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Discussione: Una lite tra soci

  1. #1
    Affus
    Ospite

    Predefinito Una lite tra soci

    Una lite tra soci

    A pagina 6 di Corriere della Sera del 2003-03-06, Guido Olimpio firma un articolo dal titolo «Anche gli eredi di Arafat nel mirino dei terroristi»

    Riportiamo un articolo di Guido Olimpio pubblicato sul Corriere della Sera giovedì 6 marzo 2003.

    GERUSALEMME - Una lista di morte per terrorizzare i riformisti palestinesi. Undici personalità possibili obiettivi di attacchi da parte di commando radicali, ispirati dalla Siria e dall’Hezbollah filo- iraniano. Fonti palestinesi hanno rivelato al Corriere i dettagli di un piano destabilizzante per impedire qualsiasi cambiamento in campo palestinese e, nel contempo, aumentare il caos. Una sfida lanciata nel momento in cui riprendono gli attacchi suicidi e Yasser Arafat sembra essersi rassegnato a creare la carica di premier. L’ultimo candidato a una poltrona già minata è il miliardario Munib El Masri. Membro di una celebre famiglia di Nablus, ha esteso il suo impero in Medio Oriente costruendo le basi americane in Arabia Saudita. El Masri è considerato molto vicino all’amministrazione Usa, così come lo è l’altro candidato, il ministro della Finanze Salem Fayyad, un tecnocrate dalle mani pulite. Dietro di loro l’ex negoziatore Abu Mazen, le cui azioni sono di nuovo in rialzo. I contatti promossi da Arafat, dopo forti pressioni americane ed europee, hanno provocato la rabbiosa reazione delle ali radicali (Hamas, Brigate Al Aqsa), sostenute da chi, all’estero, è contrario a mutamenti che possano aiutare a placare la tensione. Il progetto eversivo ha avuto due fasi. La prima risale a oltre un anno fa. La polizia di Arafat scopre un complotto organizzato da Jamal Abu Samhadana e Abu Al Koka, due esponenti dei comitati di resistenza popolare nel Sud di Gaza. Un documento della sicurezza palestinese trasmesso ad Arafat (e in nostro possesso) indica gli obiettivi degli attentatori: il capo della polizia Ghazi Jabali, il responsabile dell’intelligence militare Musa Arafat e il numero due dell’intelligence civile Tareq Abu Rajab. Secondo il rapporto, gli ordini erano stati impartiti dall’Hezbollah. All’epoca, gli estremisti volevano semplicemente seminare discordia, sperando di alimentare il ciclo di violenza. Sempre secondo informazioni raccolte a Ramallah, l’elaborazione degli attacchi era stata concepita dall’Ufficio Palestina dell’intelligence militare siriano, guidato da Hassan Ali Khalouf. Per non imbrattarsi le mani, gli 007 hanno passato l’ordine al loro alleato libanese, gli Hezbollah che da quando è scoppiata l’intifada hanno ampliato il loro network nei territori finanziando direttamente le Brigate Al Aqsa. I miliziani, sottrattisi al controllo del Fatah e prigionieri di una logica distruttiva, hanno minacciato di opporsi alle riforme.
    Ed ecco la seconda fase. Siriani ed Hezbollah hanno mobilitato le cellule in Palestina fornendo loro una lista di undici bersagli. Per ora non si conoscono i nomi, ma sembra si tratti di figure in vista. Non è soltanto per una coincidenza che chiunque venga indicato come papabile alla carica di premier si affretti a smentire. La nomina potrebbe costare cara.
    L’intrigo si è sommato all’azione, pressante, di Hamas. Il movimento islamico ha cercato una legittimità internazionale accettando le trattative sulla tregua sponsorizzate dall’Egitto, passo essenziale se vuole affermarsi come forza emergente capace di mettere nell’angolo Yasser Arafat. Infatti per quasi due mesi non ha mandato in missione i suoi kamikaze, mentre ieri ha applaudito la strage di Haifa. Hamas, come altri attori mediorientali, vuole sfruttare il carico d’odio che il dramma iracheno provocherà, ma senza pagarne le conseguenze. La Siria e l’Iran intendono stuzzicare Israele usando le Brigate Al Aqsa e magari l’Hezbollah. Gli attacchi devono avere l’etichetta di «atti di resistenza», non il marchio del terrore. Ariel Sharon, complice la crisi del Golfo, sogna di regolare per sempre la partita con Arafat, senza danneggiare i programmi dell’amico George W. Bush. Grandi e piccoli disegni che, come spesso accade in Medio Oriente, un giovane con addosso una cintura esplosiva può far saltare.

    Invitiamo i lettori di informazionecorretta.com ad inviare il proprio parere alla redazione del Corriere della Sera. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.

  2. #2
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Una lite tra soci

    Originally posted by Affus
    Una lite tra soci

    A pagina 6 di Corriere della Sera del 2003-03-06, Guido Olimpio firma un articolo dal titolo «Anche gli eredi di Arafat nel mirino dei terroristi»

    Riportiamo un articolo di Guido Olimpio pubblicato sul Corriere della Sera giovedì 6 marzo 2003.

    GERUSALEMME - Una lista di morte per terrorizzare i riformisti palestinesi. Undici personalità possibili obiettivi di attacchi da parte di commando radicali, ispirati dalla Siria e dall’Hezbollah filo- iraniano. Fonti palestinesi hanno rivelato al Corriere i dettagli di un piano destabilizzante per impedire qualsiasi cambiamento in campo palestinese e, nel contempo, aumentare il caos. Una sfida lanciata nel momento in cui riprendono gli attacchi suicidi e Yasser Arafat sembra essersi rassegnato a creare la carica di premier. L’ultimo candidato a una poltrona già minata è il miliardario Munib El Masri. Membro di una celebre famiglia di Nablus, ha esteso il suo impero in Medio Oriente costruendo le basi americane in Arabia Saudita. El Masri è considerato molto vicino all’amministrazione Usa, così come lo è l’altro candidato, il ministro della Finanze Salem Fayyad, un tecnocrate dalle mani pulite. Dietro di loro l’ex negoziatore Abu Mazen, le cui azioni sono di nuovo in rialzo. I contatti promossi da Arafat, dopo forti pressioni americane ed europee, hanno provocato la rabbiosa reazione delle ali radicali (Hamas, Brigate Al Aqsa), sostenute da chi, all’estero, è contrario a mutamenti che possano aiutare a placare la tensione. Il progetto eversivo ha avuto due fasi. La prima risale a oltre un anno fa. La polizia di Arafat scopre un complotto organizzato da Jamal Abu Samhadana e Abu Al Koka, due esponenti dei comitati di resistenza popolare nel Sud di Gaza. Un documento della sicurezza palestinese trasmesso ad Arafat (e in nostro possesso) indica gli obiettivi degli attentatori: il capo della polizia Ghazi Jabali, il responsabile dell’intelligence militare Musa Arafat e il numero due dell’intelligence civile Tareq Abu Rajab. Secondo il rapporto, gli ordini erano stati impartiti dall’Hezbollah. All’epoca, gli estremisti volevano semplicemente seminare discordia, sperando di alimentare il ciclo di violenza. Sempre secondo informazioni raccolte a Ramallah, l’elaborazione degli attacchi era stata concepita dall’Ufficio Palestina dell’intelligence militare siriano, guidato da Hassan Ali Khalouf. Per non imbrattarsi le mani, gli 007 hanno passato l’ordine al loro alleato libanese, gli Hezbollah che da quando è scoppiata l’intifada hanno ampliato il loro network nei territori finanziando direttamente le Brigate Al Aqsa. I miliziani, sottrattisi al controllo del Fatah e prigionieri di una logica distruttiva, hanno minacciato di opporsi alle riforme.
    Ed ecco la seconda fase. Siriani ed Hezbollah hanno mobilitato le cellule in Palestina fornendo loro una lista di undici bersagli. Per ora non si conoscono i nomi, ma sembra si tratti di figure in vista. Non è soltanto per una coincidenza che chiunque venga indicato come papabile alla carica di premier si affretti a smentire. La nomina potrebbe costare cara.
    L’intrigo si è sommato all’azione, pressante, di Hamas. Il movimento islamico ha cercato una legittimità internazionale accettando le trattative sulla tregua sponsorizzate dall’Egitto, passo essenziale se vuole affermarsi come forza emergente capace di mettere nell’angolo Yasser Arafat. Infatti per quasi due mesi non ha mandato in missione i suoi kamikaze, mentre ieri ha applaudito la strage di Haifa. Hamas, come altri attori mediorientali, vuole sfruttare il carico d’odio che il dramma iracheno provocherà, ma senza pagarne le conseguenze. La Siria e l’Iran intendono stuzzicare Israele usando le Brigate Al Aqsa e magari l’Hezbollah. Gli attacchi devono avere l’etichetta di «atti di resistenza», non il marchio del terrore. Ariel Sharon, complice la crisi del Golfo, sogna di regolare per sempre la partita con Arafat, senza danneggiare i programmi dell’amico George W. Bush. Grandi e piccoli disegni che, come spesso accade in Medio Oriente, un giovane con addosso una cintura esplosiva può far saltare.

    Invitiamo i lettori di informazionecorretta.com ad inviare il proprio parere alla redazione del Corriere della Sera. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.
    """Se gli Arabi avessero messo da parte le armi, oggi non ci sarebbe più violenza. Se gli Ebrei avessero messo da parte le armi, oggi non ci sarebbe più Israele"""

 

 

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