e mentre si stanno monitorando i profughi stanziati a Marano, ecco spuntare una nuova emergenza. Speriamo che questa volta ci si muova con celerità per risolverla».

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    Il Piccolo di Trieste 04/12/2002


    La donna avrebbe carpito la fiducia di molte persone facendosi consegnare danaro. Avrebbe anche usato farmaci per piegare alla sua volontà un’anziana
    Croata accusata di furti, minacce, truffe e rapine
    Snjezana Marinaz, 50 anni, respinge però ogni addebito e rifiuta l’interrogatorio del pm

    Si chiama Snjezana Marinaz, ha 50 anni e nella sua «carriera» ha usato anche un altro nome d’arte: Catharina Marsich. Ieri è comparsa in stato di detenzione davanti ai giudici del Tribunale per rispondere di una serie impressionante di reati, messi in gran parte a segno, secondo la Procura, coinvolgendo anziani o persone che vivono sole: rapine, furti, truffe, riduzione in stato di incapacità, minacce, ma anche calunnie.
    Sdegnosamente dall’interno della gabbia, l’imputata ha respinto ogni contestazione. Elegante e sicura di sè, ha tenuto la scena con autorità ma ha rifiutato di farsi interrogare dal pm Raffaele Tito.
    Snjezana Marinaz, cittadina croata originaria di Fiume, è approdata a Trieste un paio di anni fa ed è riuscita, sempre secondo l’accusa, a mettere nel sacco svariate decine di persone che le hanno concesso prestiti in denaro, le hanno aperto le porte della loro casa offrendole amicizia, ospitalità e talvolta anche la loro solidarietà.
    Uno dei primi a esser ’fregato’ è stato il rettore della Chiesa degli Armeni di via Giustinelli, Johan Amer, assistente ai cattolici di lingua tedesca. «Mi ha raccontato tante storie: che era vessata dalle famiglie italiane in cui aveva lavorato, che non la pagavano quanto dovuto; che aveva tante spese da sostenere per la figlia iscritta all’Università. Mi ha chiesto un prestito dopo aver individuato la mia abitazione ed essersi presentata in lacrime alla porta d’ingresso. Le ho prestato complessivamente nello spazio di qualche mese un milione e mezzo di lire e 500 marchi: poi lei è sparita e l’indirizzo di piazza della Borsa che mi aveva fornito assieme a un numero di telefono sono risultati del tutto fasulli. Non so come sono stato così avventato».
    A dire il vero l’anziano rettore ha usato per definirsi un’altra parola. Ma gli va ascritto il merito di aver messo fine alle scorrerie della signora Marinaz. «L’ho incontrata in via Scorcola dopo quasi un anno e lei ha fatto finta di non riconoscermi. Ho chiamato la polizia e l’hanno arrestata».
    L’assistente di polizia Alfredo Costantini ha invece riferito di un episodio accaduto a Opicina dove la signora Marinaz si era insediata come infermiera nell’abitazione di un’anziana che viveva sola. La signora R.R. era stata piegata alla sua volontà grazie a un farmaco non prescrittole da alcun medico che l’infermiera croata le propinava a grandi dosi. «Un legale che si era presentato con la figlia dell’anziana alla porta dell’abitazione, è stato aggredito dall’imputata. Minacciati anche i parenti. «Vengo da una zona di guerra e vi posso far raggiungere dai miei amici che sanno cosa fare...».
    Un terzo episodio è accaduto a Borgo San Sergio. Sempre con la scuse a di aver bisogno di aiuto la signora Marinaz si era inserita nell’abitazione di una parrucchiera. Per metterla alla porta era intervenuto fisicamente un nipote. Anche in quella casa la signora Marinaz aveva rubato ma per difendersi aveva accusato di furto chi l’aveva ospitata. «Mi hanno rubato tre milioni e il passaporto». Non era vero, da qui l’accusa di calunnia. Prossima udienza il 14 gennaio.


    Spedizione punitiva
    L’aggressione ai kosovari,sette goriziani denunciati

    È stata una vera e propria spedizione punitiva quella del gruppo di giovani goriziani contro quattro kosovari, che risiedono da tempo in città. Non si può chiamarla diversamente la violenta lite di domenica sera ai Giardini pubblici durante la fiera di Sant’Andrea al termine della quale quattro kosovari pesti e sanguinanti hanno dovuto ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso e sono stati giudicati guaribili dai 5 ai 15 giorni.
    Sette giovani goriziani - le cui generalità non sono state fornite dalla Questura - sono stati denunciati a piede libero alla magistratura per lesioni personali. Di questi uno è minorenne, degli altri alcuni sono studenti universitari. I quattro kosovari, che risiedono regolarmente in città, hanno presentato querela nei confronti degli aggressori, atto necessario per far scattare la denuncia.
    La lite di domenica sera è stato l’ultimo atto di una lunga serie di contrasti, di litigi verbali tra il gruppo di goriziani e i kosovari. Uno primo scontro era già avvenuto la sera prima, sempre alle giostre dei Giardini pubblici. Allora lo scontro fu solo verbale e, forse, è nata proprio in quel frangente la volontà di «punire» i kosovari tanto che la sera dopo il gruppo dei giovani goriziani era molto più numeroso: una quindicina ha affrontato ai Giardini i quattro kosovari.
    L’indagine svolta dalla Squadra mobile, che ha identificato tutti i presenti, ha permesso di individuare in sette giovani coloro che hanno alzato le mani e hanno picchiato i kosovari. Gli altri, pur presenti, non avrebbero partecipato materialmente al pestaggio.
    È la seconda aggressione che avviene nel giro di un mese. Alla fine di ottobre a subire l’aggressione furono due bengalesi e pare che alcuni protagonisti di quella lite siano gli stessi che domenica sera hanno picchiato i kosovari. Sarà ora la magistratura, l’inchiesta è diretta dal Procuratore della repubblica Carmine Laudisio, accertare se nella condotta dei giovani ci sono anche elementi razzistici. Certo che fa riflettere come nel giro di poche settimana la città deve assistere a una nuova aggressione a danni di giovani extracomunitari.


    L’altra notte
    Cinque clandestini fuggono dal centro di accoglienza

    Cinque extracomunitari, ospiti del centro di accoglienza della Caritas di piazza San Rocco, sono fuggiti l’altra notte facendo perdere le proprie tracce. Si tratta di due algerini, due palestinesi e un romeno. Si trovavano al centro della Caritas dalla notte tra sabato e domenica dopo che erano stati fermati dalla polizia. Tutti e cinque stavano per essere raggiunti da un decreto di espulsione.
    Intanto ieri sono stati rintracciati in città altri 16 clandestini. Sei curdi sono stati bloccate dalla polizia di frontiera, altre quattro curdi dalla Polfer, mentre quattro turchi e due iraniani sono stati rintracciate dalle Volanti.

 

 
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