I preti in cattedra (21)
di Luigi Rodelli
Una scuola di questo genere che non dà alcuna garanzia per il normale proseguimento degli studi, perché non è stata concepita in rapporto ad una visione organica dell’ordinamento degli studi superiori, si pone ad un livello più basso dell’attuale scuola media ed è dubbio che riesca ad innalzarsi al di sopra del livello dell’attuale scuola di avviamento al lavoro. I genitori, naturalmente, nella grande maggioranza non si sono fidati. Gli insegnanti hanno motivato la loro ostilità. Nel 1956-57 il numero delle classi unitarie opzionali, nonostante gli sforzi e la pressione del “Centro”, è stata in Italia di 36, in massima parte costituite in scuole di avviamento al lavoro. Il “Centro” ha deciso di portarle a 90 per il 1957-58; il “Centro” non tiene conto né del parere dei professori né di quello delle famiglie quando esso non coincide con le finalità del Vaticano. Il Vaticano vuole che la religione cattolica, permeando tutti gli insegnamenti e tutte le attività scolastiche diventi realmente e integralmente “fondamento e coronamento” di tutta l’istruzione pubblica. La rivista “Scuola e didattica” ha approntato un modello di “programma concordato” fra gli insegnanti in cui tutti gli insegnamenti e dell’italiano e della storia e della geografia e del disegno ruotano intorno all’insegnamento della religione cattolica e ad esso subordinano o ricollegano lo svolgimento del proprio programma.
Altro che eguale possibilità offerta a tutti i giovani di sviluppare la propria personalità! Belle parole che restano parole finché saranno scompagnate dalla volontà politica di respingere l’ingerenza clericale nell’amministrazione scolastica. Il problema della scuola in Italia è problema squisitamente politico, perché – com’è stato osservato – il contrasto tra Stato e Chiesa ne forma il “substrato latente”. Riforme tecniche e piani finanziari che prescindano da questa premessa e non s’inquadrino in una politica di sinistra, democratica e laica, sono destinati al fallimento.
Ma, intanto, come vive la scuola media? Se i tentativi di riformarla, messi in atto dal “Centro didattico nazionale”, ci danno l’idea di un caotico sovvertimento piuttosto che di un rinnovamento dell’istituzione, quali sono le condizioni in cui si svolge oggi la funzione educativa e culturale della scuola media? Più che nei programmi e nelle istruzioni ministeriali che li accompagnano (gli uni e le altre partecipi finora di quella tradizione legislativa che, con pochissime eccezioni, ha sempre messo in guardia gli insegnanti contro l’aridità dell’insegnamento puramente grammaticale e dottrinario, esortandoli a promuovere negli stessi alunni lo spirito di osservazione e di indagine e a trasformare la lezione e l’interrogazione in un dialogo sempre aperto), il carattere e il tono generale dell’insegnamento in una scuola media è dato dalla qualità degli insegnanti, dallo spirito della loro cooperazione e dal temperamento e dalla sensibilità del preside. Là dove vi sono presidi scelti per concorso in base al grado di arrendevolezza ai principi confessionali (tranne quei pochissimi che, eletti dopo la Liberazione, sono stati poi confermati in seguito a regolare concorso), la vita della scuola è continuamente esposta alle pressioni del clero e delle organizzazioni cattoliche. Vi sono scuole in cui il preside stesso assegna agli alunni, attraverso i professori, temi di argomento chiesastico, diversi a seconda delle ricorrenze dell’anno liturgico; nella maggior parte dei casi, i professori, anche se sono laici o miscredenti o cattolico-liberali, subiscono l’imposizione. Il conformismo è una eredità del regime fascista che il governo democristiano ha subito apprezzato e accettato e sfruttato in pieno, a vantaggio del clericalismo.
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