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Discussione: Leo Longanesi

  1. #1
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    Predefinito Leo Longanesi

    Il padre Paolo proveniva da una famiglia di agiati coltivatori. La madre Angela era discendente dei Marangoni, ricchi proprietari terrieri.
    Nel 1911, quando Leo ha sei anni, la famiglia si trasferisce a Bologna. Dopo il liceo frequenta l'Università (si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza). Nel contempo avvia le prime collaborazioni giornalistiche. Fonda alcuni periodici: È permesso…?, Il Toro, Il Dominio, dove rivela le sue doti intellettuali e tecniche.
    Nel 1925, a soli vent'anni, ottiene la sua prima direzione, del giornale L'Assalto, organo della federazione fascista di Bologna. Estromesso l'anno seguente a causa di un articolo contro il senatore Giuseppe Tanari (finanziatore dello squadrismo bolognese), fonda un suo giornale (14 gennaio 1926), L'Italiano, settimanale artistico-letterario con cui il suo nome si diffonde tra l'Italia colta. Nato in un momento di intenso dibattito circa il rapporto tra arte e regime fascista, si caratterizzava per una presa di posizione nettamente contraria all'esistenza di un'arte fascista. Secondo il parere di Eugenio Montale L'italiano riportava quanto di meglio e di più audace la fronda fascista poté esprimere in quegli anni[senza fonte]. Vi collaboravano, tra gli altri, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Comisso e Mino Maccari. Longanesi e L'Italiano parteggiano per il movimento "Strapaese", a carattere tradizionalista e antiesterofilo, convinto difensore della genuinità paesana. Il movimento rivale è "Stracittà" che invece propugna l'inarrestabile progresso verso la moderna civiltà.

    Lasciata l'Università, Longanesi si trasferì a Roma, dove inizialmente collaborò con la rivista Cinema di Vittorio Mussolini. Tramite Cardarelli divenne amico del pittore Armando Spadini e ne sposò la figlia Maria. Dall'unione nacquero tre figli.
    Nel 1933 chiese a Mussolini il permesso di pubblicare un settimanale. L'autorizzazione gli viene accordata nel '35. Due anni dopo nasce Omnibus, primo settimanale stampato a rotocalco, considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. I temi trattati erano la politica e la letteratura. Edito da Angelo Rizzoli, il periodico ottenne un immediato successo. Ma per la spregiudicatezza del suo fondatore, venne sospeso dalla censura nel 1939.

    Notevole, anche se frammentaria, la produzione di disegnatore e illustratore culminata con la partecipazione di Longanesi alla XIX Biennale di Venezia del 1934 e la sua personale presso la Galleria Barbaroux di Milano nel '41. A Milano nel Palazzo Reale (24 ottobre 1996 - 12 gennaio 1997) è stata organizzata in suo onore la grande mostra commemorativa "Leo Longanesi. Editore, scrittore, artista 1905-1957" [1]. Nel 2005, per il centenario della nascita, le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie.

    Dopo l’8 settembre 1943 Longanesi non rimase per molto a Roma. Agli inizi del 1944 si recò a Napoli, insieme a Mario Soldati. Ben presto affiorò però la sua scontentezza verso il nuovo clima. Cosicché fece ritorno nella capitale.
    Alla fine dell'anno 1945 Longanesi si trasferì a Milano, dove proseguì il resto della sua carriera. Chiamato dall'allettante offerta dell'industriale Giovanni Monti, fondò la casa editrice Longanesi. Il bollettino delle novità editoriali della sua casa editrice, uscito dal 1945 al 1950, si chiamava Il Libraio.
    Longanesi aveva forti riserve sulla democrazia che aveva sostituito il fascismo e nel 1949 inventò Il Borghese, rivista culturale che si occupava soprattutto del costume dell'Italia intellettuale. Etichettato come "nostalgico", "passatista", in realtà Longanesi, con Il Borghese inseguiva il suo progetto di sempre: utilizzare la stampa per descrivere vizi e virtù degli italiani.

    Morì improvvisamente per un infarto a Milano il 27 settembre 1957, nel suo ufficio.
    Ultima modifica di Strapaesano; 27-09-09 alle 17:25
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Leo Longanesi

    1. Era cosi' cretino che cercava nella Bibbia l'indirizzo di un buon albergo in Palestina.

    2. Notizia giornalistica: Professore di lingue morte si suicida per parlare le lingue che sapeva.

    3. Un'idea che non trova posto a sedere e' capace di fare la rivoluzione.

    4. L'amore e' l'attesa di una gioia che quando arriva annoia. (legge di Leo Longanesi)

    5. L'intellettuale e' un signore che fa rilegare i libri che non ha letto.

    6. Una societa' fondata sul lavoro non sogna che il riposo.

    7. Uno stupido e' uno stupido, due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.

    8. Malaparte e' cosi' egocentrico che se va a un matrimonio vorrebbe essere la sposa, a un funerale il morto.

    9. I ricordi sono come i sogni: si interpretano.

    10. Credono di essere di sinistra perche' mangiano il pesce col coltello.

    11. Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa.

    12. Solo un cretino e' pieno di idee.

    13. Vissero infelici perche' costava meno.

    14. Non e' la liberta' che manca. Mancano gli uomini liberi.

    15. Italiani: Dei buoni a nulla capaci di tutto.

    16. Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

    17. L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati.

    18. Intellettuale: Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza.

    19. Non bisogna appoggiarsi troppo ai principi, perche' poi si piegano.

    20. La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: "Ho famiglia".

    21. Sono un carciofino sott'odio.

    22. Tutto ciò che non so l'ho imparato a scuola.

    23. È di una coerenza spaventosa ed è capace, per restare fedele ai suoi principi, di non credere a quello che dice.

    24. La povertà è gratis.

    25. Troppe persone, quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa.

    26. Che strana libertà è mai quella che vieta di rimpiangere un tiranno defunto? E che strano tiranno fu mai, quello che riesce ancora a farsi rimpiangere?

    27. La madre dei cretini e' sempre incinta.

    28. Se c'è una cosa in Italia che funziona è il disordine.

    29. Veterani si nasce.

    30. C'e' una sola grande moda: la giovinezza.

    31. I difetti degli altri somigliano troppo ai nostri.

    32. L'ironia e' il pudore della mia coscienza.

    33. Non datemi consigli! So sbagliare da solo.

    34. Nulla si difende con così tanto calore quanto quelle idee a cui non si crede.

    35. L'esperto e' un signore che, a pagamento, ti spiega perche' ha sbagliato l'analisi precedente.

    36. L'italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica.

    37. Italia: Popolo di navigatori, che sbarca il lunario.

    38. Crede che la morale sia la conclusione delle favole.

    39. L'aiuto regista C. aiuta il regista V. a far spendere i danari al commendator B., arricchito con gli aiuti americani, il quale aiuta una graziosa ragazza costretta ad aiutare la famiglia.

    40. Sposano un'idea, poi la lasciano, con la scusa che non ha fatto figli.

    41. Una personalità complessa e' quella di colui che si scrive lettere anonime per guidare la propria coscienza.

    42. Io mi faccio molte illusioni, tanto non costano nulla.

    43. Mangiano sterco, poi protestano quando vi trovano un capello.

    44. Sono talmente solo che lo specchio non mi riflette più.

    45. Diffidate delle donne intellettuali: finiranno per rintracciare sempre il cretino che le capisce.

    46. La noia segue l'ordine e precede le bufere.

    47. Massaia: una vita spesa a fare la spesa.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Leo Longanesi

    I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari. (Milano, 30 novembre 1955)

    I debiti di riconoscenza si pagano entro le ventiquattro ore con l'antipatia. (Milano, 28 agosto 1953)

    I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri. (Milano, 1° aprile 1955)

    I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si dimenticano.

    Montanelli: un misantropo che cerca compagnia per sentirsi più solo. (Milano, 27 marzo 1955)
    Ultima modifica di Strapaesano; 19-02-10 alle 19:17
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Leo Longanesi

    «La destra? Ma se non c’è nemmeno la sinistra in Italia! Qui non c’è nulla. [...] Qui si vive alla giornata, tra l’acqua santa e l’acqua minerale».

    «Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi».

    «Conservatore in un paese in cui non c’è nulla da conservare».

    «Una democrazia, quella italiana, in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica, e l’ultimo è disposto a adattarsi alla prossima dei democristiani».

    «Dilagano in Italia tre diverse specie di paura: quella di sembrare fascista, quella di non sembrare abbastanza fascista e quella di non essere antifascisti del tutto. Se ne deduce che, per un verso o per l’altro, si gira sempre attorno a un punto fisso, cioè il fascismo. Il che dimostra che non siamo ancora riusciti a vincere il nostro “complesso di colpa”. Non resta, allora, che accettare una volta per tutte il fascismo come una esperienza storica da mettere in disparte. Ma quel che ci divide da molti è la scelta del luogo nel quale collocare questa esperienza: noi suggeriamo il museo, altri la galera».

    «Un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa»

    «I delusi siamo noi, delusi due volte: delusi ieri, delusi oggi; delusi della dittatura, delusi della democrazia; delusi degli opposti ideali, delusi degli stessi risultati. Siamo i veterani di due illusioni, i reduci di due sconfitte, carichi di speranze perdute. Giovani nelle nuvole di un’epopea fallita, ci ritroviamo vecchi soldati di un esercito coi tamburi bucati, e marciamo a casaccio dietro la bandiera di Arlecchino».

    «Da noi gli uomini politici si compiacciono di essere, come si dice, “alla portata di tutti”, e di comparire effigiati in atteggiamenti confidenziali; e ritengono inutile, anzi passatista anzi reazionario avere uno stile che combini la semplicità con il decoro, come faceva Mazzini […] il quale quando si rivolgeva a un sovrano, magari per avvertirlo che era il momento di cedere il trono all’appello del popolo, lo faceva sempre con le debite forme, che gli aveva insegnato la signora Maria, sua madre».

    «La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l’accompagnano le lascio sul piatto».

    «I nostri letterati vanno a sinistra; essi sperano che a sinistra la fantasia sia più fertile. Il comunismo, per costoro, è un lassativo che dovrebbe smuovere la loro stitichezza».

    «L’undicesimo comandamento: credi, ma disubbidisci».

    «In Italia tutti sono estremisti per prudenza».

    «L’ipocrisia non è un male; è anzi una conquista civile, un prodotto di alta pedagogia!»

    «Due anni fa, pubblicammo un breve libro in cui rintracciando in certe vecchie zie le ultime custodi di un ordine morale perduto, ci chiedevamo: “Ci salveranno le vecchie zie dall’incalzante rovina che ci minaccia?”. Due anni sono passati in fretta e il comunismo non ha conquistato lo Stato ma è accaduto qualcosa di peggio, forse di irrimediabile; ed è che quelle zie hanno ceduto, hanno aperto il passo alle nipoti, alla radio, alla tv, al frigidaire, a Marlon Brando, al latte in scatola, al provvisorio, al facile, al futile, al morbido; anch’esse sono cadute nel grande equivoco progressista che ha travolto la borghesia: un equivoco vasto, in cui tutto si amalgama, tutto si confonde, tutto si decompone in quella vecchia, vile, stanca abitudine nazionale che è il conformismo. Questa brutta parola [...] è l’ultimo regalo che la dc ha deposto sotto il camino nelle case borghesi».

    «La democrazia delle classi aristocratiche e colte, che si chiama liberalismo, è gradevole; ma quella popolare è intollerabile. Una fila di carrozze è elegante: una fila di Vespe disturba».

    «Alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione»

    «La perdita più grave che abbia avuto l’umanità dalla fine della guerra a oggi è la scomparsa di Stalin. Fin che lui era vivo, si riusciva a capire quello che non volevamo».

    «Milano crede di essere Milano; Roma sa di essere Roma.»

    «Non ho mai assistito ad una trasmissione televisiva e mai vi assisterò».

    «Una bomba al tritolo reca meno danno di una trasmissione televisiva».

    «La nostra vita politica [...] ormai si avvia verso il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma più inconcludente, un fascismo senza nicotina in borghese, spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere».

    «Noi siamo veramente un popolo di costruttori, abbiamo qui costruito e costruiamo a dosso e bisdosso, senza una preoccupazione al mondo, senza un ritegno e un po’ di tutto alla rinfusa: casone in stile razionale per bagnanti, Ina-case e villine a serie per i meno abbienti, ville sfacciate per i nuovi ricchi e gallinai pretenti per i nuovi poveri, e tutto brutto, e tutto ben vicino al mare [...]. Le antiche villone del Settecento, che furono un giorno l’ornamento di questa riviera, sono, in mezzo a questo bailamme televisivo, come signore bennate decadute fino a battere il marciapiede».

    «Qualcuno, giorni fa, rivolgeva a un conoscente la solita domanda che gli italiani fanno per abitudine, e alla quale nessuno risponde mai nello stesso modo: “Lei è monarchico o repubblicano?” La risposta fu semplice, ma sincera: “Eh, secondo i giorni. Sarei monarchico, ma oramai...”. è una risposta modesta ma solenne. Quell’ormai spiega, illustra, chiude per sempre la storia della monarchia in Italia, e non si può dir di meglio né di più. Oramai la repubblica è fatta, l’unità storica italiana è spezzata».

    «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ho famiglia»

    «Non ci facciamo molte illusioni: accade sotto i nostri occhi qualcosa di irrimediabile che ci trascina alla rovina.[...] Navighiamo in un mare placido, seduti in coperta a guardare i gabbiani, ma c’è un cadavere nella stiva. E' il cadavere della Nazione. Noi non sappiamo più cosa sia una Nazione, lo abbiamo scordato, abituati come siamo a godere dei piaceri di questa falsa concordia, di questo marcio benessere, di questo lento tramonto. La decadenza della borghesia è senza rimedio; il suo disinteresse alla vicenda nazionale trapela da ogni fatto di cronaca»

    «Non credo alla virtù. Esistono solamente dei “momenti” di virtù. Una virtù costante e cocciuta diventa, a lungo andare, un vizio.»

    «La democrazia è una scusa per fondare giornali».

    «Qual è la “cosa” che mi spaventa di più? Giudicare il prossimo. Ho detto giudicare, non condannare. Condannare è semplicissimo».

    «Quale epigrafe vorrei avere sulla mia tomba? “Torno subito”». (Ideazione)
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