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Risultati da 61 a 70 di 73
  1. #61
    Paul Atreides
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    Originally posted by babar
    Non solo e ben lo sai . Perchè poi devi piegare una certa complessità e molteplicità di intenti in un unico sistema di categorie che fa gioco al tuo punto di vista io non l' ho mai capito .

    Ma questo è un altro discorso .

    RE: che la quaestio sia complessa è vero. Che il polpettone la ipersemplifichi è altrettanto vero



    Se l' assimilazione fallisce _o_ se non ci si vuole assimilare .

    RE: io collegherei il sionismo + alla seconda tesi



    Che nessuno ricordi l' avversione degli haredim nei confronti dell' illuminismo ebraico è tutto da dimostrare . Potresti ricordare anche le lotte intestine all' Agudat Israel tra i mitnaggedim e i chassidim , però .

    RE: però gli ''oppositori'' sono un fenomeno limitato alla sola Lituania e in fondo relegato a pochi decenni. Tra l'altro, di fronte all'haskalà mi pare ci fu un ricompattamento molto forte e...significativo



    Nessuna eccezione : come puoi ben vedere in una discussione con Claudio Ughetto sul vostro forum [destra radicale] avvenuta qualche tempo fa su Tarchi & Co. la mia posizione è sempre la stessa :

    1) non me ne frega nulla se le tradizioni vengono salvate o meno .

    2) se un popolo decide di farlo lo Stato non ci deve entrare . [nè con azioni favorevoli , nè ostacolando ] .
    In questo senso va la mia critica ad Israele quando eccede con i favori ai gruppi religiosi [ma non in chiave anti-occupazione , bensì per l' aspetto di politica economico-sociale interna ad Israele] .
    Ovvero : se decidi di mantenere i tuoi usi e costumi è solo un problema tuo che non deve assolutamente riguardare me che magari ne ho di diversi o non me ne frega nulla .

    3) io sono fazioso e quindi magari mi possono stare simpatiche le tradizioni degli Inuit, degli Indù , degli Ebrei o dei Dervisci e sulle palle quelle dei maori o dei francesi ...per dire .

    Ciao

    b.

    RE: vabbé, appellarsi all'arbitrio è sempre un buon sistema. Però a me pare che lo Stato qui da noi ostacoli eccome l'identitarismo. La ''legge Mancino'' secondo me è un esempio perfetto, al riguardo. Ciao

  2. #62
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    La _mancino_ come legge anti-identitaria ?

    Con tutta la buona volontà no . Perchè se la lotta per un' identità servanda deve passare per la la cruna della necessità di un nemico e di un capro espiatorio , mi pare proprio che l' identità non ci sia più e che vada cercata e costruita più che salvata.
    Contro la 271 bis ci si può battere per la libertà di parola e non per salvaguardare la propria tradizione.

    Ciao

    b.

  3. #63
    SENATORE di POL
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    Infatti anche se si potrebbe obiettare, da parte dei razzisti, o dei "differenzialisti" o degli Identitari", che colpendo le loro proprie "opinioni" si colpisce un "baluardo" della difesa della identità europea, "ariana" o che altro.

    Shalom!!!

  4. #64
    Paul Atreides
    Ospite

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    Originally posted by Pieffebi
    Infatti anche se si potrebbe obiettare, da parte dei razzisti, o dei "differenzialisti" o degli Identitari", che colpendo le loro proprie "opinioni" si colpisce un "baluardo" della difesa della identità europea, "ariana" o che altro.

    Shalom!!!
    Non male. Però, io avrei aggiunto le virgolette a razzisti, le avrei tolte a baluardo [che suona retorico ma rende l'idea] e soprattutto a opinioni. Perlomeno, identità europea non è virgolettato, cosa che in questi tempi di gramigna non è da buttare

    Saluti

  5. #65
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    L'identità è una cosa importante, anche quella culturale. Il fatto è che ciascuno di noi, senza essere una personalità scissa, ha più componenti della propria identità. Ad esempio uno può essere ebreo e tedesco al contempo, e anche sionista, senza che ciò debba essere considerato contraddittorio o incompatibile con la cittadinanza germanica. Del resto i tedeschi non sono una minoranza perseguitata nei millenni che possa considerare il proprio Stato nazionale come estrema organizzazione difensiva per la propria sopravvivenza come popolo.

    Saluti liberali

  6. #66
    SENATORE di POL
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    a proposito di identità...

    da www.ragionamentidistoria.it

    "


    L'identità ebraica è stato il tema centrale della relazione di Amos Luzzatto, presidente rieletto per altri quattro anni alla guida del IV Congresso dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), che si è tenuto Roma dal 23 al 25 giugno 2002. La sua è stata una relazione molto appassionata, molto equilibrata, nel tentativo di trovare una forte intesa tra le diverse componenti dell'ebraismo italiano, ed in particolare tra le due liste maggioritarie: quella del centro-destra "Per Israele" (leader Fiamma Nirenstein), e quella del centro-sinistra "Keillah" (leader Gad Lerner), che peraltro ha vinto [solo grazie al sistema elettorale "maggioritario", ndr] , ribaltando le posizioni raggiunte nella tornata elettiva, per la nomina degli 89 delegati. Le parole di Amos Luzzatto, fin dalle prime battute, sono state una ferma denuncia nei confronti dell'antisemitismo in crescita nel mondo e soprattutto in Europa questo il primo interrogativo rivolto ai congressisti:

    Vi è una domanda preliminare che dobbiamo porci prima di entrare nel merito del dibattito congressuale: qual'è lo stato di salute dell'ebraismo italiano? Le tensioni che derivano dalle indubbie difficoltà che incontriamo tutti nella gestione quotidiana, nel reperimento di fondi, nella mobilitazione delle risorse umane, nei problemi delle piccole Comunità, parrebbero indurci a una certa preoccupazione.
    E tuttavia il quadro, giudicato nella sua globalità e sulla base dell'esperienza di questi ultimi quattro anni, contiene anche non pochi elementi positivi dai quali si deve partire per svilupparli nel corso del prossimo mandato.
    Innanzitutto credo di poter affermare che abbiamo fatto un grosso sforzo di gestione unitaria, il che significa che nella prassi quotidiana non ci si è posti quasi mai il quesito del riferimento a questa o quella corrente nella quale ognuno di noi si riconosce, ma ha prevalso una operatività concorde che ha posto come criterio di tutte le scelte gli interessi prevalenti dell'ebraismo italiano nella sua globalità. Non c'è dubbio che vi sono state fra di noi differenze di giudizi in merito a problemi interni alle nostre comunità o anche in merito ai rapporti con il mondo non ebraico che ci circonda. Ma essi si sono espressi in un clima di rispetto reciproco, in un clima di circolazione delle idee al nostro interno che ha rappresentato un modello di laicità al quale molti altri potrebbero fare riferimento […]

    La seconda domanda il presidente dell'Ucei l'ha indirizzata alla definizione della collocazione politico-culturale dell'ebraismo all'interno della società italiana ed europea e dell'ebraismo europeo e mondiale, soprattutto nei confronti di Israele.

    La scelta fra queste due opzioni è secondo me oggi un compito ineludibile, non solo in termini di metodologia congressuale, ma in quelli più impegnativi di un piano di lavoro. Noi crediamo nella seconda strategia, ma per affermare questa linea abbiamo bisogno di definire chiaramente le nostre scelte di fondo e le loro priorità e di rinsaldare vecchie amicizie e alleanze e anche acquisirne di nuove in tutto l'arco della società civile e politica non ebraica, cercando di individuare e di isolare antichi e nuovi gruppi ostili […]
    In parallelo, si sviluppa soprattutto in Europa, una ripresa dell'antisemitismo che si esprime ricorrendo a vecchi arsenali di pregiudizi, purtroppo anche a minacce di violenza, ad atti aggressivi, soprattutto in Francia, in Germania, in alcuni Paesi dell'Est, ma che cominciano ad affacciarsi anche in Italia. La novità di questo nuovo antisemitismo consiste nella utilizzazione del conflitto medio-orientale, e nel modo troppo spesso scorretto con il quale esso viene registrato dai mass-media, come occasione per saldare assieme tutto ciò che vi può essere di antiebraico, giustificando il negazionismo, il revisionismo storico, alimentando nostalgie e giustificazioni del nazismo, cancellando il ricordo della Shoà e gli stessi moniti che ne derivano per il mondo civile e per le società democratiche. Affermo con certezza che gli ebrei italiani sono uniti contro questi pericoli e nella convinta difesa del diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza entro confini garantiti […]
    Israele rappresenta per noi l'essenza della nostra identità ebraica che aveva già attinto nuove e forti motivazioni con lo sviluppo del Movimento sionistico, ma è cambiata radicalmente nel 1948, quando è diventata quella di un popolo indipendente, con la sua lingua, la sua cultura, le sue istituzioni. E' stato acquisito un patrimonio irrinunciabile, che ha maggiormente unito la Diaspora, che ha dato la volontà di esistere e di resistere anche a Comunità ebraiche in difficoltà e in pericolo. E' nostro compito quello di far capire all'opinione pubblica che l'esistenza d'Israele è un valore non soltanto per noi ebrei ma per tutto il mondo civile […]

    Nei confronti del fenomeno dell'antisemitismo, aggiunge Luzzatto, l'Italia di oggi non ne è immune. Certo, non ci sono leggi contro di noi: abbiamo un'Intesa con lo Stato e in certi settori godiamo del suo appoggio finanziario e persino di iniziative parlamentari, come l'istituzione del "giorno della memoria". Tutto questo lo sappiamo e lo apprezziamo. Ma ciò che ci preoccupa è una cultura diffusa che, in parte per un antico mai guarito provincialismo (per il quale forse la costruzione dell'Europa potrebbe essere la terapia adatta), in parte per il retaggio di secoli di cultura antigiudaica cattolica, è penetrata capillarmente nella scuola, nella stampa, nelle parrocchie, e anche nelle associazioni e in quei Partiti che si proclamano laici, progressisti o francamente socialisti. Questo significa che dobbiamo contribuire a creare una nuova visione culturale, che ci permetta di guardare in avanti per costruire assieme il futuro […]
    Bisogna stare attenti a non identificare l'antisemitismo con il più generale razzismo che è oggigiorno presente in tutta l'Europa. Certamente, i due fenomeni sono apparentati e possiamo dire che almeno una delle componenti dell'antisemitismo è tuttora, a 57 anni dopo il 25 aprile 1945, quella razzistica. Ma l'odio antiebraico è più antico […]


    Dalla relazione si rilevano sei punti principali, indicati come linee-guida.

    Difesa e rafforzamento dell'identità ebraica; che significa operare per la diffusione della lingua ebraica, per la conoscenza della nostra tradizione […]
    Lotta ai razzismi. Lo stesso uso del plurale si commenta da solo. Noi dobbiamo essere i veri e propri portabandiera di questa lotta, coloro che cercano di coinvolgere altri settori della società italiana e in primo luogo l'Università […]
    Difesa delle minoranze religiose. La civilissima Europa, nella quale, con gli esempi della shechità in Svizzera e con la milà in Svezia che sono fonte di ostacoli e difficoltà, ne ha ancora bisogno. E' questa una lotta che non possiamo fare da soli. Abbiamo una buona collaborazione con il mondo protestante e soprattutto con gli amici valdesi […] Stiamo seguendo il faticoso iter della Legge sulla libertà religiosa, per la quale abbiamo avuto al Mokèd l'on.Valdo Spini, che ne è relatore. Abbiamo difficoltà con molti musulmani, ma il principio rimane per noi valido.
    Lotta al terrorismo. Non dobbiamo cadere nell'errore di identificare il terrorismo con l'Islam; ma neppure nell'errore opposto, quello di non vedere come sia possibile utilizzare istituzioni religiose o assistenziali per favorire movimenti terroristici. Dobbiamo porre con chiarezza, con brutalità, se volete, il problema della relazione che intercorre fra il terrorismo in Israele e il terrorismo altrove nel mondo, diciamo simbolicamente fra l'Intifada e le Torri gemelle […]
    Difesa della laicità dello Stato. Non ho parlato di laicismo dello Stato. Noi vogliamo una società nella quale si possa essere liberi di scegliere l'appartenenza a un gruppo religioso o un altro, oppure l'appartenenza a un gruppo non religioso, o essere ateo e antireligioso, senza che questo sia condizionato da una posizione preferenziale dello Stato che è di tutti, maggioranza e minoranze […]

    In merito ai rapporti politici con il governo italiano e con gli altri paesi dell'Unione Europea le parole più determinate sono state spese a favore di una posizione dell'Ucei civilmente equidistante da tutte le forze democratiche, conservando con esse un corretto dialogo, mantenendo tuttavia fermo il principio irreversibile di una totale condanna per ogni movimento politico di stampo fascista.

    Non siamo indifferenti sul piano internazionale all'alternativa fra un Paese nel quale funzionino liberamente o al contrario vengano ridotti se non addirittura aboliti gli spazi per un associazionismo e una dialettica democratica; la libertà politica e la separazione dei poteri rimane per noi, in tutte le sue articolazioni, un valore irrinunciabile. Siamo stati e saremo ancora vigili perchè l'esercizio di questa libertà sia garantito a tutte le associazioni e aggregazioni sociali, nei limiti delle Leggi e della Costituzione repubblicana. Questa garanzia comprende le formazioni politiche e sindacali, ma anche quelle sociali e culturali, anche i Rom, anche gli immigrati, gli omosessuali, e in particolare, come già detto, le minoranze religiose; questo è per noi un principio, valido dunque anche quando qualcuna di queste stesse minoranze manifesta incomprensione o addirittura ostilità nei nostri confronti […]

    Nei confronti dei partiti di sinistra sono state espresse delusioni e critiche soprattutto per aver assunto posizioni tiepide o decisamente ostili contro il sionismo e lo Stato di Israele e sui vari problemi del medio Oriente.

    E' doveroso un discorso sulla sinistra politica, soprattutto da parte di una persona come me, che non ha mai negato di collocarsi politicamente a sinistra.
    Che cosa significa questo mio collocamento? esso significa soprattutto privilegiare la difesa e la tutela delle categorie deboli ed emarginate della società, anche pagandone un prezzo, piuttosto che favorire a tutti i costi lo sviluppo materiale della società attraverso il sostegno primario dell'iniziativa privata. La radice di questa mia posizione che risale alla mia adolescenza si trova sostanzialmente nella mia ebraicità, nello studio della Torà e dei Profeti, nella grande responsabilità verso il prossimo che traspare dalle pagine della Mishnà e della Gemarà […]
    Ritengo che questo atteggiamento della sinistra sia un sintomo di insufficienza di analisi che è di per sé un aspetto non secondario della sua debolezza politica attuale.
    Nella tradizione gramsciana l'analisi delle dinamiche sociali, nella loro complessità, è sempre stata la condizione per costruire una politica. Si poteva poi condividerne o meno i contenuti, ma la metodologia era robusta. Parrebbe ora prevalere invece, forse anche per l'influenza dei nuovi media, una esaltazione a priori di tutto ciò che concerne i popoli dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina; essi vengono presentati globalmente come i diseredati, i deboli, i poveri del mondo, derivandone l'esigenza morale di schierarsi a loro fianco. Rientrerebbero fra questi il mondo arabo e islamico e i palestinesi.
    Questo "terzo mondo", nel suo insieme è stato certamente penalizzato dallo sviluppo economico e sociale moderno (anche se ho difficoltà a comprendere fra i diseredati l'Arabia saudita e gli emirati del Golfo). Ma questo non può significare appiattirsi compiacenti su una piattaforma, che è molto spesso più propaganda che analisi seria; che tace opportunamente sulle contraddizioni e sui conflitti interni del terzo mondo; che attinge in modo acritico da un'antica eredità più fondamentalista che religiosa islamica che male accetta intrusioni di stranieri nel dar-al-Islam, né più né meno di quanto fanno da parte loro per quanto riguarda l'Europa lo haiderismo, il lepennismo e, da noi, il bossismo. La nostra difesa ragionata di Israele e del Sionismo può diventare dunque un contributo per la stessa sinistra.

    Nei confronti della Chiesa cattolica, si sono indicati tre livelli di attenzione.

    quello teologico, quello genericamente culturale, quello politico; essi sono intrecciati e interdipendenti, e tuttavia i problemi che si affrontano sono di volta in volta diversi, spesso affidati a gruppi di lavoro o a esponenti di diverse tendenze […]
    E tuttavia non può lasciarci indifferenti il convincimento sempre più proclamato oggi nel mondo cristiano circa l'origine ebraica della loro religione; questo convincimento può essere di per sé un elemento di dialogo, anche se non va mai scordata la divaricazione fra ebraismo e cristianesimo, che è stata sempre più marcata a partire dal primo scisma. Ma deve essere chiaro che si passa allora decisamente dal puro piano teologico a quello culturale-storico. Quest'ultimo è, al momento, più interessante, ad esempio per quanto riguarda gli studi biblici, a livello accademico ma anche a livello di associazioni culturali laiche, come ad esempio "Biblia".
    La verità è che all'interno della Chiesa si confrontano più tendenze non sempre bene definite; una, abbastanza aperta, progressista e disposta al rinnovamento, che è attualmente in minoranza; un'altra, conservatrice che mira a ridimensionare i principali risultati del Concilio Vaticano II. Una terza forse, espressa dall'Osservatore Romano, parrebbe pesantemente ostile per noi ebrei, come se si delineasse un forte risveglio dell'antigiudaismo antico della Chiesa; dentro questa cornice, l'anti-israelianismo sarebbe una ghiotta occasione da non perdere, non tanto un antisemitismo mascherato da antisionismo, ma un antisionismo che è una buona occasione per fare dell'antisemitismo. Il nostro problema è quello di scegliere fra due alternative: l'una di retrarci, diffidenti, da qualsiasi dialogo con il mondo cattolico; l'altra, opposta, quella di continuare a dialogare, ma nella consapevolezza dell'esistenza di queste divaricazioni interne alla Chiesa e cercando di sostenere dall'esterno le componenti riformatrici […]
    Ricordiamo a questo punto che abbiamo imboccato la strada che ci conferisce un peso nuovo nella vita pubblica del paese ma che, al tempo stesso, ci pone nuovi problemi come quello del rapporto con i musulmani. Non possiamo eludere questo problema, che riguarda noi e la più grossa minoranza religiosa d'Italia, che comprende ufficialmente 500.000 persone, in realtà forse il doppio, fra i quali almeno 50.000 italiani convertiti all'Islam. Essi sono investiti, in questo momento, da almeno due temi politici, che ci toccano abbastanza da vicino e che si traducono anche in provvedimenti legislativi: il problema delle immigrazioni e il problema della libertà religiosa […]
    "

    Shalom!!!

  7. #67
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    da www.treccani.it

    " Silvia Tangherlini
    Le teorie della razza tra Ottocento e Novecento

    Il 25 settembre scorso ci ha lasciato Silvia Tangherlini, insegnante di Storia e filosofia nei Licei e collaboratrice per molti anni della Treccani. Pensiamo che il miglior modo per ricordarla sia di offrire alla lettura un esempio, tra i tanti, del suo intenso impegno intellettuale ed etico nella scuola. Si tratta del contributo di Silvia al Corso di aggiornamento per insegnanti Educazione interculturale e ambientale, tenutosi nel 1995 presso il Liceo Scientifico "Tullio Levi Civita" di Roma. E' un saggio approfondito e molto ben documentato sulla fortuna del concetto di razza nell'Occidente dall'Ottocento ad oggi e della sua appendice ideologizzata, il razzismo.


    Dalla fine del Settecento a Lombroso

    Distinguiamo anzitutto le teorie elaborate tra Settecento e Ottocento prima della pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin (1859) e dopo la diffusione negli ambienti scientifici europei della teoria dell’evoluzione.

    Le teorie monogenetiste
    Nella cultura tra fine Settecento e primo Ottocento, emergono alcune contraddizioni significative, che investono anche la sfera della riflessione sulle razze, riferibili da una parte al bisogno della borghesia europea di mantenere e rafforzare anche dal punto di vista ideologico il dominio coloniale nelle forme tradizionali della schiavitù nelle piantagioni del ‘Nuovo Mondo’ e dall’altra di contestare l’antica società divisa in ordini in nome di un ideale di eguaglianza anch’esso non più ideologicamente fondato solo sul cristianesimo ma su principi razionali validi universalmente. Le affermazioni solenni circa l’esistenza di universali diritti ‘dell’uomo e del cittadino’ entrano in conflitto con l’esigenza di escludere dal novero dei titolari di questi diritti i ‘rossi’ abitanti del continente americano e i ‘neri’ trapiantati in America, imponendo l’elaborazione di teorie atte a giustificare l’eccezione alla regola.

    Se ci si mantiene all’interno del tradizionale monogenetismo biblico, si profilano due tipi di spiegazioni circa l’esistenza di varietà (le razze) all’interno della unica specie umana, ambedue adattabili all’esigenza di dimostrare che, seppur unica, la specie umana è però gerarchicamente ordinata in una scala di valori che consente di affermare la superiorità dell’uomo bianco.

    La teoria degenerativa
    La prima è la teoria della degenerazione dal tipo primordiale della specie, enunciata per la prima volta in modo organico dal grande naturalista francese Buffon nella sua Storia naturale e articolata pienamente da un suo seguace tedesco, Blumenbach, in un’opera significativamente titolata De generis humani varietate nativa, pubblicata a Gottinga nel 1795. La tesi è che il tipo primordiale umano sia riscontrabile nel ‘tipo caucasico’ di pelle bianca comparso in prossimità del Mar Caspio e che le varietà ‘gialla’, ‘rossa’ e ‘nera’ siano il prodotto di una progressiva degenerazione del tipo bianco in relazione a ‘diversi mutamenti’ intervenuti ‘a causa dell’influenza del clima, della differenza dell’alimentazione e del modo di vita, delle malattie epidemiche e anche dell’ibridazione, variata all’infinito, di individui più o meno simili l’uno all’altro’. Evidentemente una tesi del genere prevede l’ammissione della trasmissibilità di alcuni almeno dei caratteri acquisiti, nonostante sia Buffon che Blumenbach rivelino perplessità nello spiegare come mai alcuni caratteri si trasmettano e altri no, tanto da arrivare a parlare di ‘agenti sconosciuti’ che rendono ragione della costanza di alcuni ‘ indicatori razziali.’

    Con Blumenbach assistiamo all’avvento di una modalità di indagine sulle differenze razziali destinata a grande successo alcuni decenni più tardi: la misurazione dei crani. Blumenbach possedeva la più grande raccolta di crani d’Europa, ben 82, ed utilizzò per il loro studio un metodo originale, consistente nel disporre e osservare i crani ‘in norma superiore e posteriore, situati in fila sullo stesso piano, con gli ossi molari sulla stessa linea orizzontale con i mascellari inferiori’ Il criterio di classificazione è sorprendente ma non inconsueto: si tratta, infatti, di un criterio estetico, basato evidentemente su categorie desunte dalla tradizione artistica occidentale, e in particolare greca. Non stupisce quindi che risulti evidente a Blumenbach che il tipo caucasico possieda la forma ‘più bella e simmetrica’ e che da questa ‘come da un tipo medio e originario, le altre divergono per semplicissime gradazioni da entrambi i lati fino ai due estremi (da un lato la razza mongolica, dall’altro quella etiopica)’. Anche Buffon si lancia in considerazioni di questo tipo: ‘Il clima più temperato si trova tra il 40° e il 50° grado di latitudine; esso produce gli uomini più belli e più ben fatti. E’ da questo clima che devono essere derivate le idee del colore genuino dell’umanità e dei vari gradi di bellezza’.

    La teoria evolutiva
    Analogo criterio estetico è presente in un’altra teoria monogenetista delle varietà razziali, quella di James Prichard, esposta nel suo Researches into the physical history of mankind, pubblicato a Londra nel 1813, nonostante essa sia apparentemente opposta alla prima, in quanto, in luogo della degenerazione dal bianco al nero, prevede invece un’evoluzione dal nero al bianco, avvenuta in virtù del progresso della civiltà che avrebbe condotto gli uomini ad una inconscia selezione matrimoniale basata sul criterio della bellezza (ovviamente europea e bianca): ‘In tutti i paesi la bellezza è l’elemento principale che dirige gli uomini nella scelta della moglie [...] E’ ovvio che questa peculiarità nella costituzione dell’uomo deve avere effetti considerevoli sul carattere fisico della razza e che deve agire come principio costante di miglioramento, svolgendo nel nostro genere quella funzione di controllo che noi esercitiamo sulla creazione bruta. Questa è probabilmente la causa finale che ispirò la Provvidenza a inculcare nella nostra natura la percezione istintiva della bellezza umana. L’idea di bellezza di una persona è infatti sinonimo di salute e perfetta organizzazione.’

    Le teorie poligenetiste
    In tutti e due i casi, comunque, la ‘scala delle differenze’ pone il bianco al primo e il nero all’ultimo posto. Se si va invece a guardare agli ambienti intellettuali più audaci e anticonformisti, volti a contestare il primato della Sacra Scrittura per l’interpretazione dei nuovi dati a disposizione dell’uomo moderno grazie all’ampliamento degli orizzonti dovuto alle scoperte geografiche e scientifiche, troviamo una teoria razzista più cruda ed esplicita, che supera d’un balzo il problema dell’universalità negando alle razze ‘inferiori’ l’appartenenza alla stessa specie dell’uomo bianco: il poligenetismo. Intellettuali noti per il loro contributo determinante alla ‘rivoluzione culturale illuminista’ ne sono convinti sostenitori.

    Due esempi per tutti: Voltaire combatte la sua battaglia per la laicizzazione della cultura anche così: ‘Noi impariamo [...] attraverso i viaggi dei portoghesi e degli spagnoli quanto piccola sia la nostra Europa e quale varietà regni sulla terra’ (vai al testo intero).

    Lo scettico Hume, in qualità di soprintendente dell’Ufficio coloniale inglese nel 1776, così si esprime con molta sicurezza induttiva: ‘Sono disposto a sospettare che i negri e in generale tutte le altre specie di uomini (perché ve ne sono quattro o cinque tipi diversi) siano per natura inferiori ai bianchi' (vai al testo intero).

    Il concetto di specie
    Il poligenetismo conobbe la sua stagione di successo negli Stati Uniti, dove venne ‘importato’ da uno svizzero, L. Agassiz (1807-1873), che proprio a contatto con la realtà etnicamente differenziata degli Stati Uniti si convertì a questa teoria, dedicando alla sua dimostrazione e argomentazione tutta la sua esistenza di studioso. Di estremo interesse risulta la lettera che Agassiz scrisse a sua madre non appena giunto a Filadelfia nel 1846, in cui rivela il carattere totalmente irrazionale della sua improvvisa conversione al poligenetismo a seguito di esperienze del tutto emotive, confessando implicitamente di avere dedicato la sua vita alla dimostrazione della teoria partendo da un ‘pregiudizio’ tutt’affatto extra-intellettuale: ‘Ero a Filadelfia quando per la prima volta mi trovai a contatto continuato con dei negri: tutti gli inservienti del mio albergo erano uomini di colore’ (vai al testo intero). La teoria poligenetistica viene, secondo Agassiz, confermata dal fatto che le razze umane si presentano come gruppi ‘geneticamente distinti e temporalmente invarianti con gamme geografiche discrete’ e pertanto rispondono ai criteri biologici necessari per definirle specie separate. Ovviamente la differenza di specie non è neutra, ma gerarchicamente ordinata: ciascuna razza o specie occupa un gradino nella scala delle differenze e la razza nera continua a occupare l’ultimo. E’ pertanto per Agassiz impossibile garantire ai neri l’eguaglianza sociale, da lui definita ‘assolutamente impraticabile’ in quanto ‘impossibilità naturale che sgorga dallo stesso carattere della razza negra’ I negri, infatti, sono ‘indolenti, giocosi, sensuali, imitativi, remissivi, di buona natura, versatili, instabili nei loro propositi, devoti, affezionati: sono differenti da tutte le altre razze e possono essere paragonati a bambini cresciuti fino ad assumere le dimensioni di adulti, pur conservando una mente infantile’. Per questo egli paventa principalmente una eventuale mescolanza della razza bianca con la nera, possibile, nonostante la ‘naturale avversione’ che si dovrebbe provare nei confronti dell’accoppiamento con individui di specie diversa, a causa della ‘ricettività sessuale’ delle donne nere e dell’inclinazione al libertinaggio degli uomini bianchi; questa mescolanza produrrebbe una vera catastrofe per la civiltà: ‘Si immagini per un momento la differenza che farebbe in età future, per la prospettiva delle istituzioni repubblicane e per la nostra civiltà in genere, se invece della virile popolazione discesa dalle nazioni congiunte, gli Stati Uniti dovessero essere abitati in futuro dalla effeminata progenie di razze miste, mezze indiane, mezze negre, sparse di sangue bianco.[...] Tremo per le conseguenze! [...] In che modo sradicheremmo il marchio di una razza inferiore una volta che sia stato permesso al suo sangue di scorrere liberamente in quello dei nostri figli?’

    Il suggerimento di Agassiz va nella direzione di un vero e proprio apartheid: occorre indurre i neri a trasferirsi in massa in alcune regioni degli USA (le pianure del sud), dove vivrebbero segregati in ‘riserve’, come cominciano a fare i ‘pellerossa’ dietro la spinta del genocidio perpetrato dai coloni bianchi. In questo modo Agassiz può conciliare il suo razzismo con il suo antischiavismo: è più pericoloso e ‘inquinante’ per la razza bianca accettare di convivere con la nera, seppure in condizione di dominanza, piuttosto che segregare i neri, impedendo loro ogni contatto con la razza superiore.

    La craniometria
    E’ nell’ambito del poligenetismo statunitense che proseguono le fortune della craniometria. George Morton, scienziato e medico di Filadelfia, si ispira al poligenetismo, come Agassiz, di cui può considerarsi ispiratore, cercando di fornire alla teoria una solida base ‘sperimentale’ grazie alla sua imponente collezione di crani prevalentemente di indigeni (circa 600), arricchita da una sezione ‘egizia’ di crani provenienti dalle tombe dell’antico Egitto. Il criterio seguito da Morton per la classificazione delle razze-specie in una scala gerarchica è la misurazione della grandezza media dei cervelli, realizzata riempiendo i crani di materiale (dapprima semi di senape bianca e poi pallini di piombo), versando, quindi, il materiale in un cilindro graduato e misurando il volume del cranio in pollici cubi. Morton rese pubblici i risultati dei suoi esperimenti in due volumi che gli assicurarono fama mondiale; uno, Crania Americana, del 1839 e l’altro, Crania Aegyptiaca, del 1844; infine, nel 1849, pubblicò il compendio di tutti i risultati ottenuti riguardo ai volumi cranici medi disposti per razze. I lavori di Morton sembravano per la prima volta conferire esattezza matematica, e pertanto incontrovertibile verisimiglianza, alla tesi dell’inferiorità delle razze diverse dalla bianca, avendo egli studiato i crani dei ‘pellerossa’ e quelli dei neri presenti nelle tombe egiziane e riscontrato il minor volume dei loro cervelli e pertanto la ‘diversità della struttura della loro mente’ rispetto all’uomo bianco. Le manipolazioni operate da Morton sul campione di crani che aveva a disposizione onde ‘dimostrare’ una tesi preconcetta sono così scoperte ed ingenue da indurre Gould a osservare: ‘Durante l’estate del 1977, ho trascorso parecchie settimane a rianalizzare tutti i dati di Morton (Morton, l’autodesignato obiettivista, pubblicò tutta la sua informazione grezza. Possiamo dedurre con scarsi dubbi in che modo procedette dalle misurazioni grezze fino alle tavole di compendio). In breve, e per dirla esplicitamente, i compendi di Morton sono un mosaico di fandonie e mistificazioni nel chiaro interesse di verificare convinzioni aprioristiche. Tuttavia - e questo è l’aspetto più affascinante del caso - non ho trovato alcuna prova di frode cosciente; invero, se Morton fosse stato un truffatore, non avrebbe pubblicato i suoi dati così apertamente.[...] La prevalenza di mistificazioni inconsce, d’altro canto, suggerisce una conclusione generale sul contesto sociale della scienza. Perché se gli scienziati possono essere onestamente autoingannati sino al livello di Morton, allora il pregiudizio sottostante può essere trovato ovunque, anche nei fondamenti del misurare ossa e fare somme’.

    Morton scelse tra i crani che aveva a disposizione quelli che meglio si prestavano a confermare le sue tesi, ‘omettendo’ di inserire nella serie da cui avrebbe desunto la media quelli ‘imbarazzanti’: così non prende in considerazione i crani di irochesi (che sono assai capaci) e immette nel campione un gran numero di crani di peruviani incas di piccola statura e cranio piccolo, ottenendo così agevolmente una media più bassa di quella bianca; quest’ultima, ottenuta omettendo di considerare nel campione i crani indù, più piccoli di quelli europei. Nel caso dei crani ‘egizi’ Morton basa la sua tesi della ulteriore inferiorità dei neri anche rispetto agli indiani immettendo nel campione crani femminili in prevalenza su quelli maschili e ottenendo così una media ancora più bassa. Viceversa il campione bianco è prevalentemente composto, come è ovvio, di crani maschili. Per di più Morton non ha mai calcolato (o quantomeno pubblicato) medie per sesso e statura, compiendo così un’omissione procedurale di tale ingenuità da rivelare la rigidezza preconcetta della sua ‘ipotesi di lavoro’.

    Darwin e la teoria evoluzionistica
    Come abbiamo detto all’inizio, la pubblicazione delle opere di Darwin (L’origine delle specie nel 1859 e L’origine dell’uomo nel 1871) costituì una svolta anche per la storia delle teorie sulla razza. Anzitutto l’evoluzionismo darwiniano rende inutile il poligenetismo, dal momento che spiega le differenze esistenti tra le varietà o fra le specie viventi come risultato di un processo di selezione naturale rispetto a variazioni del tutto casuali di un tipo originario. Da questo punto di vista l’evoluzionismo non giustificherebbe alcun atteggiamento gerarchico, dal momento che la sopravvivenza della varietà ‘più adatta’ risulta un puro dato di fatto, non suscettibile di giudizi di valore. E’ però indubbio che già nello stesso Darwin, seppure marginalmente, e ancor più nei suoi seguaci ‘ideologi’, la ‘lotta per l’esistenza’ e la ‘sopravvivenza del migliore’ diventano argomenti atti a supportare il senso di superiorità della razza bianca nei confronti delle popolazioni ‘selvagge’ o ‘primitive’, la superiorità degli inglesi rispetto ai loro concorrenti europei e, all’interno della razza bianca, la superiorità sociale delle classi dominanti su quelle subalterne.

    Sentiamo Darwin in proposito: ‘Tutto ciò che sappiamo intorno ai selvaggi, o che possiamo dedurre dalle loro tradizioni o dai monumenti antichi, la cui storia è completamente dimenticata dagli abitanti attuali, dimostra che dai tempi più remoti le tribù più dotate soppiantavano le altre'(vai al testo intero).

    Estremamente eloquente a proposito dell’apologetica evoluzionistica dell’imperialismo britannico e della struttura sociale gerarchica è l’uso che fa Spencer delle categorie fondamentali della teoria darwiniana. Le guerre coloniali, il dominio di una nazione sulle altre, la gerarchia sociale, la distinzione rigida fra attività ‘nobili’ e attività ‘umili’ o degradanti riferita a determinate classi sociali, tutto viene ricondotto alla evoluzione naturale.

    Questa impostazione produce effetti ideologici simili a quelli del vecchio poligenetismo: se la selezione avviene tramite unione sessuale di individui appartenenti a varietà ‘migliori’, è sconsigliabile una totale libertà di scelta sessuale e l’eugenetica può fare la sua comparsa sulla scena. Il cugino e grande ammiratore di Darwin, Galton, (1822-1911)diventerà strenuo sostenitore, nell’Inghilterra liberale, della necessità di una regolamentazione per legge dei matrimoni e delle famiglie sulla base della dote ereditaria dei genitori. La diffusione delle idee e degli studi di eugenetica di Galton (che aveva fondato una Società per l’educazione eugenetica) attraverso numerosi periodici pubblicati in tutta Europa, produsse soprattutto in Germania un fervore di studi e di attività che, combinati con altri elementi, più tipici della cultura tedesca e di cui ci occuperemo fra breve, fornirono a Himmler i fondamenti teorici per gli esperimenti eugenetici del Terzo Reich.

    Nei confronti del più specifico problema delle differenze razziali, l’evoluzionismo si servì, per le sue teorizzazioni, della già tradizionale esperienza craniometrica, rilanciata in grande stile da Broca a Parigi e da Lombroso in Italia, ed elaborò un originale argomento a favore della inferiorità di alcune razze rispetto ad altre con la teoria della ricapitolazione, in parte connessa alla craniometria.

    Evoluzionismo e craniometria
    Broca (1824-1880) stabilì una correlazione significativa fra la grandezza del cervello e lo sviluppo dell’intelligenza, arricchendo così la scala delle differenze di elementi ulteriori, appartenenti alla razza bianca, ma segnati dal ‘difetto’ delle dimensioni cerebrali. Pertanto: ‘Il cervello è più grande negli adulti che nei vecchi, negli uomini che nelle donne, in uomini eminenti piuttosto che in quelli di mediocre talento, nelle razze superiori rispetto alle razze inferiori. [...] A parità di condizioni, vi è una sorprendente relazione tra lo sviluppo dell’intelligenza e il volume cerebrale’.

    Non pago, però, della misurazione dei soli crani, anche perché preoccupato di alcune ‘anomalie’ riscontrate soprattutto nella misurazione del peso dei cervelli dei ‘grandi uomini del suo tempo’ che rivelava una grande varietà e casi di ‘sottodimensione’ inspiegabili, Broca tentò di mettere in campo altri e diversi criteri di misurazione riguardanti il rapporto tra il radio e l’omero, la dimensione delle labbra, la forma e la dimensione dell’orecchio, il numero delle circonvoluzioni cerebrali e, infine, come asso nella manica, il rapporto tra la parte anteriore e la parte posteriore del cervello. Broca e i suoi collaboratori si convinsero che le funzioni mentali superiori fossero localizzate nella parte anteriore e che la parte posteriore fosse la sede delle funzioni più ‘animali’ del movimento involontario, della sensazione e dell’emozione. Nasce così, sulla scorta di pochi e frammentari dati ‘sperimentali’ la differenziazione fra ‘razze frontali’ (bianchi con lobi frontali e anteriori molto sviluppati), ‘razze parietali’ (mongoli con lobi medi e parietali prominenti) e ‘razze occipitali’ (neri con la parte posteriore molto sviluppata).

    Più imbarazzante e foriero di conflittualità, invece, il tema dell’indice cranico, cioè del rapporto tra la larghezza massima e la lunghezza massima del cranio, che distingue i dolicocefali dai brachicefali. Gli studiosi di area germanica avevano già tentato di dimostrare che la brachicefalia era un tratto tipico degli uomini dell’età della pietra cui si erano sostituiti i più evoluti dolicocefali ariani dell’età del bronzo: in particolare Retzius, uno studioso svedese, aveva identificato nei baschi, nei finnici e nei lapponi, gli eredi di quell’umanità inferiore brachicefala soppiantata dagli indo-europei. In questo caso Broca, brachicefalo come la maggioranza dei francesi, scorge l’inganno ideologico contenuto nella teoria e la confuta con grande energia: ‘Dopo il lavoro del sig. Retzius, gli scienziati hanno generalmente ritenuto, senza sufficiente studio, che la dolicocefalia è un marchio di superiorità. Forse è così; ma non dobbiamo dimenticare che i caratteri della dolicocefalia e della brachicefalia furono studiati prima in Svezia, poi in Inghilterra, Stati Uniti e Germania, e che in tutti questi paesi, particolarmente in Svezia, il tipo dolicocefalo predomina chiaramente. E’ una tendenza naturale degli uomini, anche tra quelli più liberi dal pregiudizio, l’appiccicare un’idea di superiorità alle caratteristiche dominanti della loro razza’. Il trionfo del brachicefalo Broca avverrà quando, grazie al ritrovamento dei resti dell’uomo di Cro-Magnon, dotato di un cranio più grande e più dolicocefalo di quello dell’uomo moderno, potrà definitivamente affermare che ‘è a causa del maggior sviluppo del loro cranio posteriore che la loro capacità cranica superiore generale è resa più grande delle nostre’.

    Un materialista evoluzionista tedesco, Büchner, trasse dalla craniometria tutte le conseguenze pertinenti ad una concezione razzista della società e del rapporto fra i sessi, oltreché, al solito, del rapporto con le popolazioni dei paesi coloniali.

    La ricapitolazione è, come dice Gould, ‘tra le idee più influenti della scienza del tardo secolo XIX’ ed ebbe un ruolo significativo nella classificazione e ordinamento delle razze umane in appoggio e in correlazione stretta con l’antropometria e la craniometria. La dottrina della ricapitolazione in sostanza recita che ogni individuo riassume in sé, nel suo sviluppo embrionale, le varie fasi evolutive delle forme da cui proviene la sua specie. Applicata alle razze umane questa teoria sostiene che gli adulti dei gruppi inferiori devono essere come i bambini dei gruppi superiori, perché il bambino rappresenta ‘un archetipo adulto primitivo’. I negri e le donne sono bambini maschi bianchi, quindi ‘ la rappresentazione vivente di uno stadio ancestrale dell’evoluzione dei maschi bianchi.’ Sulla base di questo criterio il paleontologo americano Cope identificò quattro gruppi inferiori: le razze non bianche, le donne, i bianchi europei del sud in rapporto a quelli del nord, le classi inferiori delle razze superiori. Come disse l’antropologo americano Brinton: ‘l’adulto che conserva più numerosi tratti fetali, infantili, scimmieschi, è indubbiamente inferiore a colui il cui sviluppo è progredito oltre essi. [...] Misurati con questi criteri, gli europei, cioè la razza bianca, stanno in testa alla lista, mentre gli africani, cioè i negri, stanno in fondo. [...] Tutte le parti del corpo sono state minutamente esaminate, misurate e pesate per erigere una scienza dell’anatomia comparata delle razze’.

    I risultati della misurazione delle dimensioni e delle forme dei diversi crani umani vengono utilizzati per dimostrare la tesi della vicinanza tra nero e scimmia, giallo e bambino, teorizzando altresì che gli individui appartenenti alle razze inferiori giungono a maturazione precocemente, e mantengono quindi le caratteristiche di uno stadio più infantile o addirittura scimmiesco, risultando pertanto sostanzialmente ‘immaturi’.

    La nascita dell'antropologia criminale
    Un’altra disciplina nasce verso la fine del secolo in relazione a questa temperie culturale: l’antropologia criminale, il cui campione riconosciuto nel mondo scientifico europeo è Lombroso.

    In questo caso il tema dell’immaturità, dell’‘atavismo’ risulta determinante: l’uomo delinquente di Lombroso, il criminale nato, porta nel suo corpo le stimmate di ataviche tendenze belluine e selvagge che ne fanno una vivente espressione di regressione evolutiva (maggiore spessore del cranio, semplicità delle suture craniche, mascelle grandi, prominenza della faccia sul cranio, braccia relativamente lunghe, rughe precoci, fronte stretta e bassa, orecchie grandi, assenza di calvizie, pelle più scura, maggiore acuità visiva, ridotta sensibilità al dolore e assenza di reazioni vascolari; nel caso delle prostitute Lombroso sostenne di aver rilevato la frequenza di piedi prensili come quelli delle scimmie, con l’alluce notevolmente separato dalle altre dita). La folgorante rivelazione venne a Lombroso esaminando il cranio del brigante Vilella: ‘Questa non era semplicemente un’idea, ma un lampo di ispirazione. Alla vista di quel cranio mi sembrò di vedere tutto d’un tratto, illuminato come una vasta pianura sotto un cielo fiammeggiante, il problema della natura del criminale: un essere atavico, che riproduce nella sua persona i feroci istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori. Così erano spiegate anatomicamente le enormi mascelle, gli zigomi alti, le arcate sopraccigliari prominenti, le linee solitarie nelle palme delle mani, l’estrema grandezza delle orbite, le orecchie a manico trovate nei criminali, nei selvaggi e nelle scimmie, l’insensibilità al dolore, la vista estremamente acuta, i tatuaggi, l’eccessiva pigrizia, l’amore per le orge e l’irresponsabile brama del male solo per amore del male, il desiderio non solo di spegnere la vita della vittima, ma anche quello di mutilarne il cadavere, di strappare la sua carne e di bere il suo sangue’

    Ciò che rende ‘deviante’ il criminale nelle società ‘civilizzate’ è comportamento normale nelle società primitive e presso le popolazioni di razza ‘inferiore’. Molte caratteristiche accomunano il criminale nato al selvaggio attuale, come la tolleranza del dolore, la pigrizia, l’incapacità di arrossire, ecc., come si evince da questa analisi della ‘razza inferiore e criminale’ degli zingari, in cui risultano mescolate, e pertanto potenziate, le caratteristiche del primitivismo e della delinquenza congenita: ‘Essi sono vanitosi, come tutti i delinquenti, ma non hanno paura o vergogna. Ogni cosa che guadagnano la spendono per bere e per ornamenti. Possono essere visti a piedi nudi, ma con abiti di colori brillanti e adorni di merletti; senza calze ma con scarpe gialle. Hanno l’imprevidenza sia del selvaggio che del criminale.[...] Divorano carogne mezze putrefatte. Sono dediti a orge, amano il rumore e fanno un grande clamore nei mercati. Uccidono a sangue freddo per rubare e, in passato, erano sospettati di cannibalismo. [...] Si deve notare che questa razza, così moralmente bassa e così incapace di sviluppo culturale e intellettuale, una razza che non potrà mai portare avanti alcuna attività e che in poesia non è andata oltre le più misere liriche, ha creato in Ungheria una meravigliosa arte musicale: una nuova prova del genio che, misto all’atavismo, deve essere trovato nel criminale’.

    Se ogni tipo di devianza sociale può venire classificato sulla base di criteri evoluzionistici nella collezione lombrosiana del Museo di antropologia criminale, non stupisce che in essa compaiano il pazzo e Davide Lazzaretti, il profeta ribelle del Monte Amiata, l’infanticida e il brigante Schiavone, lo stupratore e Passanante, il mafioso e il comunardo, il camorrista e l’anarchico. Tutto ciò che turba l’ordine costituito viene estromesso dal novero degli elementi costituenti la ‘civiltà’ e relegato in un passato ancestrale che va esorcizzato anche attraverso un’opera di preventiva identificazione e segregazione degli individui che ne sono portatori. Il brigantaggio sardo può così venire interpretato da un giovane seguace di Lombroso, Niceforo, peraltro di sicuri sentimenti liberal-democratici e su altri terreni capace di sfuggire alle semplificazioni del riduzionismo, come una manifestazione di diversità razziale dei sardi rispetto agli abitanti del resto d’Italia: ‘In quella zona così storicamente isolata e che è appunto il centro dell’isola, si radunò, sin dai primi tempi, una popolazione ribelle ad ogni idea di mutamento, una popolazione che aveva del selvaggio nelle vene, che non fu mai d’accordo né coi Cartaginesi né coi Romani, né coi Bizantini, né con gli Spagnoli, né coi Piemontesi, né con gli Italiani di oggigiorno. Altri chiamerà ciò robustezza e vigoria, noi chiamiamo ciò non adattabilità della razza, impossibilità di progredire, di evolversi. E’ una popolazione cristallizzata, immersa in un passato che non ha più ragione di esistere, e che, pur avendo coscienza del presente, non si mette a battere la strada nuova che le si apre dinanzi: è popolazione che non può e non vuole prendere parte alla grande e meravigliosa costruzione della società attuale.’



    Il concetto di razza nella Germania nazista e nell'Italia fascista

    Dal nazionalismo biologico alla Volkgenosse tedesca
    Con la fine del secolo viene meno la fiducia nella ‘grande e meravigliosa costruzione della società attuale’ e nella scienza come strumento di interpretazione ‘oggettiva’ della realtà naturale e umana. La crisi economica che investe il mondo capitalistico a partire dal 1873, avviando un ininterrotto periodo di stagnazione e brevi riprese, l’accentuarsi della competizione inter-imperialistica fra le potenze industriali per la spartizione delle risorse e dei mercati, la politica di riarmo praticata da molti paesi europei, la crescita del movimento operaio e la minaccia di sovversione che in esso si intravede, le emergenti istanze di emancipazione delle donne, tutto concorre a determinare una crisi culturale profonda e a imporre l’esigenza di una rilettura complessiva della vicenda umana alla luce di categorie diverse da quelle affermatesi a partire dalla rivoluzione francese.

    L’antigiudaismo europeo di fine Ottocento
    Se finora lo sforzo degli ideologi della società borghese era stato quello di circoscrivere l’ambito dei diritti universali alla razza bianca e all’homo europaeus visto come vertice dell’evoluzione naturale, ora, con l’emergere del nazionalismo, anche la nozione di razza bianca diventa troppo ampia e l’Europa si frantuma, nella coscienza degli intellettuali nazionalisti, in tante piccole ‘patrie’. Da questo punto di vista la nozione ottocentesca di nazione come unità culturale e linguistica non basta più e si parte alla ricerca di una connotazione di identità forte, se possibile biologica, ma anche profondamente interiorizzata, che distingua e separi mediante barriere insormontabili non più solo il bianco dal nero, dal rosso e dal giallo ma il tedesco dal francese, l’inglese dall’italiano e così via.

    D’altro canto, per combattere l’influenza dell’internazionalismo socialista sulle masse popolari e realizzare un consenso compatto dell’opinione pubblica intorno ai conflitti che si aprono fra gli stati industrializzati, occorre che questa identità ‘nazionale’ comprenda anche le classi subalterne e le mobiliti nei confronti del ‘nemico’ esterno. Per questo risulta utilissima l’operazione di identificazione anche di un ‘nemico’ interno che costituisca il punto di riferimento ‘altro’ e ‘diverso’ rispetto al quale rafforzare la propria identità. Questa è probabilmente la chiave di volta per la spiegazione del ritorno di fiamma in Europa dalla fine dell’Ottocento dell’antigiudaismo, di cui l’antisemitismo nazista rappresenta solo un culmine di particolare virulenza. Nel suo insieme, questa operazione culturale non può più servirsi soltanto degli ‘asettici’ e ‘oggettivi’ strumenti dell’indagine scientifica (che pure non vengono del tutto abbandonati), ma richiede in molti casi un loro ‘superamento’ in nome di categorie irrazionali come l’intuizione, la sensibilità, il sentimento inconscio.

    Esaminando ordinatamente questo processo, vediamo alcuni esempi di quanto abbiamo detto. Brunetière enuncia, in una conferenza del 1896, un’idea di nazione di tipo biologico (la nazione come comunità di sangue e di stirpe) che richiede, però, per essere intesa e creduta, non dimostrazioni di carattere scientifico ma un atteggiamento di tipo fideistico. Qualche anno più tardi, Barres, lamentando il fatto che è difficile, se non impossibile, definire i francesi come razza, cerca di individuare comunque in un elemento mistico-irrazionalistico quella forte identità nazionale che sola può garantire ‘l’unità morale’ della Francia e garantirle il successo nella ‘lotta’ contro i nemici teutonici.

    Il germanesimo
    Sulle orme di Paul Anton de Lagarde (pseud. di Paul Anton Bötticher) e dei suoi Scritti tedeschi del 1878, in cui viene enunciata in modo organico una teoria mistica e spiritualistica della razza germanica come dotata di una superiore forza vitale che va preservata da ogni contaminazione, Wagner, Chamberlain e Weininger furono i teorici del ‘germanesimo’ che ebbe la massima influenza sulla cultura tedesca dell’inizio del secolo fino a influenzare profondamente un giovane austriaco destinato a una luminosa carriera politica: Hitler.

    L’imperatore Guglielmo II ebbe a scrivere a Chamberlain dopo aver letto le sue opere, nel 1910: ‘Ora tutto l’elemento ario-germanico che dormiva in me nel profondo doveva tirarsi fuori poco per volta in una dura lotta, entrava in aperto contrasto con la ‘tradizione’, si manifestava spesso in forma bizzarra, spesso in modo informe, poiché si muoveva in me per lo più inconsciamente e come oscuro presentimento, e voleva aprirsi una strada. Ora Lei viene e come con una bacchetta magica instaura ordine nella confusione, porta luce nell’oscurità, indica le mete a cui bisogna tendere e per cui bisogna lavorare, rende chiare le vie oscuramente presentite che debbono essere seguite per la salvezza dei tedeschi, e quindi per la salvezza dell’umanità.’

    Chamberlain fonde in uno i due filoni, quello scientifico e quello mistico, della teoria razziale, proclamando la sua fede darwinista e la sua adesione alle teorie craniometriche che ‘dimostrano’ inequivocabilmente il carattere superiore della razza ariana di cui i tedeschi sono gli esemplari più puri ed incontaminati, ma, negando la teoria dell’evoluzione (nel timore che essa dia qualche speranza alle razze inferiori di potersi un giorno elevare al di sopra del proprio stato), ripropone una visione ‘fissista’ delle razze destinate a rimanere per sempre collocate in una scala gerarchica immutabile: ‘Io seguo il grande naturalista nella scuderia, nel pollaio, nella serra, e dico che qui vi è qualcosa che conferisce un senso alla parola ‘razza’ è incontestabile e evidente a ognuno’. D’altro canto, egli privilegia ‘dimostrazioni’ di altra natura quando afferma: ‘Immediatamente persuasivo come nient’altro è il possesso della ‘razza’ nella propria coscienza. Chi appartiene a una razza decisamente pura lo sente di continuo [...] Senza preoccuparmi di dare una definizione ho mostrato la razza nel mio proprio petto, nelle grandi azioni del genio, nelle splendide pagine della storia umana’.

    Chamberlain considera pertanto illusoria e fantastica la nozione illuministico-kantiana di ‘storia universale’, dal momento che nega l’esistenza di una umanità unica, seppur bianca, e attribuisce importanza e rilievo storico solo alla ‘specie tedesca’ di umanità: ‘Appena parliamo di umanità in generale, appena ci illudiamo di scorgere nella storia uno sviluppo, un progresso, un’educazione, ecc. dell’’umanità’, noi abbandoniamo il sicuro terreno dei fatti e navighiamo in aeree astrazioni. Questa umanità su cui si è tanto filosofato ha infatti il grave difetto di non esistere. [...] La teoria dell’umanità impedisce ogni vera comprensione della storia e deve essere faticosamente sarchiata, come un’erbaccia [...] prima che si possa affermare, con speranza di essere compresi, questa verità evidente: la nostra attuale civiltà e cultura è specificamente germanica, è opera esclusiva del germanesimo. [...] Ciò che in essa non è germanico è un elemento patologico [...] oppure è merce straniera che naviga sotto bandiera germanica, che naviga finché non la mandiamo a picco.’

    Con Chamberlain e con Weininger si comincia a identificare nella cultura ebraica e nella ‘mentalità ebraica’ la ‘merce straniera che naviga sotto bandiera tedesca’ e nell’ebreo il veicolo di una ‘infezione’ che rischia di inquinare la purezza della razza germanica. Questo ‘processo infettivo’ data alla penetrazione in occidente del ‘cristianesimo giudaizzante’ ad opera dell’’ebreo’ Paolo di Tarso e del ‘meticcio’ Agostino di Ippona, proseguendo poi con la penetrazione di una ‘giudaica’ mentalità materialistica, individualistica e utilitaristica che confligge con la spiritualità ariana (vai alla citazione).

    L’equazione ebreo=donna=comunista
    Con Weininger, ebreo austriaco suicidatosi nel 1903, subito dopo la pubblicazione del suo Sesso e carattere, uno dei più violenti e famosi libelli antigiudaici dell’inizio del secolo, si instaura l’equazione ebreo=donna=comunista. Weininger costruisce quindi un tipo ideale ariano sulla base del sesso e della razza.
    Più grezza, ma non meno aggressiva, l’immagine dell'ebreo 'invasore' della Francia (alla ricerca, come si è visto, della propria identità nazionale) fornita da E. Drumont nel suo La France juive del 1886. Per fortuna, però, come dice Weininger: ‘Di fronte al nuovo ebraismo si fa strada un nuovo cristianesimo; l’umanità aspetta impaziente il nuovo fondatore di religioni e la lotta tende alla conclusione decisiva, come nell’anno uno’.

    Il verbo organicista e la caccia al diverso
    A sollevare gli intellettuali decadenti dell’inizio del secolo dal pessimismo che li aveva indotti a ritenere che, a causa della mescolanza delle razze e della ‘femminilizzazione’ e ‘giudaizzazione’ delle società e delle culture europee, esse fossero destinate a un inarrestabile tramonto, vennero i nuovi fondatori di religioni, portatori del verbo organicista, che tentarono di dare alla politica di potenza un fondamento razzistico e biologistico, realizzando il massimo del consenso interno attraverso lo scatenamento della ‘caccia al diverso’, nel tentativo di realizzare un modello di società uniforme, ordinata, gerarchica e militarizzata. Come osserva Enzo Collotti: ‘Se volessimo dare una definizione sintetica del tipo di società che sognavano i nazisti, prima ancora che rispondere facendo richiamo all’unità degli ariani, risponderemmo: una società senza diversi’. (vai alla citazione intera).

    Lo Stato come unità di stirpe ariana
    Darwinismo sociale e mistica razziale, argomentazioni desunte dalla tradizione scientista e da quella irrazionalistica, tradizionalismo e ultrarivoluzionarismo, sono ingredienti utilizzati, senza andare troppo per il sottile, nella costruzione del mito nazista in Germania a opera di Hitler e di una schiera di ideologi impegnati per la prima volta in Europa a realizzare concretamente i sogni ‘eugenetici’ di una grande potenza. Le ambizioni imperialiste tedesche sono volte prevalentemente all’Europa e in particolare alla conquista e ‘colonizzazione’ dell’est europeo; di qui l’insistenza sul ‘nemico esterno’ slavo che per di più, nella accezione russa, ha anche il difetto di essere bolscevico e pertanto inquinato da elementi ebraici.

    Il fulcro della concezione nazista dello Stato come ‘comunità popolare’ (Volkgenosse) intesa come unità di sangue e di stirpe ma fortemente gerarchizzata e guidata da un leader che ne rappresenta e incarna il destino, è enunciato con grande chiarezza dallo stesso Hitler quando teorizza l’incompatibilità tra nazionalismo razzista e democrazia (vai alla citazione).

    La politica eugenetica e la propaganda
    L’escalation istituzionale che conduce all’internamento di 18 milioni di persone nei campi di concentramento nazisti e allo sterminio di 11 milioni di loro, di cui 6 milioni ebrei, è descritta in efficace sintesi da Enzo Collotti (vai alla citazione).

    Pochi esempi dello sterminato armamentario propagandistico, spesso delirante, messo in atto dal nazismo per ‘dimostrare’ l’inferiorità e la pericolosità dell’ebreo, utilizzando, allo scopo di rendere diffusa e capillare la convinzione in proposito, tutti i mezzi di comunicazione di massa consentiti all’epoca, dai grandi raduni oceanici, alla radio, alla stampa, al cinema, alle pubblicazioni per la scuola e la gioventù: così si esprime Robert Ley nel 1935: ‘Ora vorremmo stabilire che cosa è l’ebreo. L’ebreo nacque nell’Asia anteriore. Nei secoli passati l’Asia anteriore era la borsa del mondo. Lì si incontravano i tre continenti, Africa, Asia e Europa. Era la via più breve dove il negro portava il suo avorio, l’europeo la sua ambra, gli asiatici le loro spezie. Lì scambiavano i loro prodotti e si mescolavano tra loro. Nacquero i mulatti, da neri e bianchi, poi arrivarono i popoli delle montagne del Caucaso e cacciarono questa palude di razze nel deserto arabico. In questo deserto erano ermeticamente isolati da tutti. Erano come in un grande ghetto. In questo ghetto questi mulatti non potevano che praticare rapporti incestuosi. Così questi meticci, di razza e di specie diverse, praticarono l’incesto dal quale nacque il parassita. Un parassita è un meticcio più sviluppato, un meticcio di razze e specie diverse fra di loro, prodotto dell’incesto. Così l’ebreo non è né una razza a parte né un meticcio; l’ebreo è un parassita. E’ importante sapere questo. E’ un parassita, l’unico parassita umano in tutto il mondo. Per questo è il polo a noi opposto.’

    Si legge nel libro di lettura ad uso dei bambini delle scuole primarie, Der Gifpilz (‘Il fungo velenoso’), pubblicato nel 1938: ‘Il piccolo Franz è andato con la mamma a cercare funghi nel bosco [...] Franz prende un fungo dal suo cesto. ‘Mamma, questo fungo non mi piace. E’ certamente velenoso!’ La madre scuote la testa: ‘Hai ragione. Questo è un fungo di Satana. E’ molto velenoso. Si riconosce subito dal colore e dal terribile odore. [...] ‘Qui ce n’è un altro campestre!’ grida Franz e prende un altro fungo. La madre atterrisce. ‘Per amor di Dio, Franz! Questo non è un campestre. Questo è un amanita falloide. E’ il fungo più velenoso, più pericoloso che ci sia. E’ doppiamente pericoloso perché si può facilmente scambiare. [...] I due prendono in mano i loro cesti e si avviano verso casa. Strada facendo la madre dice: ‘Guarda Franz, come accade per i funghi del bosco, lo stesso accade anche per le persone sulla terra. Ci sono funghi buoni e persone buone. Esistono funghi velenosi, funghi cattivi e persone cattive. E da queste persone bisogna guardarsi come dai funghi velenosi. [...] E sai anche chi sono queste persone cattive, questi funghi velenosi dell’umanità?’ incalza la madre. Franz si dà delle arie: ‘Certo, mamma! Lo so. Sono gli ebrei. Il nostro maestro ce lo dice spesso a scuola.’

    La politica eugenetica, che ha prodotto il tentativo di sterilizzazione dei malati mentali e degli handicappati fisici e psichici sancito dalla legge fin dal 1933, concentra l’attenzione sul dato biologico della purezza sessuale, non solo vietando la ‘mescolanza’ tra tedeschi puri e ‘non tedeschi’ ma cercando di costituire, attraverso le SS, una sorta di ‘allevamento’ di ariani puri, destinando i membri del corpo speciale, oltreché ad azioni di particolare livello di efferatezza, alla riproduzione di un selezionato campione della razza germanica.

    L’antisemitismo in Italia
    Si è spesso sostenuto che la penetrazione, dal 1938, dell’antisemitismo in Italia sia il prodotto artificiale dell’alleanza militare italo-tedesca (l’Asse Roma-Berlino) destinato a fare scarsa presa in un paese non affetto da tentazioni razziste. In realtà, se è sostenibile che l’antisemitismo laico e razzista non abbia solide radici in Italia, dove peraltro alligna un solido antisemitismo religioso di impianto cattolico, non è affatto sostenibile che la cultura italiana non abbia prodotto esempi di razzismo nei confronti delle popolazioni africane soggette al dominio coloniale italiano, siano esse arabe o ‘etiopi’; la differenza tra il razzismo italiano e quello tedesco o anglosassone è, semmai, nella minore presenza di un ‘razzismo interno’ rispetto a quello ‘esterno’, dovuta al fatto che l’Italia ha costruito il suo mito nazionalistico, dagli anni Dieci del Novecento al fascismo, intorno al tema della ‘nazione proletaria’, impegnata a costruirsi il suo impero combattendo contro lo strapotere delle vecchie potenze ‘plutocratiche’ e ‘borghesi’, facendo leva sulle virtù del suo laborioso popolo contadino. Dal discorso di Corradini L’Italia nazione proletaria del 1910 e dalla orazione pascoliana La grande proletaria si è mossa del 1911 si diparte un filone di pensiero populista e ‘antiborghese’, di cui il fascismo si farà interprete, che vede nell’avventura coloniale e nella politica imperialista uno strumento di riscatto e di emancipazione per una nazione che, risorta dalle ceneri degli antichi fasti imperiali di Roma, stenta a ritrovare la sua collocazione di grande potenza mondiale.

    C’è però un filo sottile che consente l’ambientazione, anche nell’Italia fascista a partire dal 1938, di tematiche antisemite che hanno avuto la loro espressione culturale nel Manifesto della razza, pubblicato nel luglio 1938 e nella fondazione della rivista ‘Difesa della razza’ e la loro espressione istituzionale nelle leggi razziali emanate fra il settembre e il novembre dello stesso anno. Oltre alla necessità di affermare il proprio arianesimo, seppure ‘mediterraneo’, di fronte al pericolo di essere identificati, come ‘europei del sud’, con razze inferiori, gli uomini del regime e gli intellettuali fascisti colgono dell’antisemitismo un aspetto congruente alla loro antica polemica nei confronti del materialismo, dell’utilitarismo, dell’individualismo e del cosmopolitismo tipici della cultura borghese moderna. Lo ‘spirito ebraico’ risulta assai simile, nelle descrizioni che ne vengono fornite dagli ideologi europei e in particolare tedeschi, allo spirito ‘borghese’ contro il quale il fascismo ha cercato in un ventennio di forgiare l’‘uomo nuovo’, capace di subordinare gli interessi personali ai superiori interessi della nazione, di privilegiare i valori ‘spirituali’ della patria e della potenza guerriera rispetto ai valori ‘materiali’ del benessere e del comfort, di identificarsi con lo Stato anziché piegare gli interessi dello Stato a proprio vantaggio. Nella lotta contro lo ‘spirito ebraico’ si poteva riciclare la lotta contro il ‘materialismo’ borghese e socialista e riaffermare i valori originari del fascismo ‘militante’, un po’ spenti dopo anni di regime.

    Il Manifesto della razza e le leggi razziali
    Il Manifesto della razza, pubblicato sul ‘Giornale d’Italia’ il 14 luglio 1938, recava le firme di personalità decisamente ‘minori’ della cultura italiana dell’epoca, per lo più sconosciute al grosso pubblico, con l’eccezione dell’antropologo razzista Cipriani e dello scienziato cattolico Nicola Pende, che peraltro ritirò prontamente la sua firma. La debolezza teorica del manifesto è evidente.

    Lo scopo di emarginare gli ebrei e impedire la ‘contaminazione’ della razza italiana venne raggiunto attraverso le leggi razziali che vennero in tre ondate successive tra il settembre, l’ottobre e il novembre 1938. La prima (5 settembre) espelleva dal territorio italiano gli ebrei di nazionalità straniera, di fatto ricacciando quegli ebrei che avevano trovato rifugio in Italia dalle persecuzioni in Germania. Inoltre venivano espulsi dall’insegnamento medio e universitario gli ebrei italiani. La seconda (6-7 ottobre) toglieva agli ebrei che non dimostrassero sicura fede fascista o non fossero eroi della prima guerra mondiale la cittadinanza italiana, considerandoli razzialmente estranei. La terza (17 novembre) introduceva i provvedimenti ‘eugenetici’ per la difesa della razza, vietando i matrimoni fra ariani ed ebrei e annullando i matrimoni già contratti e imponendo l’indicazione della razza di appartenenza sui documenti di identità. In seguito vennero adottati provvedimenti ancor più restrittivi, sull’esempio di quelli nazisti, vietando agli ebrei di possedere radio riceventi, di frequentare luoghi di villeggiatura, di pubblicare libri ed escludendo i loro nomi dagli elenchi telefonici.. [...]
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  8. #68
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    da www.shalom.it

    " Antiamericanismo e antisionismo sono il filo rosso che unisce Durban a New York
    Dalla teoria alla pratica

    di Fiamma Nirenstein


    --------------------------------------------------------------------------------

    Dopo che i terroristi islamici hanno seminato morte e distruzione nel cuore degli Stati Uniti, non posso fare a meno di tornare con la mente all'esperienza di Durban, dove ho sperimentato l'angoscia del retroterra teorico di quello che, nella pratica, è poi accaduto a New York e a Washington: in Africa ho visto il sincretismo dell'ideologia della Guerra Fredda con quella arabo-islamista; ho visto il fallimento della "società civile", le cui organizzazioni non governative (ONG) esistevano, proprio come ai tempi dell'URSS, solo a patto di pagare il loro pedaggio alla ideologia dominante dell'ONU. Nonostante la debole opposizione dei Paesi Occidentali, contro gli Stati Uniti che avevano fatto con Israele la scelta più ragionevole: andarsene dalla pazza folla.
    Tornavo a Tel Aviv da Durban pochi giorni or sono: sull'aereo che durante la notte mi riportava in Israele, restavo in un dormiveglia intriso di angoscia. Pensavo agli ebrei che giravano con le targhette di riconoscimento rovesciate e si toglievano la kippà per non essere assaliti; alle riunioni delle ONG dominate dai palestinesi trasformate in tribunali per supposti crimini contro l'umanità, da cui gli ebrei sono stati spesso estromessi e tacitati con la forza; come sintomi di ubriachezza o di malattia, mi balenavano gli incredibili contenuti dei documenti preparatori che sostenevano che l'America è la causa dei mali di tutto il mondo e Israele è uno stato razzista, un Paese di apartheid. Il consesso internazionale veniva chiamato durante la conferenza sul razzismo a pronunciarsi per una condanna totale degli ebrei e di Israele, a dichiarare illegittima la sua esistenza. E ad addossare agli Stati Uniti le colpe di fondo dell'oppressione dell'umanità, della schiavitù, dell'arretratezza. E non si facciano errori: le ONG, nonostante la lotta strenua di alcuni coraggiosi (fra cui gli italiani devono conoscere il nome di Massimo Pieri e del suo gruppo di ragazze e ragazzi infaticabili) hanno prodotto il peggiore di tutti i documenti possibili, chiamando la "società civile" mondiale, dai maja ai tibetani a tutti gli oppressi dal razzismo, a fare loro la lotta contro Israele come fosse una lotta etica, di diritti civili, ad avventarsi contro Israele e a condannare gli USA. E' vero, molti gruppi etnici e culturali lamentavano il "sequestro" della Conferenza da parte palestinese, ma gli stessi (salvo pochissimi) prima di parlare dei propri diritti calpestati si affrettavano a porgere un tributo alle sofferenze del popolo palestinese, terribili sofferenze inflitte senza tregua dagli ebrei, un popolo terribilmente criminale, assassino, genocida, sostenuto dagli americani: questo era il prezzo da pagare al politically correct del linguaggio globalizzato di sinistra, cui nell'assemblea della Conferenza hanno dato voce Fidel Castro e Arafat con accenti d'odio. Tracce più o meno potenti di questo odio si potevano trovare in quasi ogni intervento dei leader africani e mediorentali. E il documento finale, frutto di grandi scontri con i Paesi del Terzo Mondo, non è affatto, come si è voluto ripetere in maniera consolatoria e compromissoria, un buon documento: basti pensare che l'Olocausto e l'antisemitismo, lungi dall'essere indicati come le peggiori espressioni del razzismo nel documento dedicato a questo, sono confinate esclusivamente nella parte dedicata al Medio Oriente.

    Basti pensare che l'unica parte che parli di un conflitto politico è quella sul Medio Oriente. E che la piattaforma di Arafat, ovvero il "diritto al ritorno" e la "commissione internazionale" sono nella risoluzione di una Conferenza sul razzismo!

    Tornata in Israele, lo stesso giorno ci sono stati quattro attentati, di cui due suicidi, con cinque morti. E poi, l'immenso disastro americano. Per chi ha visto Durban, la connessione fra la dimensione teorica di quell'evento e la pratica omicida di questo, è evidente: l'odio antiamericano che si condensa nell'odio contro Israele si nutre infatti non certo del conflitto territoriale mediorientale, ma dell'idea base che esistano delle forze del Bene e delle forze del Male, in cui il Male è tutto identificato con l'avidità, la corruzione, la indegnità dell'Occidente. La maggior parte dei leader del Terzo Mondo hanno applaudito deliranti interventi sulle colpe americane e di Israele, il colonialismo, l'imperialismo, il razzismo, lo sfruttamento, la criminalità, in cui (e qui sta il punto) il pastone ideologico della Guerra Fredda, il vittimismo-trionfalismo della sinistra dei tempi della Guerra Fredda, si trasformava, era la stessa cosa del vittimismo trionfalismo dell'Islam estremo (sperando che quello moderato si faccia vivo, condanni, dica - prima o poi - qualcosa). L'antiamericanismo che si compendia nell'idea che l'Occidente sia il corruttore della natura buona dell'uomo, che occupi ciò che non gli appartiene, che il consumo lo renda feroce, che debba giungere un giorno il regno del Bene sgominando senza pietà il nemico, hanno traslocato nella battaglia islamista-antimperialista che ha poi creato il disastro di New York. La chiave "Israele" è là dai tempi della Guerra Fredda, appunto: il nemico sionista, l'aggressore colonialista, il razzista persecutore, è la bandierina che segnala la nuova divisione del mondo in blocchi, e da cui è nato l'attacco alle Twin Towers e al Pentagono. E da cui nasce ogni giorno, parimenti, l'attacco alle discoteche, alle strade, ai ristoranti in Israele. Che cosa doveva fare negli anni Settanta una conferenza contro il razzismo se non indicare i colpevoli in Americani e Israeliani? E che deve fare oggi? Lo stesso.

    Se si guarda la collezione di scritti e dichiarazioni che riguardano l'America e Israele ben prima dell'amministrazione Bush e di questa Intifada, si capisce che né la politica Americana, né lo scontro attuale sono cause dell'incontenibile odio che porta al terrorismo suicida, quale che ne sia la dimensione. Scriveva Al hajatt Al Jadida, il giornale dell'Autonomia palestinese: "La storia non ricorderà gli USA, ma ricorderà l'Iraq, culla delle civiltà, e la Palestina, culla delle religioni. Dall'altra parte, gli assassini dell'umanità, i creatori della cultura barbara e vampiri delle nazioni sono destinati alla morte". E quindi si scrive in altra parte del giornale: "la Casa Bianca deve diventare nera".

    Fiamma Nirenstein
    "

    Shalom!!!

  9. #69
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    Predefinito Buon Compleanno Israele!!!

    da www.israele.net

    " Israele: un fotografia all'eta' di 55 anni

    Un articolo del prof. Sergio Minerbi
    7 maggio 2003

    Il 55esimo Giorno dell'Indipendenza iniziato martedi` sera e` stato preceduto come al solito dal Giorno della Rimembranza per ricordare i 21.460 caduti nelle guerre d'Israele. Questo fatto da solo toglie molta retorica alle celebrazioni e ricorda ai cittadini quanto sangue sia costata questa indipendenza, quanti morti sono sepolti nei cimiteri militari.
    Gli israeliani si precipitano nella natura; la settimana scorsa almeno mezzo milione di persone sono straripate a bordo di veicoli, possibilmente a quattro ruote motrici, fuori delle citta` attraverso i campi e le colline sotto un sole che brucia. Anche l'umore della popolazione, pessimo in seguito al terrorismo e l'incomprensione europea, e` migliorato. La Borsa di Tel Aviv e` salita del 34% negli ultimi tre mesi e il tasso di cambio del dollaro (l'altro lato della medaglia economica) e` sceso per la prima volta da 16 mesi a meno di 4,50 shekel per dollaro ossia alla quota dell'inizio del 2002.
    Secondo le piu` recenti statistiche, Israele conta oggi 6,7 milioni di abitanti, dei quali 5,4 milioni di ebrei, ossia l'81% della popolazione totale, contro 806.000 anime nel 1948 quando fu fondato lo Stato d'Israele. L'immigrazione continua e nei dodici mesi precedenti sono arrivati 31.000 nuovi immigranti, tra i quali 5.000 dall'Argentina.
    Gli Arabi sono 1,3 milioni (erano 150.000 nel 1948), in maggioranza mussulmani, ed il 9% sono cristiani. Gerusalemme e` una metropoli di 680.000 abitanti con un alto tasso di fertilita` dovuto agli ultra-religiosi ebrei e ai mussulmani arabi.
    Nei dodici mesi scorsi sono nati 140.000 neonati, dei quali almeno 15.000 all'ospedale Soroka di Beer Sheba.
    La nomina di Abu Mazen a primo ministro palestinese fa sperare che si possa arrivare quanto prima ad una tregua e successivamente a un accordo, anche se lunedi` sera il Fatah di Arafat ha ucciso un giovane israeliano a bordo di un veicolo ferendo gravemente la figlia di sei anni e un altro passeggero.
    L'attentato di Tel Aviv e` stato compiuto da due pakistani con passaporti britannici, terroristi che non sono ne` umiliati ne` disperati ma piuttosto militanti di organizzazioni mondiali che oltrepassano talvolta i palestinesi, e sono istruiti, spesso universitari, aizzati dai fondamentalisti islamici.
    La maggioranza degli israeliani, il 53%, e` soddisfatta di Sharon, sostiene Abu Mazen (46%) divenuto ormai parte dell'orizzonte politico israeliano, ed appoggia la "road map" americana col 52%. Da Damasco per la prima volta dopo molti anni arrivano per vie traverse voci che richiedono il dialogo e Sharon dichiara la sua disponibilita`.
    Tutto va bene, madama la Marchesa? Certamente no, la societa` israeliana soffre di un divario eccessivo fra i salari piu` bassi e quelli piu` alti, di un numero di disoccupati che oltrepassa i 200.000, di un livello educativo nelle scuole che lascia a desiderare. Gravi le divergenze fra laici e religiosi ebrei, e fra ebrei ed arabi che minacciano la compattezza sociale. La crescita del Pil e` per ora solo una speranza, legata al ritorno del High Tech nel quale Israele eccelle. Ma un rapido sguardo indietro al maggio 1948, quando nacque lo Stato, permette di essere soddisfatti del cammino percorso.
    (Sergio Minerbi per israele.net, 6.05.03)
    "

    Shalom!!!

  10. #70
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    dalla rete:

    " "Il problema ebraico" delle Nazioni Unite - L'antisemitismo ha trovato un comodo rifugio nell'East River


    di Ruth R. Wisse, Docente di Letteratura Yiddish alla Harvard University


    JEANE KIRKPATRICK scrisse una volta che quando insegnava scienze politiche c'erano due misteri che non riusciva a capire: come era potuto accadere l'Olocausto e come il resto del mondo lo aveva lasciato accadere. Le cose divennero chiare quando ebbe il posto di ambasciatore americano alle Nazioni Unite nel 1981. L'antisemitismo di molti stati membri, e la riluttanza degli altri a compromettere la propria neutralità nel mentre si perseguivano i propri fini politici, erano quasi altrettanto evidenti durante il suo mandato alle Nazioni Unite di quanto lo erano stati in Europa quattro decenni prima. Il 18 marzo scorso, il segretario generale dell'ONU Kofi Annan ha diffuso sui media una lettera in cui diceva al primo ministro israeliano Ariel Sharon che Israele doveva porre fine a ciò che egli definisce "occupazione illegale" dei territori palestinesi. Questa affermazione era falsa. Come George P. Fletcher notava sul New York Times, e come altri esperti legali hanno da tempo asserito, "non è illegale per le potenze vittoriose occupare un territorio ostile confiscato nel corso di una guerra finché esse non sono in grado di negoziare un valido trattato di pace con i vecchi nemici. Come riconoscimento di questo precetto, a seguito della guerra del giugno 1967 il Consiglio di Sicurezza approvò la risoluzione 242 che richiedeva ad Israele il ritiro "da territori" e non "dai territori", evitando coerentemente l'implicazione che l'occupazione in se stessa fosse illegale. Annan non solo ha trascurato questa distinzione cruciale, ma ha poi sminuito il significato della sua terminologia - con la perversa giustificazione che tale incriminazione di Israele era successivamente diventata un concetto accettato all'interno della sua organizzazione. Ciò a cui Annan avrebbe dovuto di porre fine e la pernicioso ruolo dell'ONU come istigatore e favoreggiatore di una possibile conflagrazione internazionale. L'assalto dell'ONU su Israele, in lampante violazione del suo Statuto, rivaleggia adesso addirittura con l'indottrinamento anti-ebraico che precedette la Seconda Guerra Mondiale. La stessa organizzazione che ha il compito di assicurare uguale protezione a tutte le nazioni, grandi o piccole, è diventata la punta avanzata dei tentativi di distruggere uno dei suoi membri più vulnerabili. Nel primo dibattito sulla Palestina alle Nazioni Unite fu fissato lo schema per tutto ciò che è seguito. Il 29 novembre 1947, con una maggioranza di due-terzi dell'Assemblea Generale fu adottata la raccomandazione del Comitato Ad Hoc Sulla Palestina per dividere la zona già divisa (in cui la Giordania ebbe la parte del leone) in uno stato arabo ed uno stato ebraico. Gli ebrei accettarono la spartizione; gli arabi vi si opposero con la forza. Nonostante la risoluzione desse agli ebrei solo un pezzetto di ciò che la Dichiarazione Balfour del 1917 aveva promesso loro e una frazione di ciò che storicamente era stata la loro madrepatria, essi fondarono Israele sulla terra che era stata loro accordata. L'ONU non intervenne quando cinque stati arabi attaccarono il nuovo stato, giurando di voler spingere i suoi abitanti in mare. Per i successivi 53 anni gli stati arabi combatterono Israele e non dovettero mai attenersi al risultato delle loro sconfitte militari. Essi scoprirono presto che l'ONU si sarebbe rimessa al loro beneficio politico e demografico piuttosto che andare in difesa di Israele. Vale la pena chiedersi perché gli arabi non accettarono la divisione della Palestina ed incoraggiarono gli arabi-palestinesi a sviluppare la loro indipendenza. Gli stati arabi sostengono di opporsi ad Israele poiché gli ebrei privarono gli arabi delle loro terre, ma con il rifiutare la spartizione della Palestina, sono loro stessi che hanno insistito nel mantenere i palestinesi senza-patria. Se i governi arabi avessero sistemato i loro confratelli come Israele fece con gli ebrei profughi dalle nazioni arabe, non avrebbero avuto la prova della prevaricazione ebraica su cui basare la loro politica della rimostranza. Il mantenere i palestinesi nei campi profughi fu una strategia calcolata per organizzare la politica araba in una perpetua opposizione agli ebrei. L'ONU fu incaricata di sostenere un popolo che i suoi compagni arabi erano determinati a mantenere come profughi. Essi conservarono e amministrarono gli squallidi campi profughi. E questi campi - la conseguenza della politica araba - sono stati usati per dimostrare l'iniquità di Israele. Riconosciamo che l'ONU non può mediare con successo tutte le controversie internazionali che ricadono sotto la sua egida, ma in nessun altro caso eccetto quello di Israele l'organizzazione è diventata l'arma dei belligeranti contro uno dei suoi membri. Quando l'ONU subentrò nei campi profughi, invece di far sì che i governi arabi risistemassero i loro fratelli arabi, li assolse dalla responsabilità per la loro aggressione e perpetuò la "prova" evidente che Israele aveva cacciato i palestinesi. Allo stesso modo, a seguito di ogni sconfitta sul campo di battaglia, gli arabi ricorsero all'ONU per porre fine al conflitto in maniera tale da precludere la necessità di ammettere la legittimità di Israele e da accusare Israele retroattivamente della responsabilità della loro guerra contro di esso. Gli assalti arabi avevano lasciato Israele con in mano delle terre oltre i confini originali. Quei territori che Israele aveva guadagnato con una guerra di autodifesa venivano ora esibiti come prova dell'espansionismo ebraico. Ancora volta, come nel caso dei campi profughi, gli arabi presentavano le conseguenze della loro aggressione come causa della stessa. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, fondata nel 1964, prima che Israele entrasse in possesso dei territori contesi della West Bank e di Gaza, veniva sempre più finanziata dai governi arabi come risposta alla conquista dei territori da parte di Israele. Subito dopo la guerra di Yom Kippur nel 1973, avendo fallito il terzo assalto coordinato per far sgombrare Israele, gli arabi si unirono al blocco comunista per aprire un nuovo fronte di propaganda alle Nazioni Unite. I governi arabi riciclarono gli slogan sovietici degli anni 30 e usarono la loro influenza per far passare una risoluzione che definiva il sionismo come razzismo. Il sionismo è la credenza che gli ebrei dovrebbero avere uno stato. Israele è quello stato - come sancito dall'ONU. Usando la tecnica della Grande Bugia, gli arabi che rifiutarono di riconoscere lo stato ebraico accusarono gli ebrei di reato razziale per il peccato di desiderare una terra propria. L'ONU sostenne questo nuovo tipo di antisemitismo per i successivi quindici anni. Ancora una volta, come negli anni 30, si era formato un asse antidemocratico in opposizione al popolo ebraico, solo che questa volta il suo pulpito era la stessa ONU. Con l'approvazione della risoluzione sionismo - è - razzismo, i capi arabi dimostrarono che era possibile arruolare l'ONU per perseguire uno stato membro. Quando la risoluzione sionismo - è - razzismo fu sconfessata, grazie all'iniziativa degli Stati Uniti, non venne fatta alcuna scusa al popolo ebraico per la campagna di diffamazione. E né la segreteria, né la burocrazia delle Nazioni Unite fecero alcun tentativo per neutralizzare il veleno che era filtrato nell'arena internazionale. Ai governi arabi, invece, fu permesso l'uso della percezione che avessero incoraggiato l'illegittimità di Israele per dirottare una crescente porzione del tempo e delle risorse delle Nazioni Unite - circa il 30% degli incontri del Consiglio di Sicurezza - per un paese che contiene circa un millesimo della popolazione mondiale. Infatti, la campagna antiebraica delle Nazioni Unite raggiunse picchi straordinari alla Conferenza delle Nazioni Unite contro il Razzismo, la Discriminazione Razziale, la Xenofobia e l'Intolleranza che fu tenuta a Durban, in Sud Africa, poco prima dell'11 settembre 2001. Nelle parole di un osservatore "Una coalizione guidata da regimi che perseguitano le loro stesse popolazioni - e in alcuni casi ospitano terroristi internazionali - ha cercato con una dichiarazione formale di delegittimare lo stato ebraico, demonizzare il suo popolo e mobilitare un movimento globale contro la sua esistenza come nazione". Persino studenti di vecchia data dell'antisemitismo sono rimasti scioccati dal livello dell'invettiva antiebraica alla conferenza, che ovviamente aveva lo scopo di sviare le critiche verso molti dei regimi che avevano montato l'attacco. L'ossessione per Israele delle Nazioni Unite è ormai un luogo comune come la natura da lupo nel lupo della favola di Esopo. Il mese scorso in relazione alla quarantaseiesima sessione della Commissione sullo Stato delle Donne dell'ONU, nella quale gli Stati Uniti hanno cercato di promuovere una risoluzione sulla situazione delle donne e delle bambine in Afghanistan, Kate O'Beirne scrisse stancamente: "Infine c'era solo un appello. Quello annoso e persistente delle Nazioni Unite: la condanna di Israele."In un'altra recente sessione, la Commissione dei Diritti Umani ha approvato una risoluzione per il Congo (popolazione: 43 milioni), nessuna sul Burundi (6 milioni), Somalia (7 milioni), Angola (10 milioni), o Algeria (31 milioni), ma cinque risoluzioni sui "Territori Arabi Occupati" (popolazione: 3.5 milioni). La studiosa canadese di giurisprudenza Anne Bayefsky, che è specializzata in studi sui profughi, afferma che quest'operato delle Nazioni Unite "dovrebbe essere di imbarazzo per ogni membro democratico dell'ONU. La tragedia e il pericolo è che non lo è".i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.

    Dal «Corriere della Sera»
    "

    Shalom!

 

 
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