18 settembre 1996: le immagini
e i particolari da non dimenticare mai
Ore 10
Cinque agenti della Digos si presentano davanti alla sede federale della Lega Nord, in via Bellerio, a Milano. Non hanno alcun mandato di perquisizione, aspettano per ore che arrivino ordini precisi dalla procura della Repubblica di Verona. Se davvero in via Bellerio ci fosse stato qualcosa da cercare, giungere ore prima dell’effettiva irruzione avrebbe consentito di far sparire ogni cosa. Ma evidentemente chi li guidava sapeva benissimo che, in qualsiasi caso, non avrebbe trovato proprio nulla...
17,30: 1° sfondamento
Finalmente gli agenti entrano, esibendo quello che, secondo loro, è il mandato di perquisizione. In realtà si tratta solo di una fotocopia di un fax del mandato, senza valore giuridico. Accorrono parlamentari, militanti, funzionari leghisti. Si forma un cordone a protezione degli uffici. La Digos tenta di far allontanare i giornalisti, che si rifiutano appellandosi al diritto di cronaca. L’on. Roberto Maroni decide di chiamare i carabinieri contro l’illegittima violazione della sede di un partito politico. Veementi scambi di battute. L’on. Borghezio: «Mi trovo davanti a persone che operano illegittimamente». Il sen. Piergiorgio Martinelli: «Io sono prigioniero di guerra». La Digos: «E qual è il suo nominativo?». Martinelli: «Sono un parlamentare legalmente eletto». La Digos, con ironia: «Onorevole in quale Parlamento? Parlamento di Roma, immagino». Alle 17,30 il primo sfondamento. La Digos urla: «Signori, ultimo avviso; sarete denunciati per resistenza all’autorità giudiziaria, per resistenza a pubblico ufficiale». L’on. Borghezio: «Mi sembra che lei non si renda conto della gravità di quello che state facendo, nella sede di un movimento politico rappresentato in Parlamento da decine di parlamentari». La Digos: «Molti di voi dovrebbero rappresentare la nazione italiana!». Non c’è nulla da fare: il cordone di parlamentari viene oltrepassato e gli agenti accedono alla rampa che porta al seminterrato di via Bellerio. Grida: «Pinochet! Pinochet! Libertà! Libertà! Cile! Cile!». Un giornalista urla: «Ma siete squilibrati!». L’on. Davide Caparini viene spinto, strattonato, colpito.
18,20: 2° sfondamento
Arriva di corsa l’on. Umberto Bossi, che viene informato di quanto sta accadendo. Sembra che le acqua si calmino, ma è solo un’illusione. Alle 18,20 la Digos torna alla carica. L’on. Caparini viene preso per il collo, per il fazzoletto verde, strattonato, sollevato e scaraventato contro il muro. Gli agenti si dirigono verso l’ufficio dell’on. Maroni e tentano di nuovo di far allontanare i giornalisti. Dalle scale: «Fascisti, banditi, Cile, Cile, Pinochet». Un giornalista: «È democrazia questa?». L’on. Maroni: «Vogliono entrare nell’ufficio di un parlamentare!». L’on. Calderoli: «Tutelato dall’art. 68 della Costituzione, che vieta la perquisizione dei locali a disposizione dei parlamentari». L’on. Maroni: «Chiediamo subito l’intervento del presidente del Consiglio in Aula perché questo assomiglia molto a un colpo di Stato». Nel frattempo la Digos ha chiamato rinforzi e si prepara a un nuovo assalto: «Cominciate a far allontanare gli estranei». L’on. Maroni: «No, qui nessuno si allontana». La Digos carica: volano i pugni, la gente è sbattuta contro i muri. Sopraggiungono altri agenti.
18,40: 3° sfondamento
La Digos carica di nuovo i parlamentari che stanno facendo resistenza passiva. Sfonda la porta del corridoio che porta all’ufficio dell’on. Maroni. È il panico. Arrivano colpi ovunque, gomitate, pugni, ogni presente è un bersaglio inerme: da non credersi. Anche un giornalista viene colpito. Altri chiamano subito le loro redazioni: «Mai vista una cosa così, è vergognoso, neanche ai tempi di Lotta Continua, negli anni ’70, nessuno ha mai caricato dei parlamentari, la stampa, una sede di partito. Questo è peggio del Cile. Ma si rendono conto di quello che fanno?». Forse no, certamente avanzano: arrivano alla seconda porta a vetri dell’ufficio privato dell’on. Maroni, spingono per sfondarla nello sbigottimento generale. A fare resistenza passiva è lo stesso Maroni, spalleggiato dagli altri parlamentari e dai funzionari leghisti. Sale ulteriormente la tensione, continuano i colpi proibiti ma i presenti non arretrano. L’on. Bossi si piega, sta male, fa una smorfia di dolore: è stato colpito al fegato. Non riesce a respirare, si allontana un poco. Urla: «Libertà! Libertà!».
18,50: 4° sfondamento
contro la porta dell’ufficio privato dell’on. Maroni, questa inizia a scardinarsi. L’on. Maroni si trova proprio davanti, schiacciato. Un funzionario Digos spacca il vetro della porta con un gomito, crolla tutto, l’ufficio viene violato. L’on. Maroni: «No, no, questo è il mio ufficio!». Sono le ultime sue parole: poi viene scaraventato a terra e calpestato. Cadono altri vetri, gli agenti spazzano via tutto, maniglia compresa. Giornalisti, parlamentari leghisti e fotografi attorniano Maroni, a terra senza ormai conoscenza. Vi sono urla drammatiche: «Un medico, un medico, delinquenti!». E altri: «Bravi! Bravi!, Fascisti!». L’on. Mario Borghezio e l’on. Davide Caparini mettono in guardia: «Occhi aperti, ragazzi! Che non mettano nell’ufficio qualcosa che prima non c’era. Guardate bene quello che fanno». Intanto l’on. Maroni, svenuto, viene portato all’esterno. Poco dopo arriva un’autoambulanza che se lo porta via, in ospedale.