Interessanti come sempre gli stimoli della discussione sul pensiero e sul peccato. Mi sovveniva leggendovi come per i Padri la radice del peccato - giustamente sottolineato nel suo aspetto di anomia, di disordine ontologico e non declinato moralmente – la radice delle passioni madri (l’avidità, l’orgoglio e l’ignoranza) che intaccano parassitariamente la costituzione sofianica dell’uomo pervertendone il dinamismo erotico della struttura ad immagine, chiamata alla piena somiglianza nella sinergia tra grazia e libertà, sia in fin dei conti la morte, l’avvertenza della propria infondatezza altrove che nel e dal flusso vivificante e perennemente in atto delle energie divine che procedono ed introducono l’uomo all’interno dell’abisso della Triunità. Morte che l’uomo cerca di aggirare, vuoto che tenta di colmare attraverso il ripiegamento egocentrico e vorace verso le realtà finite le cui qualità di insussistenza naturale, di creaturalità minacciata vengono fatte proprie in un movimento entropico verso il nulla dal quale si tentava di fuggire. Al di là ed oltre la passione sta dunque un movimento, un nulla attivo, una presenza assenza parassitaria ma realissima nel suo potere disgregante che eccede ogni tentativo dell'’uomo di venirne a capo attraverso percorsi psicanalitici o ascesi volontaristiche ed individualiste che, confinate nel piano della psicologico – loghismos e non logos, psiche e non nous incendiato dalla grazia e ritornato al suo splendore paradisiaco – non giungono a quelle profondità spirituali in cui solo il dramma del peccato e del male ha il suo luogo agonico. Solo recentemente la riflessione forzatamente incompleta e bisognosa di aggiustamenti ma stimolante e coraggiosa di autori come un Berdjaev, Florenskji, Bulgakov, raccogliendo un’eredità patristica solo abbozzata e poi tutta dostoevskjiana, ha osato spingersi all’interno di un pensiero antinomico, arditissimo sul mistero della Libertà, dello Spirito come Libertà, di Dio come atto coeterno di autooriginazione dall’abisso della Libertà, anche quella del non essere, evocata e vinta evocata seppur vinta, vinta ma tuttavia evocata come ombra che la libertà dell’uomo può ridestare in seno alla struttura del creato non attualizzandola come kenosis, nullificazione gloriosa di sé nell’amore dell’A/altro – ad immagine del misteriosissimo “non –essere” della koinonia e pericoresi triunitaria – ma come cedimento al suo versante disgregante, distruttivo e non ipostatizzato nell’Amore e come Amore. L’atto, l’evento pasquale è il momento eterno, abissale in cui Dio in Cristo, nella forza dello Spirito Santo discende negli abissi della libertà deviata, pervertita nel suo tendere a realizzarsi nello svuotamento della Carità che è Dio, abissi che solo Lui può sondare avendo in Lui la loro origine e verità ultima, per riorientala verso la pienezza, per riscattare la sofferenza dell’innocente, di tutti coloro che han sofferto “per nulla” appunto, di un male assurdo e gratuito (irriducibile ad ogni offensiva, razionalizzante o apologetica teodicea) avente in Dio la sua origine ma non la sua causa ( ecco il discorso veramente temerario, al limite dell’eresia ma che appartiene intimamente al cristianesimo ed al volto divino custodito in Cristo ) ed a cui solo l’assurdo e gratuito, incondizionato amore folle, “manikòs eros” di Dio poteva rispondere. Vedete a quali profondità, in quali abissi e su quali vertigini è sospesa la nostra esistenza, quanto difficile sia intervenire sui loghismoi che affondano qui le loro radici ed attingono da questa morte attiva il loro dinamismo entropico. Solo lo Spirito sarà capace di sondare lo spirito e discernere gli spiriti che lo muovono, lo Spirito effuso a Pentecoste, lo Spirito che sgorga dalla Croce che è “il giudizio del giudizio”, l’abbraccio che non conosce negazione o chiusura e di cui l’ascesi e la vita ecclesiale è epiclesi perennemente rinnovata su ogni e per ogni vivente. Nietzsche affermava che colui che pensa profondamente sa che ha sempre torto, sa come dietro ogni affermazione, dietro ogni contenuto psichico anche i più teologici o sublimi si nasconda sempre la filautìa, l’amor sui, l’affermazione della propria volontà, la violenza di chi avverte l’insussistenza della propria esistenza priva di carità e ne cerchi misera conferma solo imponendosi sull’altro, negandolo (e negandosi). Nessuno è al sicuro se non nella continua e non garantita - se non dallo Spirito – vigilanza su ogni moto interiore, anche quelli che ci sembrano procedere da un amore per la verità e la giustizia, non verificati e vagliati alla luce di un amore che non conosce differenze e negazioni. Alcune volte ed ora nuovamente ho notato nel forum e mi sono permesso fraternamente di segnalarlo, un eccesso di autodifesa, un’enfasi sulla differenza e sull’opposizione, una chiusura in un dialogo tra pochi, la stigmatizzazione facile di eresie o atteggiamenti presunti tali anche attraverso una scelta parziale e limitata di notizie non verificate al vaglio di una seria analisi teologica e/o storica, atteggiamenti che mi sembrano lontani dall’umiltà di chi, con sguardo profondo, sa di essere sempre in torto, di essere in torto semplicemente essendo, di essere l’unico colpevole e bisognoso di perdono in un mondo di giusti e di immagini di Dio imbrattate dallo sguardo della mia e sempre mia filautìa, invocando solo per me la dannazione e la salvezza per ogni fratello. “E’ bene per voi che me ne vada….”, Cristo non è di nessuno ed è di tutti, a tutti, solo andandosene, solo in quel movimento di ascesa da ogni presa della ragione – anche teologica sempre esposta alla volontà appropriativa – per non eventuarsi che come Spirito e Libertà, come Amore e Luce senza confini, le cui dimensioni di “ampiezza, lunghezza larghezza e profondità” siamo ben lungi di aver preteso di esaurire. Un caro saluto e scusate l’eccessiva confidenza.




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