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  1. #61
    SENATORE di POL
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    Originally posted by Aeroplanino
    Leggiti Gramsci e ti accorgerai che per moltissimi aspetti le sue idee progressiste sarebbero all'avanguardia del pensiero democratico ancora oggi (e riguardo a Gramsci, guarda che a dargli del totalitarista fai incazzare anche il tuo vice-capo, quindi occhio con gli insulti, sennò se lo scopre Mustang, da domani sei comunista pure tu!). Ma Gramsci prova a leggerlo e capirlo, e piantala di mettere bandiere, cosa tanto stupida quanto estrapolare un nome da una lettera lunga una pagina web e pontificarci sopra.

    A Yuri vorrei chiedere chi sono gli ex che si vergognano... io vedo solo tante persone (oggi in gran parte sedute a fare "l'intellighenzia" del nano) che tengono famiglia... Ed in Italia, si sa, non é reato, no?
    No guarda se qui c'è qualcuno che deve leggersi Gramsci, e c'è di sicuro, e per benino al fine finalmente di CAPIRLO appena appena, quello non sono io.

    Shalom compagno Lysenko

  2. #62
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    ...Lo schiavo o l'artigiano del mondo classico "conosceva se stesso", attuava la sua liberazione entrando a far parte di una comunità cristiana, dove concretamente sentiva di essere l'eguale, di essere il fratello perché figlio di uno stesso padre.
    Così l'operaio, entrando a far parte del Partito comunista, dove collabora a "scoprire" e a "inventare" modi di vita originali, dove collabora "volontariamente" alle attività del mondo, dove pensa, prevede, ha una responsabilità, dove è organizzatore, oltre che organizzato, dove sente di costituire un'avanguardia che corre avanti trascinando con sé tutta la massa popolare...


    Impara.

  3. #63
    SENATORE di POL
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    Questo è un mio vecchio scritto sulla materia....

    La posizione ideologico-filosofica di Antonio Gramsci è riconducibile, oggettivmante, ad una sorta di "miscela" fra marxismo-rivoluzionario ed idealismo filosofico neo-hegheliano.
    E' noto che l'epistemologia gramsciana è essenzialmente idealistica e tende ad interpretare il materialismo storico come una sorta di conciliazione dialettica fra realismo e idealismo. In
    effetti persino nell'interpretazione filosfica del marxismo Gramsci è debitore di Giovanni Gentile e, in misura minore, persino di Benedetto Croce, con il quale pure polemizzerà, in quanto filosofo “speculativo” .
    In perfetta opposizione alla gnoseologia marxista ortodossa, espressa ad esempio da Lenin in " Materialismo ed Empiriocriticismo " (1908) oda Bucharin nei primi anni trenta (in modo più rigido e meccanico), l'impostazione Gramsciana giunge a professare apertamente quella che Bordiga, Damen e la scuola della “sinistra comunista” definiranno come una deformazione idealistica della dialettica materialistica , trasformando il concetto di oggettività in "oggettivismo universale" e quindi in "intersoggettivismo".
    Gramsci giunge per questa via a negare, in modo simile “all’empiriomonismo” di un Bogdanov, ma con una più diretta assonanza con la dialettica hegeliana, ricapovolta a “testa in giù” l'esistenza autonoma del mondo esterno, per cui, scrive " ciò che noi conosciamo delle cose è niente altro che noi stessi ". La teoria gramsciana delle conoscenza, cadendo in formulazioni di fatto estremamente simili a quelle del neoidelaismo e anche del medesimo empiriocriticismo confutato da Lenin, si distingue del resto da reinterpretazioni a propria volta idealizzanti della dialettica metarialistica come quella, condannata dalla Chiesa ufficiale del marxismo-leninismo, di Karl Korsh.
    Gramsci, tuttavia, come alcuni empiriocriticisti russi, letteralmente ridicolizzati da Lenin, considera invece questa sua visione una corretta interpretazione ed evoluzione della dialettica marxista.
    La sua concezione del "blocco storico" è, per la verità, sul piano delle implicazioni epistemologiche e storiche, l'esatto opposto, nell'interpretazione del marxismo "filosofico", dell'elaborazione leninista del materialismo dialettico.
    La propensione di Gramsci per un'interpretazione idealistica del materialismo storico discende direttamente, come detto, dalla sua dipendenza dalla scuola di Giovanni Gentile, verso cui ancora sul " Grido del Popolo " del 1918, dichiarerà la sua totale ammirazione, dichiarandosene allievo.
    La visione filosofica di Giovanni Gentile, già in epoca prefascista, sara' caratterizzata, sul piano politico, da una particolare interpretazione antidemocratica ed anti-individualista del
    liberalismo, in aperta polemica con i liberali classici.
    Il "liberalismo" gentiliano si esprime pertanto come " liberalismo nella legge e perciò NELLO STATO FORTE e nello Stato compiuto come una REALTA' ETICA ", Lo Stato in questa visione “idealistico neohegeliana” (Damen) è " l'incarnazione dello spirito del popolo ", giacchè " la nostra vera individualità è quella che abbatte tutte le barriere tra noi e gli altri, e ci fa attingere quel fondo comune, in cui con gli altri, nel bene, nell'arte, nel sapere, siamo un'individualità sola ".
    Questa visione antiindividualista, si concretizzanell'interpetazione antidemocratica della funzione e natura dello Stato. Gentile, nella tradizione che va da Rousseau ad Hegel, vede nello Stato l'incarnazione della Volontà Generale, della Volontà Unica del popolo, della Nazione.
    La politica per Gentile non è diritto, ma morale, è la volontà in atto del popolo , NON dei singoli individui nella loro libera determinazione. Quindi per lui " la volontà di un popolo che si sente nazione, che si vuole come tale, è lo Stato ".
    Solo nello Stato e per lo Stato si dispiega la libertà, che giammai può essere al di fuori o contro lo Stato.
    E la volontà del popolo, come “volotnà generale”, fondativa della politica: " Non è certo la somma dei voleri degli individui che lo costituiscono; bensì quel VOLERE UNICO che ognuno di questi individui (pochi,molti, moltissimi) attua, come volere che valga come volere di tutti: ossia il volere uno individuale come volere comune, in quanto riesce ad essere tale ".
    Ma se l'individuo non concorre a ciò, e si trasfoma in "anima bella" (Hegel), cioè in elemento estraneo alla volontà del popolo, alla sua eticità, diviene con ciò un pericolo per la Nazione , una minaccia per lo Stato, il quale essendo l'incarnazione dello spirito del popolo e della sua volontà generale, ha tutto il diritto di difendersi, con qualsiasi mezzo utile, non esclusa la forza.
    Come osserva giustamente il Bedeschi : " Lo stato teorizzato dal filosofo siciliano si configura infatti non solo come stato autoritario, ma come stato essenzialmente totalitario, in quanto sopprime ogni autonomia della famiglia e della società civile rispetto allo Stato ".
    In effetti per Giovanni Gentile lo Stato e la società civile si identificano reciprocamente , e nella sua adesione al fascismo il filosofo troverà il coronamento del percorso intellettuale
    fondato sulla statolatria idealistica. Il Fascismo sarà per Gentile la concretizzazione più alta dello Stato Etico.
    La derivazione gentiliana del Gramsci de l'Ordine Nuovo è evidente, anzi lampante. Le sue parole ne rilevano spesso una profonda dipendenza di ordine filosofico, sebbene volta in quella che si dimostrerà sempre più in una contrapposta opzione politica.
    Gramsci loda in Gentile l'identificazione della filosofia con la storia, e lo sviluppo della filosofia hegeliana in "filosofia della praxis", parallelamente al marxismo.
    Ma anche la definizione dei compiti della rivoluzione proletaria è espressa dal Gramsci ordinovista in termini fortemente gentiliani : " Essa trasforma la società fondamentalmente:
    da organismo unicellulare (di individui-cittadini) la trasforma in organismo pluricellulare; pone a base della società nuclei già organici di società stessa. COSTRINGE TUTTA LA SOCIETA'
    AD IDENTIFICARSI CON LO STATO, vuole che tutti gli uomini siano consapevolezza spirituale e storica
    ".
    La fortissima influenza di Gentile è evidente e non è solo "linguistica", infatti il Gramsci continua con un'ancora più chiara esplicitazione del suo pensiero : " La Rivoluzione è tale
    (...) quando si incarna in un tipo di Stato, quando diventa un sistema organizzato del potere. Non esiste società se non in uno Stato, che è la sorgente ed il fine di ogni diritto e
    di ogni dovere, che è garanzia di permanenza e di successo di ogni attività sociale. La rivoluzione proletaria è tale quando da vita e si incarna in uno Stato tipicamente proletario, custode del diritto proletario, che svolge le sue funzioni essenziali come emanazione della vita e della potenza proletaria.
    "
    E' da notare che l'enfatizzazione dello Stato è del tutto estranea al marxismo rivoluzionario classico, e tipica invece del neohegelismo gentiliano come lo sarà, per molti versi dello stalinismo. La dottrina marxista dell'estinzione dello Stato è, in questa prima fase del pensiero gramsciano, completamente ignorata. Afferma perentoriamente il Gramsci: “ senza Stato non vi è Società “. La marxiana estinzione dello stato sarebbe pertanto, in questa visione, estinzione e disgregazione della società, l'esatto opposto del comunismo. Vedremo come più avanti Gramsci cercherà di conciliare gentilismo e marxismo anche riguardo a questo punto.
    Sin qui il giovane Gramsci, ma che dire del Gramsci delle riflessioni dei "Quaderni ", scritti durante il periodo del carcere ?
    Il Gramsci maturo non smentisce la sua impostazione filosofica di fondo, ma evolve indubbiamente in modo critico il suo pensiero.
    Ancora nel 1926 Gramsci individuava indubbie similitudini fra la situazione russa e quella italiana, mentre nel suo periodo più maturo metterà in luce le profonde differenze, come
    segue:
    " In Oriente, lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell'occidente fra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva
    subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dentro la quale stava una robusta catena di fortezze e di casematte, più o meno da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un'accuratta ricogniizione di carattere nazionale
    " per cui nelle società avanzate ove " la società civile era diventata una struttura molto complessa e resistente alle irruzioni catastrofiche dell'economia(..) la strategia comunista doveva essere assai più articolata e complessa, e rinunciare all'illusione che bastasse un attacco frontale per abbattere il nemico: dietro la prima linea, infatti, c'era tutto un insieme di efficienti linee difensive... ".
    Gramsci, “idealista in filosofia”, sovverte oltre che l'epistemologia anche,conseguentemente, la visione marxiana della società civile. Infatti scrive : " le superstrutture della società civile
    erano come il sistema delle trincee nella guerra moderna
    ". Da qui quella che qualcuno ha ricordato come elaborazione della strategia, in occidente, della guerra di posizione dei partiti
    comunisti, vista l'inefficacia della guerra di movimento.
    E' da ricordare la natura strutturale della società civile in Marx, che per Gramsci diventa soprastrutturale, in quanto non comprende il complesso delle relazioni economico-sociali
    (marxismo ortodosso) ma il complesso delle relazioni ideologico-politiche. Mentre per Marx la relazione fra società civile e Stato è parte della relazione struttura-sovrastruttura, in Gramsci si tratta di una relazione fra elementi entrambi soprastrutturali, ove allo Stato competono le funzioni di dominio diretto e di comando, che si attuano mediante il dispiegamento delle funzioni di governo.
    Questa originale e sostanzialmente revisionistica visione di Gramsci sarà fondamentale nella genesi e nello sviluppo della sua teoria dell'egemonia.
    La concezione Gramsciana dell'egemonia non è la prima o l'unica visione dell'egemonia prodotta dalla scuola marxista, ma è la prima concezione CULTURALE dell'egemonia, giacchè si fonda su una visione "revisionistica" della relazione società civile e Stato, resa possibile da un'interpretazione neoidealistica del materialismo storico.
    La dottrina leninista dell'egemonia è essenzialmente, a differenza che in Gramsci, una dottrina della DIREZIONE POLITICA, che è strutturalmente integrata nel concetto di DITTATURA RIVOLUZIONARIA del PROLETARIATO e di direzione monopolistica bolscevica della dittatura stessa. In Lenin la violenza è elemento essenziale per la concretizzazione dell'egemonia politica e si esplica essenzialmente contemporaneamente e soprattutto
    successivamente alla "presa del potere".
    Per il Gramsci maturo, invece, proprio in ragione della sua "eretica" interpretazione della natura e del ruolo della società civile, le cose sono ben diverse.
    Gramsci non rinuncia affatto alla violenza, all'uso della forza, ma in lui, il momento della rottura rivoluzionaria resta fondamentalmente subordinato al momento dell'egemonia CULTURALE proprio in ragione della complessità della società civile occidentale e dei problemi che il partito comunista si trova di fronte per spezzare il dominio del Capitale.
    Ne consegue che l'egemonia stessa deve iniziare ad agire ben prima della "presa del potere", come sua condizione preliminare.
    Necessariamente anche l'egemonia gramsciana si esprimeva sì attraverso il Partito Comunista, ma per suo tramite, anche mediante le altre istituzioni della società civile, quali la scuola, gli enti culturali, le case editrici...
    Questo mutamento è correlato al passaggio dalla guerra di movimento a quello della guerra di posizione?
    Certo, ma solo in parte. Ovviamente lo stesso Lenin aveva avvertito che la rivoluzione in occidente,pur seguendo necessariamente le "lezioni" dell'Ottobre, si sarebbe manifestata in buona parte diversamente, vivendo con tutta probabilità la “guerra civile” come lunga fase (e la gramsciana guerra di posizione è un tentativo di traduzione di questa visione)
    prima e durante la conquista del potere e NON, come in russia, successivamente a questa.
    Lenin aveva avvertito i partiti comunisti della necessità di trasformarsi in partiti di massa, conquistando la maggioranza della classe operaia. E per la conquista della maggioranza
    aveva combattuto ogni rigidità tattica, dichiarata infantile e controproducente, mettendo in primo piano la sua concezione della coscienza politica di classe e della modalità con la quale
    questa poteva essere fatta crescere nel proletariato dall'azione A TUTTO CAMPO del partito comunista.
    Le parole d'ordine del Fronte Unico e del Governo Operaio, erano intese a sviluppare i partiti comunistii durante la fase controrivoluzionaria, in modo da non perdere la prossima occasione....
    Gramsci però va ben oltre e rompe, in ragione della sua interpretazione della filosofia politica del marxismo, impossibile a Lenin, con i rigidi schemi della "dialettica materialistica", reinterpretandoli radicalmente. Le lezioni della filosofia neoidealistica di Giovanni Gentile e di Benedetto Croce saranno essenziali in questa reinterpretazione della dinamica
    politico-sociale.
    L'ideologia politica, che in Marx e Lenin era una mera sovrastruttura, dialetticamente determinata dalla " base materiale economico-sociale ", viene intesa da Gramsci come un elemento autonomo di influenza intellettuale e culturale di una classe o frazione di classe, e dunque come struemento di egemonia.
    E conseguentemente l'attenzione di Gramsci si sposta, come è noto, sul ruolo degli "intellettuali organici", organici cioè, in questa battaglia per l'egemonia, ad una classe sociale, e al partito che politicamente ne rappresenta le istanze in modo totalizzante.
    La guerra di posizione rivoluzionaria è quindi per Gramsci la traduzione del bolscevismo nella situazione evoluta delle società occidentali, ove la forza e la coercizione da sole non potevano bastare a piegare la borghesia e la società civile tutta alla volonta' del partito rivoluzionario ed al suo progetto organico di trasformazione della società. Egemonia è dunque la combinazione di coercizione più consenso, ma in un orizzonte tutt’altro che paragonabile, nel suo punto d’approdo, alla libera competizione delle idee in una società libera.
    Questo processo non riduce affatto, infatti, il ruolo del partito comunista, che anzi MODERNO PRINCIPE, costituisce l'incarnazione storico-politica della visione marxista-leninista, così rinnovata.
    Il Partito, scrive il Gramsci " deve e non può non essere il banditore e organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo
    della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna
    ".
    Per cui " Il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali, in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellarato, solo in quanto ha come punti fi riferimento il moderno principe stesso e serve a incrementare il suo potere o contrastarlo. IL PRINCIPE PRENDE IL POSTO NELLE COSCIENZE, DELLA DIVINITA' O DELL'IMPERATIVO CATEGORICO, DIVENTA LA BASE DI UN LAICISMO MODERNO E DI UNA COMPLETA LAICIZZAZIONE DI TUTTA LA VITA E DI TUTTI I RAPPORTI DI COSTUME ".
    In realtà è evidente la contraddizione : il partito divinizzato, che si sostituisce a Dio è il partito deificato che promuove l'ateismo ma non è laico. E' una qualcosa di molto simile ad nuova confessione religiosa, quella del comunismo, e la sua influenza egemonica e dittatoriale sulla società è sovrapponibile per molti versi a quella CONFESSIONALE, quindi tutt'altro che laica.
    Certo è un NUOVA religiosità quella che viene alla luce, moderna, "scientifica", ma pur tuttavia con tutte le carattersistiche integralistiche della fede religiosa e con gli strumenti del potere ecclesiastico dei periodi "d'oro".
    Come nota giustamente il Bedeschi con tali concezioni Antonio Gramsci " ad onta della sue aspirazioni ad un laicismo moderno, ha espresso una concezione integralmente totalitaria
    della società, poichè in essa, il moderno Principe, cioè il partito comunista, è al centro della vita dell'uomo in tutti i suoi aspetti: Il moderno Leviatano viene infatti ad identificarsi con tutta la vita sociale e culturale, coprendo tutti gli spazi della società civile, e non lasciando margini di autonomia o indipendenza nemmeno nel loro interno, nemmeno nella vita intellettuale e morale
    ".
    Come Gentile ha rivendicato il carattere di universalità del fascismo così ha fatto l'allievo Gramsci con il comunismo. Il fascismo sarà infatti per Gentile " una concezione totale della
    vita
    ", ed anche in Gramsci lo strumento egemonico fondamentale del partito verso le masse è L'INDOTTRINAMENTO, mediante la ripetizione ossessiva, costante delle verità di fede .
    Gramsci infatti è preoccupato della " estrema labilità nelle convinzioni delle masse popolari " e sostiene testualmente che " la ripetizione è il mezzo didattico più efficace per operare sulla mentalità popolare", anche se occorre comunque "lavorare per elevare intellettualmente " sempre più ampi strati popolari, suscitando fra esse "nuove elites intellettuali", che devono però divenire "nuove stecche del busto", conformandosi alla fede dogmatica del Principe e nel Principe.
    Attraverso questi metodi chiaramente propri di uno Stato confessionale e totalitario si deve giungere ad isolare e fare tacere gli oppositori , sebbene occorra " essere giusti con gli avversari ", altrettanto implacabile è la lotta ideologica di annientamento che va ingaggiata contro di essi. Il dibattito con gli avversari più intelligenti e preparati è tuttavia visto come una palestra per la formazione ideologica e politica dei nuovi militanti, ma non deve indulgere a nessuna concessione.
    Nel nuovo Stato Operaio, ammette Gramsci, che ora (a differenza che in gioventù )e' uno Stato in via di estinzione , è evidentemente previsto un lavoro di ricerca scientifica che
    ammetta anche una certa libertà di dibattito, nell'interesse del progresso ... ma scrive :
    " Non sarà del resto difficile mettere in chiaro quando tali iniziative di discussione abbiano carattere non scientifico e interessato. Non è del resto impossibile pensare che le iniziative
    individuali siano disciplinate e ordinate, in modo che esse passino attraverso il crivello di accademie e istituzioni culturali di vario genere E SOLO DOPO ESSERE STATE SELEZIONATE DIVENTINO PUBBLICHE.
    "
    Le associazioni della società civile, strettamente correlate al Moderno Principe (partito comunista), che sostituisce nella coscienza sociale Dio stesso, si prenderanno la briga per
    stabilire ciò che si può rendere pubblico e ciò che va censurato. Lo Stato Operaio Totalitario gramsciano è la trasposizione occidentale, più raffinata ed evoluta ma sostanzialmente identica nell'ossatura illiberale, delle "democrazie popolari" totalitarie dei
    paesi del "socialismo reale". E' un fascismo gentiliano rovesciato nei suoi "contenuti di classe" . La dipendenza di Gramsci da Gentile e la sua affinità è evidente anche nel passo in cui Gramsci teorizza, finalmente, l'estinzione dello Statoconvergendo in questo con l'ortodossia marxista-leninista : " L'elemento Stato-coercizione si può dichiarare esaurentesi a mano a mano che si affermano elemente sempre più cospicui di società regolata (O STATO ETICO o SOCIETA' CIVILE) ". Ma quella con Gentile non è solo una convergenza
    linguistica, a ben vedere Gramsci accetta solo parzialmente l'estinzione dello Stato, riferendola solo all'elemento coercitivo.
    Egli non contraddice la statolatria gentiliana, il coincidere dello Stato Etico con La Società Civile, divenuta società regolata, non è marxista e il sopravvivere di questo elemento dello Stato non ha nulla a che vedere, a solo titolo d'esempio, con Lenin quando immagina la società utopica e anarchica senza Stato (si veda "Stato e Rivoluzione").
    Gramsci cerca di conciliare la propria concezione, che dipende da Gentile, con il marxismo-leninismo ortodosso, e approda ad una riforma neohegelina del marxismo che non è meno
    totalitaria di quella edificata in oriente da Lenin e soprattutto da Stalin... lo è più civilmente e in modo culturalmente più avanzato, e raffinato, questo sì.
    Anche il preteso (da alcuni intellettuali progressisti) "liberalismo" di Gramsci e strettamente parente del "liberalismo" antidemocratico ed antiindividualista di Gentile.
    Certo i due pensatori si trovano a combattere dalla parte opposta della barricata...
    Marxisticamente si potrebbe definire Gramsci il Giovanni Gentile del proletariato italiano, e Gramsci non rinnegherà mai del tutto la propria giovanile ammirazione verso quel maestro così simile e tanto diverso, cosciente della propria dipendenza profonda, nella visione filosofica culturale, dal pensiero del maestro-avversario.
    Quello che per Gentile è lo Stato, nell'ultimo Gramsci sarà, in effetti, il partito, " strumento per il passaggio dalla società civile politica alla società civile regolata, in quanto assorbe in sè entrambe per superarle ". Il Partito moderno Principe è il nuovo "Stato Etico", il punto di partenza ed il punto di arrivo dell'intero processo rivoluzionario, che prende il posto, nelle coscienze di Dio e dell'imperativo categorico. La fondazione filosofica di un totalitarismo integrale per l'occidente è con ciò compiuta.
    Le riflessioni gramsciane pratiche sulla transizione democratica, tra fascismo e dittatura proletaria, non scalfiranno l'impostazione di fondo, che resta radicalmente avversa ad ogni concezione moderna e pluralistica della democrazia liberale e pluralistica e dei suo valori
    Cordiali saluti.

  4. #64
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    Complimenti alla prolissità, mi sono fatto dieci minuti di pallosissima lettura, che nemmeno un fondo economico della Frankfurter scritto in hauptdeutsch...

    Poi per forza uno si dà alle veline...

    Vabbè estrapolo il pensiero: Gramsci prendeva spunto da Gentile che essendo fascista... o era un bravuomo ed allora dovremmo rivalutare tutto il fascismo, oppure ha reso le idee di Gramsci tanto totalitariste da rendere possibile un'equivalenza fascismo-eventuale comunismo italiano.

    Mi sembra ci sia tutto no?

    Io credo che di Gramsci si debbano riconoscere due grandi periodi, quello della giovinezza, e quello del carcere. Visto che Gramsci cominciò a teorizzare la sua ideologia poco più che bambino in tutte le sue espressioni bisogna sempre ricordare che a parte la genialità di molti spunti rimaneva il pensiero di un'adolescente prima e di una persona rinchiusa ingiustamente poi.
    Detto questo, se vogliamo estrapolare la visione di un'eventuale stato proletario dittatoriale, dal pensiero gramsciano, facciamolo pure, ma è una evidente forzatura in quanto Gramsci pone sempre l'accento sulla necessaria volontarietá del movimento, sulla libertà del pensiero e sulla non costrizione.
    Gramsci non vuole obbligare nessuno alle sue idee, ma (e questo spunto è un po' infantile) pretende si avere idee tanto giuste da essere in grado di convincere chiunque se solo fosse messo nella condizione di esporle.
    è in questo senso che vanno letti i suoi interessi, quasi ossessivi, quasi cattolici, alla predicazione ed all'istruzione.

    Ma credo che sopra a tutto, e Gramsci, come Voltaire, come Hengel, come Nietsche ha disegnato un mondo nuovo, c'era appunto questa visione, un po' folle ed un po' esagerata, di un'Italia che si riscatta da sola dal pessimo modo in cui è stata riunificata (e Gramsci è il primo a sollevare la "questione meridionale" dove lo Stato invece di proporre come avrebbe voluto Gramsci una riforma agraria che assegnasse le terre ai contadini, ha preferito lasciare le cose come stavano in mano alla nobiltà mafiosa borbonica), e dalla vergogna fascista.
    La visione del comunismo di Gramsci è quella di un grande movimento popolare che vince perchè convince ed é forse l'unica strada immaginabile, per quanto utopistica ed irrealizzabile, al comunismo senza una vera dittatura.
    Gramsci va oltre Lenin e riporta l'idea di socialismo alle origini, alla lotta per riaffermare il primato del popolo, attraverso lo stato, sulle sopraffazioni. Non vede nel popolo in nemico da "tenere buono", nè vede nei "compagni dissidenti" nemici da eliminare. ed in questo si ricollega alla democrazia liberale di Gobetti.
    È questo suo spirito di battaglia, di predicazione oltre ogni limite che era tale anche nel fascismo intellettuale dei primi momenti, di D'Annunzio e di Gentile stesso, che hanno reso Gramsci così grande da poter essere considerato un valido esempio sia per la destra che per la sinistra, per tutte quelle forze democratiche che hanno il coraggio di gridare che la democrazia é il loro valore, e di lottare per questa.

    Saluti.

  5. #65
    SENATORE di POL
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    Sopra ho sintetizzato pallosissamente quello che normalmente viene scritto in volumi di centinaia di pagine. Scusa pertanto l'estrema sintesi che non ti ha permesso di capire il nocciolo della questione. Il pensiero di Gramsci è intrinsecamente totalitario e intrinsecamente comunista in senso pieno, poi è vero che è meno rozzo e più raffinato di quello di tanti altri cultori del marxismo-leninismo....soprattutto orientale, ed è vero che Gramsci va letto e studiato, come Gentile, da tutti, giacchè è un grande maestro e un grande intellettuale, come del resto lo erano Lenin e Trotzky. Se poi si vuole fideisticamente sostenere il contrario sulla base di letture......di un certo tipo (come quelle di moda in certa sinistra che trasformano, ad esempio, il Nietzsche in un anarchico progressista!!!), si faccia pura. Ognuno è libero di credere ai marziani che vuole, io preferisco le analisi più serie, anche se poco di moda. Gramsci non ha mai smesso di essere comunista e il congresso di Lione del 1926 con cui ha liquidato TASCA (deviazionismo di destra) e Bordiga e FOrtichiari (deviazionismo di sinistra) è una dimostrazione assoluta della sua concezione antidemocratica persino della vita interna del partito comunista. Altro che balle. Nel 1926, poco prima del suo arresto, Antonio non era un adolescente e non era un democratico (si sarebbe offeso mortalmente ad essere definito tale, da buon bolscevico...come voleva essere).

    Shalom!!!


    P.S = la tua estrapolazione del mio pensiero [ che è poi, negli elementi essenziali, quello di molti altri più importanti di me ...] è pertanto non esatta. Un uomo di scienza dovrebbe sapere che certe cose non si semplificano perchè sono intrinsecamente complesse e la volgarizzazione del linguaggio nella divulgazione può essere utile ma sicuramente oltre certi limiti diventa mistificazione.

  6. #66
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    Nota aggiuntiva: Gentile non è antidemocratico perchè fascista, viceversa aderisce al fascismo perchè crede di torvare in esso la concretizzazione della propria visione dello Stato e della politica e anche del "liberalismo" (inteso nella sua accezione antidemocratica e autoritaria che ho cercato più sopra di spiegare). Gramsci ha diversi maestri e TUTTI sostanzialmente e irrimediabilmente antidemocratici (intendendo per democrazia quello che si intende in occidente da tempo ormai immemorabile): Lenin e Gentile sono i suoi principali "euducatori". Il suo sviluppo del loro pensiero, per quanto originale e creativo, non corregge per nulla la sostanziale visione totalitaria che per il resto è irrimediabilmente connessa tanto con la dialettica idealistica interpretata da Gentile, tanto con la visione del marxismo rivoluzionario sviluppata da Lenin. Non voglio poi giungere alla visione liberale che faccio mia, che vuole ogni concezione comunistica della società irrimediabilmente volta, anche quando non volutamente, verso la ....schiavitù politica e sociale.

    Shalom!!!

  7. #67
    Hanno assassinato Calipari
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    Gramsci ha perso la vita per la nostra liberta'. E' un padre della patria e sarebbe stato un ottimo presidente del consiglio.

    Voi invece ci avete regalato una classe dirigente democristiana pessima.

    Non vi vergognate?

  8. #68
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    Cercherò di essere breve e coinciso ma anche scientifico nel metodo e non didascalico nell'esposizione...
    Se poi volumi di centinaia di pagine, io ho quello in omaggio con un'Unità di fine anni 70 che raccoglie tutti gli scritti di Gramsci, risultano meno noiosi é un mio giudizio personale, che quindi ritiro!

    Andrò a memoria quindi potrei fare qualche piccola confusione ma credo che per capire il pensiero di Gramsci, che nessuno ha mai voluto identificare come padre dei valori di una democrazia liberale, sia necessario uno sforzo che va oltre la semplice lettura ma che, come ho giá provato a fare, contestualizzi la situazione in cui Gramsci si forma ed espone il suo pensiero di giovane combattente per la libertá degli oppressi.

    Innanzitutto il contesto storico: Gramsci cresce in un clima postbellico dominato da una borghesia che non solo Gramsci, ma anche pensatori fini come Salvemini, Amendola e poi Gobetti, anche Gentile, riconoscono come gretta, autodefinitasi liberale (Gobetti diceva che era una moda col nuovo secolo essere tutti liberali) ma in realtá poco più che feudale in cui i pochi capitani d'industria preparati erano concentrati nelle aree urbane del nord ma che per il resto vedeva una situazione generale nella quale a pochissimi ricchi borghesi si contrapponeva una enorme massa di diseredati...
    Gramsci, ma poi anche Gobetti nella sua "Rivoluzione Liberale" (un testo che i grandi pensatori di FI hanno definito pochi anni fa "utile solo a D'Alema", Colletti e addirittura "utile a nessuno", Settembrini) condannano anche la borghesia settentrionale, troppo attenta al capitale per poter davvero diventare volano di progresso (e anche grandi liberali che avvertivano il capitalismo come unica via di sviluppo, ritenevano che l'Italia, insieme alla Russia, non avesse ancora una cultura tale da potersi permettere una forma di sviluppo così sregolata).
    Da questa borghesia, in crisi, nasce il fascismo. E col fascismo si accresce lo scontro sociale.
    Gramsci da oppositore di classe, perché allora le classi, quasi caste, c'erano eccome, diventa nemico del regime, e con lui tutti i pensatori non allineati, siano essi liberali o cattolici.
    Gramsci, che forma il suo pensiero non al PCI (dove i suoi scontri con Togliatti erano all'ordine del giorno) ma nelle redazioni delle tante riviste libere a cui collabora, disegna, insieme ai migliori pensatori liberali, cattolici e comunisti, una linea di resistenza al regime, che necessariamente rende piú duri gli spigoli e meno democratico l'insieme, ma che era anche il risultato di uno scontro nel quale che metteva in gioco le idee lo faceva a rischio della libertá o anche della vita.

    In un tale contesto grandi e riconosciuti pensatori liberali, persino Croce, arrivano a giustificare alcune limitazioni delle libertà individuali in nome del bene collettivo, ed il fatto che Gramsci avesse, attraverso i suoi impegni politici, anche una parte attiva nella promozione di scioperi, talvolta anche violenti, non significa affatto che il pensiero liberale di allora potesse condannarlo, tant'è che Gobetti si schierò più volte apertamente a favore di tali espressioni di rivolta.
    Credo sia utile inoltre, distinguere il Gramsci filosofo da quello uomo di partito. La sua concezione del PCI dell'epoca dell'epurazione di Tasca e Bordiga, era quello di un partito che di lì a poco, e Gramsci aveva visto giusto, sarebbe stato distrutto e messo fuori legge. Per questo un'organizzazione tanto importante come era il PCI di allora si sarebbe dovuta, secondo Gramsci, presentare alla sfida con la storia, il piú unita possibile, se vogliamo anche monolitica, ma sicuramente coesa.
    Chi non lo capiva allora è un po come chi oggi, fatte le debite proprzioni, per un minimo di visibilità o un eccesso di orgoglio, permette a Berlusconi di governare.

  9. #69
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    Si può (e si deve) contestualizzare tutto.
    Sarò brevissimo:
    . Gramsci non si oppone al fascismo, si oppone ben prima alla democrazia liberale, e non solo e non tanto alla democrazia liberale dell'Italietta, con le sue contraddizione, ma alla "ideologia democratica borghese", ossia a quella che informa qualsiasi concezione moderna e occidentale della democrazia;
    . Il liberalismo e la democrazia non sono esattamente la stessa cosa, e tutti sanno che Croce fu un liberale per molto tempo...ehm... di un genere non dei più democratici, tanto che approvò il regime fascista nascente ben oltre il delitto Matteotti;
    . L'ideologia del Gramsci va altrimenti contestualizzata, e per inciso, non dipende in nulla da Gobetti (il cui "liberalismo" è per altro, per ragioni diverse da quelle ricordate per Croce, o peggio, per Gentile, difficilmente assimilabile alla liberaldemocrazia moderna e ricco di ingenuità storicistiche che non ha potuto superare in quanto morto ...troppo presto)
    . Gramsci è e resta un marxista-leninista e come tutti i marxisti-leninisti dice (ed è convinto) di lottare per il popolo, la sua emancipazione, il suo progresso, la sua libertà. Anche Lenin e Trotzky mentre reprimevano nel sangue i marinai e i lavoratori di Kronstandt inneggiavano a quegli ideali "progressisti", di "verà libertà".
    . la responsabilità di Gramsci per l'irrigimentazione bolscevica e la sua subordinazione a Mosca del PCd'I è gravissima, ed è a confutazione pratica, anzi fisica, di ogni sua presunta, anche lontana....democraticità.

    Shalom!!!

  10. #70
    SENATORE di POL
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    P.S. = l'unico scontro con Togliatti significativo è quello.....relativo al destino di una sua lettera al vertice del partito bolscevico sulle vicende delle lotte fra le frazioni. Come è noto la lettera fu censurata da Togliatti e Gramsci......ne fu sconvolto. Ma Togliatti era, come scrisse Fortichiari (bordighiano) un uomo avezzo al comnpromesso e "nato da un compromesso", mentre a detta dello stesso Fortichiari il Gramsci era, nonostante la sua sostanziale adesione allo stalinismo (fino a prenderne le distanze dal carcere su posizioni vicine a quelle di certi trotzkysti come Leonetti) "un galantuomo". Questa è la vera differenza.

    Shalom!!!

 

 
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