Il “grande cuore” degli americani
di Claudio Gatti da “Il Sole – 24 ore” del 19 aprile 2002

“Israele non è un paese economicamente autosufficiente, ma dipende da prestiti e aiuti stranieri”. Comincia con questo tono, quasi minaccioso, il rapporto “Israel: US Foreign Assistance” appena completato dal Congressional Research Service, il centro studi del Congresso.
Quindi vengono sciorinate informazioni e cifre: “Dal 1949 al 1965, il 95% degli aiuti è stato destinato a scopi civili. Tra il 1966 e il 1970, gli aiuti militari sono stati quasi la metà. Dal 1971 a oggi hanno rappresentato il 75% del totale… Dal 1976, Israele è il maggior beneficiario dei nostri programmi di assistenza internazionale… e non si tratta di prestiti bensì di stanziamenti a fondo perduto. Dal 1971 a oggi ha ricevuto in media 2 miliardi di dollari all’anno… dal 1985 sono diventati 3 miliardi di dollari all’anno… In aggiunta agli aiuti diretti, Gli USA hanno finanziato lo sviluppo del sistema missilistico Arrow per 625 milioni di dollari, e fornito altri 1,3 miliardi di dollari per il carro armato Merkava… Dal 1949 ad oggi, Israele ha ricevuto oltre 87 miliardi di dollari”.
Questo rapporto rivela inoltre che le condizioni degli aiuti sono insolitamente vantaggiose. Dal 1982 per aiuti economici civili, e dal 1990 per quelli militari, i fondi annuali sono stati trasferiti sempre in una volta sola e non a rate trimestrali, come è la norma per gli altri Paesi. “Il Governo USA ha dovuto pagare gli interessi sul denaro preso in prestito per fare un unico pagamento (da una stima del 1985 risulta che il costo sia di 50/60 milioni di dollari l’anno) e che Israele guadagna invece interessi per circa 80 milioni di dollari l’anno”, spiega il rapporto.
Che gli USA fossero estremamente generosi nei loro aiuti a Israele era noto. Ma questo rapporto, non ancora reso pubblico dalla stampa americana, presenta per la prima volta in modo dettagliato lo straordinario livello di questa generosità.
Perché proprio ora? Che sia venuto il momento di far pesare quello che gli USA hanno fatto, e continuano a fare, per Israele lo pensano in molti. E all’interno dell’amministrazione Bush – in particolare nel Consiglio nazionale per la Sicurezza – c’è chi preme perché questo avvenga. Tra le ipotesi che circolano, in ordine di asprezza: sospendere alcuni degli aiuti, minacciare pubblicamente di farlo, far circolare la voce che l’amministrazione sta considerando una sospensione agli aiuti.
Un motivo può essere facilmente trovato. Avendo fatto ricorso ad elicotteri Apache per attaccare i Territori, Israele potrebbe essere accusato di aver violato i vincoli degli aiuti militari. Gli accordi prevedono, infatti, che qualsiasi equipaggiamento o apparecchio militare finanziato dal programma USA possa essere utilizzato solo per scopi di sicurezza interna o difensivi.
Nonostante lo smacco subito in queste ultime due settimane, è comunque improbabile che George W. Bush opti per una mossa apertamente ostile. L’unico precedente risale al lontano 1953, quando era presidente Dwight D. Eisenhower (il quale sospese gli aiuti fino a quando Israele non rinunciò a un progetto di diversione idrica lungo il confine con la Siria). Da allora non è mai più successo. Anche perché nessun presidente se l’è sentita di sfidare quella che generalmente viene chiamata la “lobby ebraica”, ma che in realtà è più corretto definire lobby israeliana, non solo perché l’oggetto d’interesse è Israele e non l’ebraismo, ma perché è composta anche da non-ebrei.
“A differenza delle altre lobby etniche, come quella irlandese o cubana, la lobby israeliana non deve la propria influenza soltanto ai voti che genera (pur rappresentando solo il 2% della popolazione, gli ebrei sono fortemente concentrati e quindi influenti nelle aree metropolitane attorno a New York, Los Angeles, Miami) ma anche alle donazioni che genera – spiega Michael Lind, studioso di lobbies. – La lobby israeliana ha imparato a distribuire i propri fondi su tutto il territorio nazionale, acquisendo così influenza anche in Stati dove gli elettori ebrei sono pochissimi”.
L’American Israel Public Affairs Committee, che assieme alla Conference of Presidents of Major American Jewish Organization costituisce uno dei due poli ebraici della lobby israeliana, ha un budget di quasi venti milioni di dollari l’anno che “investe” in donazioni (in media di 70mila dollari l’una) spalmate su tutto il territorio nazionale.
Negli Stati in cui l’elettorato ebraico è numericamente ininfluente – come il sud o nel centro del Paese – oltre che sul peso delle donazioni, la lobby israeliana può contare anche sul polo cristiano-conservatore. “Per motivi biblici, i cristiani evangelici e i fondamentalisti, molto forti nel partito repubblicano, sono enfaticamente pro Israele – spiega Lind – Così come lo è la destra conservatrice, che vede in Israele un fedele alleato in una regione, come quella mediorientale, affollata di nemici dell’America, e che ritiene la campagna militare di Sharon un’estensione della guerra al terrorismo”.
Il quarto polo della lobby israeliana è quello dell’industria militare, indiretta beneficiaria della generosità verso Israele. Siccome, per legge, la maggior parte degli aiuti militari deve essere investita negli USA, l’assistenza ad Israele si traduce, infatti, in aiuti all’industria militare americana.
La lobby agisce solitamente dietro le quinte, ma sa farsi sentire nei momenti chiave. La manifestazione a favore d’Israele, tenutasi lunedì scorso a Washington, è stata voluta per lanciare un messaggio a Bush, un presidente che non ispira troppa fiducia. Innanzi tutto perché appartiene ad una dinastia ritenuta non particolarmente amica (a Bush senior non è mai stata perdonata la resistenza a garantire i dieci miliardi di dollari in prestiti edili perché contrario all’espansione delle colonie nella West Bank, e al suo segretario di Stato James Baker la frase “Vaffa… gli ebrei. Tanto non votano per noi comunque”). Poi perché, da ex petroliere, George W.È particolarmente sensibile ai “sentimenti” del mondo arabo e in fine perché nella sua amministrazione non c’è un solo ebreo. Per trovarne uno bisogna scendere a livello di numeri due, come Paul Wolfowitz, vice del ministro della Difesa.


Pubblicato nell’interessantissimo numero 18 della rivista Origini monografico dedicato alla
Palestina. Da Oslo alla seconda Intifada: la lotta di un popolo negato.
Supplemento al n. 211 di Orion, aprile 2002, Euro 15,00
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