Da "Avvenire" del 2 febbraio 2003
Luce infranta
Bologna, Parmiggiani dal rito alla memoria
Bologna, Galleria d'Arte Moderna
Come nella musica, dove è la pausa, il silenzio, che permette l'intelliggibilità del suono. O come nella poesia, dove sono i frammenti le parti del tutto, del poema. Si pensa a questo di fronte all'opera da cui si snoda attraverso una serie di stazioni la mostra di Claudio Parmiggiani curata da Peter Weiermair alla Galleria d'Arte Moderna di Bologna (l'artista ha in corso anche un'altra personale ai Civici Musei di Reggio Emilia, a cura di Lea Vergine, catalogo Silvana editoriale). L'opera occupa interamente il grande corpo centrale quadrato della Galleria. Si tratta dei resti di un labirinto di cristallo. I vetri sono deflagrati un po' dappertutto. La luce abbacinante aumenta il senso di una esplosione appena avvenuta che ha prodotto effetti catastrofici. Vista dall'alto, dalla loggia del piano superiore della Galleria, la sensazione è ancora più spaventosa. Pare una città distrutta. Tuttavia i bagliori, i riflessi dei cristalli frantumati offrono anche una immagine di sinistra preziosità, di crudele attrazione.
Ed è proprio su questo dualismo, quello dell'attrazione e di cupi presagi e visioni che si dipana la mostra. Grandi abbagli e penombre. Momenti di sospensione metafisica e altri vibranti di flusso vitale si alternano in una scansione di opere che, come è caratteristica della poetica di Parmiggiani tendono a velare piuttosto che a svelare, a ricondurre le immagini alla loro ombra, sottraendole cioè di materialità, rarefacendole di presenza per esaltarne l'assenza. Realizzate con polvere e fumo, ombre che sono ectoplasmi di immagini scomparse, ombre di ombre, come vedere dietro un velo un'altra realtà velata.
Dal corpo centrale l'esposizione si dipana presentando Angelo (1995), un paio di scarpe ricoperte di fango, che è un'opera che dedicata alla visualizzazione di un'assenza portata ad evocare la condizione di sospensione e innalzamento ma anche la caduta in cui accompagna emblematicamente l'uomo. La cui presenza viene sottolineata simbolicamente a chiusura della mostra da una Porta costituita dalla monumentale stratificazione seriale e solidificata nella fusione in bronzo di decine di occhi. Tra queste opere sono stati installati un'altra quindicina di lavori che, afferma Bruno Corà nel testo che accompagna la mostra, costituiscono una lezione che «tramanda un impegno per la creazione di spazi di libertà, spazi per lo spirito, per il sogno, spazi infiniti».
Per tutto questo una delle principali chiavi di lettura dell'opera di Parmiggiani è la riflessione sul tempo, non sotto il profilo dello sviluppo storico, bensì sotto quello più fragile e instabile del passaggio, della fine inesorabile, dello scorrere decadente.
L'operazione artistica di Parmiggiani si articola nella raccolta e «combinazioni» di segni, oggetti, tracce di un passaggio ormai irrimediabilmente compromesso. Non traspare in questa ricerca concessione alcuna per la suggestione nostalgica o per il cinico distacco, appare invece la registrazione sicuramente evocativa, di un trascorso leggibile solo attraverso la lente deformante del ricordo e della memoria.
Di qui si ritorna all'opera centrale descritta all'inizio: il passato, frammentato dalla frammentazione del presente, non appare più come un luogo di certezze consolidate e di congiunture ossificate, ma si moltiplica, esplode in una miriade di riflessi incontrollabili. Le necessità della memoria, dettate dalle incertezze del presente, proiettano, proprio mentre vi si protendono, l'incertezza del passato.
Claudio Parmiggiani
Fino al 30 marzo




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