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La Regione decentra ai Comuni
I sindaci sardi e i signori delle acque
di Lucio Salis
Coincidenza sicuramente casuale: mentre si sta per votare una mozione sull’acqua, presentata dal centro-sinistra, la Giunta regionale prende due decisioni potenzialmente rivoluzionarie: tutto il potere ai sindaci per eliminare le reti colabrodo e via all’elezione dell’Autorità d’ambito.
Iniziative in grado di risolvere il problema della grande sete dell’isola, a patto che si consideri l’acqua solo un servizio da rendere ai cittadini, all’insegna dell’equilibrio tra costi e ricavi. Gli orientamenti espressi dall’esecutivo regionale sembrano andare in questa direzione, ma bisognerà vedere come i sindaci sapranno tradurli in azioni concrete.
In pratica, il presidente Pili ha attribuito ai primi cittadini di 245 comuni (sotto i 50 mila abitanti) la possibilità di ottenere in tempi brevissimi i finanziamenti necessari per eliminare le perdite nella rete distributiva, stimate in 54 milioni di metri cubi all’anno. Per capire, è più di quanto consuma Cagliari nello stesso periodo.
Se i Comuni sapranno interpretare correttamente il loro ruolo (e se la Regione manterrà le promesse) sarà un’occasione pressoché unica per rimettere ordine nello scassatissimo sistema idrico isolano.
Certo, è difficile cacciare i brutti presentimenti, se si pensa che, in tempi brevissimi, si dovranno affidare progettazioni e appalti per 90 milioni di euro. Ma, in casi del genere, la fiducia è d’obbligo. Soprattutto se si pensa all’altra grande responsabilità affidata dalla Regione ai sindaci: l’elezione dell’Autorità d’ambito (espressione delle amministrazioni locali), che avrà il compito di gestire l’intero sistema idropotabile. Una riforma (prevista dalla legge Galli) attuata in Sardegna con grave ritardo, proprio perché incide profondamente sul potere dei “signori delle acque”, i rappresentanti di quella cinquantina di enti che sinora hanno difeso con le unghie e coi denti il privilegio di aprire e chiudere i rubinetti, di far pagare (e soprattutto di non far pagare) l’acqua. Una lobby capace (sinora) di bloccare qualsiasi tentativo di incidere sui colossali interessi legati alle forniture idropotabili, ma anche industriali e agricole. Una fabbrica di voti sulla quale si sono costruite carriere politiche, in grado di mobilitare anche la piazza per difendere lo status quo.
Ora i sindaci dovranno decidere se smantellare tutto questo e puntare su una gestione dell’acqua finalmente improntata a criteri di economicità ed efficienza, secondo gli indirizzi previsti dalle legge Galli e dall’Unione europea. Oppure se cedere alle pressioni già esplose nei mesi scorsi, quando la paura del ricorso a una gara internazionale per individuare il nuovo gestore delle risorse idriche ha scatenato autentiche crisi di panico e la controffensiva dei gattopardi. Ovviamente paludata dietro la difesa dei sacrosanti principi dell’autonomia.




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