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Discussione: Guerra e Pace

  1. #401
    SENATORE di POL
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    dal sito di IDEAZIONE

    " L'Iraq fuori dalla tempesta?

    di Marco Vicenzino*
    [25 dic 05]

    Tecnicamente, le elezioni parlamentari irachene segnano la piena restaurazione della sovranità nazionale. Una più alta partecipazione al voto potrebbe non essere direttamente attribuibile alla convinzione nel processo democratico in sé: una prospettiva simile richiede tempo per svilupparsi. La motivazione principale rimane l’interesse di parte, ovvero, far sì che la propria comunità acquisti più influenza e potere decisionale possibile, sapendo che queste elezioni sono l’ultima opportunità per guadagnare tutto ciò da qui ai prossimi quattro anni.Tuttavia, il desiderio di ricorrere alle urne(o perlomeno di provarci) per risolvere le divergenze rimane fondamentalmente essenziale per l’evoluzione graduale della cultura politica irachena.

    Un altro fattore motivante è il timore dell’alternativa alle urne, cioè la consapevolezza che se il processo elettorale e politico dovesse fallire, l’alternativa potrebbe essere quella della guerra civile e della frammentazione del paese. Nonostante l’esito finale di un simile scenario sia imprevedibile, i disordini, le agitazioni e le conseguenze disastrose sono per molti indubitabili.

    Nel processo di formazione del nuovo governo, la violenza continuerà sulla scia del tentativo di destabilizzare il paese di un’efficace e sofisticata guerriglia, che colpisce il personale civile e militare, gli iracheni che collaborano e partecipano al processo di ricostruzione della propria nazione, e soprattutto, i civili iracheni innocenti, che costituiscono la stragrande maggioranza delle vittime.

    Il nuovo governo che scaturirà dalle elezioni dovrà perseguire lo scopo essenziale di raggiungere la comunità sunnita e di incoraggiare la riconciliazione interetnica e interreligiosa; migliorare le forze di sicurezza irachene servendosi dell’ assistenza basilare degli Stati Uniti e dell’addestramento aggiuntivo da parte dei paesi membri della NATO e di altri; e risolvere i molti problemi specifici rimasti irrisolti durante la stesura della nuova costituzione della scorsa estate.

    Il concetto di federalismo rimane essenziale per il futuro dell’Iraq. Deve verificarsi una netta distinzione di poteri tra il governo centrale di Baghdad e le autorità provinciali. Ciò dipende dal compromesso, e non dall’approccio secondo il quale il vincitore prende tutto, grande sfida per la cultura politica irachena.

    Le negoziazioni tra i diversi gruppi etnici e religiosi continueranno a essere critiche, in modo particolare per quel che riguarda i confini territoriali e la devoluzione dei poteri. I curdi cercheranno di estendere i confini della regione autonoma del Kurdistan per includere, strategicamente, la città di Kirkuk, il centro iracheno con il 15% delle riserve petrolifere nazionali, che i curdi reclamano come loro capitale storica. Nonostante la nuova costituzione richieda un referendum finale sullo status di Kirkuk prima della fine del 2007, il suo fragile equilibrio etnico rimane una polveriera che potrebbe innescare la guerra civile tra curdi e arabi e coinvolgere i vicini iracheni, specialmente la Turchia, che ne desidera il petrolio, protegge la minoranza turca di Kirkuk ed è sempre timorosa delle aspirazioni separatiste curde, che potrebbero esercitare la loro influenza sulla consistente minoranza curda che risiede in Turchia.

    Dopo più di un decennio di indipendenza di fatto, i curdi si rifiutano di fare ulteriori concessioni al governo centrale di Baghdad, nonostante il presidente curdo a capo del nuovo governo. Malgrado questi ostacoli, gli sciiti e i curdi hanno sviluppato buone relazioni.. Essendo state le vittime che più hanno subito le repressioni saddamite, sono quelli che beneficiano maggiormente dal nuovo Iraq federale. Molti sciiti continueranno ad utilizzare l’esempio dell’autonomia curda per fare pressioni nella richiesta di una regione federale al sud, a maggioranza sciita, dove si concentra l’85% delle risorse irachene. Durante la stesura della costituzione, la scorsa estate, il metodo da seguire per la formazione delle regioni al sud e al centro è stato deliberatamente rinviato al nuovo parlamento, nel tentativo di compiacere gli arabi sunniti, la cui rigida opposizione scaturisce dal timore di vedersi negati i proventi delle ricchezze petrolifere irachene. Comunque, è improbabile che il rinvio impedisca la formazione di nuove regioni federali, dal momento che il nuovo parlamento sarà ancora dominato da una maggioranza sciita e curda.

    Coinvolgere nel processo la comunità sunnita, che rappresenta circa il 20% della popolazione irachena, resta la più grande sfida del nuovo governo. Se confrontata con le elezioni del gennaio e dell’ottobre 2005, la partecipazione sunnita al voto probabilmente aumenterà, soprattutto nella zona abitata dalla comunità, l’Iraq centrale. Comunque, potrebbe essere insufficiente per dare un’accurata misura delle aspirazioni della comunità, tranquillizzarla e darle un autentico senso di inclusione. Questo ovviamente avrà il suo impatto sulla legittimità delle elezioni per molti iracheni e in tutto il Medio Oriente, in modo particolare negli stati a maggioranza sunnita.

    Ovviamente, i sunniti temono di diventare in futuro una minoranza, e di essere privati dei benefici della comunità dominante, in modo particolare in termini di rango, privilegi e garanzie. Tra i sunniti esiste anche una strenua opposizione alla presenza straniera sulla propria terra, che scaturisce da una combinazione esplosiva di fervente religiosità e di ardente nazionalismo. Inoltre, i sunniti che desiderano partecipare alle elezioni potrebbero rifiutarsi per paura di rappresaglie da parte della guerriglia.

    Il nuovo governo deve continuare il processo di isolamento degli elementi più estremisti, che rifiutano il nuovo Iraq, e coinvolgere la maggioranza moderata con incentivi, garantendo pari status, diritti e opportunità. Deve inoltre affidare ai funzionari sunniti delle posizioni di rilievo, in modo particolare nei ministeri chiave della giustizia, dell’interno e della difesa.

    Senza la partecipazione dei sunniti, non ci sarà pace in Iraq. Lo scenario alternativo è la guerra civile, la disintegrazione e la libanizzazione del paese, con conseguenze disastrose per i cittadini iracheni, i loro vicini, la stabilità della regione e la sicurezza internazionale: come nell’Afghanistan degli anni ’90, l’Iraq diverrà sempre di più un’enclave terroristica. A differenza dell’Afghanistan, l’Iraq possiede la seconda più grande riserva petrolifera mondiale. Con accesso diretto ai suoi profitti, gli estremisti potrebbero finanziare delle operazioni letali in tutto il mondo.

    La più grande sfida di ordine pratico del nuovo governo consiste nell’espandere le forze di sicurezza e nel migliorarne le capacità operative. L’efficienza è gradualmente migliorata e le diserzioni sono sensibilmente diminuite. In ogni caso, la situazione ben lontana dall’essere ideale,
    e la presenza degli Stati Uniti sarà necessaria ancora per molto tempo. Nonostante molti stati membri della NATO abbiano contribuito all’addestramento delle forze irachene, è necessario un maggiore coinvolgimento internazionale, in modo particolare dentro i confini dell’Iraq. La guerriglia è divenuta sempre più sofisticata, in modo particolare
    nello sviluppo di congegni esplosivi come le autobombe, a cui si devono la maggior parte delle vittime americane.

    L’impegno statunitense è essenziale per il futuro dell’Iraq. Deve fornire tutte le risorse necessarie per assicurarsi che l’Iraq emerga dagli attuali disordini e agitazioni. I leader del nuovo governo devono dimostrare unità, trasparenza e responsabilità, e guadagnare la credibilità necessaria per convincere i cittadini iracheni che l’attuale ciclo di violenza e instabilità può essere sensibilmente ridotto. Grandi sfide sul fronte economico, come combattere la corruzione endemica e ridurre i livelli esorbitanti della disoccupazione, rimangono elementi chiave per la riuscita.

    I vicini dell’Iraq preferiscono un governo centrale debole. Capace di provvedere all’ordine interno basilare, ma docile e soggetto alla loro influenza, in particolare nelle province irachene al confine, e in definitiva dipendenti da loro per la stabilità. La Siria farà appena quanto basta per dire che sta aiutando gli Stati Uniti e niente più. Cerca di eludere le crescenti pressioni statunitensi, conseguenza delle indagini delle Nazioni Unite sull’assassinio di Hariri, e desidera evitare il destino della Libia dopo Lockerbie, culminato in anni di devastanti sanzioni dell’ONU. La Siria sta inoltre cercando di monitorare con attenzione i propri estremisti e i loro simpatizzanti, che attraversano il confine con l’Iraq. Se vengono uccisi in Iraq, questo significa che Assad avrà meno problemi. Se tornano, si farà riferimento alle loro identità casomai in futuro tornassero utili. Recenti disordini interni in Siria hanno fornito ulteriori conferme a questa opinione. Inoltre, il massacro di migliaia di fondamentalisti islamici ad Hama nel 1982, da parte del regime siriano,dovrebbe ricordarcelo. I timori della Giordania sull’impatto, al suo interno, delle attività degli estremisti in Iraq, come hanno dimostrato i recenti attacchi ad Amman, sono accompagnati dalla speranza in una maggiore stabilità che offrirebbe significativi dividendi economici, derivati da un aumento dei commerci nel porto di Aqaba.

    L’Iran spera in una maggiore influenza del clero sciita sul nuovo governo iracheno, mentre la Turchia continua a vigilare sulle attività del nord, abitato dai curdi. Le maggiori preoccupazioni dell’Arabia Saudita riguardano le attività degli estremisti sunniti, che superano il confine iracheno, e l’attenta osservazione dell’influenza sciita irachena sulla minoranza sciita nell’Arabia dell’est, difficilmente controllabile.

    Quali saranno le conseguenze delle elezioni?

    Il nuovo governo iracheno non sarà come il regime teocratico iraniano, e neanche filoccidentale come vorrebbero gli Stati Uniti. Comunque, la religione manterrà chiaramente un ruolo importante. Gli islamisti sciiti moderati continueranno a dominare il governo con una significativa influenza del clero sciita, ma con meno voti, e alleati di una presenza curda unita e formidabile. In ogni caso, un’ opposizione dei nazionalisti secolari potrebbe sorgere sotto la leadership di figure come quelle dell’ex primo ministro Iyad Allawi, che potrebbe raccogliere consensi tra gli sciiti laici e i sunniti al centro. Nonostante una simile opposizione possa partecipare direttamente o indirettamente a un una coalizione di governo di unità nazionale, essa cercherà di distinguersi e di affermarsi come un’entità politica a sé stante.

    Finora, gli sciiti moderati, e in modo particolare l’ayatollah Sistani, si sono dimostrati affidabili nel tenere a freno gli elementi più radicali, in modo particolare nel contesto degli attacchi diretti contro gli sciiti, perpetrati col fine di causare una violenta rivolta, potenziale miccia della guerra civile.

    In base alle necessità, un governo principalmente controllato dagli sciiti continuerà a tollerare la presenza statunitense, per impedire la frammentazione e la disintegrazione nazionale. Tuttavia molti iracheni, e molti al di fuori dell’Iraq, desiderano vedere una sensibile riduzione delle truppe statunitensi e infine il loro ritiro quando col tempo, se così sarà, riusciranno a restituire al paese un livello accettabile di normalità e di stabilità.

    25 dicembre 2005

    * Marco Vicenzino è stato Deputy Executive Director dell'International Institute for Strategic Studies statunitense e docente di Diritto internazionale alla School of International Service dell'American University di Washington. Come analista e commentatore di affari internazionali, ha collaborato con Financial Times, Le Figaro, El Mundo, El Pais, La Vanguardia, Al Hayat e Panorama.
    "

    Shalom

  2. #402
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    Non tutta l'Europa è zapatera o prodinottista.....

    da www.paginedidifesa.it

    " La Polonia non ritira più il contingente dall’Iraq

    Pagine di Difesa, 29 dicembre 2005


    Il nuovo governo polacco ha annunciato che manterrà le truppe in Iraq fino alla fine dell’anno prossimo, nonostante il governo precedente avesse deciso di ritirarle entro la prossima settimana. Il neo-eletto primo ministro, Kazimierz Marcinkiewicz, nel corso di una conferenza stampa ha affermato che la decisione è basata sulla decisione delle Nazioni Unite di prolungare la missione e sulla richiesta del governo iracheno che ha chiesto alla Polonia di mantenere le forze più a lungo. Da un recente sondaggio risulta che circa il 75% dei polacchi è contro la missione in Iraq. Ukraina e Bulgaria hanno ritirato i propri contingenti. Regno Unito e Italia hanno annunciato un ridimensionamento.

    Fonte: ISN Security Watch "



    Saluti liberali

  3. #403
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Non tutta l'Europa è zapatera o prodinottista.....

    da www.paginedidifesa.it

    " La Polonia non ritira più il contingente dall’Iraq

    Pagine di Difesa, 29 dicembre 2005


    Il nuovo governo polacco ha annunciato che manterrà le truppe in Iraq fino alla fine dell’anno prossimo, nonostante il governo precedente avesse deciso di ritirarle entro la prossima settimana. Il neo-eletto primo ministro, Kazimierz Marcinkiewicz, nel corso di una conferenza stampa ha affermato che la decisione è basata sulla decisione delle Nazioni Unite di prolungare la missione e sulla richiesta del governo iracheno che ha chiesto alla Polonia di mantenere le forze più a lungo. Da un recente sondaggio risulta che circa il 75% dei polacchi è contro la missione in Iraq. Ukraina e Bulgaria hanno ritirato i propri contingenti. Regno Unito e Italia hanno annunciato un ridimensionamento.

    Fonte: ISN Security Watch "



    Saluti liberali
    ......per quanto riguarda l'Italia non dimentichiamo che noi abbiamo alle spalle
    un 8 Settembre ! Mace ne rendiamo conto ? il verbo inglese " to badogliate "
    che ci pioverebbe di nuovo addosso ...................

    PS: ......e il shalom che fine ha fatto? Scusa la curiosita' !

  4. #404
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    Un interessante articolo che riporta talune critiche dure, ma secondo me in buona parte fondate, sul...comportamento.......delle forze armate americane in IraQ..........

    da www.paginedidifesa.it

    " Un generale britannico accusa gli americani in Iraq: ignoranti

    ----------------------

    Pagine di Difesa, 12 gennaio 2006

    ----------------------

    Un generale britannico ha scritto un’aspra critica dell’esercito americano e delle sue prestazioni in Iraq, accusandolo d’ignoranza e di altri difetti che compromettono l’esito della missione (o rendono il successo piu’ difficile). Le critiche del generale Nigel Aylwin-Foster, che è stato vice-comandante del programma per l’addestramento del personale militare iracheno, sono pubblicate dalla rivista dell’Esercito degli Stati Uniti, Military Review, che ha gia’ ospitato in passato punti di vista “non ortodossi” sulla guerra in Iraq (un precedente era a firma di un generale australiano). A notarlo è il Washington Post.
    Il generale Aylwin-Foster ci va pesante: oltre all’ignoranza, rimprovera ai commilitoni statunitensi “un moralismo auto-referenziale, una micro-gestione improduttiva e un ottimismo ingiustificato”. Il generale scrive, fra l’altro, che gli ufficiali americani in Iraq hanno mostrato una “insensibilità culturale” tale da potersi considerare alla stregua di “razzismo istituzionale”, che avrebbe stimolato la crescita dell’insurrezione: l’esercito Usa sarebbe stato lento nell’adeguare le sue tattiche e l’approccio avuto all’inizio dell’occupazione “ha reso piu’ difficile il compito”, alienando agli americani “il favore di significative porzioni della popolazione irachena”.

    Il punto di vista di Aylwin-Foster ha suscitato a sua volta “intense reazioni” fra gli ufficiali statunitensi. Ma, per la rivista, l’opinione del generale britannico è un contributo all’esame di coscienza avviato nelle forze armate mentre s’avvicina il terzo anniversario della guerra in Iraq. Sotto l’attuale direzione del colonnello William M. Darley, Military Review, che negli ultimi due anni ha spesso ospitato articoli critici sulle operazioni in Iraq, ha acquisito influenza. Alcuni suoi pezzi sono divenuti testi di riferimento per ufficiali e soldati, come uno studio del generale Peter W. Chiarelli su come combattere l’insurrezione.

    Il generale britannico denuncia l’impatto negativo dell’ottimismo a oltranza manifestato dagli americani, che scoraggia “gli ufficiali inferiori a riferire notizie meno che positive alla catena di comando” e procura, quindi, un’immagine distorta della situazione. Fra le reazioni alle osservazioni di Aylwin-Foster, sono significative quelle del generale David Petraeus, responsabile dell’addestramento delle forze di sicurezza irachene: Petraeus riconosce che il britannico “è un eccellente ufficiale” e giudica il suo punto di vista “importante e non isolato”.

    "


    Shalom

  5. #405
    SENATORE di POL
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    "
    Guerra civile in Iraq?

    di Daniel Pipes

    L'Opinione delle Libertà

    2 marzo 2006


    Pezzo in lingua originale inglese: Civil War in Iraq?

    L'attentato dinamitardo del 22 febbraio scorso contro la moschea di Askariya, a Samarra, in Iraq, è stata una tragedia, ma non si è trattata di una sciagura americana o della coalizione.

    La distruzione della Cupola d'Oro, costruita nel 1905, che costituisce uno dei luoghi più sacri dell'Islam sciita, rappresenta un'escalation dell'attacco lanciato dai sunniti contro gli sciiti, un oltraggio finalizzato a provocare una violenta reazione emotiva. Ciò evidenzia non una debolezza da parte sunnita, bensì la determinazione di elementi della comunità da tempo al potere in Iraq a riaffermare il loro dominio. Il presidente iracheno Jalal Talabani ha giustamente ammonito che "il fuoco di sedizione, una volta scoppiato, può bruciare tutto ciò che si trova davanti, senza risparmiare nessuno". È raccapricciante la possibile carneficina che si presenta.

    In altre parole, la coalizione non è responsabile della situazione irachena, né questa ultima costituisce un particolare pericolo per l'Occidente.

    Quando Washington e i suoi alleati rovesciarono l'odioso regime di Saddam Hussein, che mise a repentaglio il mondo esterno cominciando due guerre di espansione, costruendo un arsenale di armi di distruzione di massa e puntando a detenere il controllo del mercato petrolifero e di quello del gas, essi concessero un beneficio storico agli iracheni, una popolazione che è stata arbitrariamente vessata dal dittatore stalinista.

    Prevedibilmente, il suo regime si è rapidamente arreso all'attacco esterno dimostrando di essere il "gioco da ragazzi" che parecchi analisti, incluso me, avevano previsto. Quella vittoria ottenuta in sei settimane resta una gloria della politica estera americana e delle forze di coalizione. Essa rappresenta altresì un personale risultato conseguito dal presidente Bush, che prese le decisioni chiave.

    Ma il Presidente decise che questa missione non era sufficiente. Abbagliato dagli esempi della Germania e del Giappone del dopo Seconda guerra mondiale – le cui trasformazioni, a posteriori, appaiono sempre più come dei successi epocali – George W. Bush impegnò le truppe allo scopo di creare un "Iraq libero e democratico". Questo nobile proposito ha trovato fonte di ispirazione nella migliore tradizione dell'idealismo americano.

    Ma come avevo già preconizzato nell'aprile del 2003, la nobiltà di propositi non basta a risanare l'Iraq. Gli iracheni, popolazione a predominanza musulmana che si è da poco liberata del suo torrione totalitario, sono stati riluttanti a seguire l'esempio americano; da parte loro, gli americani non hanno manifestato un profondo interesse verso la prosperità dell'Iraq. Questa combinazione di forze fa' sì che la coalizione non riesca a imporre la sua volontà su 26 milioni di iracheni.

    Ciò implica altresì la necessità di ridurre gli obiettivi della coalizione. Io plaudo l'intento di costruire un "Iraq libero e democratico", ma è arrivato il momento di riconoscere che il successo della coalizione si limiterà alla distruzione della tirannia, e non consisterà nel patrocinare il suo rimpiazzo. Non c'è nulla di ignobile in questo riduttivo successo, che è una pietra miliare della sanità internazionale. Sarebbe particolarmente rovinoso, se il puntare troppo in alto vanifichi quel successo e renda così meno probabili dei futuri interventi. I benefici derivanti dall'eliminazione del regime di Saddam Hussein non devono essere obliati dall'angoscia di non riuscire a creare con successo un nuovo Iraq.

    Rendere stabile l'Iraq non è compito della coalizione né è un suo obbligo. Ci vorranno parecchi anni per riparare il danno causato da Saddam Hussein. Non si può assegnare agli americani, ai britannici e agli altri il compito di sanare le divergenze esistenti tra sciiti e sunniti, un persistente problema che solo gli stessi iracheni sono in grado di risolvere.

    Lo scoppio della guerra civile in Iraq avrebbe innumerevoli implicazioni per l'Occidente. Sarebbe probabile che ciò:

    Inviti alla partecipazione siriana ed iraniana, accelerando la possibilità di uno scontro americano con questi due Stati, con i quali le tensioni sono già elevate.

    Ponga fine al sogno iracheno di fungere da modello per gli altri paesi del Medio Oriente, rallentando la spinta verso le elezioni. Ciò sortirà l'effetto di impedire agli islamisti di essere legittimati grazie al voto popolare, come è stato per Hamas un mese fa.

    Riduca le perdite della coalizione in Iraq. Come osservato dal Philadelphia Inquirer,"Anziché uccidere i soldati americani, gli insorti e i combattenti stranieri sono molto più interessati a creare un conflitto civile che potrebbe destabilizzare il processo politico iracheno e condurre probabilmente alla guerra etnica e religiosa".

    Riduca le perdite occidentali fuori dall'Iraq. Vali Nasr, un docente della U.S. Naval Postgraduate School osserva che: "Proprio quando sembrava che i musulmani della regione avessero messo da parte le loro divergenze per unirsi in protesta contro le caricature danesi, l'attacco ha mostrato che il settarismo islamico resta la maggiore sfida alla pace". Detto in maniera diversa, quando i terroristi sunniti prendono di mira gli sciiti e viceversa, i non-musulmani hanno meno probabilità di rimanere feriti.

    In poche parole, la guerra civile in Iraq sarebbe una tragedia umanitaria, ma non strategica.
    "

    Shalom

  6. #406
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    Predefinito Armi di distruzionen di massa

    Nell'articolo citato si parla di armi di distruzione di massa.Quali ?

  7. #407
    SENATORE di POL
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    Chiedi ai curdi.

    Shalom

  8. #408
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    Citazione Originariamente Scritto da Pieffebi
    Chiedi ai curdi.

    Shalom
    Le armi di distruzione di massa che dovevano giustificare la guerra del 2003non sono mai state trovate ! Ne' tanto meno impiegate contro le truppe anglo-americane.

  9. #409
    SENATORE di POL
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    Vero, come è vero che quel tal pescatore che usava la rete dalle maglie molto larghe non ha mai pescato una sardina......


    dal quotidiano IL FOGLIO di oggi

    "

    Hillary Clinton e i massimi vertici del Partito democratico applaudono le parole di Silvio Berlusconi in favore della diffusione della democrazia nel mondo, mentre il futuribile Partito democratico italiano accusa il presidente del Consiglio (che ha “commosso” Hillary e gli altri senatori del vero Partito democratico a cui si vorrebbe ispirare) di aver svenduto l’Italia agli Stati Uniti, con toni diversi ma perfettamente compatibili con quelli di uno dei tanti zombie in libera uscita dalla spazzatura della storia. Piero Fassino si dimentica le poche, timide, eppure coraggiose parole sul processo democratico in medio oriente, avviato da Bush e dal compagno Blair peraltro sulla base di una dottrina di politica estera che ha radici nella cultura della sinistra democratica e liberale, da Wilson a Roosevelt, da Truman a Kennedy, da Blair a Clinton. E se la sinistra italiana non lo capisce, o non lo sa, è perché ha una tradizione antifascista ma non antitotalitaria. Così Massimo D’Alema crede che il modo migliore per andare alla Farnesina sia difendere i fascisti-islamici di Hamas.
    Il paradosso è che negli stessi giorni di questo imbarazzante arretramento della sinistra italiana (l’eccezione è Rutelli), i liberal americani si sono interrogati sulle grandi difficoltà della strategia di promozione della democrazia, giungendo però alla conclusione che la direzione resta giusta, nonostante le continue stragi in Iraq, il ruolo dei Fratelli musulmani e l’ascesa di Hamas al governo. Domenica è stato il Washington Post a spiegare che le critiche a questa politica non stanno in piedi e, soprattutto, non offrono un’alternativa credibile (domenica il Corriere ha scritto la stessa cosa in un corsivo non firmato e il Los Angeles Times ha pubblicato un articolo di Natan Sharansky con la medesima tesi). La settimana scorsa il New York Times s’è accorto della “vergogna delle Nazioni Unite” (titolo di un editoriale), egemonizzate anche nei tentativi di riforma dall’alleanza delle dittature, per cui ora scopre che “John Bolton ha ragione e il segretario generale Kofi Annan ha torto”. Il Washington Post ha entusiasticamente appoggiato la proposta di Condi Rice di aumentare gli aiuti all’opposizione iraniana, cioè di utilizzare quel soft power tanto invocato per criticare le soluzioni militari, poi sempre ignorato quando viene esercitato. Su Foreign Policy, il guru del soft power, Joseph S. Nye, ha spiegato che alcuni obiettivi possono essere raggiunti soltanto con l’uso della forza militare, mentre Christopher Hitchens, su Slate, si è fatto beffe di chi si illude che le dittature possano essere abbattute soltanto col “potere morbido”. Serve, ovviamente. Ma servono di più un esercito efficiente e una leadership dotata di una politica antitotalitaria. Opporsi alla promozione della democrazia è legittimo, ma a patto che si individui l’alternativa
    ."

    Shalom

  10. #410
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    da www.paginedidifesa.it

    " Uso della forza e diritto internazionale, le posizioni Usa e UE
    -----------------------------------------

    Giovanni Punzo, 2 marzo 2006

    ----------------------------------------

    Benchè sia ancora prematuro definire la vicenda irachena definitivamente conclusa con l’auspicato successo della democrazia anche in quel Paese, per vari motivi si può cominciare invece a considerare ormai risanato il rapporto Europa-Usa incrinatosi nel marzo 2003. Sulla necessità di questo rapporto si è detto e scritto molto, ma esso appare sempre più inevitabile o ineludibile e per comprenderne i vari aspetti è necessario ripercorrere le più recenti vicende di queste divergenze.
    Come risulta dall’acceso dibattito dell’opinione pubblica internazionale, uno dei terreni di frequenti incomprensioni tra Usa e UE è stato quello sulla legittimità o meno del ricorso risolutivo all’uso della forza militare nelle relazioni internazionali, intendendo principalmente per “legittimità” la liceità di tale ricorso secondo le regole stabilite dal diritto internazionale. A parte le singole situazioni caratterizzate da diverse valutazioni politiche, sulle due sponde dell’Atlantico esistono soprattutto “concetti” diversi sul ruolo e sulla funzione del diritto internazionale, oltre che sulle stesse modalità di produzione delle norme di diritto, e quindi sulla possibilità dell’uso della forza. Anche in questo caso è difficile tracciare una netta separazione, ma non si può parlare per questo di concezioni antitetiche o assolutamente inconciliabili.

    Come è noto, non sono mancati motivi di contrasto, soprattutto perché in uno scenario politico instabile, all’interno del quale il diritto internazionale stenta ad imporsi come regolatore principale, si sono presentati soggetti nuovi in parte originati dalla disgregazione di Stati, in parte da nuove aggregazioni su basi etniche, politiche o religiose. Si è assistito pertanto alla proliferazione di soggetti secondo vecchie regole (secessione da Stati e indipendenza) ma anche, nel caso dell’11 settembre, alla comparsa di una organizzazione internazionale di privati (sebbene probabilmente appoggiata da governi) che ha condotto un attacco di tale gravità da essere considerato quasi un crimine contro l’umanità.

    La prima osservazione riguarda la forma dei due attori internazionali. Come è noto l’UE non si può ancora definire un attore internazionale nel pieno delle capacità ma piuttosto una struttura in divenire, mentre dall’altra parte esiste uno Stato con delle caratteristiche così particolari che ne fanno qualcosa di unico nel suo genere. L’UE ha creato finora una forma istituzionale avanzata e sofisticata, soprattutto nella sfera economica e commerciale, ma è ancora alla ricerca di una identità forte in termini politici mentre gli Usa, rinforzati dopo il crollo del Muro a seguito della scomparsa dell’attore antagonista, hanno praticato in questi ultimi anni una politica di superpotenza (o secondo alcuni di “iperpotenza”) in tutti i campi in un quadro di conflittualità diffusa e quasi sfuggita al controllo, ma dando anche in molti casi l’impressione di volersi sottrarre ai vincoli derivanti dalle norme internazionali e soprattutto dall’appartenenza alle Nazioni Unite.

    Dopo la seconda guerra mondiale le relazioni tra Stati si sono svolte principalmente nel quadro delle Nazioni Unite. In un processo storico di lungo periodo (dalla fondazione dell’Onu a oggi più di mezzo secolo), esse hanno dato origine a un diritto internazionale consuetudinario che ha stabilito il divieto dell’uso della forza nei confronti della sovranità territoriale o dell’indipendenza politica di uno Stato ma allo stesso tempo il diritto alla legittima difesa.

    Il divieto all’uso unilaterale della forza è infatti previsto dall’art. 2, par. 4 della Carta Onu e quello della legittima difesa dall’art. 51, con l’ulteriore specificazione che per “legittima” difesa si intende una reazione “successiva” all’attacco. Significativa su questi due principi la posizione degli Usa che, pur riconoscendo il significato preciso dell’art. 2, par. 4, ha esteso i limiti di interpretazione sostenendo che il diritto internazionale consuetudinario non ha mai modificato il concetto di legittima difesa come concepito prima della Carta dell’Onu e pertanto comprensivo della cosiddetta “legittima difesa preventiva”.

    In questa luce la recente “Dottrina per la sicurezza nazionale”, promulgata dopo i fatti dell’11 settembre dal presidente Bush, appare quindi una ragionevole evoluzione di posizioni sempre sostenute. Più complesso il discorso dell’intervento “per motivi umanitari”: la vera trasformazione concettuale operata dagli Usa risiede infatti nel cambiamento d’opinione (e conseguentemente di atteggiamento) su tutta la questione.

    Senza andare troppo indietro nel tempo, in quanto si potrebbe risalire addirittura alla “dottrina di Monroe” del 1823, basti ricordare che nel 1978 gli Usa avevano manifestato forti contrarietà all’intervento vietnamita “per motivi umanitari” nella Cambogia devastata dai khmer rossi. È invece dal 1991 che data il mutamento su questo aspetto, un mutamento che gradatamente ha condotto sino all’intervento nella guerra per il Kosovo. Nonostante questo però il diritto all’intervento per motivi umanitari resta ancora sul piano generale una costruzione fragile, soprattutto se letto in una prospettiva giuridica rigorosa.

    Più difficile ricostruire il percorso evolutivo di una “posizione europea” sulla questione. Per prima cosa non si trattava di una materia di competenza comunitaria. Del resto, fino alla caduta del Muro per gli Stati europei non era nemmeno ipotizzabile avere un atteggiamento comune, in quanto, di volta in volta, essi condividevano – più o meno con convinzione, più o meno forzatamente – le posizioni di uno dei blocchi, il cui confine terrestre divideva in due proprio la stessa Europa. L’attuale Trattato dell’Unione Europea (art. 11) rinvia ai principi contenuti nella Carta Onu in materia di mantenimento della pace e sicurezza internazionale, ma senza per questo esplicitare una posizione “nettamente europea” sulle questioni dell’uso della forza e della legittima difesa.

    Genericamente si può dire però che gli Stati dell’Europa continentale, anche quelli di recente adesione all’Unione, hanno sempre riconosciuto il disposto congiunto dei due articoli della Carta Onu, con l’eccezione del Regno Unito, che ha altresì manifestato quasi sempre più una “volontà politica” di condivisione delle posizioni Usa, piuttosto che una vera e propria interpretazione giuridica. Diversa ancora la posizione degli Stati europei membri della Nato, che hanno condiviso il mutamento graduale delle posizioni Usa sull’intervento, come ha dimostrato tutta la vicenda jugoslava fino alla conclusione in Kosovo nel 1999.

    Il problema che emerge ora è quello delle diversità tra un Paese (gli Usa) che ha sempre plasmato le regole internazionali e un gruppo di Paesi che non ha ancora assunto una posizione netta e ampiamente condivisa. Il discorso diventa più complesso se si considera che le Nazioni Unite – ben al di là della loro prassi sovente criticata – rappresentano in assoluto le relazioni internazionali, il principale forum di incontro e discussione per l’organizzazione politica internazionale anche se, con buona pace di Hardt e Negri, non sono diventate il gendarme del mondo.

    Questo ruolo generale dell’Onu si è affermato proprio nella produzione delle norme internazionali e nel passaggio delle regole fissate da accordi bilaterali ad accordi multilaterali. Questo è un altro punto cruciale delle relazioni transatlantiche. Se è vero che gli Usa non hanno accolto favorevolmente le problematiche sollevate dal Protocollo di Kyoto, è altrettanto vero che molti trattati internazionali per la tutela dei diritti umani hanno ricevuto il sostegno americano, sia pure con forti riserve espresse a tutela della propria sovranità.

    Uno dei principali problemi – rivelatore di queste diverse visioni del diritto internazionale – che tornerà a fare la sua comparsa nell’agenda mondiale sarà quello della Corte penale internazionale, che notoriamente non ha ricevuto l’approvazione degli Usa. In questa vicenda particolare compaiono tutte le diversità euro-atlantiche. All’inizio lo spirito internazionale era stato concorde e forte la volontà soprattutto degli Usa di proseguire il cammino iniziato con l’istituzione dei Tribunali internazionali per la ex-Jugoslavia e il Ruanda nell’intento di non lasciare impuniti crimini internazionali. Nell’arco di tempo intercorso tra la conclusione della prima fase negoziale a Roma (luglio 1998) e la successiva conferenza istitutiva nella stessa sede l’anno successivo la posizione Usa cambiò però completamente, incentrandosi sulle critiche a un aspetto del funzionamento del Tribunale tutt’altro che irrilevante come l’indipendenza del procuratore.

    Le posizioni erano diametralmente opposte: gli Usa intendevano in un certo senso subordinare l’azione del procuratore al Consiglio di Sicurezza, mentre gli Stati europei, al contrario, sostenevano che l’imparzialità autentica sarebbe stata garantita proprio da qualsiasi mancanza di subordinazione. Benchè fonti diplomatiche Usa ammettessero in seguito apertamente che in realtà essi temevano di dover essere un malaugurato giorno chiamati a rispondere di qualcosa davanti alla Corte, resta tuttavia una diversa concezione del diritto e della giustizia.
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    Saluti liberali

 

 
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