E' un abbaglio, non è petrolio
E' più economico comprare il petrolio che impadronirsene con una guerra.
Non è l’oro nero l’obiettivo Usa: una mano di conti sfata un mito
largamente diffuso
Tanti lo dicono, tanti lo pensano. Dalla massaia che non legge i giornali
al caudillo dell’ultrasinistra Gino Strada, dal militante pacifista che
sfila col cartello dove c’è un bambino con una pompa di benzina puntata
alla tempia, al premio Nobel per la pace Nelson Mandela: quella che sta per
scoppiare in Irak è una guerra per mettere le mani sul petrolio di quel
paese, è una guerra per aumentare i profitti delle compagnie petrolifere e
delle altre multinazionali statunitensi. Se le ragioni per dire no alla
guerra sono queste, stiamo freschi. Non c’è niente di peggio, per gli
interessi di una causa giusta, che addurre ragioni indifendibili a suo
sostegno. E le fanfaronate che circolano a proposito del petrolio irakeno
sono precisamente questo: argomentazioni sbagliate.
Quanto costa la guerra, quanto vale il petrolio
Ha spiegato Martin Wolf sul Financial Times che darsi per obiettivo la
rapina del petrolio iracheno è un modo altamente inefficiente di “spillare
rendita” dal medesimo. «Supponiamo - scrive - che l’Irak del dopoguerra
produca 3 milioni di barili di greggio al giorno (b/g) ad un prezzo medio
di 25 dollari. Ciò genererebbe 27 miliardi di dollari di ricavi all’anno.
Supponiamo che i costi di produzione siano, come minimo, 5 miliardi di
dollari. Restano a disposizione 22 miliardi di dollari di rendita. Per
quanto sfruttatrici fossero le potenze occupanti, non potrebbero portarli
tutti via da un Irak impoverito. Supponiamo che gli occupanti decidano di
accaparrarsi la metà della cifra, 11 miliardi: è una cifra pari allo 0,1%
della somma dei Pil di Usa e Regno Unito. Dal momento che la guerra e la
successiva occupazione costeranno, secono le stime più plausibili, 100
miliardi di dollari, quella della razzia del greggio iracheno è una ragione
folle per fare una guerra». Le stime di Wolf rischiano di risultare
ottimistiche. Secondo William Nordhaus della Yale University i costi che
gli Usa dovranno sostenere per un intervento in Irak oscillano fra i 100 ed
i 600 miliardi di dollari, a seconda della durata dell’occupazione
post-bellica, con le sue spese per peacekeeping, assistenza umanitaria e
ricostruzione. Se la guerra dovesse protrarsi o l’area del conflitto
allargarsi, gli Usa patirebbero conseguenze anche in termini di mancata
crescita del Pil: i costi potrebbero allora salire fino a 1.900 miliardi di
lire in un decennio. Alcuni fanno notare che le riserve di petrolio irakene
sono particolarmente succulente: 112,5 miliardi di barili di petrolio, per
un valore stimato di 3.400 miliardi di dollari. John Tatom della DePaul
University di Chicago sostiene però che, portate sul mercato, queste
riserve in realtà realizzerebbero profitti per appena 140 miliardi di
dollari, a causa del fatto che per ragioni tecniche l’Irak può espandere la
sua produzione al massimo dai 2,6 milioni di b/g di oggi a 3 milioni. Ciò
impone dei costi di capitale e di produzione che limitano di molto i
profitti. Al che va aggiunto che l’Irak è schiacciato da un debito estero
non ufficialmente quantificato, ma che potrebbe essere superiore ai 100
miliardi di dollari: parte della rendita del petrolio se ne andrebbe nel
servizio del debito.
Tagliare le gambe all’Opec? Un’idiozia
Ma la guerra, sostengono alcuni, potrebbe comunque essere lo strumento di
altre malevole strategie: potrebbe essere un modo per affrancare gli Usa
dalle forniture di petrolio e dal ruolo strategico dell’Arabia Saudita,
oppure per mandare in frantumi l’Opec con una politica post-bellica di
grande aumento della produzione irachena (che, come si è detto, in realtà è
molto difficile da ottenere). Ma perché gli Stati Uniti dovrebbero darsi
l’obiettivo di destabilizzare l’Arabia Saudita, paese detentore del 25%
delle riserve planetarie di petrolio e ottavo paese del mondo per spesa
militare? Non sembra il modo migliore per sradicare i terroristi islamici e
i loro fiancheggiatori, attivi nelle basse e nelle alte sfere saudite. E
anche un assalto frontale all’Opec per arrivare ad un prezzo del greggio
stabilmente molto basso appare poco saggio. Scrive Wolf: «Un crollo dei
prezzi manderebbe in rovina i profitti delle compagnie petrolifere,
danneggerebbe gli incentivi per nuove esplorazioni, destabilizzerebbe i
paesi produttori, inclusa la Russia, e renderebbe vani gli sforzi per le
energie alternative. Ma soprattutto, prezzi molto bassi sono sempre stati
la premessa a rialzi superiori ai precedenti prezzi massimi. è
nell’interesse degli importatori che il prezzo del petrolio resti stabile
attorno ai 20-25 dollari al barile. E dal momento che l’Arabia Saudita sta
perseguendo proprio questa politica, una guerra fatta per distruggere
l’Opec non avrebbe senso». Insomma, come scrive John Tatom, «Di solito è
più economico comprare il petrolio da un altro paese, piuttosto che cercare
di portarglielo via con la forza. è vero oggi per quanto riguarda gli Usa
di fronte all’Irak come lo era ieri per quanto riguardava l’Irak di fronte
al Kuwait». Il petrolio, alla fine, sarebbe semmai una buona ragione per
giustificare l’iniziativa militare americana: «La dipendenza dal petrolio
non è solo americana - dice Martin Wolf -, l’import petrolifero europeo è
identico a quello Usa... le economie emergenti dell’Asia consumano il 19%
della produzione mondiale, la Cina da sola il 7%. Poiché il mercato
petrolifero è globale, ogni perturbazione colpisce tutti i consumatori.
Assicurando l’approvvigionamento di petrolio, gli Usa garantirebbero un
bene pubblico globale». Sarebbe il caso che il presidente Massimo Moratti
lo spiegasse al suo amico Gino Strada.
di Casadei Rodolfo
da Tempi


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