Giulietto Chiesa presenta Superclan
a cura della redazione di www.feltrinelli.it

Ci vuoi parlare di Superclan, il tuo nuovo libro?
Superclan in qualche modo è la continuazione di La guerra infinita, nel senso che mi sono reso conto dopo decine di conferenze che ho fatto per spiegare e illustrare il libro, che molte domande riguardavano proprio questo ponte di comando, come funziona, da dove nasce questo gruppo di individui - neanche troppo numeroso - che ha determinato in qualche misura la fisionomia della globalizzazione di questi ultimi vent’anni. Quindi ho pensato che sarebbe stato utile entrare nel merito, nel dettaglio, e cercare di descrivere questa nuova classe, o la superclasse globale di cui nel libro parlo. Ho scritto questo libro con questo scopo: cercare di guardare dentro, di capire la psicologia, gli elementi positivi, se ci sono, sicuramente quelli negativi, e di fatto dove ci stanno portando questi signori.

Nel libro si chiarisce che la fine dell'Unione Sovietica ha avuto un enorme impatto sulla costruzione dei nuovi equilibri…
La fine dell’Unione Sovietica ha liberato le mani all’unica superpotenza rimasta. Se dovessi sintetizzare questo concetto lo esprimerei così: gli Stati Uniti hanno svolto un grande ruolo politico, organizzativo, istituzionale per il mondo nel corso degli ultimi cinquanta anni. Per molti aspetti - pur essendo un paese che ha praticato largamente la violenza politica e militare per imporre il suo punto di vista - innegabilmente ha impregnato di sé tutto il mondo in termini anche positivi. Quello che è accaduto dopo la fine dell’Unione Sovietica è che l’America ha cambiato pian piano volto e velocemente si è trasformata in un paese intollerante, aggressore, aggressivo e, per dirla ancora più brutalmente, ha perduto gran parte della sua fisionomia positiva con la fine del nemico e dell’antagonista. Questo è l’elemento che appare con maggior evidenza, cioè che la stessa globalizzazione che gli Stati Uniti hanno creato, costruito a loro immagine e somiglianza - non voglio dire che la globalizzazione non sarebbe esistita senza di loro, sarebbe esistita ugualmente naturalmente -, ha finito per bruciare anche gli elementi cruciali, storici della democrazia americana, gli elementi propulsivi. Se dovessi usare una battuta, direi che con la fine dell’Unione Sovietica l’America ha perduto la sua spinta propulsiva.

In che senso il "welfare" che abbiamo conosciuto in Occidente era un prodotto della paura verso il blocco dell'Est?
Sicuramente il "welfare" che abbiamo conosciuto tra gli anni sessanta e gli anni novanta, è stato in larga misura determinato dal fatto che l’Occidente doveva competere con un modello alternativo. Finito questo modello alternativo l’Occidente, gli Stati Uniti d’America, hanno assunto una funzione di brutale applicazione del proprio meccanismo senza più freni biologici, politici di confronto e quindi come tali hanno finito per compromettere la stessa immagine sociale del paese. Non c’è dubbio che negli ultimi dieci anni le condizioni di vita degli Stati Uniti sono gravemente peggiorate per milioni di persone. Vuol dire che la discrepanza, la divaricazione tra la distribuzione del reddito tra ricchi e poveri è diventata abnorme, non solo tra i ricchi del mondo e i poveri del mondo, ma all’interno degli stessi Stati Uniti. La condizione delle grandi masse lavoratrici è incontestabilmente peggiorata negli ultimi venti anni.

In che senso il caso Enron è emblematico di una situazione generalizzata delle grandi corporation mondiali?
Nel senso preciso del termine: l’intero processo di globalizzazione è stato fondato sul predominio della politica. Paradossalmente, come scrivo nel libro, è accaduto esattamente quello che era accaduto in Unione Sovietica. Non era l’economia che dominava la politica, ma la politica che dominava l’economia. Le decisioni del piano non erano il prodotto di una fredda applicazione delle cifre, erano in realtà decisioni volontaristiche della politica. Il mercato è contrapposto a questa idea come la scienza rispetto alla improvvisazione o alla incapacità del socialismo di prevedere il futuro. Poi è accaduto che in questo contesto proprio il capitalismo ha finito per gestire se stesso in termini politici. Le cifre della crescita americana sono state tutte truccate, truccati erano i profitti, truccati erano e sono i livelli delle borse valori, truccato è il valore dei pacchetti azionari, tutto era truccato. Truccate le verifiche dei conti che avrebbero dovuto fare le imprese di revisione dei conti. In poche parole: Wall Street si è rivelata un bluff colossale e tanto è vero che si regge ancora disperatamente su alcuni di questi bluff, che se venissero portati a compimento segnerebbero una drammatica modificazione di tutte le regole dei rapporti mondiali.

Affermi anche che dell'11 settembre, come minimo, è stato fatto un uso strumentale…
Io dedico un capitolo a descrivere proprio il fatale anno 2001. Naturalmente le prove io le ho già accennate in La guerra infinita… i dubbi sulla dinamica e sulla storia dell’11 settembre sono troppi per essere accantonati. Troppi dubbi, troppe evidenti incongruenze nella ricostruzione degli eventi. Ci ritorno sopra mettendo in fila con pazienza tutti i dati economici che nell’anno 2001 si erano presentati, visibili tra l’altro, visibilissimi, tanto è vero che, come cito a diverse riprese in quel capitolo, numerosi commentatori, quasi profeticamente, descrissero la situazione in termini drammatici, come se stesse per accadere qualche cosa. C’è una coincidenza straordinaria tra le illuminazioni di numerosi osservatori ed economisti di qualità americani e quello che è poi accaduto l’11 settembre, quasi che tutti se lo aspettassero. Tutti se lo aspettavano, tranne la Cia e l’Fbi che invece non videro niente. Altra cosa assolutamente incredibile. Quindi direi che se Osama Bin Laden non ci fosse stato avrebbero dovuto inventarlo perché più a puntino di così non poteva accadere. Proprio nel settembre 2001.

Sta crescendo un'opposizione sociale in America a questo gruppo dirigente?
Sta crescendo più di quello che potessimo immaginare anche se, per essere franco, io ritengo che non bisogna sopravvalutare. Il pubblico americano è, nella sua stragrande maggioranza, un pubblico subalterno fortemente condizionato dal sistema mediatico e non in condizione di reagire. Del resto non lo dico solo io, lo dice anche Paul Krugman, lo dicono autorevolissimi osservatori americani. Io sarei prudente. Ma sicuramente rispetto alle aspettative di un anno fa, direi che il movimento americano si presenta come un fatto molto molto positivo. Più grande di come io e molti altri potevano aspettarsi. Non sopravvaluterei la sua portata perché c’è un abisso in questo momento tra ciò che esprime il Movimento e l’opinione pubblica, le opinioni pubbliche europee, e quello che esprime l’opinione pubblica americana. Questo, a mio avviso, conferma lo stato di grave crisi della democrazia americana. Grave, gravissima crisi, che mi porta a dire che tutte le esaltazioni del passato sono ripetizioni senza contenuti. In realtà le esaltazioni del passato e del valore e del ruolo della democrazia americana nel mondo contemporaneo sono in gran parte oggi superate. L’America ha subito un’involuzione totalitaria, non dico autoritaria, che è rappresentata dal fatto che al vertice di questo paese ha potuto salire impunemente un gruppo di avventuristi guidati da un uomo senza cultura e senza spessore politico e culturale come George Bush. Se poi questo giudizio dovesse risultare più pessimistico, io non posso che felicitarmene. Ma devo essere ancorato alla dura e cruda realtà. Non vedo da lì in questo momento le forze per un risanamento.

Oggi esiste "l'Impero" o è solamente un concetto astratto di tipo filosofico?
Anche qui vorrei rispondere alla domanda con una precisazione. Spesso ho trovato nei dibattiti qualcuno che diceva non esiste "l'Impero" perché esiste la Cina, non esiste "l'Impero" perché esistono ancora gli antagonisti. Adesso non esiste l’impero perché esiste anche un Movimento di opposizione. Questa obiezione deriva da un’incomprensione. Intanto gli imperi non sono mai esistiti come totali, neanche l’impero romano era totale. Al di là dei confini dell’impero romano c’erano i leoni. Hic sunt leones, qui ci sono i leoni. Non è mai esistito "l'Impero mondiale". Neanche adesso, sotto questo profilo, esiste. Riformuliamo la cosa in questi termini: esiste un paese che ha tutte le condizioni per realizzare "l'Impero mondiale" e che intende comunque realizzarlo, anche se vede sul suo percorso dei nemici. Lo dicono apertamente, nella dottrina sulla sicurezza degli Stati Uniti è detto esplicitamente, e quindi gli Stati Uniti non accetteranno nessun paese o gruppo di paesi che possa opporsi anche lontanamente alle condizioni di potere assoluto che l’America ha realizzato dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Questa è l’intenzione e questo è "l'Impero". Questa è l’intenzione e "l'Impero" sta dimostrando proprio in questo momento che questo gruppo dirigente vuole costruire "l'Impero" e intende imporlo con la forza. Questo è "l'Impero" non ancora realizzato dal punto di vista pratico, ma in via di costruzione almeno nella testa dei suoi creatori.

Come si esce da questa crisi?
Temo che la via d’uscita da questa crisi sarà esaminabile dopo la guerra, nel senso che gli americani hanno imboccato la strada della guerra, e non sarà per il momento possibile fermarli. Aggiungo, peggio, che le pie obiezioni che vengono spesso mosse al gruppo dirigente degli Stati Uniti, secondo cui bisognerebbe spiegare loro e convincerli che si sta destabilizzando il mondo, sono letteralmente pie argomentazioni. Nel senso che la destabilizzazione del mondo è funzionale all’"Impero". L’"Impero" che ho descritto in La guerra infinita non si creerà se non destabilizzando tutto il pianeta, perché per creare "l’Impero" occorre militarizzare il pianeta. Per militarizzare il pianeta occorre destabilizzarlo e creare una situazione di terrore e di angoscia che spinga tutte le opinioni pubbliche del mondo a cedere di fronte alla guerra. Nei confronti degli Stati Uniti questo gruppo di dirigenti è già riuscito nel suo intento. Non ci sta riuscendo con l’Europa e questo è un grave contraccolpo che non avevano previsto. Ma è quello che intendono fare e bisogna stare attenti perché hanno ancora molti strumenti per poterlo fare.

Ti aspettavi un riscontro così ampio per il tuo libro precedente, La guerra infinita?
Sicuramente. L’ho scritto proprio perché mi ero accorto che c’erano tante domande che aspettavano una risposta e non c’era nessuno che le dava. Immaginavo che coloro che formulavano quelle domande sarebbero stati dei lettori potenziali. Su un punto non sono stato preciso nella previsione: pensavo che il libro sarebbe stato attaccato duramente dai giornali guerrafondai che hanno sostenuto la guerra e che la sostengono tutt’ora. Pensavo quindi che il libro sarebbe stato bersagliato di critiche. E invece è accaduta una cosa abbastanza divertente: che un libro che ha venduto così tante copie, che ha attirato così tanta attenzione è stato quasi del tutto ignorato dai maggiori quotidiani nazionali. Salvo qualche piccolo dettaglio le recensioni sono apparse soltanto nei giornali di provincia o nelle riviste specializzate. Il che dice una cosa molto interessante: che nessuno di questi signori ha avuto il coraggio di prendere di petto le mie affermazioni e di contestarle. C’è una sola spiegazione: non avevano argomenti per farlo. Quindi mi sembra molto semplice; se non avevano argomenti per farlo vuol dire che questo aumenta il valore di quello che ho scritto e dice quanto siano in difficoltà coloro che sostengono tesi diverse dalla mia.

"Guerra infinita" è una locuzione entrata ormai nel vocabolario quotidiano. Ti ha emozionato il 15 febbraio 2003, durante la manifestazione a Roma contro la guerra, vederlo scritto su decine di striscioni?
Certo che mi ha emozionato… e pensare che è nato da un lapsus. E nel libro l’ho scritto. E’ un lapsus involontario. Ma è la vera sintesi del pensiero di questo gruppo di dirigenti americano. Costoro ci hanno rivelato quello che pensavano quando parlavano di "giustizia infinita". Giustizia infinita: una guerra che dura un’intera generazione. Il titolo l’hanno fatto loro ed è esattamente quello che pensano.