Brianza, la denuncia dei lavoratori migranti costretti a pagare il pizzo per il permesso di soggiorno. Imprenditore arrestato, mentre le vittime rischiano l'espulsione
Aarresto in flagranza di un imprenditore per estorsione ai danni di lavoratori migranti. Si alza il coperchio su uno sporco giro d'affari in Brianza che mette insieme truffe e mancanza di tutele, sfruttamento e tangenti. E la cosa non finisce qui. La questura di Varese lascia capire che presto ci saranno altri sviluppi.
Il caso nasce dalla denuncia di una lavoratrice migrante che dopo avere scoperto di essere stata truffata dalla cooperativa di servizi per cui lavorava, decide di rivolgersi prima alla Cgil di Monza e poi alla polizia, a cui denuncia di avere versato contributi e "pizzo" al presidente della cooperativa per ottenere il contratto di lavoro.
Dopo l'arresto dell'imprenditore, l'atto di coraggio della lavoratrice viene seguito da altri dieci "dipendenti" della cooperativa (e propabilmente altri nei prossimi giorni). Tutti credevano di avere diritto con il contratto di lavoro alla sanatoria. Invece, erano soci (e non dipendenti come vuole la legge). Intanto, oltre ai contributi una tantum (circa 800 euro), avevano versato al datore di lavoro oltre 1.000 euro. Per completare il quadro, il datore di lavoro gli affittava un posto letto, trattenendo dalla busta paga la pigione e non versava i regolari contributi.
In compenso i clienti della cooperativa erano eccellenti. Grandi aziende non ancora nominabili (l'inchiesta è ancora coperta da segreto istruttorio) che affittano facchini, pulitori e altre mansioni ordinarie senza controllare la "regolarità" del fornitore. I lavoratori in affitto lavorano a giornata, con turni massacranti e senza diritti, a fianco dei dipendenti "normali". E' la flessibilizzazione che piace a Confindustria e governo. Diritti e contratti diseguali, all'interno dello stesso luogo di lavoro. Se le imprese si dotassero di un codice di condotta nella selezione delle cooperative, il mercato illegale avrebbe più difficoltà a sopravvivere. Ma, gli basta risparmiare sui costi del lavoro. Il resto sono problemi altrui.
L'estorsione sui migranti è molto più diffusa di quello che raccontano le cronache. «Sono tanti quelli che vengono a denunciare il pagamento dei contributi e una tangente iniziale per accedere alla sanatoria» racconta Luciana Spagnoli dell'ufficio migrazione della Cgil. Si arriva a casi di richieste di oltre 5mila euro per accedere alla regolarizzazione.
I lavoratori hanno paura a denunciare i padroncini sia per la difficoltà di dimostrare il fatto, sia perché la legge soraggia di fatto la denuncia. La scelta è tra consegnarsi a strozzini e truffatori o condannarsi all'espulsione. I lavoratori così si trovano doppiamente beffati, dal miraggio della sanatoria (pagato a caro prezzo) e dallo stato di clandestinità in cui si trovano automaticamente. La loro sorte dipende dal giudice che potrebbe applicare dispositivi di protezione sociale per evitarne il rimpatrio. La preoccupazione della Cgil di Monza è tutta qua. Come lottare contro l'omertà, portare allo scoperto gli illeciti e poi proteggere chi si espone?
Reati come questi, frequenti in tutta Italia, a Varese sono diventati oggetto di un'attività «impegnativa» della questura. Diverse inchieste per casi di estorsione o di falsificazione sono già state chiuse su denuncia di lavoratori e del sindacato. Quasi sempre riguardano piccole imprese individuali del settore edile e cooperative di servizi. La frontiera del lavoro senza tutele. «Per tutti questi lavoratori l'art.18 sarebbe una manna dal cielo», sbotta Luciana Spagnoli, «e anche per noi che non abbiamo strumenti di tutela nei loro confronti».
Claudio Jampaglia




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preoccupati piuttosto dei dip. delle piccole imprese. I sindacalisti della cgil si sanno arrangiare anche da soli.
