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    Predefinito Il "coerente" D'Alema...

    ...pensiero.


    Oggi è giovedì 27 maggio 1993. Oggi ci siamo occupati di fatti molto remoti, fatti del 2003. Abbiamo visto quello che Massimo D’Alema, oggi il numero due del Pds, scriverà fra dieci anni, il 23 maggio del 2003, sul Corriere della Sera.
    Scriverà una lettera per affermare la sua diversità: “… personalmente non ero tra quanti, negli anni tormentati di Tangentopoli, scelsero la strada dell’estremismo forcaiolo. Anzi, mantenni – e posso citare interviste e atti parlamentari a proposito – una sincera fede garantista. Non mi accodai, neppure simbolicamente, al lancio di monetine… Lo rivendico con quel tanto di orgoglio…”.
    Questo scriverà, fra dieci anni, D’Alema.

    Abbiamo pensato che non è così facile, nella tormenta di oggi – maggio 1993 – non è così immediato distinguere i forcaioli dai garantisti e da quelli che comunque nei furori ci stanno sguazzando, magari con un po’ più di dignità e di intelligenza. Abbiamo pensato che forse D’Alema è in questa ultima categoria. Ci è venuto in mente che quando Silvio Berlusconi, nel gennaio del ’94, deciderà di darsi alla politica, D’Alema si augurerà di “vederlo chiedere l’elemosina sui marciapiede” e di “vederlo all’estero” come “ultimo uomo della cupola craxiana”. Questo, probabilmente, non è un uso politico della giustizia, ma un po’ gli rassomiglia.
    Ci è venuto in mente che quando la Camera respinse la richiesta di autorizzazione a procedere per Bettino Craxi, D’Alema si appellò “al bisogno di pulizia che viene dalla gente”. Non sono monetine lanciate né cappi esibiti in Parlamento, forse è soltanto un bello sguazzare nel torbido del proprio tempo.
    Ci è venuto in mente che quando, il 23 settembre del 1993, la Camera respingerà la richiesta di arresto (arresto) per l’ex ministro Francesco De Lorenzo, allora D’Alema individuerà “la dimostrazione di quanto pesi la volontà di difendere certe prerogative e certe impunità… quello di De Lorenzo è un classico caso in cui ricorrevano tutte le ragioni previste dal codice per la custodia cautelare”.

    “Un giorno scopriremo che ci sono
    stati nella Dc uomini di fiducia di questo
    ‘doppio Stato’, legati a mafia e massoneria”.
    Massimo D’Alema, alla presentazione
    di un libro di Pietro Folena,
    Roma, 1 luglio 1993.

    Oggi, giovedì 27 maggio 1993, pensando a quello che scriverà fra dieci anni, abbiamo pensato che D’Alema è fra quelli del suo partito che meno hanno ceduto al tripudio delle manette. Forse ha soltanto ceduto un po’, soltanto un po’, al vento.
    Il 5 febbraio del 1994, accogliendo Forza Italia nella competizione politica, dirà che questo nuovo partito “si rivolge proprio a chi ha paura del nuovo corso, fatto di legalità e trasparenza”.
    Quando, il 14 luglio 1994, il ministro della Giustizia, Alfredo Biondi, cercherà di modificare l’istituto della custodia cautelare, il pool di Milano minaccerà dimissioni di massa. E D’Alema sarà indignato: “Il provvedimento è una ordinanza di scarcerazione per gli imputati di Tangentopoli”. Forse si tratta di frasi che non infrangono, ma almeno un pochino la scalfiscono, la
    “sincera fede garantista” che D’Alema rivendicherà fra dieci anni.

    Noi, oggi, abbiamo davanti un D’Alema che, nei giorni dopo le monetine del Raphael, si batterà a fianco del suo partito per abolire prima il voto segreto sulle autorizzazioni a procedere (“è importante e positivo”), poi l’immunità parlamentare (“è una pregiudiziale”). Abbiamo davanti un D’Alema che il prossimo agosto, in Parlamento, definirà Craxi “un principe dei corrotti che difendeva quei finanziamenti”, pronto dopo molti anni a offrirgli invano i funerali di Stato. Noi abbiamo davanti anche un D’Alema che spesso, molto spesso, rifiuterà di entrare nelle vicende giudiziarie dei suoi avversari politici – sia di Craxi sia di Berlusconi – chiedendo che sia lasciato ai magistrati il compito di indagare. E abbiamo davanti un D’Alema che talvolta si piegherà al ruggito della piazza: “… rispondere al bisogno di giustizia che viene dal paese, tanto più forte dopo il voto scandaloso sull’autorizzazione a procedere per Craxi”.

    E’ la sessantesima puntata del racconto che Mattia Feltri fa degli anni ruggenti di Mani pulite. Naturalmente su Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Re: Il "coerente" D'Alema...

    Originally posted by mustang
    “… personalmente non ero tra quanti, negli anni tormentati di Tangentopoli, scelsero la strada dell’estremismo forcaiolo....
    Certamente D'Alema non era fra quelli che in quei giorni, in parlamento, facevano tintinnare manette e penzolare le forche. Costoro erano Bossi, Fini e i loro compagni di merende della Lega e del MSI. E ti ricordi qual'era il "Ferrara pensiero"?

    Te ne sei già dimenticato? E tu in quei giorni eri garantista o forcaiolo come i tuoi leaders?
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  3. #3
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    Predefinito Ferrara, il sottoscritto....

    ...Bossi, Fini e altri lo ammettono, senza problemi.

    D'Alema no! E tu, Dario?

  4. #4
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    Predefinito

    Io ero forcaiolo. Non avevo previsto che si potesse cadere dalla padella nella brace.
    Cum Feris Ferus

    Chi striscia non inciampa. Cit.

  5. #5
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    Predefinito Bravo. Oggi tu, io e...

    ...pochi altri ammettiamo che la rabbia di allora ci ha tolto luciità;
    ma se leggi meglio il mio post troverai che D'Alema oggi dice:"“… personalmente non ero tra quanti, negli anni tormentati di Tangentopoli, scelsero la strada dell’estremismo forcaiolo. Anzi, mantenni – e posso citare interviste e atti parlamentari a proposito – una sincera fede garantista. Non mi accodai, neppure simbolicamente, al lancio di monetine… Lo rivendico con quel tanto di orgoglio…”.
    Non mi sembra la stessa cosa che diciamo noi.

    Ma il presidente Ds, lui, con quella bocca e quella barca può dire quello che vuole. Non ci saranno Repubbliche e Sartori e neppure Biagi a contestarglielo.

  6. #6
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    Predefinito

    Ma pretendere che gente come Craxi pagasse per le ruberie ai nostri danni era essere forcaioli?

    Io non sarei mai andato in strada a tirargli monete, ma lo sarei andato a prendere in Tunisia e portato di fronte ad un tribunale. Se questo vuol dire essere forcaioli allora stiamo freschi...

  7. #7
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    Predefinito questo è giusto.

    è giusto che chi ha commesso ruberie a danno del bene pubblico venga perseguito, ci mancherebbe. Il punto è che questo andrebbe dimostrato ai fini processuali e distinto da chi invece ruberie non ne ha fatte. Insomma il finanziamento illecito non è una ruberia proprio per niente e soprattutto non danneggia la comunità, nel senso che se io voglio dare cento milioni al mio partito sono fatti miei. E magari glieli do alla condizione che non lo rendano pubblico, perchè magari lavoro con enti pubblici e privati che hanno idee politiche diverse dalle mie e questo potrebbe mettermi in cattiva luce o danneggiarmi, o comunque voglio che la cosa rimanga riservata. Allora se il mio partito accetta queste condizioni, perchè ha bisogno di soldi, viola la legge, ma non rapina nessuno. Accertare questo caso di violazione avrebbe aiutato anche a far capire chi fossero invece i ladri, chi i ricattatori, chi i corrotti. Invece per una comodità tutta proessuale si è preferito lasciare tutto questo indistinto con i bei risultati che abbiano ottenuto. D'Alema questo l'aveva capito, però mi pare che ci abbia anche sguazzato visto che i soldi dell'enimont arrivati a Botteghe Oscure non si è mai saputo dove sono finiti e soprattutto a chi. Oppure si sa benissimo a chi e per un seggio elettorale lo si è taciuto.

  8. #8
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    Predefinito ma antonio

    di che parli? Il suk arabo l'ha creato l'ipocrisia delle culture dominanti di questo paese, per cui è sporco e vergognoso prendere soldi per la politica, quando la politica ha dei costi per i quali se non prendi i soldi attraverso i tuoi sostenitori volontariamente usi le cariche pubbliche per impossessartene a danno della comunità. Il fatto che un privato si senta nel dovere della segretezza delle sue convinzioni politiche ti da l'idea che si è arrivati persino alla criminalizzazioni delle opinioni. Comunque tu hai tutto il diritto di avere la tua idea morale di come deve essere regolata la cosa pubblica, ma i magistrati e l'opinione pubblica più dei magistrati, avevano il dovere di indicare le debite differenze fra chi aveva soldi volontariamente e chi ricattava per ottenerne, così come c'era chi rubava direttamente dalle casse dello Stato e chi si prendeva le mance. Poi i cittadini avrebbero tirato le loro conclusioni. Mi sembra invece che si sia fatta una caccia all'untore. Su Craxi per farvi capire. Io conosco degli imprenditori genovesi che lavorano fuori dall'Italia ed hanno un'azienda leader nel loro settore che invitavano Craxi una volta all'anno a cena da loro e gli donavano cento milioni di lire per il partito. Lo ritenevano il contributo al prestigio che il leader del Psi portava alla loro casa. Un caso di questo genere è sicuramente discutibile sotto il profilo morale, nel senso che un leader di partito potrebbe avere degli scrupoli a ricevere somme di questo genere da un singolo imprenditore, indipendentemente dal disinteresse dello stesso per il mercato italiano. Ma è un furto? E' una rapina? Danneggia la cosa pubblica?

  9. #9
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    Predefinito dimenticavo

    ovviamente io ho violato la legge sul finanziamento pubblico in tutti i modi per dotare di risorse il mio partito che non saccheggiando la cosa pubblica non ne aveva. I magistrati lo sapevano benissimo, ma visto che la mia attività non riconduceva penalmente alla segreteria del mio partito non gli è mai interessato perseguirmi perchè non avrei fatto notizia. Ma non certo perchè l'ho violata con un criterio che non poteva portare a nessuna prova fuori dalla mia esplicita e pubblica ammissione! Come me ce ne sono migliaia che l'hanno sfangata, o perchè non facevano notizia, per l'appunto o più spesso perchè erano amici di detti magistrati.

  10. #10
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    Predefinito nel caso di Craxi

    continui a dare un giudizio morale. Io non so a cosa servivano quei soldi, li poteva anche buttare nel casinò di montecarlo, ma la domanda è i pmagistrati si sono preoccupati di dire che Craxi aveva preso denaro perchè un ladro, perchè era un corruttore, perchè era un ricattatore e perchè, l'unico caso di cui sono a diretta conoscenza, era stimato da una famiglia di miliardari genovesi che confidavano nel suo operato essendo il primo presidente del consiglio socialista della storia di questo paese, stimato negli USA come nel mondo arabo?
    Insomma io non ho mai avuto simpatia politica per Craxi, ma sono e resto indignato per il comportamento della magistratura italiana nei confronti di un leader del nostro paese, che poteva anche essere condannato per i reati che aveva commesso, se ne aveva commessi, ma occoreva anche benificiare della discrezione della legge che ha delle regole precise da osservare nel suo procedimento. Ad esempio che il reato è tale se commesso personalmente, come nel mio caso è successo, ma non perchè si ritiene che non potesse non sapere.

 

 
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