…e Francia.
Come su un ring, lunedì sera, sullo schermo di Tv France2 si sono affrontati due campioni del peso di Richard Perle e Raymond Barre. L’americano, Presidente del comitato consultivo del Pentagono, consigliere ascoltato di Bush, l’uomo che ha detto che la Francia “si muove non più come un alleato, ma come un concorrente degli Usa”. Il francese, 77 anni molto ben portati, economista risucchiato dalla politica, Primo ministro sotto Giscard d’Estaing, poi sindaco di Lione.
Un confronto cortese, fra gentiluomini, senza esclusione di colpi.
Inizia Barre, senza cautela: “Stiamo andando, in maniera inesorabile, verso l’inizio delle operazioni militari”. Se ne duole, l’ex premier, “da pensionato” si sente libero di dire ciò che tutti, nella Parigi che conta, sussurrano: la Francia non fermerà la determinazione americana. E aggiunge: qualcuno “…pensa che un Paese come gli Usa invii nel Golfo 200 mila uomini e 5 portaerei, per nulla?”.
(Certamente no: è una pesantissima e nella speranza americana insostenibile pressione sul regime di Saddam, oltre ad essere una “spettacolare” esibizione ammonitrice ndr.).
Ciò non toglie, prosegue Barre, che fa bene il presidente Chirac ad opporsi a Bush. Certo, Saddam è un dittatore sanguinario, ma dispone di “mezzi limitati”, non è una “minaccia imminente”.
(Esattamente quello che si diceva della nuova nascente Germania nazista ndr.).
Pur sapendo di non essere ascoltato, invita gli Usa a “rinunciare alla guerra preventiva”, a non impegnarsi in una avventura “che potrebbe rivelarsi un boomerang”. Barre auspica che la Francia ne resti fuori, anche se, è il suo avviso, Chirac non userà l’arma atomica di un veto.
L’amerikano, dall’altra parte dell’Atlantico, conferma che gli Usa e la coalizione che la sostiene hanno intenzione di “sbarazzarsi” delle armi di Saddam. “Libereremo il popolo iracheno”. Sarebbe stato meglio farlo nel ’91, ma è questa una buona ragione per sbagliare ancora? Quanto alle marce, all’”opinione pubblica mondiale” che idealmente scandisce il nome di Chirac, Perle fa spallucce: non è degno di uomini di Stato lasciarsi condizionare dalle manifestazioni.
Sullo stato delle relazioni Usa-Francia Perle non usa eufemismi: “La crisi è grave”. Evoca un “crollo della nostra fiducia”. Precisa che un alleato non ha la tendenza a diventare un “contrappeso”. Accusa la Francia di aver cambiato la lettura della 1441, una risoluzione sul disarmo, non sulle ispezioni. Infine l’affondo. La verità, dice, è che la Francia “ha paura”. Non usa, l’americano, la parola vergognosa di appeasement. Ma si capisce che lo pensa.
La staffilata ferisce l’orgoglio francese: Barre reagisce.
Ma a collegamento con Perle terminato, il dibattito si sposta sul terrorismo; qui, involontariamente, l’ex primo ministro conferma la tesi: Parigi ha paura.
Il conflitto con l’Iraq è destinato ad accrescere la minaccia terroristica. La Francia, con i suoi 5 milioni di cittadini musulmani, è esposta? Interviene il capo dei Servizi segreti. Sì: E’ esposta, le persone pericolose sono “alcune decine”. Il paese non ha scordato l’ondata di attentati parigini del 1995, di origine algerina. Negli ultimi giorni prima il ministro degli Esteri de Villepin, poi Chirac, hanno martellato sul rischio che la guerra allarghi il fossato tra mondo arabo e occidente, che faccia nascere altri ben Laden.
Anche Barre la pensa così:”Gli Stati Uniti non hanno conosciuto, sul proprio territorio, la minaccia terroristica, a parte le Torri”.
Sì, proprio così dice Barre, “sauf les Tours”.
Lunedì sera l’Oceano tra Washington e Parigi è apparso molto più largo dell’Atlantico.
saluti




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