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  1. #1
    Asteroids
    Ospite

    Predefinito De Benedetti? No grazie, neanche gratis.

    Facciamo una breve rivisitazione storica.

    A metà degli anni 80, in pieno boom della Borsa italiana, arrivarono sul mercato le azioni di risparmio non convertibili: uno dei pacchi più "schifosi" della storia finanziaria mondiale.

    Si trattava di azioni senza diritto di voto (e, quindi, ai fini del controllo delle aziende valevano zero) che ricevevano (se l'azienda faceva utili) un dividendo minimo del 5.0% sul valore nominale e comunque del 2.0% superiore alle ordinarie.

    Seguitemi bene.

    Se vi vendo un'azione di risparmio al valore nominale di 1.0 euro e la mia azienda fa utili, devo darvi un dividendo minimo di 5 centesimi (quindi il 5.0%); se però ve la vendo a 3.0 euro (1.0 di nominale + 2.0 di sovrapprezzo), il dividendo è sempre di 5 centesimi che, però, dal vostro punto di vista non è più il 5.0% ma l'1.7% (5 centesimi su 3 euro).

    Come detto, a metà degli anni ottanta la Borsa era in pieno boom e, quindi, le azioni si vendevano con "congruo sovrapprezzo"; risultato: le azioni di risparmio avevano (in generale) un rendimento del 2.0% o meno.

    Un'autentico "cetriolo" formato "King-size", in perenne ricerca del deredano del famoso ortolano.

    Chi capì subito la grande opportunità offerta da quegli strumenti di "sodomizazzione" di massa?

    L'ingegner Carlo De Benedetti, naturalmente!

    Le sue aziende quotate (Olivetti, Cir, Cofide, Latina etc..) cominciarono ad emettere "tonnellate" di azioni di risparmio che, non avendo diritto al voto, consentivano al Boss (l'ingegnere) di reperire risorse finanziarie ad un costo irrisorio e senza essere costretto a diluire le sue quote di controllo.

    Attraverso questa "figata" e le lunghe catene di società finanziarie, il nostro eroe controllava l'Olivetti con una manciata di miliardi delle sue lire.

    Osservate a che punto arriva il genio finanziario di alcuni umani, nell'esempio seguente.

    La società finanziaria X controlla la società operativa Z, che ha un capitale di 100 milioni diviso in 70 milioni di azioni ordinarie e 30 milioni di azioni di risparmio.

    Ai fini del controllo societario le azioni di risparmio non contano una beata mazza (non hanno diritto di voto) e, quindi, alla società X basterà possedere 36 milioni (il 51%) di azioni ordinarie della società Z: con il 36% dei quattrini può controllare l'intera società.

    Ora osservate questo giochetto di prestigio: la società X, per mettere insieme i 36 milioni necessari a controllare la Z, ricorre a 15 milioni di debiti finanziari (se li fa prestare dalle banche) e dispone di un capitale sociale di 21 milioni diviso in 14 milioni di azioni ordinarie e 7 milioni di risparmio; con quanti denari si può controllare?

    il 51% di 21 milioni, ovvero 11 milioni.

    Ed ecco spuntare la società finanziaria K che con 11 milioni di azioni ordinarie controlla la X e, quindi, la Z.

    Con l'11% del totale, K controlla la società operativa Z.

    Non è finita: K ricorre a 5 milioni di debiti finanziari e dispone di un capitale di 6 milioni, diviso in 4 milioni di azioni ordinarie e 2 di risparmio.

    Con quanti soldi si controlla K?

    Il 51% di 4 milioni: poco più di 2 milioni.

    Con poco più di 2 milioni, una società finanziaria W, controlla K, quindi, X e quindi Z.

    Con il 2.0% del capitale, W controlla Z.

    Il processo può ancora continuare.

    Come vi sembra?

    Non è una geniale presa per il culo?

    Ebbene, l'ingegnere Carlo De Benedetti, attraverso un meccanismo simile a quello prima visto, controllava Olivetti attraverso la Cir, la quale era controllata dalla Cofide, la quale era controllata da altre società finanziarie a monte.

    Inutile dire che, in ognuna di queste società quotate, le azioni di risparmio non convertibili si contavano a tonnellate.

    Alla fine, con alcuni miliardi di lire, il geniale ingegner Carlo, controllava un gigante della Borsa (come, allora, era Olivetti).

    E come ha esercitato questo controllo?

    Portando Olivetti sull'orlo della bancarotta; dal 1987 al 1996, la multinazionale di Ivrea ha inanellato una lunga serie di esercizi in perdita che hanno costretto i soci (tutti i piccoli azionisti lungo la catena di aziende viste prima) al costante reintegro del capitale sociale.

    Con cadenza quasi annuale, il fantasioso ingegnere prometteva la svolta (che non è mai arrivata) e convinceva i soci a sganciare i danè.

    Morale della favola: migliaia di miliardi delle vecchie lire, buttati in quel pozzo senza fondo.

    Finalmente, nel 1996, le banche creditrici si sono stufate di buttar via denari ed hanno chiesto all'ingegnere di farsi da parte (anche i banchieri, alla fine, si ricordano di avere un cervello).

    Dalle 18000 lire del 1986, le azioni Olivetti erano scese a 600 lire nel 1996.

    Non male per un mago della finanza e un capitano di industria (come alcuni giornali definivano Carlo De Benedetti).

    Con queste premesse, avreste ancora comprato titoli di società legate a Carlo De Benedetti?

    Veniamo, dunque, all'inizio del 2000, nei giorni ruggenti dei titoli Internet.

    Sul nuovo mercato arrivavano i campioni dell'Hi-tech, a prezzi paragonabili ai quadri di Van-Gogh: Freedomland (di De Giovanni), E-Biscom (di Micheli), CDB (Carlo De Benedetti) Web-Tech, più molti altri.

    I prezzi di collocamento di quelle azioni erano manifestamente "pacchi", distribuiti all'ingrosso, ai "polli" di turno.

    Un noto finanziere italiano (ormai morto) usava dire: "i cretini devono essere assolutamente separati dai loro denari. In Borsa ci pensiamo noi ad eseguire questa lodevole operazione di pulizia sociale".

    18 mesi dopo, quasi tutti quei titoli avevano perso oltre il 75% del prezzo di collocamento.

    Una "sola" davvero straordinaria e, certamente, non ultima (lo stesso finanziere di prima sosteneva che i cretini hanno la loro cretinità fissata nel DNA e, quindi, eterna).

    Chi avesse seguito le vicende precedenti di Carlo De Benedetti, avrebbe potuto dargli "tranquillamente" i suoi soldi (comprando quelle azioni CDB Web-Tech)?

    Avrebbe o non avrebbe dovuto ripetersi fino alla noia: il lupo perde il pelo ma non il vizio?

    Se si è tuffato in quella sciagurata avventura e ci ha rimesso i suoi denari di chi è colpa?

    Sua, della Consob, di Carlo De Benedetti o del destino cinico e baro?

    Guardate i conti della CDB Web-Tech nella tabellina sotto:

    Valori in Euro 2000 2001 2002


    Proventi Finanziari 12761 21899 7500

    Oneri finanziari -9517 -13468 -5000

    Rettifiche di attività finanziarie -10461 -92367 -48000

    Risultato attività ordinarie -14095 -88044 -55000

    Risultato ante imposte -14109 -88335 -56000

    Utile netto di gruppo -14693 -88674 -56000

    Immobilizzazioni Finanziarie 244881 168500 158482

    Disponibilità liquide 140150 116107 53931

    Patrimonio netto 397204 308532 242000


    Quanto vale un "gioellino" così che, nei primi tre anni di attività, ha collezionato 160 milioni di euro di perdite?

    A me la risposta sembra scontata e, non vorrei quelle azioni neanche gratis (ritengo l'ingegnere Carlo De Benedetti troppo più furbo ed intelligente di me e, quindi, sarebbe capace di fregarmi anche regalandomele).

    Ma è un mio problema; ci sono anche coloro che quei titoli continuano tranquillamente a comprarli.

    Che vi devo dire: ognuno si "mangia" i soldi suoi come gli pare; anche se io apprezzo di più quelli che se li "mangiano" con le donne (ma è un parere personale).

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  2. #2
    Asteroids
    Ospite

    Predefinito

    Martedì 22 febbraio 2000

    Quanto durerà il ritorno di De Benedetti?
    di Giuseppe Corsentino


    --------------------------------------------------------------------------------

    E poi gli italiani, secondo i giornali di Palazzo, dovrebbero indignarsi per il conflitto di interesse di Silvio Berlusconi, leader dell’opposizione e azionista di riferimento della Fininvest a cui fa capo il gruppo multimediale Mediaset con tutte le sue collegate e partecipate nei settori strategici della comunicazione, delle telecomunicazioni, della new economy e della finanza. Provate a immaginare che cosa sarebbe successo e quale mobilitazione giornalistico-democratica si sarebbe scatenata se il Cavaliere avesse organizzato nella sua casa romana una cena con i massimi vertici delle istituzioni, per esempio il presidente della Camera e del Senato, per esempio un ex presidente della Repubblica, per esempio un grand commis come…; una cena per ragionare di economia, di privatizzazioni, di scenari macroeconomici e del futuro prossimo venturo di quel settore delle telecomunicazioni che, tra telefonini Umts di terza generazione e integrazioni planetarie tra “web company”e “content provider”, è destinato a sconvolgere tutti gli equilibri del potere del denaro così come lo abbiamo conosciuto da almeno un ventennio a questa parte.

    Provate ora a immaginare che una sera della settimana scorsa l’Ingegner Carlo De Benedetti, uno che ha sempre vissuto di politica e di economia (senza mai scendere in campo ma giocando abilmente nel retrobottega intellettual-imprenditoriale del vecchio partito comunista, tra i Colajanni, i Reichlin, i Tortorella) convochi nella sua “terrazza romana” il presidente della Camera Violante, il ministro delle Finanze Visco, il segretario dei Ds Veltroni, l’ex presidente della Repubblica e un grand commis rimasto sconosciuto (probabilmente il misterioso informatore del “Foglio” di Giuliano Ferrara che del non insolito convito ha dato conto ai lettori) per parlare d’affari e di conflitto d’interesse dell’arcinemico Berlusconi; provate a immaginare il tenore dei discorsi in casa debenedettiana, aggiungetevi la professionale disattenzione dei media ( a parte l’imprevista malandrinata del “Foglio”) e comincerete qualche idea in più sul Grande Rientro di un personaggio che, negli anni Ottanta, aveva sognato di “suonare la fine della ricreazione” all’aristocrazia del potere economico d’Europa riunita nella vecchia Sgb (Societé Genéral de Belgique) e negli anni Novanta era stato violentemente estromesso dai gestori della finanza internazionali dalla guida della “sua” Olivetti, giunta sull’orlo del fallimento tecnico dopo decenni di cure non del tutto insensate ma senza strategie di lungo periodo. “He is back” ha titolato il Wall Street Journal, il quotidiano dell’establishment economico internazionale (quello stesso che lo aveva liquidato anni prima) e siamo sicuri che l’Espresso, se non fosse il settimanale di punta della “nota lobby”, insomma il settimanale di sua diretta proprietà, avrebbe rispolverato il famoso titolo “Arrieccolo!” di fanfaniana memoria.

    Non che in questi anni l’Ingegnere d’ Ivrea, che aveva trovato nei figli nei nipoti e in un felice secondo matrimonio con Ivana Monti tutto il conforto necessario per dimenticare l’amarezza dei processi per le telescriventi-bidone vendute all’amministrazione delle Poste Italiane, di quella rapida visita di poche ore all’accettazione di Regina Coeli, delle molteplici condanne per truffa e appropriazione indebita (58 miliardi di cui solo 28 restituiti) per il crack del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi; non che in questi anni l’Ingegnere, che aveva dovuto subire perfino l’onta del pignoramento di alcuni mobili nella sua villa di Torino, fosse rimasto completamente defilato e fuori dai giochi, se non altro per il suo ruolo di editore-padrone della “nota lobby editoriale” che dall’Espresso e da “Repubblica” si ramifica in tutto il Paese con una rete di decine e decine di testate locali. Eppure una “rentrée” così in grande stile, con tanto rumore di articolesse sui giornali (a partire dal WSJ, come s’è visto), di allocuzioni professorali alla London School of Economics (e contorno di interviste Rai), con tanto fragore di rialzi azionari (ieri e ieri l’altro tutta la scuderia, da Cofide a Cir a Sogefi all’Espresso alla Aedes ha realizzato consistenti guadagni fino al + 25% della holding di famiglia), non era forse nelle stesse previsioni dell’interessato.

    Il quale, con gli anni, messi da parte i bollenti spiriti (celebre la sua frase: “Voglio fare in una generazione quello che gli Agnelli hanno fatto in quattro”) e appresa la virtù della pazienza e il senso della misura, ha ripreso a muoversi con tutta la circospezione necessaria a far dimenticare la sua arrembante filosofia di “imprenditore di riferimento” della sinistra di lotta e di governo. Fino a ieri. Poi i nuovi ritmi del mercato, la forza dirompente e la stessa velocità della New Economy, insieme naturalmente al desiderio di non perdere gli ultimi treni delle privatizzazioni (Grandi Stazioni, Aeroporti di Roma, energia, telefonini) hanno di nuovo scoperto i vecchi vizi del personaggio (e, tra gli altri, quello di fare la lezione ai politici e agli imprenditori: stavolta sul futuro internettiano e le radiose prospettive della web economy).

    Per cui, se ai tempi dell’Opa Telecom (artefice l’ex fedelissimo Colaninno) l’Ingegnere non si è scoperto più di tanto e una sua visita a Palazzo Chigi, dal “merchant banker” D’Alema, passò per un incontro dedicato alla neonata Fondazione Rodolfo De Benedetti (padre dell’Ingegnere), ora il via vai romano dell’Ingegnere e dei “De Benedetti boys” (a cominciare dai figli) non solleva, ca va sans dire, nessuna maliziosa illazione. “He is back” e anche se organizza cene antiberlusconiane ( o forse, proprio per questo) nessuno gli nega il diritto di partecipare alla gara per le Grandi Stazioni (ma l’ha vinta la cordata Benetton), per gli Aeroporti di Roma, per l’assegnazione della licenza per i telefonini di terza generazione (per i quali ha già siglato un accordo con il consorzio Andala di Renato Soru, Franco Bernabè, banca Imi e gruppo Rothschild). Insomma, ancora il vecchio impasto di affari e politica anche se il collante ideologico non è più il marxismo rivisto in chiave liberale come negli anni Ottanta ma la filosofia progressiva della Net Economy, il vitalismo degli start up, l’esplosione dei valori di Borsa, l’euforia delle grandi integrazioni multimediali. L’Ingegnere, si sa, è portato ad esagerare, ma da quel vecchio “raider” che è – e sia detto con ammirazione per uno che per primo ha intuito la democrazia del mercato – ha capito che sarà proprio l’accelerazione della New Economy a rimetterlo in gioco, anche se non al centro dei giochi, e a fargli guadagnare un po’ di quattrini (cosa che non gli è mai, giustamente, dispiaciuto). La Borsa potrà dargli a breve molte soddisfazioni, la politica un po’ meno. Anche se i postcomunisti al governo accettano i suoi inviti a cena.

    Giuseppe Corsentino





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  3. #3
    Asteroids
    Ospite

    Predefinito

    I princìpi comunitari e sociali che costituirono la base di partenza
    dell’avventura industriale di Camillo Olivetti all’inizio di
    questo secolo si sono infranti, ora che il secolo è finito, davanti ad
    un capitalismo orientato al benessere di spericolati uomini d’affari.
    La storia olivettiana degli ultimi trent’anni rappresenta quest’amara
    realtà. Si sono distrutte capacità tecniche d’uomini di gran
    valore, si sono abbandonati processi tecnologici primari e, quello
    che è più grave, l’Italia oggi è costretta ad importare tecnologie e
    impianti in cui deteneva il primato nella scena mondiale.
    Davanti a questo scempio, la politica di centro-sinistra è stata
    complice ed a volte partecipe contribuendo ad assecondare un capitalismo
    sbagliato e corrotto, incentivandolo e finanziandolo lautamente.
    Oggi Olivetti è solo un nome, una finanziaria che non produce,
    ma che continua a distruggere posti di lavoro. Studia ed attua strategie
    miranti a sfruttare, per fini finanziari, strutture consolidate e
    rese floride dal lavoro di migliaia di lavoratori italiani senza dare
    alcun apporto di nuove progettualità per creare nuove ricchezze.
    L’abbandono dei princìpi che avevano fatto grande nel mondo
    l’Olivetti è iniziato nel 1978 con l’ingresso nella storica azienda
    eporediese di Carlo De Benedetti. Egli l’ha portata sull’orlo del fallimento
    nel 1996. Ha continuato successivamente, nell’azione
    disgregatrice, l’attuale amministratore delegato Roberto Colaninno.
    Il gioco del vendere e del comprare rimane ed è quello preferito
    dall’attuale classe dirigenziale. Infostrada ed Omnitel potevano
    sembrare due aziende italiane capaci di riscattare il nome Olivetti
    agli occhi dell’opinione pubblica, di fatto, sono servite a realizzare
    un business di migliaia di miliardi. Omnitel e Infostrada non sono
    più patrimonio di cittadini italiani, ma di azionisti stranieri. Il grande
    utile finanziario ricavato dalla loro vendita è servito al finanziere

    Roberto Colaninno per la scalata di Telecom. Molti governanti
    hanno dimenticato che quel grande utile ricavato era dovuto non
    capacità d’impresa, ma alla licenza di concessione delle frequenze
    per la telefonia mobile ottenuta dal governo.
    Un utile esentasse visto che le operazioni di trasferimento di
    capitali sono state fatte all’estero ed inutili sono state le tante interrogazioni
    parlamentari presentate per chiedere allo Stato di recuperare
    il dovuto di circa 3000 miliardi.
    E’ in questo scenario che si colloca l’iniziativa di Alleanza
    Nazionale, posta in essere attraverso il deputato Nicolò Antonio
    Cuscunà della X Commissione Parlamentare, il quale ha tentato di
    mettere uomini di governo, sindacati e manager olivettiani davanti
    alle loro responsabilità.
    L’obiettivo è di stabilire la verità dei fatti, di rivelare intrighi
    sprechi di danaro pubblico, di far venire a galla responsabilità ed
    illeciti arricchimenti, consociativismo affaristico e politico che, con
    la scusante di mantenere posti di lavoro, hanno dissipato non solo
    soldi dei cittadini, ma il patrimonio industriale e tecnico della
    Nazione.

    Gustavo Selva

  4. #4
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    Carlo De Benedetti , il grande manager , l'imprenditore miracolo degli anni 80...
    In effetti i miracoli li ha fatti.
    Quali ad esempio far assumere dalla pubblica amministrazione il personale dei suoi stabilimenti , allorchè la Olivetti entrò in crisi.
    Non ho capito , cosa dovrebbe fare ?
    Diventare il leader progressista ?
    Bisognerebbe che qualcuno gli andasse a spiegare che chi crede a Babbo Natale è paurosamente sceso in percentuale , specie in questi ultimi 15 anni....
    Si , la gente ha aperto gli occhi , specie sui Carlo De Benedetti...
    Saluti.

  5. #5
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    Nessuno vuole de benedetti come soggetto politico.

    Non è che siate preoccupati dalla influenza che le sue opinioni potrebbero avere nel mondo di confindustria specie se poi sono pubblicate (e pubblicizzate) sul corriere della sera?

    Dai tranquilli... il titanic prosegue la sua navigazione.

  6. #6
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    Quello che ha fatto de Benedetti è esattamente quello che ha fatto la Fiat, più in grande.

  7. #7
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    Originally posted by afam
    Quello che ha fatto de Benedetti è esattamente quello che ha fatto la Fiat, più in grande.
    Su questo non ci sono dubbi.
    Ed entrambi hanno avuto sempre a Roma la mamma generosa che li ha salvati.
    Cmq non dobbiamo dimenticare che Carlo De Benedetti era un uomo Fiat , dalla quale uscì per dissapori...

  8. #8
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    Comunque la moglie di De Benedetti si chiama Silvia Monti.

    Ivana Monti era la moglie di Andrea Barbato.

    Sti' giornalisti!

  9. #9
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    Ma chi se ne frega di quello che ha fatto De Benedetti negli anni '80, dico io.

    I pollisti insistono a far circolare la voce che vuole scendere in politica.

    Guardate un po' da quali fonti arrivano tutte queste "indiscrezioni".

    Cos'è, una manovra preventiva per dare dell' "utile idiota" a Prodi quando sarà il momento?

    Astuti, i consulenti di immagine di Berlusca. Guardano lontano.

  10. #10
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    Eccolo lui il Giulianone Ferrrara, che anche lui fa la sua parte per far girare la voce che De Benedetti scende in campo.

    Poi quando sarà il momento, farà girare la voce che è Repubblica che candida Prodi, non i milioni di elettori ulivisti che lo vogliono.

    Scommettiamo?


    Gentile De Benedetti, ho letto la sua intervista a Barbara Palombelli, per il Corriere della Sera, presentata addirittura come un manifesto della società civile. Ho capito questo.
    Lei ha una buona posizione privata, e fa piacere che ne parli con gusto e gioia di vivere. Lei farà le vacanze in Antartide con quella bella persona, una punta cattiva, che è il principe Carlo Caracciolo, a bordo del suo rimorchio oceanico, e questo provoca un tremendo sentimento d’invidia. Lei si è associato con persone intellettualmente e finanziariamente facoltose (Gad Lerner della categoria è un purissimo campione) per fare la forca al suo storico avversario, Silvio Berlusconi, e promuovere la carriera repubblicana a Romano Prodi dopo che avrà lasciato la commissione esecutiva di Bruxelles.
    Tutto il resto non l’ho capito. Non ho capito perché lei dica che non intende fare politica. Vede, io adoro le balle, a patto che siano strepitose, fantasiose, utili. Ma in questo caso le caratteristiche non ricorrono. Anzi, il suo pudore sa di ipocrisia e, in base a un’analisi dettagliata delle sue stesse parole e dei progetti che lei enuncia, ha anche un vago sapore di truffa psicologica. Ingenua, per di più. Lei fa politica da tanti anni, con l’uso del denaro e dei mezzi di comunicazione, e il suo lobbismo civile e politico (non è un insulto, nelle mie intenzioni) è da sempre sotto gli occhi del paese: negarlo è intellettualmente irritante per i lettori del giornale che la interroga, per i lettori assidui del suo stesso giornale, Rep., e per i cittadini interessati a capire che cosa succeda in Italia.

    Non ho capito perché lei dica che l’Italia è un paese particolarmente corrotto e aggiunga che la differenza con l’America sta nel fatto che lì la corruzione comporta gravi sanzioni sociali, si è brutalmente esclusi dal circolo del bridge. I volumi finanziari della corruzione americana sono tali che il corruttore o il corrotto hanno tutti l’agio di comperarsi, se abbiano tale passione, il circolo e persino i giocatori con i loro cari.
    E poi, abbia pazienza, non è da un celebre raider dei mercati finanziari e da un ex fornitore di telescriventi alla pubblica amministrazione che si possono ascoltare simili lezioni di bon-ton. Glielo dico senza perfidia: nei suoi anni d’oro lei ha fatto parte del sistema come gli altri, ha dato e ricevuto come gli altri, è stato ingegnoso e furbo come gli altri. Dovrebbe avere coscienza privata e pubblica, magari con qualche autoironia, se desidera essere convincente nella sua nuova stagione di lobbista in chiaro.

    Sarebbe molto più serio se lei dicesse: io non sono un santo della società civile, ce ne sono troppi in giro, io rappresento un blocco di interessi e valori diversi da quelli oggi prevalenti nell’Italia di Berlusconi, desidero fare la mia strada per promuovere gli uni e gli altri e arrivare alla formazione di un governo amico, e queste sono le mie idee e le mie tattiche e le mie alleanze per tagliare il traguardo. Dovrebbe aggiungere che i giornali di cui è legittimamente editore sono, senza che debbano avvilirsi a strumenti di propaganda faziosa o peggio, parte di questa alleanza per la Libertà e la Giustizia. E che l’evidente conflitto potenziale di interessi di Berlusconi va sanato con qualche norma di salvaguardia, come succederebbe in tutto il mondo in situazione analoga, ma per un capitalista del rango e del nome di De Benedetti è fin troppo ovvio che i conflitti d’interesse, in chiaro o in nero, visibili o no, sono una diretta conseguenza del sistema, quel sistema dove i proprietari fanno politica, fanno pesare danari e media. Il problema è quale politica facciano e con quale grado di legittimazione elettorale.

    Anche il mio amato Cav. conosce la bugia e l’ipocrisia, come chiunque frequenti la vita pubblica ( me compreso). Ma l’effetto finale non è mai, come nel suo caso, quello di un uomo che si copre, che non dichiara le sue intenzioni, che coltiva sogni impossibili.
    Quando mente Berlusconi mente un uomo che si espone, che rischia, che non dà lezioni neanche quando si mette in testa il cappello di Napoleone.
    Perché la vanità è democratica, il narcisismo no.

    firmato…..l’elefantino

 

 
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