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    Rigolf Hennig

    Gli Stati Uniti e le lobbies mondialiste
    hanno posto le premesse
    della III Guerra mondiale

    Ormai ogni osservatore degli avvenimenti internazionali lo sa: il 21° secolo sarà caratterizzato da guerre, ma ancora non si sa se esse saranno regionali o globali. Le opinioni divergono su questo argomento. Gli uni stimano che non si produrranno più i conflitti classici di tipo militare, gli altri pensano che le potenzialità conflittuali si accumulino su scala regionale. Rigolf Hennig crede da parte sua che stiamo per passare (o che siamo già passati) da una seconda Guerra mondiale, conclusa senza mai essere stata seguita da un trattato di pace, ad una Terza Guerra mondiale. Speriamo che il prossimo decennio non gli dia ragione.
    - SYNERGIES EUROPÉENNES -



    Nessuno vuole la guerra, ma nessuno oggi si accorge dei segni premonitori del nuovo conflitto globale che si delinea all’orizzonte. Pertanto, l’occhio dell’osservatore intelligente non può più tralasciare niente.

    Sono gli stessi cenacoli che la preparano, quelli che hanno innescato le due guerre mondiali, del 1914-18 e del 1939-45, che, di fatto, hanno formato insieme una guerra di 30 anni. Questi cenacoli sono le conventicole di coloro che approfittano delle guerre, che non tollerano alcuna potenza a fianco della loro e che attaccano senza tregua tutti coloro che si oppongono al loro "ordine mondiale". Questa guerra di 30 anni che tutti credevano terminata, ma che in realtà era mascherata da un armistizio, corre il rischio di diventare una guerra di 100 anni.

    Il motivo? Il danaro! Le guerre rendono danaro, molto danaro, e l'enorme bolla finanziaria sospesa sul mondo rischia di scoppiare assai presto, se essa non viene investita nella catastrofe della guerra che, in qualsiasi caso, permetterà di accumulare dei profitti.

    A questa necessità finanziaria di fare la guerra si aggiunge una nuova configurazione geostrategica, che si sta via via sviluppando e rischia di tagliare, con la precisione di un paio di cesoie, il filo conduttore della strategia globale americana, elaborata presso gli intellettuali della costa atlantica.

    Questo nuovo elemento geostrategico è rappresentato dalla nuova potenza continentale cinese che cresce regolarmente e silenziosamente di forza ogni anno, ogni mese e ogni giorno, non solo all’interno del suo spazio di base cinese, ma nel mondo intero, ovunque vivano dei Cinesi.

    La Cina dispone della carta strategica di un enorme esercito permanente di terra e di una riserva smobilitata e si dota sempre più di tecnologie ipermoderne delle quali è in grado di servirsi, compresi missili, armi atomiche e tecnologie informatiche; contemporaneamente, gli Stati Uniti perdono la loro compattezza demografica sul proprio territorio, dove l’immigrazione dei Latini e le rivendicazioni dei Neri non cessano di accrescersi, indebolendo l’edificio sociale. Se gli strateghi della costa dell’Est vogliono veramente dominare il mondo a venire, allora devono intervenire il più rapidamente possibile. Ora o mai più!

    Questi uomini sono perfettamente coscienti della situazione. Essi l’hanno prevista e hanno preparato le loro risposte. Si può trarre questa conclusione dopo aver osservato alcuni prolegomeni. Il giornalista Günter Leykles li ha riassunti brillantemente in una sinossi didattica, apparsa tra il giugno 1999 e il marzo 2000). Ecco i punti principali:

    - I lavori preparatori per giungere ad una unione monetaria ed economica mondiale, sotto la direzione del FMI, sono stati ultimati.

    - In Europa occidentale, l'addestramento, l’inquadramento e la preparazione al combattimento di "forze di mantenimento della pace", sotto l’egida degli Stati Uniti, sono ugualmente stati conclusi e inglobano tutti gli uomini in grado di combattere negli eserciti dell’Europa occidentale.

    - Le "epurazioni" a cui si è assistito tra i ranghi della Bundeswehr tedesca hanno allontanato tutte le personalità che hanno ancora una coscienza nazionale; questa epurazione è un lavoro preliminare per assicurarsi le spalle sul piano operativo.

    - La trasformazione di tutte le grandi aziende in società anonime internazionali, che, in fin dei conti, sono tutte accreditate alla Borsa di New York, colloca inesorabilmente il controllo dell’economia mondiale e dei capitali nelle mani dei sostenitori del "Mondo Unipolare". Alla fine, noi otteniamo una sorta di Stato mondiale che assorbe senza riguardo le economie nazionali.

    - La rete ECHELON permette, in questo contesto, di sorvegliare strettamente l’insieme delle attività di tutti i cittadini, di qualunque paese essi siano.

    - L'accerchiamento della Russia è stato completato. I Balcani servono da testa di ponte per controllare il corridoio caucasico, allo scopo di impadronirsi del bacino del Caspio in Asia centrale.

    - Contemporaneamente, l’accerchiamento della Cina giunge così al completo..

    Dopo gli ultimi avvenimenti, il Vietnam parteciperà anch’esso a questo accerchiamento, mentre, recentemente, a Taiwan, si è insediato alla poltrona presidenziale un uomo che ha chiaramente rifiutato una rapida riunificazione delle due Cine.

    Infine, Clinton si è recato in India, per tentare, sembra con un certo successo, di ottenere almeno una benevola neutralità da parte di questo sub-continente ormai dotato dell’arma nucleare.

    Questa evoluzione si accelera rapidamente, anche se si ha ancora l’impressione di essere di fronte ad un mosaico di elementi disparati, ma, a forza di esercitare l’occhio, si finisce per trovarsi di fronte ad una immagine che suscita spavento od orrore.

    Pensiamo a certe politiche in apparenza anodine, come la raccomandazione ufficiale di aumentare la scorta dei combustibili petroliferi da riscaldamento, "nel caso che questo venga razionato per un periodo di quattro anni". Dunque il processo di razionamento dei combustibili per riscaldamento è in corso.

    Più chiaro ancora: in Germania, tutte le persone che appartengono per la loro professione al settore sanitario, compresi i medici, hanno appena ricevuto un numero di registrazione nel gennaio 2000, che concede loro una priorità, “secondo l’ordinanza del 26 novembre 1997 sulle telecomunicazioni e la sicurezza". Questa priorità riguarda le comunicazioni telefoniche classiche e l’accesso a internet; "in caso di catastrofe" gli interessati saranno connessi alle reti in modo più rapido. Le autorità tedesche prevedono dunque delle "catastrofi". Quali?

    E ancora: il giornale svizzero Zeitfragen (21 febbraio 2000) riferisce che l’esercito elvetico, malgrado le restrizioni di bilancio, ha chiesto a 56 ospedali scelti su tutto il territorio della Confederazione, di dotarsi ciascuno, in due fasi, di 1000 letti supplementari, con relativo materiale e personale; perciò, 56.000 letti supplementari faranno parte della dotazione ospedaliera svizzera, anche se questo paese è già ben fornito in materia.

    Che cosa prevedono dunque i governi tedesco e svizzero per affrontare un numero così elevato di vittime?

    Tutti questi segnali, inequivocabili, ci fanno temere che la Germania sarà ancora il centro di una nuova catastrofe o bisogna credere, con i più ottimisti, che è già sin da ora preventivato che tutta l’Europa centrale divenga le retrovie del campo di una battaglia che si svolgerà verosimilmente tra il bacino del Caspio e l’Asia centrale. Ma lo spostamento del teatro delle operazioni non esclude minimamente che la Svizzera, l’Austria, l’Ungheria e la Germania saranno risparmiate o rimarranno al sicuro.

    Molteplici scontri regionali possono servire da detonatore a questo prossimo grande conflitto. Ma io propendo piuttosto per Taiwan, da dove gli Americani minacciano la Cina continentale, per mezzo dei cino-nazionalisti dell’isola. Il giornale Der Preusse, nel suo numero del gennaio 2000, ha avanzato l’ipotesi che il conflitto si innescherà lì, ma sarà limitato, vista la potenza che la Cina continentale ha già accumulato. Ma, altri potrebbero anche avanzare l’ipotesi che è proprio questa potenza che potrebbe divenire il detonatore e indurre i mondialisti a provocare questa guerra di cui hanno bisogno.

    La Germania sarà in grado di proclamare la propria neutralità? E così gli altri Europei? Se essi ne hanno il coraggio, i mondialisti dovranno arretrare. Anche se provvisti del formidabile arsenale americano, essi non possono realizzare il loro programma senza gli Europei e senza i Tedeschi.



    SYNERGIES EUROPÉENNES
    Bruxelles, 28 maggio 2000
    Segreteria Europea



    Originale pubblicato su "Arctogaia" http://www.arctogaia.com/
    e "Eurasia" http://eurasia.com.ru/
    Traduzione dalla versione inglese pubblicata da Archivio Eurasia
    http://utenti.tripod.it/ArchivEurasia/index.html
    a cura di "Belgicus"
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #22
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    Robert Steuckers

    La minaccia culturale americana

    Quando esaminiamo la storia di questi ultimi due secoli, dobbiamo constatare che, malgrado i discorsi tranquillizzanti e minimizzanti, esiste un’opposizione radicale riguardo i principi fondamentali della politica, tra l'Europa e l'America. Fin dall’inizio della storia americana, della storia degli Stati Uniti in quanto Stato indipendente, vi è stato confronto con il vecchio continente. Quando le tredici colonie nord-americane hanno voluto staccarsi dall'Inghilterra, esse hanno voluto contemporaneamente staccarsi dall’Europa, rompere con il passato, la memoria, la fonte originaria che questa rappresenta per tutti i popoli di stirpe europea. Ma questa volontà di rottura era già insita nella società coloniale americana del 1776, la cui cultura era profondamente marcata dal pensiero utopico. I pellegrini del Mayflower, padri fondatori della nazione americana, erano dei dissidenti religiosi inglesi, dei gruppi umani che volevano realizzare l'utopia sulla terra facendo tabula rasa delle istituzioni nate dal passato. Opponendosi ai diversi strati dell'establishement britannico così come ai modi di vita ancestrali dei popoli germanici e celtici delle Isole Britanniche (la "buona vecchia Inghilterra"), i “ dissidenti " (Levellers, Diggers, Fifth Monarchists, Seekers, Ranters, Baptists, Quakers, Muggletonians, etc.) non ebbero più altra soluzione che emigrare in America, che installarsi su terre vergini dove essi potevano creare di sana pianta la società ideale secondo la loro aspirazione (Cfr. Christopher Hill, The World Turned Upside Down. Radical Ideas during the English Revolution, Penguin, Harmondsworth, 1975-76). Queste sperimentazioni socio-politiche di natura religiosa e settaria hanno fatto dell’America lo spazio della novità per la novità, del nuovo perpetuo, lo spazio dove si realizzerà concretamente la fine della storia, dove il cammino della storia arriva al suo termine, dove gli uomini emettono un grande sospiro di sollievo perché non dovranno più combattere un destino subdolo, sempre accanito, che non lascia loro alcuna pace, perché essi non dovranno più accettare compromissioni concilianti e incontrare così la purezza utopica dei loro sogni religiosi. In breve, l'America, è il paradiso degli insoddisfatti d'Europa.

    Nel 1823, Monroe proclama la sua celebre dottrina ("L'America agli Americani"), dietro la quale si dissimula, appena velatamente, la già antica volontà di rompere definitivamente con il Vecchio Continente. Nell’ottica degli Americani dell'epoca di Monroe, il Nuovo Mondo è il ricettacolo della libertà, mentre il Vecchio Mondo, che era appena uscito dalla tempesta napoleonica e si dibatteva nell’imposizione della Restaurazione, è la fonte di tutti gli oscurantismi. Questa discriminazione, che induce la Dottrina di Monroe, costituisce di fatto una dichiarazione di guerra eterna all'Europa, alla storia in quanto trama di vicissitudini tragiche inevitabili, alla memoria come arsenale di strategie per fare fronte a queste vicissitudini, a tutto ciò che non è utopico-americano, ossia prodotto di una dichiarazione di principi disincarnati e di una spontaneità sentimentale senza radici né passato.

    Davanti a questa arroganza utopico-americana, vi è stata scarsa reazione in Europa. Le vecchie nazioni del nostro continente non hanno rilevato la sfida di questa nazione coloniale indebitata, remota, che nessuno all’epoca prendeva molto sul serio. Un diplomatico ha tuttavia reagito in una maniera sorprendentemente moderna; era Johann Georg Hülsemann, un hannoveriano al servizio dell'Austria. Alla Dottrina di Monroe, egli intendeva opporre un principio di medesima natura, ossia "l'Europa agli Europei". In questo spirito, ciò significa che gli Americani, da una parte, e gli Europei, dall'altra parte, devono forgiare e applicare dei principi di diritto e di organizzazione economica distinti, fondati su basi filosofiche e fattuali differenti, chiuse le une in rapporto alle altre. La realtà americana, ossia l'insediamento di persone sradicate su un territorio vergine (come tutti gli Europei dell’epoca, Hülsemann non teneva assolutamente conto del fattore rappresentato dagli autoctoni amerindi), permetteva la nascita più agevole di un liberalismo utopico e puro, mentre la realtà europea, intreccio assai complesso legato da una storia movimentata, che ha lasciato dietro se stessa un groviglio multiplo di strati socio-demografici spesso antagonisti, deve elaborare una strategia d'organizzazione conservativa, conciliante, fatta di compromessi multipli e riluttante ad ogni schematizzazione settaria.

    Quando scoppia la Guerra civile americana, che durerà dal 1861 al 1865, l'Europa perde la sua ultima occasione di spezzare definitivamente l’unità territoriale e statale degli Stati Uniti, prima che questi divengano una grande potenza, ricca di risorse molteplici, in grado di fare pericolosamente concorrenza a tutte le potenze europee riunite. La Francia e l’Inghilterra sostengono il Sud; la Prussia e la Russia sostengono il Nord: si constata dunque che non c’è stata coesione europea. Si sarebbe dovuto sostenere il più debole contro il più forte, esattamente come l’Inghilterra aveva sostenuto gli Stati più deboli d’Europa contro Napoleone. Il territorio attuale degli Stati Uniti sarebbe senza dubbio stato diviso in tre o quattro Stati (uno a Nord, uno a Sud, uno Ovest e con un’Alaska rimasta russa) più o meno antagonisti e il Canada come il Messico avrebbero acquisito più peso. Il continente nord-americano sarebbe stato “balcanizzato” e non avrebbe potuto intervenire con tanto peso nelle guerre europee del XX secolo.

    Quest’ultima possibilità, l'Europa non l’ha colta al volo e, due anni dopo la guerra di Secessione, gli Stati Uniti, definitivamente unificati, innescano il loro processo di espansione: nel 1867 la Russia zarista vende l’Alaska per finanziare le sue guerre in Asia centrale. Nel 1898, con la guerra ispano-americana, gli Stati Uniti vincitori acquistano non solo le isole dei Caraibi (Cuba, Portorico) ma anche Guam, le Hawaii e le Filippine, ossia altrettanti trampolini sul Pacifico verso le immensità asiatiche. Il 1898 segna veramente l’inizio dell’ “imperialismo americano”.

    Quando scoppia la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti restano all’inizio neutrali e optano per una posizione attendista. Alcuni pretenderanno che lì abbia agito il peso degli elementi demografici di origine germanica e irlandese, totalmente contrari all’alleanza inglese. Ma questo isolazionismo, conforme alle interpretazioni pacifiste della Dottrina di Monroe, si rivelerà una chimera quando l'Inghilterra giocherà la sua carta migliore e praticherà la sua strategia del blocco. Questa ha un effetto immediato: solo i belligeranti rivieraschi dell’Atlantico possono ancora commerciare con gli Stati Uniti, ossia la Francia e la Gran Bretagna. Davanti alla potenza continentale tedesca, queste due potenze occidentali attingeranno a piene mani dall’arsenale americano. Esse vi si rovineranno e dilapideranno le loro riserve monetari e auree per comprare viveri, materiali di tutti i tipi, tessuti, etc. presso i commercianti di Oltre Atlantico. Prima del conflitto, gli Stati Uniti erano debitori in tutta Europa. Nel 1918, i loro creditori divengono i loro debitori. La Germania da parte sua, perde la guerra ma non ha praticamente debiti nei confronti degli Stati Uniti. La Repubblica di Weimar s’indebiterà in seguito presso le banche americane per poter pagare i suoi debiti di guerra alla Francia, che tenta così di ricostituirsi un capitale. Ma la Terza Repubblica non agirà saggiamente: essa non investirà nell’industria nazionale, finanzierà dei progetti grandiosi nelle sue colonie e investirà nei nuovi paesi dell’Europa dell’Est al fine di consolidare un ipotetico “cordone sanitario” contro la Germania e la Russia. Tutte politiche che conosceranno il fallimento. Alcuni esempi che ci richiama Anton Zischka nel suo libro dedicato all’Europa dell’Est (C'est aussi l'Europe, Laffont, Parigi, 1962): il Piano Tardieu di una confederazione danubiana sotto l’egida della Francia, accoppiata all’alleanza polacca, condusse a uno squilibrio inimmaginabile dei bilanci nazionali polacco e rumeno, con, rispettivamente, il 37% e il 25% di questi stanziati per le spese militari, destinate a contrastare la Germania e la Russia. Nel 1938, questo squilibrio è ancora accentuato: 51% in Romania, 44% in Cecoslovacchia, 63% in Polonia! La Francia stessa subisce il salasso: la maggior parte dei suoi capitali passano a consolidare questo cordone sanitario, a detrimento degli investimenti nell’agricoltura e nell’industria francesi. La Romania, messa alle strette, non ha più altra scelta che concludere dei trattati commerciali con la Germania, come avevano appena fatto l’Ungheria, la Yugoslavia e la Bulgaria. Senz’oro e senza valuta, ma armata di un sistema di scambi molto vantaggioso per i suoi clienti e i suoi fornitori, la Germania esangue batteva la Francia sul piano economico nei Balcani e accerchiava, da Sud, i due ultimi alleati di Parigi: la Polonia e la Cecoslovacchia, piccole potenze indebolite dal peso eccessivo dei loro bilanci militari.

    Il periodo dal 1919 al 1939, ossia quello tra le due guerre, è anche l’epoca in cui l’Europa, squilibrata dai principi fumosi di Clémenceau e di Wilson, subisce il primo assalto della sottocultura americana. Mode, spettacoli, mentalità, musiche, film concorrono ad americanizzare lentamente ma sicuramente alcuni strati sociali in Europa, specialmente elementi agiati, sfaccendati e urbanizzati. Questa intrusione della sottocultura americana, senza radici e senza memoria, suscita qualche reazione tra l’intellighenzia europea; in Germania, il filosofo Keyserling e il saggista Adolf Halfeld mettono l’accento sulla “primitività” americana. Che cosa intendono con questo? Dapprima, si tratta di un miscuglio di spontaneità, di sentimentalità, di gusto per gli slogan semplicistici, di emotività viscerale che reagisce con un’immediatezza ingenua a tutto ciò che accade. Questo cocktail è raramente simpatico, come si tenta farcelo passare, e troppo sovente stancante, noioso e inconsistente. In seguito, questa spontaneità permette tutte le forme di manipolazione, presta il fianco all’azione deleteria di tutte le propagande. In più, nessuna profondità di pensiero è possibile in una civiltà che si colloca sotto questa insegna. L'intellighenzia qui diviene sia puramente pragmatica e quantitativa sia ridicolmente moralizzante e, nello stesso tempo, manipolatrice e istrionica. Infine, in un tale contesto, si rivela praticamente impossibile inserire gli avvenimenti in una prospettiva storica, conoscerne i minimi particolari e sottomettere le nostre spontaneità al giudizio rettificatore di un relativismo storico rettamente inteso.

    Rileggendo oggi Keyserling e Halfeld, noi constatiamo che l’americanizzazione degli anni 20 costituisce bellamente l’origine della manipolazione mediatica contemporanea. Le nostre radio e televisioni riflettono, anche se apparentemente in minor misura, l’assenza di storicità e il sentimentalismo manipolatorio delle loro consorelle americane. Nella carta stampata e nell’editoria, si osserva egualmente una decadenza di forma americana; prima della guerra, quando in Belgio si rievocavano dei fatti storici, si menzionava una quantità di fonti; oggi, le storie del regno proposte al grande pubblico, soprattutto nella parte francofona del paese, sono povere di basi. Queste lacune a livello di punti di partenza permettono ai grandi luoghi comuni ideologici, astutamente smussati dalla ideologia soft ambientale, di insinuarsi più agevolmente nelle menti.

    In Francia, le reazioni all’americanizzazione dei costumi e degli spiriti si è espressa meno nel campo della filosofia che non in quello della letteratura. Paul Morand, ad esempio, ci descrive la città di New York come un ricettacolo di forza, ma di una forza che divora tutte le energie positive che scaturiscono e si sviluppano e finisce per distruggerle tutte. La bellezza scultorea delle attrici del cinema americano, il portamento sportivo degli attori e dei militari, sono fini a se stessi: essi non riflettono alcuna ricchezza interiore. Quanto a Duhamel, egli osserva la città di Chicago che si estende come un cancro, come una macchia d’olio ed erode inesorabilmente la campagna circostante. L'urbanizzazione ad oltranza, che egli paragona ad un cancro, suscita egualmente la necessità di organizzare la velocità, la sistematizzazione, il produttivismo di pieno rendimento: l’esempio concreto che sceglie Duhamel per denunciare questo stato di cose deleterio, sono i mattatoi di Chicago che squartano un bue in poche dozzine di secondi, visione che Hergé disegnerà in Tintin en Amérique. Mi si permetta una piccola digressione: l’aspetto canceroforme dell’espansione urbana, quando essa è anarchica e disordinata, segnala precisamente che un paese (o una regione) soffre pericolosamente, che le sorgenti vive della sua identità si sono prosciugate, che la sua cultura propriamente della terra ha ceduto il passo davanti alle chimere ideologiche fumuse del cosmopolitismo senza humus. E' precisamente un’involuzione drammatica di questo tipo che si osserva a Bruxelles da un secolo. Un cancro utilitaristico ha minato, eroso, dissolto il tessuto urbano naturale, così a fondo che il gergo professionale degli architetti ha coniato il termine di "bruxelliser" per designare lo sradicamento di una città in nome del profitto, travestito e cammuffato dietro i discorsi sradicanti e universalitici. Ceaucescu aveva intenzione di radere al suolo i villaggi romeni e, in seguito a un terremoto, aveva completato il lavoro del sisma nei vecchi quartieri di Bucarest. Il mondo è stato rigido con lui. Ma perché non è rigido con i costruttori edili di Bruxelles responsabili del cratere spalancato del quartiere nord, responsabili di migliaia di crimini di lesa esteticità che sfigurano la nostra città? Io vi lascio meditare su questo paragone tra la Chicago descritta da Duhamel, i progetti di Ceausescu e la “bruxellizzazione” di Bruxelles…E torniamo al mio argomento. Per citare una frase di Claudel, scritta nel periodo tra le due guerre: “com’è rinfrancante l’Asia quando si arriva da New York! Che bagno di umanità intatta!” Questa citazione parla da sola.

    Certamente, l’appiattimento dell’America sulla logica del profitto, della pubblicità, del commercio e del produttivismo ad oltranza, ha suscitato delle reazioni anche negli Stati Uniti. Io mi limiterò a ricordare qui l’opera di un Ezra Pound o di un T.S. Eliot, che non hanno mai cessato di lottare contro l’usura e i risultati catastrofici che essa ha provocato in seno alle società. Non dimentichiamo mai Sinclair Lewis che farà una feroce caricatura dell’arrivismo piccolo borghese degli Americani nel suo romanzo del 1922, Babbitt, prima di ricevere, primo tra gli Americani, il premio Nobel per la Letteratura nel 1930. In Hemingway, dietro gli atteggiamenti e le esagerazioni, percepiamo nondimeno un’irresistibile attrazione per l’Europa e in particolare per la Spagna, le sue diversità, il suo arcaismo e le sue corride, le quali avevano affascinato anche Roy D. Campbell, sudafricano anglofono. Su un piano direttamente politico, salutiamo brevemente gli isolazionisti americani che tante energie avevano speso perché il loro paese restasse al di fuori della guerra, per rispettare veramente la Dottrina di Monroe (“l’America agli Americani”) e creare adatto ad essa, un sistema socio-economico proprio al continente nordamericano, impossibile da esportare perché troppo ancorato al suo “contesto”. Era quella una posizione radicalmente contraria a quella degli interventisti messianici, raggruppati attorno a Roosvelt e che credevano di poter dare al mondo intero un unico sistema, ricalcato sul modello americano o, più esattamente, su quello iperconsumistico dell’Alta Società dei bei quartieri di New York.

    Per Monroe nel 1823, il Vecchio Mondo e quello Nuovo dovevano, ciascuno a modo suo, darsi dei principi di funzionamento, delle costituzioni, dei modelli sociali propri e non trasferibili dall’uno all’altro continente. Gli Europei, desiderosi di preservare a tutti i livelli il senso della continuità storica, non potevano che essere d’accordo. Hülsemann, che io ho ricordato all’inizio della mia esposizione, era d’altronde d’accordo con questa volontà di promuovere uno sviluppo separato dei due continenti. La sua preoccupazione, era che i principi del Nuovo Mondo non fossero strumentalizzati a beneficio di una politica di sovversione radicale in Europa. La mania di fare di tutto il passato tabula rasa, riscontrabile nei i dissidenti britannici fondatori della nazione americana e in particolare tra i Levellers, avrebbe sfasciato il tessuto sociale d’Europa e provocato una guerra civile interminabile. Ma con Wilson e l’intervento delle truppe del generale Pershin nel 1917 sul fronte occidentale, con Roosvelt e il suo mondialismo americanocentrico, i principi sradicatori dell’ideologia dei Levellers, che era tanto temuti da Hülsemann, fanno bruscamente irruzione in Europa. Verso la metà degli anni 40, Carl Schmitt e qualche altro mettono chiaramente per iscritto l’intenzione degli Stati Uniti e dell’Amministrazione Roosvelt: costringere il mondo intero, e soprattutto l’Europa e il Giappone, ad adottare una politica delle “porte aperte” su tutti i mercati del mondo, cioè a rinunciare a tutte le politiche economiche autocentriche e a tutti i “mercati protetti” coloniali (l’Inghilterra sarà la vittima principale di questa volontà roosveltiana). Questa apertura globale doveva valere non solo per tutte le merci dell’apparato industriale americano, che, con le due guerre mondiali, aveva ricevuto una solida spinta dalle circostanze, ma anche e soprattutto per tutti i prodotti culturali americani, specialmente quelli dell’industria cinematografica.

    Carl Schmitt ci dimostra che l’Impero Britannico è stato un “ritardatore della storia”, impedendo ai continenti, alle unità di civilizzazione, di unirsi e di federarsi in grandi spazi coerenti, in seno ai quali avrebbe regnato la pace civile. L'Inghilterra, in effetti, ha protetto gli “uomini malati”, come la Turchia ottomana alla fine del XIX secolo. Questa politica è stata perseguita dopo il 1918 e dopo il 1945, quando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti che, in questo campo, diedero il cambio a Londra, rimisero in sella e protessero dei regimi traballanti, sclerotici, obsoleti, inutili, pesanti, ridicoli, corrotti. Questo è vero non solo in America Latina e in Asia (il regime sud-vietnamita è l’esempio da manuale), ma anche in Europa, dove le pagliacciate della politica belga hanno potuto susseguirsi, come le insensate corruzioni dell’Italia, le buffonate della IV Repubblica in Francia, etc. La politica “ritardatrice” anglo-americana interdice alle nuove forme di socialità di esprimersi, di svilupparsi e poi di assestarsi nei tessuti sociali. Diverse alternative, nuove esperienze tendenti a rendere le società più giuste, più conformi alla circolazione reale delle élite, non sono possibili in un tale mondo. Vengono anche bloccati i nuovi raggruppamenti tra Stati nel mondo: panafricanismo, paneuropeismo, panarabismo nasseriano…

    Nell’ottica dei suoi protagonisti, questa politica ritardatrice-reazionaria deve essere consolidata da un imperialismo culturale allo scopo di controllare i popoli in maniera soft. L'Unione Sovietica ha controllato l’Europa centrale e orientale dal punto di forza dei suoi eserciti, della sua ideologia marxista-leninista, del COMECON, etc, tutti strumenti grossolani che non hanno dato che risultati scadenti o hanno conosciuto un netto fallimento. I recenti avvenimenti hanno provato che i metodi sovietici di controllo non sono riusciti a sradicare i sentimenti di appartenenza collettiva né le coscienze nazionali e religiose pre-sovietiche. Ad Ovest, invece la strategia di controllo americana si è mostrata più efficace e più sottile. Il cinema di varietà americano ha ucciso le anime dei popoli sicuramente più dei proiettili dei carri armati dell’armata rossa o degli ukase degli apparati comunisti. Affermando questo, non dico che non vi siano dei buoni film americani, che i cineasti d’Oltreatlantico non abbiano realizzato dei capolavori. Indubbiamente, in questa pioggia di produzioni, ci sono delle opere geniali che noi rivedremo senza dubbio con piacere e ammirazione per qualche decennio. Ma, indipendentemente dal carattere geniale di tale opera o talaltra, la politica dell’imperialismo culturale è stata di trapiantare sul corpo fortemente storicizzato dell’Europa l’ideologia del livellamento dei Padri Fondatori, con il suo contorto codazzo di fenomeni connessi: il suo sfrenato sentimentalismo, il manicheismo semplificato e isterico, il nuovismo patologico ostile nei confronti di tutti i riferimenti alle radici, l’astio cammuffato dietro la patina dei buoni sentimenti, etc. In breve, un contorno che avrebbe suscitato l’estro di un Hieronimus Bosch. Perché l’invasione di queste affezioni spregevoli ha come conseguenza di indebolire tutte le forze coesive identitarie.

    Oggi stesso, Dimitri Balachoff ha dichiarato ai microfoni della RTBF che i film americani sono universali. Caratteristica che egli trova eminentemente positiva. Ma perché universali? Perché, spiega Balachoff, gli Stati Uniti sono un melting pot e, di conseguenza, tutti i prodotti culturali devono essere capiti da Irlandesi e da Inglesi, da Spagnoli e da Ispanici, da Neri e da Indiani, da Italiani, da Ebrei e da Francesi… In che modo i film americani se la sono cavata per diventare questa sorta di koiné moderna dell’immagine? Balachoff ci dà la sua risposta: attraverso una semplificazione dei dialoghi, del contenuto intellettuale e della trama. Ma come si può misurare concretamente questa semplificazione? Perché, dixit Balachoff, un film americano resta perfettamente comprensibile senza il sonoro per quindici minuti. Al contrario, un film italiano, privo di sonoro, non si comprenderà che per tre minuti. Un film ceco, sullo stile di Kafka, Kundera e Havel, non sarà senza dubbio comprensibile che per 30 secondi, se si toglie il sonoro.

    La tendenza generale dell’imperialismo culturale americano è dunque di abbassare la qualità della produzione cinematografica al di qua del livello linguistico più elementare, mentre la lingua è l’espressione di una identità, dunque di un modo di essere, di una specificità a volte difficile da comprendere ma assai più interessante e portatrice di arricchimento. E’ questa volontà di abbassare, di semplificare, che noi critichiamo nell’americanismo culturale contemporaneo. Questo impoverimento della li0ngua e dell’intreccio, ecco quello che Claude Autant-Lara (*) ha voluto gridare alto e forte nell’emiciclo di Strasburgo. Egli ha cozzato contro l’incomprensione che si sa. Egli ha provocato lo scandalo. Non tanto a causa di qualche slittamento antisemita, ma precisamente perché egli ha criticato questa semplificazione americana così pericolosa per le nostre creazioni artistiche. Dei testimoni oculari, membri di qualche partito, hanno potuto vedere, dopo l’uscita teatrale di socialisti e comunisti, i volti costernati, interrogativi e beoti dei deputati conservatori, liberali e democristiani. Uno di essi ha perfino sussurrato: “Ma è folle, attacca l’America!”. Questo pover’uomo non ha capito nulla… Questo pover’uomo non ha chiaramente cultura, senso dell’estetica, questo disgraziato non ha colto il senso del proprio secolo che è stato chiamato il “secolo americano”.

    Ma, in questa parte finale della mia esposizione, mi sembra utile tracciare una cronistoria dell’americanizzazione culturale dell’Europa a partire dal 1918. Dopo la Grande Guerra, gli Stati Uniti detengono quasi il monopolio dell’industria cinematografica. Ecco qualche cifra: tra il 1918 e il 1927, il 98% dei film proiettati in Gran Bretagna sono americani! Nel 1928, sopravviene una reazione a Westminster ed interviene una decisione governativa: almeno il 15% dei film proiettati nelle sale del Regno Unito devono essere britannici. In Germania, nel 1945, le autorità alleate impongono, su pressione americana, il divieto di tutto Kartell. Dopo che la zona occidentale recupera un briciolo di sovranità con la proclamazione della RFT, il parlamento, ancora strettamente controllato dalle autorità di occupazione, vota il 30 luglio 1950 una legge che vieta ogni concentrazione nell’industria cinematografica tedesca. Ma il caso francese è di gran lunga il più interessante e il più istruttivo. Nel 1928, Herriot fa votare una legge per proteggere l’industria del cinema francese, allo scopo, dice, “di difendere i costumi della nazione contro l’influenza straniera”. Ne 1936, con il Fronte Popolare al governo, la Francia abbassa la guardia: su 188 film proiettati, 150 sono americani. Nel 1945, 3000 film americani inondano l’Europa che non li aveva ancora mai visti. André Bazin dirà che, in questa massa, ci sono cento film interessanti e cinque o sei capolavori. Nel 1946, Léon Blum, figura uscita da questo Fronte Popolare che aveva già abbassato la guardia, accetta, di fronte alla pressione americana, questa irruzione. In che cosa consiste questa pressione americana? In un ultimatum alla Francia in rovina: gli Stati Uniti non concederanno nessun credito nel quadro del Piano Marshall se i Francesi rifiuteranno di aprire le loro frontiere alle produzioni cinematografiche americane!! La Francia ha capitolato e, alcuni decenni più tardi, il linguista e anglicista Henri Gobard ne trae le giuste conclusioni: la Francia, minata da un’ideologia laica da tabula rasa, debilitata dal suo modello universalista di pensiero politico, deve giungere del tutto logicamente a questa capitolazione incondizionata. Essa ha eroso le culture regionali dialettali; essa cade vittima di un universalismo livellatore più potente, questa volta biblico.

    Negli anni 50, la situazione è catastrofica in tutta Europa: la percentuale dei film americani sull’insieme dei film proiettati nelle sale è schiacciante: 85% in Irlanda, 80% in Svizzera, 75% in Belgio e in Danimarca, 70% nei Paesi Bassi, in Finlandia, in Gran Bretagna e in Grecia; 65% in Italia; 60% in Svezia. Le cose sono certamente cambiate, ma il peso dell’industria cinematografica americana resta forte, compreso nel mondo della televisione; esso soffoca la creatività di migliaia di piccoli cineasti o di amatori geniali che non possono più vendere il loro lavoro di fronte alla concorrenza dei grossi consorzi e davanti alle onerose campagne pubblicitarie che questi ultimi possono finanziare. In sovrappiù, essa riprende sempre la deleteria ideologia americana, senza radici dunque senza responsabilità. Le leggi inglesi del 1928 devono dunque essere di nuovo sottoposte a discussione. Lo spirito che ha ispirato la loro elaborazione dovrebbe servirci da fonte vitale, di giurisprudenza, per legiferare un’altra volta nel medesimo senso.

    Qual è il significato di questa politica? Quali ne sono gli obiettivi? Riassumiamoli in tre categorie.

    1 : I popoli d’Europa e di altrove devono essere condotti a percepire le proprie culture come inferiori, provinciali, oscurantiste, "fuori moda", non illuminate.

    2 : I popoli europei, africani, arabi ed asiatici devono perciò accettare i criteri americani, soli criteri moderni, illuminati e morali. Bisogna che essi lascino penetrare goccia a goccia nelle loro anime i principi di questo americanismo fino a che essi non possono più reagire in maniera specifica e indipendente.

    3 : Lo Stato o il sistema che divengono padroni della cultura o, per essere più precisi, della cultura del tempo libero, dominano i riflessi sociali. Una sottile applicazione della teoria di Pavlov…

    Questa politica, scientemente condotta, dopo il 1945, nasconde bene dei pericoli per l’umanità: se essa giunge a spingere la sua logica fino alle estreme conseguenze, non potrà sussistere più alcuna forma di pluralità, il caleidoscopio formato dai popoli del pianeta sarà trasformato in una zuppa insipida di “umano troppo umano”, senza possibilità di scelta tra diverse alternative, senza poter sperimentare possibilità multiple, senza poter lasciare germogliare, nelle anime e nei differenti spazi, delle virtualità alternative. In breve, avremo allora un mondo grigio, condannato alla posizione di stallo, senza diversità di riflessi politici. Per il cantore bretone Alan Stivell, ogni cultura esprime una sfaccettatura specifica della realtà. Cancellare una cultura, maltrattarla, vuol dire rubare una parte del reale, proibire di scoprire la chiave che dà accesso a questa parte della realtà. In questa prospettiva, l’universalismo è una volontà di ignoranza che manca precisamente ciò che pretende di aspettare, ossia l’universale.

    L'esempio dei Paesi Baltici è assai interessante. I popoli baltici comprendono cinque o sei milioni di persone, molto consapevoli della loro identità, delle spinte della loro storia, dei loro diritti e dell’importanza della loro lingua. Dopo aver marcito per quarant’anni sotto la ferula sovietica, questa coscienza popolare è rimasta viva. A Ovest, non c’è niente di simile. L’esperienza delle scuole bretoni deve naufragare. Nei paesi baschi, la “baschizzazione” di certi canali televisivi non ha prodotto che la traduzione in basco degli episodi di Dallas!

    Che cosa conviene allora fare per raddrizzare il timone, alzare una barriera contro questo americanismo che costituisce, per parlare con un linguaggio meno polemico e più filosofico, una volontà di estirpare ogni identità e radice, di cancellare tutti i contesti per lasciare campo libero a una e una sola sperimentazione e per interdire per sempre ad altre virtualità di passare dalla potenza all’atto? Bisogna impegnare una radicale Kulturkampf in tutti i campi dello spirito e della società e non solamente nel cinema. Dobbiamo renderci pienamenti indipendenti da Washington tanto nel settore alimentare (importiamo troppo grano e soia; prima dell’entrata di Spagna e portogallo nella CEE, noi dipendevano al 100% dagli Stati Uniti per il nostro consumo di soia, prodotto di base nell’alimentazione del bestiame) che nel settore militare e tecnologico. Ovunque bisognerà intraprendere una ricerca dei nostri valori profondi: in teologia e in filosofia, in letteratura e nell’arte, in sociologia e in politologia, in economia, etc. La Kulturkampf che abbiamo in vista, oppone la pluralità caleidoscopica dei contesti e delle identità al grigio pancotto del miscuglio che ci viene proposto, dove il mondo si ridurrà ad un miserevole collage di parti raccolte qua e là e separate dal loro humus.

    La Kulturkampf richiede fatica, partecipazione, iniziativa: pubblicate, traducete, parlate, organizzate conferenze e feste, fate uso delle vostre videocamere, leggete senza tregua. La fine della storia che annunciano i trionfalisti del campo avverso, non avrà luogo. Dal confronto delle differenze, dalla gioia delle fratellanze e dalla tragedia dei conflitti nascono le sintesi e le novità. Bisogna che questo sgorgare non cessi mai.

    Discorso pronunciato all’Università di Louvain,ile 16 gennaio 1990

    Traduzione dal francese a cura di Belgicus
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    U.S.A.
    (United States of Assassination)


    Da troppi anni ci fanno credere, vedere e leggere che gli USA sono la “democrazia” per eccellenza, il punto più alto della libertà, il non plus ultra dei diritti umani, il paese delle opportunità, il faro della civiltà e il riparo dalle ingiustizie. Dopo oltre 50 anni di bufale, panzane e idiozie è venuto il momento di dire come stanno effettivamente le cose in quell’angolo di mondo guidato da una classe politico-finanziaria-affaristico-militare criminale e genocida. Gli attuali americani bianchi (definiti WASP – White Anglo-Saxon Protestants) non derivano da poveri miserabili emigranti, in fuga dall’Europa per cercare fortuna nel Nuovo Mondo, ma da una massa di persone, comprendenti probabilmente anche dei poveri cristi, ma in gran parte criminali, ladri, avanzi di galera, avventurieri senza scrupoli, gruppi di bigotti e fanatici religiosi. Tutti avevano qualcosa in comune, la fuga da qualcosa o da qualcuno e non solo dalla miseria, perché altrimenti, in quegli anni, tutta l’Europa avrebbe dovuto, teoricamente, emigrare. Tanti bordelli dell’epoca, in Europa, furono svuotati e “trasferiti” nel Nuovo Mondo per le brutali e primitive esigenze di uomini rudi che affrontavano un territorio non ancora idoneo per nuclei famigliari. Questi antichi “patrioti” e “pionieri”, si fecero lentamente strada verso Ovest massacrando e distruggendo letteralmente ogni popolo e tribù che si trovavano davanti, cioè i pellerossa, le uniche e vere popolazioni che avrebbero il diritto di essere chiamate “americane”. Furono distrutte col piombo, col tradimento e con l’inganno (cioè gli stessi sistemi che ancora oggi gli yankee utilizzano per portare “civiltà” e “democrazia”). Distrussero perfino tutti gli animali che gli indiani cacciavano al solo scopo di sostentamento e per procurarsi le pelli per le coperte ed i vestiti invernali. Fu una vera e propria carneficina. Anche gli eroi della frontiera americana, il mitico West, sono un falso. Sceriffi, pistoleri, rangers, soldati e generali, che i film propinatici per decenni, vogliono fare apparire come dei valorosi che si sono sacrificati contro le ingiustizie, altro non erano che dei volgari delinquenti senza scrupoli. Altro che David Crockett, Gen. Custer, Buffalo Bill, Kit Carson e il 7° cavalleria !! Tutto un sofisticato capolavoro menzognero, fatto nel dopoguerra, per curare l’immagine all’estero degli USA per i creduloni europei pronti a “bere” le balle dei “liberatori”. Andiamo oggi a vedere a che cosa sono ridotti i discendenti dei valorosi pellerossa: chiusi in riserve indiane, più o meno come animali in via di estinzione, in una gabbia, che cercano di sopravvivere esibendosi come pagliacci per i turisti in cerca di atmosfere “retro’”, di imbecilli arrivati col biglietto andata e ritorno, pernottamento più colazione, ansiosi di filmare i “selvaggi” immortalati nei film western, una volta liberi e orgogliosi, ora ridotti a souvenir ambulanti, alcolizzati e drogati. Quante volte negli anni '60, la televisione italiana, sulle uniche due reti disponibili allora, proiettava film western della serie “sui sentieri del West” di John Ford con attori come John Wayne, Gary Cooper e tanti altri. Come venivano dipinti gli indiani? Come volgari e violenti, mentre i bianchi erano solo poveracci assaliti e massacrati da orde di selvaggi. Alla fine trionfavano i cavalleggeri o “intrepidi” cow-boys, tutti “patria e famiglia” ed il film si concludeva con frasi di pietosa retorica e patetica ipocrisia. Le scene dei film che dipingono gli indiani come bramosi di “scalpi” bianchi, sono un’altra mistificazione storico-cinematografica. La tecnica di “scalpare” le persone gli indiani la appresero dai bianchi, primi a praticarla nei confronti delle popolazioni indigene per avere un trofeo a perenne ricordo del loro “coraggio”. Niente quindi era più falso, però milioni di ragazzi, guardando questi film, sono cresciuti con l’idea del pellerossa cattivo e assatanato di sangue (tifando sempre per la cavalleria e quindi per il sistema americano) ed erano rari i genitori che spiegavano loro che, in verità, i film erano una montatura per dare un’immagine dell’America diversa dalla realtà. Per l’America questo fu solo l’inizio. Dopo un po’ si accorsero che le campagne degli Stati del Sud, ricche di cotone e altri prodotti destinati ai mercati mondiali, avrebbero arricchito maggiormente i portafogli dei ricchi latifondisti, se questi avessero potuto disporre di mano d’opera “gratuita”. Iniziò quindi il più gigantesco e vergognoso traffico di schiavi dall’Africa e la più grande e degradante mattanza umana mai conosciuta a memoria d’uomo, forse maggiore di quella al tempo dei faraoni d’Egitto (per questo tipo di genocidio nessuno ha pagato e non vi fu nessuna Norimberga). La schiavitù nelle piantagioni del Sud non esiste più, ma gli USA la praticano ancora comunemente sotto forme diverse, gestite a distanza, con la formula dello sfruttamento di mano d’opera nel Terzo Mondo a bassissimo costo, senza diritti né garanzie, a cura delle multinazionali che operano nei settori delle materie prime strategiche, oppure tramite i prestiti finanziari capestro che, tramite élite di governo corrotte (cleptocrazie), mettono un’ipoteca perenne sul paese, già poverissimo. Da quando l’esercito americano massacrò 300 indiani Lakotas nel 1890, le forze americane sono intervenute nel mondo centinaia di volte, diventando una forza militare e commerciale sempre più arrogante ed invadente. Verso la fine del 19° secolo, fino agli inizi del 20° secolo, gli USA intervennero militarmente in Centro e Sud America, sempre per soffocare rivolte di operai e contadini sfruttati e senza diritti o per appoggiare il dittatore di turno che rispondesse ai loro interessi economici. Ovunque andavano distruggevano, massacravano, sfruttavano ed impoverivano. Mai si sognarono di fare opere pubbliche o innovazioni a vantaggio delle popolazioni autoctone, per migliorare il loro livello di vita, l’istruzione o debellare le malattie.
    Ecco alcuni esempi di intervento:
    Argentina 1890, invio di truppe a Buenos Aires per proteggere gli interessi commerciali USA
    Cile 1891, scontri fra i marines statunitensi ed i ribelli nazionalisti.
    Haiti 1891, invio di truppe per reprimere una rivolta di lavoratori neri sull’isola di Navassa, rivendicata dagli USA.
    Hawaii 1893, la Marina viene inviata per rovesciarne l’indipendenza. Le Hawaii vengono annesse agli Stati Uniti (diventando Stato dell’Unione nel 1959).
    Cina 1894-1896, unità della Marina, dell’esercito e dei Marines sbarcano durante la guerra cino-giapponese.
    Panama 1895, sbarco dei militari USA
    Cina 1894-1900, truppe d’occupazione USA durante la rivolta nazionalista dei Boxers
    Filippine 1898-1910, unità della Marina e dell’esercito dopo la presa delle Filippine in seguito al conflitto ispano-americano. 600.000 filippini vengono uccisi.
    Cuba 1898-1902, truppe sbarcano in seguito alla guerra ispano-americana. Ancora oggi gli USA mantengono truppe a Guantanamo.
    Porto Rico 1898, sbarco di truppe in seguito alla guerra ispano-americana. Tutt’oggi sono ancora presenti.
    Nicaragua 1898, i marines sbarcano nel porto di San Juan del Sur
    Samoa 1899, truppe USA sbarcano in seguito alla lotta di successione per il trono
    Panama 1901-1914, la marina appoggia la rivoluzione che porterà Panama all’indipendenza dalla Colombia. Le trupper americane occupano la zona del Canale.
    Honduras 1903, sbarco dei marines per intervenire durante la rivoluzione
    Repubblica Dominicana 1903-1904, sbarco di truppe USA per proteggere gli interessi americani durante la rivoluzione.
    Corea 1904-1905, sbarco dei marines durante la guerra russo-giapponese
    Cuba 1906-1909, sbarco di truppe in occasione delle elezioni
    Nicaragua 1907, sbarco di truppe e formazione di un “protettorato”
    Honduras 1907, sbarco di truppe durante la guerra col Nicaragua
    Panama 1908, sbarco di marines in occasione delle elezioni
    Nicaragua 1910, sbarco dei marines a Bluefield
    Honduras 1911, sbarco di truppe per proteggere gli interessi americani durante una guerra civile.
    Cuba 1912, sbarco di truppe per proteggere gli interessi americani a L’Avana
    Panama 1912, sbarco di truppe in occasione delle elezioni
    Honduras 1912, sbarco americano per proteggere gli interessi USA in loco
    Nicaragua 1912-1933, truppe occupano il paese e combattono durante la guerra civile
    Repubblica Dominicana 1914, la marina combatte contro i ribelli
    Messico 1914-1918, la marina e l’esercito intervengono contro i nazionalisti
    Haiti 1914-1934, le truppe USA occupano il paese nella zona d’influenza francese dopo una rivoluzione, approfittando della Prima Guerra Mondiale in Europa, che impedisce qualsiasi reazione della Francia, pugnalata alle spalle dal sedicente “alleato” USA.
    Repubblica Dominicana 1916-1924, i marines occupano il paese per 8 anni
    Cuba 1917-1933, sbarco di truppe ed occupazione del paese per 16 anni. Cuba diventa un protettorato economico.
    Prima Guerra Mondiale, nel 1917 e 1918 truppe americane vengono inviate in Europa.
    Russia 1918-1922, truppe USA vengono sbarcate in Siberia Orientale
    Honduras 1919, invio di marines in occasione delle elezioni.
    Turchia 1922, truppe americani combattono i nazionalisti turchi a Smirne.
    Cina 1922-1927, sbarco di truppe
    Honduras 1924-1925, truppe sbarcano in due riprese in occasione delle elezioni
    Panama 1925, invio di truppe per reprimere uno sciopero generale
    Salvador 1925, invio di navi durante la rivolta di Martì
    Il loro imperialismo e la loro crudeltà, tuttavia, conobbero un raffinato salto di qualità quando decisero di entrare in guerra contro l’Europa negli anni '40. Spaventati dalla possibilità che, sull’altra sponda dell’oceano, si affacciasse una potenza, l’Europa appunto, capace di dare un diverso assetto all’equilibrio mondiale in caso di vittoria, inasprirono la loro aggressività economica e commerciale in tutta l’area del Pacifico, ai danni del Giappone, in modo da creare un “casus belli” che sfociò con l’attacco di Pearl Harbour. L’America poté così finalmente dichiarare guerra all’Asse, del quale il Giappone era alleato. L’attacco all’Europa, tuttavia, fu ben ponderato, ben sapendo gli Stati Uniti di non aver nessuna garanzia di riuscita e di vittoria. Lo sbarco in Sicilia non fu casuale, esso sarebbe potuto avvenire ben più a Nord guadagnando tempo, ma si preferì scegliere una soluzione inedita, un nuovo alleato chiamato Mafia. Il boss di spicco di Cosa Nostra Lucky Luciano, che smerciava eroina del Shangai Cartel e che allora si trovava in carcere per sfruttamento della prostituzione, fu fatto comunicare, prima dello sbarco, con uno degli ultimi boss mafiosi siciliani di primo piano rimasti, Don Calò (Calogero Vizzini). Il messaggio era “i liberatori metteranno la Mafia sul trono”. Gli americani piazzarono mafiosi ed aspiranti mafiosi in tutte le amministrazioni civili provvisorie (don Calò e Genco Russo furono nominati sindaci delle città capoluogo e dei loro “territori”) da dove essi potevano gestire gli aiuti alla popolazione civile. Fu anche permesso loro di “rubare” merci dai magazzini militari in modo che si impadronissero del mercato nero e del contrabbando delle sigarette americane, che erano additivate per accelerarne la dipendenza. Sempre per iniziativa degli americani, comparve l’eroina, che poi fu propinata gratis agli scugnizzi napoletani, dei ragazzini e dei bambini, al solo scopo di renderli dipendenti e farne degli spacciatori. L’avanzata anglo-americana dal Sud al Nord fu così lenta per permettere il consolidamento della Mafia tramite situazioni che sarebbero state impossibili a guerra conclusa. Poi, con la scusa dell’espulsione di elementi indesiderati, gli USA dal 1946 al 1948 trapiantarono in Italia duecento elementi di Cosa Nostra, tutti di buona caratura, fra i quali difatti anche Lucky Luciano, liberato anzitempo per “meriti resi agli Stati uniti”, recita il certificato. Gli americani dissero di aver ricercato la collaborazione della Mafia per ottenere un aiuto da dietro le linee per lo sbarco: ma quale aiuto!! erano quattro topi di campagna con la doppietta e c’era già tutta la popolazione siciliana ansiosa di passare sotto gli Stati Uniti. Invece la Mafia era ricostituita, potenziata e resa dipendente da Cosa Nostra. La dipendenza era assicurata dal traffico di eroina, che in sé per sé non rappresentava, allora, un giro di affari enorme, ma bisogna considerare che era la porta per tutte le altre attività, traffico di armi, contrabbando, prostituzione, racket, usura etc. Non va dimenticato, come gli americani bombardavano, senza alcun motivo plausibile, le città italiane, in particolare quelle del Nord, nel 1944 e 1945, mietendo migliaia di vittime, fra cui tanti bambini. Città che non avevano alcun obiettivo militare strategico, né contraerea, niente di niente, solo inermi civili che cercavano scampo fuggendo nelle campagne, ma che diventavano facili prede per la caccia yankee, la quale entrava in gioco facendo un vero e proprio tiro a segno sui bersagli mobili umani, dopo che i bombardieri avevano terminato il loro funebre compito. Queste non erano isolate iniziative di piloti, ma erano gli ordini che questi ricevevano dai comandi e quindi con l’implicito avallo del governo USA. Non va inoltre dimenticato che, nei vari sbarchi in Sicilia, Anzio, Salerno ecc. le prime truppe anfibie a sbarcare e a registrare il maggior numero di caduti erano composte non da soldati “Made in USA”, ma soldati di colore, brasiliani, canadesi, australiani, neozelandesi, nordafricani e truppe di altri eserciti “alleati”. I “veri americani” arrivavano dopo, quando il rischio era fortemente diminuito. Questo per sottolineare la considerazione americana degli “alleati”, cioè carne da macello da sacrificare per una causa “comune”. Per quanto riguarda lo sbarco in Normandia, il così detto D-Day, è comune opinione pensare che fosse la svolta decisiva della guerra, mentre invece questa fu Stalingrado. Gli statunitensi temevano, a gran ragione, lo scontro di forze di terra contro i tedeschi, perciò avevano evitato di aprire prima il secondo fronte nei Balcani, come era andato chiedendo con insistenza Churchill, e per questo lo sbarco in Normandia fu quasi ininfluente sull’andamento del conflitto. Per compierlo, attesero che l’esercito tedesco fosse prima sfasciato dai russi, cioè che la guerra fosse già stata vinta da qualcun altro. Il piatto forte del pranzo se lo era divorato la Russia, arrivando fino all’Elba. Churchill propose subito al Grande Alleato di attaccare insieme la Russia, ma questi di nuovo giudicò, nuovamente a gran ragione, di non esserne in grado. Lo dimostra, tra l’altro, il fatto che nelle Ardenne, in un momento di ripresa delle forze di terra tedesche, queste batterono gli americani facendoli arretrare di parecchi chilometri e facendo migliaia di prigionieri. Solo quando il cattivo tempo si diradò e gli USA poterono utilizzare l’aviazione (peraltro ormai assente da parte tedesca), riuscirono a capovolgere nuovamente le sorti. Al contrario di quello che pensa l’immaginario collettivo, i combattenti di terra americani non valgono granchè. Solitamente vediamo la marina e l’aviazione fare la parte del leone, grazie anche alla sofisticata tecnologia di cui dispongono, ma sulla terra, oltre a temere, giustamente, elevate perdite, non gradite dalla popolazione americana, il valore del fante americano è di gran lunga inferiore a quanto si possa pensare. Per dare il meglio, deve essere ipertecnologico, con ogni tipo di attrezzatura costosissima, ciò però lo limita e può accadere che abbia la peggio contro nemici scalzi, armati di vecchi fucili, ma che possono resistere a lunghe marce, in condizioni disagiate e con una ciotola di riso al giorno. La malvagità americana si è poi rivelata in tutta la sua grandezza nel vigliacco bombardamento di Dresda (il più micidiale) e di tante altre città, per arrivare ad oltre un milione di soldati tedeschi lasciati morire di fame, stenti, freddo e malattie nei numerosi lager a cielo aperto alleati, sparsi in Francia, Germania e Belgio, dal 1945 al 1947. Per fare questo, i vari generali americani, tra i quali Eisenhower, non solo evitarono la consegna ai prigionieri dei pacchi della Croce Rossa Internazionale (lasciati marcire nei magazzini) ma somministravano agli stessi prigionieri razioni con una percentuale calorica sempre inferiore in modo da arrivare ad un livello tale che il corpo si debilitasse fino ad ammalarsi per poi morire senza nessuna assistenza. Da notare che i lager americani, a differenza di quelli tedeschi, non prevedevano baracche o ripari di alcun tipo. I prigionieri si scavavano, con le mani, delle fosse per terra, coprendosi con cartoni o assi di legno di fortuna, rimanendo in quelle condizioni durante tutte le quattro stagioni dell’anno, per circa due anni. Dal 1947 a tutti gli anni 50, molti documenti americani dei campi di prigionia vengono distrutti. I tedeschi stabiliscono che più di 1.700.000 soldati, vivi alla fine della guerra, non sono mai ritornati a casa. Tutti gli alleati negano responsabilità e accusano la Russia di atrocità nei campi. Negli anni 60 fino al 1972 il Ministero degli Esteri della Germania Occidentale, sotto Willy Brandt, sovvenziona libri che negano atrocità nei campi americani. Senatori USA accusano i russi, ma non dicono niente dei “lager” americani. Sempre negli anni 60 e per buona parte degli anni 70, le reti televisive italiane proiettarono numerosi film di guerra, nei quali gli americani, non solo erano sempre i vincitori, anche morali, ma facevano apparire i tedeschi come feroci ed assatanati all’inizio del film, incompetenti, stolti e imbranati alla fine. C’era sempre un “eroe” americano che, da solo, e con pochi altri, sgominava interi battaglioni di nazisti, senza mai scaricare le armi e senza nessun graffio. Un vero lavoro da superman. La verità, inutile dirlo, era ben diversa, ma l’opera di costruzione dell’immagine USA all’estero stava viaggiando veloce, bene e sicura, convincendo in modo incredibilmente facile tanti ingenui europei su più generazioni. La storiografia ufficiale, cioè quella dei vincitori, ha sempre e volutamente ignorato i crimini bellici commessi dagli USA nell’ultimo conflitto (così come quelli dei sovietici). Una specie di “perdono” o “sconto” che andava concesso ai vincitori. Ciò venne ulteriormente accentuato con la Guerra Fredda, che vide i due più importanti trionfatori, diventare nemici. L’America fu quindi costretta ad “arginare” l’egemonia comunista in Europa, non perché le stava a cuore la sorte degli europei, ma perché voleva evitare che il “pericolo rosso” giungesse fino a Lisbona, sulle coste atlantiche, col rischio di una minaccia per il suolo americano. Quindi , per difendere se stessa, dovette difendere anche l’Europa, ma ciò non sarebbe stato necessario se non fosse intervenuta nel conflitto. Ciò è costato all’Europa un “debito” ripagato con l’avallo, per decenni, di politiche di sudditanza e di concubinaggio vergognose. Un altro capitolo, tra i più vergognosi della storia americana, fu quello relativo allo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone, adducendo la scusa di voler forzare il Giappone alla resa. In verità il Giappone aveva già perso la guerra, tutte le isole del Pacifico erano cadute, sul territorio continentale del Sud Est asiatico, i giapponesi erano alla disfatta totale. Non vi era necessità alcuna di sganciare due mostri di morte come quelli di Hiroshima e Nagasaki. Fu un inutile massacro, un atto degno di una mente folle, malata e criminale, com’era allora e com’è tutt’oggi la lobby di governo americana. Quando arrivò il tempo del Viet Nam, ci fecero credere che era la lotta della democrazia americana che cercava di salvare il Sud Vietnam dall’invasione e dalla presa di potere dei comunisti del Nord. Anche qui la cinematografia di stato ha sfornato decine di film, con “eroi” del calibro del Colonnello Braddock, interpretato da Chuck Norris, oppure di Rambo, interpretato da Sylvester Stallone, che tendono a rovesciare il significato di quella guerra. In verità gli americani vi parteciparono per difendere i propri interessi economici nell’area, fra i quali l’esclusiva del traffico di droga dal Sud Est asiatico, sperimentare nuove armi e nuove tecniche, avere a disposizione sempre una generazione di uomini “rodati” alla guerra pronti per interventi futuri in altri luoghi del pianeta. Gli americani hanno sempre avuto generazioni di combattenti in questo o quel conflitto, non hanno mai avuto “buchi” generazionali come abbiamo noi in Europa da vari decenni. Una guerra, quella del Vietnam, che andava “combattuta” ma non “vinta”. L’opinione pubblica americana, stanca di vedere bare di giovani scaricate dagli aerei e di una situazione “non sentita” dal popolo, esercitò pressioni tali ad ogni livello e con ogni mezzo da costringere i suoi governanti al ritiro delle truppe. Anche il Sudamerica ed il Centroamerica, nel dopoguerra, cominciarono nuovamente a grondare sangue per mano yankee. Ci hanno raccontato che i regimi polizieschi installati dagli USA furono necessari per controbattere la minaccia “rossa” che andava delineandosi dalla Terra del Fuoco al Rio Grande. La verità è che le economie Centro e Sudamericane erano già dapprima influenzate e sfruttate dagli USA con l’appoggio di governi e politici locali compiacenti. Quando lo sfruttamento ed il malcontento portarono alla disperazione, e alla fame, milioni di lavoratori nelle miniere, foreste, piantagioni, fabbriche e campagne, sorsero movimenti anti-americani e anti-capitalisti, spinti dalle sinistre. La loro povertà era arrivata talmente in basso che ritenevano, a torto, che il socialismo reale di stampo marxista fosse l’unica soluzione. Gli USA decidettero così di installare regimi veri e propri cani da guardia dell’economia e della finanza yankee. Cadute le dittature sudamericane, sostituite da governi più o meno democratici o liberal-democratici, gli yankee iniziarono a “legare” i vari paesi di quel continente con prestiti miliardari capestro, pretendendo, al fine della restituzione del debito, l’adattamento di tali paesi alle scellerate politiche neo-liberiste imposte dagli USA, assolutamente inidonee in tutto il Terzo Mondo ad un adeguato benessere economico e sociale. La conseguente dollarizzazione di queste economie ha fatto il resto. Le conseguenze le abbiamo davanti agli occhi: Argentina, Uruguay, Venezuela, Paraguay e, probabilmente, presto anche il Brasile. Caduto il comunismo sovietico alla fine degli anni 80, veniva così a mancare, per gli USA, un nemico essenziale e vitale e quindi bisognava correre ai ripari e vedere quale o chi poteva essere il miglior candidato “prossimo nemico”. Non che i nemici “teorici” mancassero, ma per diventare “pratici” devono commettere qualcosa, un colpo di stato, invadere il vicino di casa, dare la sensazione di aspirare alla bomba atomica, giocare al “piccolo chimico” con pericolosi virus oppure mettersi a pregare perché costui ti abbatta un paio di grattacieli in casa tua per “stimolare” la reazione dell’opinione pubblica, altrimenti questa rischia di addormentarsi dopo anni di “relax”. Un nemico per gli USA è sempre un buon investimento. Significa far produrre le industrie belliche ed il loro indotto, significa scorrazzare su e giù per il mondo a cercare alleati e favori, incrementando così non solo la presenza militare ma anche quella economica, significa concretizzare nuovi poli geostrategici nei quali esercitare la propria egemonia ad uso e consumo delle multinazionali USA, significa avere sempre il controllo delle materie prime strategiche, le cui quotazioni, guarda caso, sono gestite dalla Borsa delle Merci di New York. Il miracolo è avvenuto, ossia un parto plurigemellare con clone (Saddam Hussein, Milosevic, Bin Laden e, ancora una volta, Saddam Hussein). Pare che per il momento le iscrizioni siano chiuse e che si riapriranno ad esaurimento delle scorte nemiche. Un altro importante punto da tenere presente è che la criminalità degli USA si esprime sotto altre forme, ad esempio i folli bombardamenti che hanno colpito Kosovo, Serbia e Irak hanno lasciato il loro ricordo di uranio impoverito, ovunque con conseguenze devastanti (aumento vertiginoso di tumori, linfomi, leucemie ecc.) Nel caso dell’Irak anche tanti militari americani ne sono stati colpiti. Si parla di “sindrome” la cui origine, per alcuni versi, è tenuta tutt’ora segreta. Se la politica imperialistico-genocida americana miete vittime in mezzo mondo, le cose non vanno molto meglio a casa loro. La nazione americana è infatti afflitta da problemi ben più gravi di quelli della vecchia Europa. La quasi assenza di “ammortizzatori sociali” degni di questo nome e di forme mutualistiche e pensionistiche assistenziali, fanno dell’America un paese ad alto rischio povertà, in particolare per chi perde il lavoro e per gli anziani indigenti. I problemi portati poi dall’ immigrazione e dal fallimento della società multirazziale, causano nel paese tensioni e caos, in particolare nelle grandi città e nel Sud degli States, dove, oltre all’altissimo tasso di disoccupazione, moltissime persone di colore vivono ancora in baracche del tutto simili a quelle in cui vivevano all’inizio del secolo, latrine all’aperto, niente acqua potabile, niente luce (solo allacciamenti abusivi), niente gas, niente sanità, niente scuole, niente di niente, solo la disperazione più totale che ha tolto a queste persone perfino le lacrime per piangere. Il sistema scolastico è al collasso. A parte gli esclusivi college ed università, gran parte delle scuole pubbliche nelle città sono dominate dall’anarchia, dalle bande rivali di neri, giamaicani, portoricani, messicani e così via. Gli insegnanti, terrorizzati, non possono fare altre che lasciar correre. Le violenze sono all’ordine del giorno ed il sistema non riesce o non “vuole” risolvere il problema. Il livello di istruzione nelle scuole pubbliche è incredibilmente basso. Il tasso di ignoranza e di analfabetismo aumenta vertiginosamente, non solo tra i giovani immigrati, ma anche fra i bianchi americani. Se poniamo la domanda: qual è la capitale del Portogallo ? negli USA solo due studenti su dieci risponderà che è Lisbona. In Europa la media è di sei su dieci (non è confortante, ma pur sempre meglio). I “valori” di cui si vanta tanto l’America, fanno ridere. A parte l’onnipresente bandiera a stelle e strisce e l’immancabile inno ad ogni cerimonia, commemorazione, festività o evento sportivo (elementi di immagine che vengono spesso evidenziati nei film e dalle TV), la società americana è una società allo sfascio, senza valori (se non quelli puramente materiali), le famiglie si disintegrano dopo poco tempo, i divorzi, così come gli aborti, sono numerosissimi. Esiste un’America puritana, bigotta e perbenista, ma anch’essa è affetta dai mali indicati precedentemente, la sola differenza è che, grazie a tanta ipocrisia, li nasconde meglio. La realtà che vediamo, a volte, in televisione è filtrata e centellinata e inoltre, i media di qualsiasi tendenza, sono poco inclini a sbattere la nuda e cruda verità davanti agli occhi di tutti, per non essere accusati di anti-americanismo che non è “politicamente corretto” e porta sempre qualche spiacevole effetto collaterale. Quindi avanti con certe immagini ed interviste, che possono essere talvolta un’autocritica se non un autogol, ma “mirate” nella quantità e qualità, giusto per dimostrare che, tutto sommato, anche da loro esistono problemi da risolvere. Per mettere a nudo le mostruosità della società americana, bisogna, oltre a conoscerne la lingua, disporre di tempo e denaro, andare come semplici turisti e uscire dagli itinerari classici programmati per i visitatori stranieri, noleggiare un’auto, munirsi di mappe dettagliate, passare in mezzo alle cittadine meno conosciute, transitare per strade secondarie, inoltrarsi in quegli Stati che normalmente non fanno da richiamo per i turisti, parlare con la gente e, inoltre, prendersi qualche rischio. Si potrà così venire a contatto con una realtà mista, tra opulenza e disagio e conoscere una società che genera un’incredibile massa di imbecilli, di maleducati, di ignoranti e di obesi. Una società che non sa vivere, non sa mangiare che porcherie di cibi sintetici, che si rimbecillisce davanti alla TV e con realtà famigliari del tipo: padre alcolizzato o disoccupato, figlio drogato e madre ninfomane. Città e cittadine sporche (inclusa la mitica “Grande Mela”, cioè New York), con strade dissestate e piene di buche, topi ovunque, incuria, disordine, mancanza di igiene e, subito dietro l’angolo di lucenti palazzi, il popolo della miseria. Perfino la lingua di Shakespeare, in mano loro, è deturpata da “modifiche” linguistiche incomprensibili e da una pronuncia antipatica ed insulsa, un po’ come il miagolio dei gatti randagi. Estremamente allucinante è il fenomeno sugli abusi perpetrati sui minori. Migliaia di minori scompaiono ogni anno negli USA e, nella maggior parte dei casi, non fanno più ritorno a casa. Sono per lo più vittime di rapimenti da parte di pedofili, maniaci, sette religiose e trafficanti di “carne umana” destinata al mercato della prostituzione , dei film pedo-pornografici e del commercio degli organi. La polizia e l’FBI non riescono a risolvere che pochi casi. La tanto decantata efficienza che viene propinata nei film alla TV è una gigantesca panzana. La realtà sta esattamente all’opposto. Lo stesso vale per la droga, della quale gli USA sono i maggior consumatori al mondo. Un mercato talmente gigantesco e redditizio che vanta complicità nelle alte sfere del governo americano, tra le alte gerarchie militari, tra le autorità doganali e di polizia. Questa cricca di delinquenti è direttamente e indirettamente implicata ai più alti livelli del narcotraffico ed è uno dei motivi per i quali, le varie campagne anti-droga e i vari “sequestri” di partite di stupefacenti, altro non sono che lo “zuccherino” per i media e l’opinione pubblica. In verità non c’è nessuna volontà di reprimere il fenomeno, in quanto il lucro che ne deriva, corrompe chiunque. Gli americani, quindi, durante e dopo la guerra, non ci hanno portato solo la cioccolata, la gomma da masticare, i pop-corn e gli hamburger, ma, lentamente, hanno inondato il continente europeo con le loro mode, i loro aberranti sistemi di vita, il loro marciume, la loro totale assenza di etica, di dignità e di moralità. Tanti fenomeni aberranti, per lo più sconosciuti nel dopoguerra in Europa, ci sono stati “generosamente” donati dagli americani e noi, stupidi “sconfitti”, ci lasciavamo catturare ed ipnotizzare da quei modelli che ci dicevano essere all’avanguardia, moderni, anti-conformisti, simboli di libertà e diritti conquistati, mentre invece altro non erano che i semi del male, il concime che avrebbe generato tutte le forme di degenerazione sociale e tutte le aberrazioni di cui siamo purtroppo oggi testimoni e che infettano, per prime, le giovani generazioni. Se potessero, gli americani, cambierebbero in DNA agli europei, sostituendolo con uno fatto da loro in laboratorio. Infatti, nonostante tutto, l’America si accorge che l’Europa non è stata ancora del tutto “contagiata” e che esistono ancora forti resistenze al processo di americanizzazione e questo fa ben sperare. C’è chi dice che gli anti-americani sono tali perché invidiosi della superiorità culturale, finanziaria, tecnologica e sociale di quel paese. In verità, il fenomeno dipende da un esame accurato di quello che sono oggi gli Stati Uniti, quello che furono in passato e che intendono essere in futuro. La razionalità, la logica e la ragione impongono, tuttavia, che l’antiamericanismo sia indirizzato maggiormente verso le élites dirigenziali ed affaristiche del paese, che non nei confronti del popolo in generale o dell’americano medio. Va detto innanzitutto, che la società americana è divisa in due tronconi netti, coloro che riescono e coloro che non riescono ( in poche parole: vincenti e perdenti ). I primi sono quelli che, grazie all’accesso ad un’adeguata istruzione e a disponibilità finanziaria, riescono ad entrare nell’immensa macchina della competitività americana, in ogni settore, pubblico e privato; il che garantisce loro un buon tenore di vita, casa di proprietà, auto di grossa cilindrata, iscrizioni a circoli o club esclusivi, coperture assicurative per sanità e pensione. I secondi sono, ovviamente, quelli che non riescono ne a fare ne ad avere quanto sopra descritto. I più fortunati di loro possono vivere dignitosamente, senza però potersi permettere determinati “accessori” e questo, in America, non è visto bene. Il proverbio “chi si accontenta, gode” negli USA è un’eresia, una frase da non pronunciare, la classica firma del mediocre che una società competitiva, e quindi emarginante, rifiuta. Negli USA, la così detta “classe media” è messa nel secondo troncone, cioè in quello dei perdenti. La tanto decantata “libertà” americana esiste, ma non è altro che il secondo atto di un sistema in cui si può accedere dopo aver compiuto il “dovere” di far soldi e di imporsi sugli altri. Un sistema crudele e disumano a tal punto che se ci si ammala e si hanno bisogno di cure ospedaliere, il medico, prima ancora di iniziare a curare il paziente, deve verificare se questi ha il tesserino dell’assicurazione sanitaria e il suo plafond di massima copertura. Se le cure previste rientrano nella copertura, va bene, altrimenti si viene spediti in ospedali o centri di serie B, che ricevono qualche sussidio dallo stato, con servizi e medici di serie B che si accontentano di stipendi inferiori, con scarse specializzazioni, che si avvalgono di personale volontario e che fanno, ovviamente, quello che possono in base agli strumenti ed alle capacità di cui dispongono. Chi ha seri problemi di salute e necessità di terapie particolari, per non parlare di trapianti, e la propria assicurazione è insufficiente, può tranquillamente crepare in tutta libertà, la famosa “libertà” americana. Lo stesso discorso vale per la pensione. O te la sei fatta durante gli anni lavorativi o vai a fare il barbone nelle maleodoranti periferie cittadine. Per quanto possa sembrare logico e normale, non si tiene in considerazione che non tutti possono accedere, durante la propria vita, ad un lavoro stabile e ben retribuito, visto che il sistema neo-liberista statunitense prevede facili licenziamenti, a discrezione dell’azienda. Inoltre gli stipendi di operai e impiegati delle fabbriche non sono un granchè per potersi permettere di pagare le “certezze sociali” della “libera” America. Non c’è quindi nessun tipo di invidia in una società che di superiore non ha proprio niente, in una società dove troppo spesso ci si rivolge a psicologi, avvocati e giudici, in una società isterica e sclerotizzata, dove tanti sognano di andare ma a patto di svolgere ruoli di prestigio per poi ritornare in patria e raccontare i soliti luoghi comuni dell’America, un paese nel quale non ci si dovrebbe mai augurare di nascere.

    GIAN FRANCO SPOTTI
    SORAGNA (PARMA)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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