TELEKOM-SERBIA / Tinti al capo del governo: sbagliato definirci amici degli indagati
Il pm di Torino: il presidente del Consiglio mi ha offeso, si scusi
Tronchetti Provera: la Telecom continuerà a collaborare con la commissione d’inchiesta parlamentare
MILANO - «Ci chieda scusa, signor Presidente del Consiglio». Bruno Tinti, il procuratore aggiunto della Repubblica di Torino che con i colleghi Paolo Storari e Roberto Furlan ha condotto l’indagine Telekom Serbia, in una lettera aperta lo domanda a Silvio Berlusconi, che giovedì scorso, in tv a «Porta a Porta», ha affermato che a chiedere l’archiviazione del primo filone sarebbero stati «magistrati combattenti» e «collaterali alla sinistra: lo credo bene che Rutelli e Fassino dicono di aver fiducia nei magistrati, sono dei loro!». «A prescindere dall'autorevolezza della carica ricoperta dal dichiarante, una siffatta affermazione non merita risposta», era stata la posizione ufficiale del procuratore capo Marcello Maddalena. Ma Tinti, nella lettera a Berlusconi, a titolo personale va oltre: «Mi sono reso conto che stavo per fare uno sbaglio, io non voglio querelarla. Non ho interesse a che lei sia punito per gli insulti che ci ha rivolto, non ho interesse a ricevere denaro (per lei sarebbe comunque poca cosa) a risarcimento del danno morale che ci ha cagionato».
Tinti vuole invece che Berlusconi «accetti il fondamentale principio» per cui «se al mondo ci fossero solo due uomini, e se questi fossero San Francesco e Santa Chiara, il diritto starebbe tra loro ad indicare quello che è giusto».
Al premier, Tinti contesta di aver «fatto male quando ci ha accusato di essere amici degli indagati, o di parti politiche cui gli uni e gli altri sarebbero appartenuti». Perché «lei non aveva nessuna ragione per dire quello che ha detto, non conosce né noi» né gli atti di Telekom Serbia. E «se per avventura qualcosa avesse saputo, avrebbe avuto il dovere, come cittadino e più ancora come Presidente del Consiglio, di portarlo a nostra conoscenza e aiutarci a prendere la decisione più giusta».
Ma «soprattutto - lamenta Tinti - lei non doveva dire al nostro Paese, senza motivo e senza prove, che ci sono giudici disposti a favorire gli amici. In questo modo lei ha imbarbarito la coscienza civile dei cittadini, li ha indotti a cercarsi protettori potenti in modo da avere la garanzia di essere "favoriti" se mai ce ne sarà bisogno, ha sostituito la fiducia nello Stato con l'asservimento a questa o quella parte politica». Dunque «i miei colleghi ed io vogliamo che lei riconosca di aver sbagliato. E vogliamo sentirci dire che è vero, non siamo "amici" di nessuno».
All’assemblea dei soci, intanto, ieri il presidente Marco Tronchetti Provera ha detto che «Telecom continuerà a fornire la propria collaborazione anche alla Commissione parlamentare d'inchiesta».




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