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Discussione: I preti in cattedra

  1. #21
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    I preti in cattedra (21)

    di Luigi Rodelli

    Una scuola di questo genere che non dà alcuna garanzia per il normale proseguimento degli studi, perché non è stata concepita in rapporto ad una visione organica dell’ordinamento degli studi superiori, si pone ad un livello più basso dell’attuale scuola media ed è dubbio che riesca ad innalzarsi al di sopra del livello dell’attuale scuola di avviamento al lavoro. I genitori, naturalmente, nella grande maggioranza non si sono fidati. Gli insegnanti hanno motivato la loro ostilità. Nel 1956-57 il numero delle classi unitarie opzionali, nonostante gli sforzi e la pressione del “Centro”, è stata in Italia di 36, in massima parte costituite in scuole di avviamento al lavoro. Il “Centro” ha deciso di portarle a 90 per il 1957-58; il “Centro” non tiene conto né del parere dei professori né di quello delle famiglie quando esso non coincide con le finalità del Vaticano. Il Vaticano vuole che la religione cattolica, permeando tutti gli insegnamenti e tutte le attività scolastiche diventi realmente e integralmente “fondamento e coronamento” di tutta l’istruzione pubblica. La rivista “Scuola e didattica” ha approntato un modello di “programma concordato” fra gli insegnanti in cui tutti gli insegnamenti e dell’italiano e della storia e della geografia e del disegno ruotano intorno all’insegnamento della religione cattolica e ad esso subordinano o ricollegano lo svolgimento del proprio programma.



    Altro che eguale possibilità offerta a tutti i giovani di sviluppare la propria personalità! Belle parole che restano parole finché saranno scompagnate dalla volontà politica di respingere l’ingerenza clericale nell’amministrazione scolastica. Il problema della scuola in Italia è problema squisitamente politico, perché – com’è stato osservato – il contrasto tra Stato e Chiesa ne forma il “substrato latente”. Riforme tecniche e piani finanziari che prescindano da questa premessa e non s’inquadrino in una politica di sinistra, democratica e laica, sono destinati al fallimento.



    Ma, intanto, come vive la scuola media? Se i tentativi di riformarla, messi in atto dal “Centro didattico nazionale”, ci danno l’idea di un caotico sovvertimento piuttosto che di un rinnovamento dell’istituzione, quali sono le condizioni in cui si svolge oggi la funzione educativa e culturale della scuola media? Più che nei programmi e nelle istruzioni ministeriali che li accompagnano (gli uni e le altre partecipi finora di quella tradizione legislativa che, con pochissime eccezioni, ha sempre messo in guardia gli insegnanti contro l’aridità dell’insegnamento puramente grammaticale e dottrinario, esortandoli a promuovere negli stessi alunni lo spirito di osservazione e di indagine e a trasformare la lezione e l’interrogazione in un dialogo sempre aperto), il carattere e il tono generale dell’insegnamento in una scuola media è dato dalla qualità degli insegnanti, dallo spirito della loro cooperazione e dal temperamento e dalla sensibilità del preside. Là dove vi sono presidi scelti per concorso in base al grado di arrendevolezza ai principi confessionali (tranne quei pochissimi che, eletti dopo la Liberazione, sono stati poi confermati in seguito a regolare concorso), la vita della scuola è continuamente esposta alle pressioni del clero e delle organizzazioni cattoliche. Vi sono scuole in cui il preside stesso assegna agli alunni, attraverso i professori, temi di argomento chiesastico, diversi a seconda delle ricorrenze dell’anno liturgico; nella maggior parte dei casi, i professori, anche se sono laici o miscredenti o cattolico-liberali, subiscono l’imposizione. Il conformismo è una eredità del regime fascista che il governo democristiano ha subito apprezzato e accettato e sfruttato in pieno, a vantaggio del clericalismo.



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    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  2. #22
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (22)

    di Luigi Rodelli

    C’è poi la massa di manovra dell’Azione Cattolica: le poche insegnanti beghine e la grande falange degli insegnanti avvantaggiati dalla politica scolastica democristiana. Fatti salire sul carrozzone dei cosiddetti ruoli transitori, sono stati confermati anche coloro che, non avendo l’abilitazione, avrebbero dovuto conseguirla almeno entro il terzo anno. Con la legge 15 dicembre 1955 n.1440, approvata da tutti i partiti – unico oppositore il socialista on. Malagugini – è stata lanciata in loro aiuto la ciambella di salvataggio della cosiddetta “abilitazione didattica”, la quale, essendo offerta attraverso una ispezione e una semplice “prova didattica a tutti coloro che abbiano insegnato per almeno cinque anni sia in una scuola statale sia in una scuola privata legalmente riconosciuta, sortisce anzitutto l’effetto di abilitare senza pubblico concorso gli insegnanti delle scuole cattoliche. La legge 12 agosto 1957 n.799 ha poi disposto il passaggio, previa esame-colloquio, dei professori, comunque abilitati, dei ruoli transitori nei ruoli ordinari, riconoscendo così gli stessi diritti di carriera, di stipendio, di pensierose sia a coloro che sono entrati nell’insegnamento pubblico attraverso un regolare concorso, sia a coloro che tale concorso non hanno mai vinto e non hanno mai tentato. E’ facile, purtroppo, prevedere che gli insegnanti del carrozzone, entrati nei ruoli in condizioni di minorità saranno – salvo eccezioni – facile preda di forze politiche e confessionali. Strumenti di propaganda, non libere coscienze di educatori.



    Vengono di rincalzo gli insegnanti di religione, preti o frati o beghine, i quali, sul fondamento, ricevuto in seminario o attraverso le disposizioni della curia, di una concezione dogmatica, gretta e medioevale, di ogni questione che abbia attinenza con la morale e con la scienza, intervengono a distorcere presso gli alunni il senso delle pagine degli autori letti durante la lezione di italiano o il significato di vicende, fatti e istituzioni del mondo antico o di quello contemporaneo studiati nelle lezioni di storia o in quelle di geografia, assumendo spesso atteggiamenti di condanna dell’opera degli insegnanti della medesima scuola. In virtù di un “chiarimento” dell’ex ministro socialdemocratico Paolo Rossi, agli insegnanti di religione non devono essere applicate le assunzioni disciplinari previste dalla legge, pur essendo stabilito che essi “hanno gli stessi diritti e doveri degli altri docenti, fanno parte del corpo insegnante ed intervengono ad ogni adunanza collegiale di esso, plenaria o parziale! Si tratta – come ha osservato il senatore Busoni – di un’enorme contraddizione logica, pragmatica e morale. Nominati dal vescovo e pagati dallo Stato con un trattamento preferenziale, questi catechisti, quando l’occasione si presenta, spadroneggiano nelle nostre scuole pubbliche e sparlano dei professori e della scuola statale.



    Una delle operazioni più delicate a cui è chiamato ogni anno il collegio dei professori è la scelta dei libri di testo. Nonostante che fra molti autori e molte case editrici si sia aperta l’ignobile gara della deformazione servile dei dati di informazione e sia invalso l’uso di “Purgare” i testi letterari – perfino “Sussi e Biribissi” – e di scimmiottare cortigianalmente le preferenze e le esclusioni adottate dalla stampa dichiaratamente cattolica di fronte ai diversi orientamenti culturali, pure si trovano sul mercato libri scolastici scritti con onestà scientifica e serietà d’intenti, che i professori preparati conoscono e prediligono.



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  3. #23
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (23)

    di Luigi Rodelli

    La scelta dei libri di testo compete agli insegnanti che di quei libri dovranno servirsi: essi debbono poter scegliere liberamente i libri che meglio rispondano all’indirizzo e al metodo del proprio insegnamento. Le proposte dei singoli insegnanti vengono discusse dal collegio dei professori riunito in seduta plenaria. Per l’approvazione della proposta del professore competente il regolamento del 1923 richiede i voti favorevoli di un terzo dei votanti, competenti o no. Se fra i libri designati dai singoli ce n’è qualcuno che la curia vescovile vuole mettere al bando, allora si mette in moto la macchina della sopraffazione. Il primo passo viene compiuto di solito all’insegnante di religione, il quale affronta direttamente, o attraverso una terza persona che può essere anche il preside, l’insegnante che ha scelto o sta per scegliere il libro incriminato. Se l’insegnante è pavido o remissivo, cede alle pressioni del prete o del preside in separata sede e sceglie un altro libro prima di presentarsi alla seduta plenaria del collegio dei professori. Se invece si tratta di un insegnante che intende esercitare autonomamente il suo diritto di scegliersi gli strumenti del proprio lavoro, la macchina procede: l’insegnante di religione avvicinerà ad uno ad uno gli altri insegnanti della scuola, cominciando da quelli a lui più devoti e li indurrà senza molto sforzo a dare il loro voto negativo in seduta plenaria, quando si tratterà di approvare l’adozione di quel libro. Il preside, nella maggior parte dei casi, è già stato “lavorato”, dal catechista e, se non è ancora – “persuaso”, si persuaderà davanti allo schieramento dei persuasi. In quelle poche scuole italiane in cui si trovano ancora i presidi di chiara e onesta coscienza queste manovre non vengono neppure tentate o cadono sul nascere e la vita della scuola si svolge ancora oggi in un’atmosfera di serenità.



    Esaminiamo il caso verificatosi a Milano nella scuola media statale di via Tiepolo. E’ uno dei più tipici e completi perché vi è coinvolto direttamente anche il ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1952 una insegnante di lettere scelse per l’anno scolastico 1952-53 il testo di storia “Fatti e figure della storia” di Giorgio Spini e Umberto Olobardi (ed. Perrella), un libro nuovo, pubblicato di fresco. La insegnante fece la debita presentazione del libro al collegio dei professori ed espose i motivi della sua scelta. Copie del libro passarono fra le mani dei professori e, dopo una breve discussione alla quale parteciparono i professori di lettere, il testo fu approvato e adottato all’unanimità. Bisogna sapere che la legge prescrive che un testo adottato per il primo anno di un corso si deve intendere adottato per l’intiero corso, in questo caso per la 1, 2 e 3 media.



    L’anno successivo, apertasi la seduta del collegio dei professori per l’adozione dei libri di testo e giunti a quella che doveva essere una normale conferma del testo già in adozione, il preside dà lettura della seguente lettera:



    PROVVEDITORATO AGLI STUDI DI MILANO

    Milano 13 dicembre 1952

    Prot. n.45134

    All. n.3 (volumi Spini)

    OGGETTO: libro di testo “Fatti e figure della storia”, di G.Spini e U.Olobardi

    Al Preside della Scuola Media di via Tiepolo 2 Milano



    Il Ministero ha esaminato i tre volumi di storia che qui acclusi si restituiscono, adottati da codesta scuola e le relazioni sui volumi stessi inviate da questo Provveditorato.

    Dall’esame è risultato che effettivamente il testo di storia di G.Spini e U.Olobardi, pur presentando pregi notevoli, è manchevole in alcune parti, che sono svolte in maniera da dare agli alunni una visione superficiale e unilaterale degli argomenti trattati. Giustissimi poi sono i rilievi mossi al testo in oggetto per quanto riguarda il capitolo sul Cristianesimo, svolto con assoluta incompetenza ed evidenti errori teologici.

    V.S. voglia pertanto richiamare sul fatto l’attenzione del Collegio dei professori, affinché giudichino se sia il caso di confermare nel futuro l’adozione del testo incriminato disposta per il corrente anno scolastico.

    Si resta in attesa di ricevere a suo tempo comunicazioni in merito.

    Il provveditorato agli Studi.
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  4. #24
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (24)

    di Luigi Rodelli

    Le relazioni di cui si parla nel documento erano state stese, all’insaputa del collegio dei professori, dai due catechisti della scuola ed erano state segretamente mandate al ministero dal preside, il quale aveva fatto combutta con i due preti. Letta la lettera, il preside subito dichiara che il libro non deve essere confermato. Ne seguì una lunga lotta fra l’insegnante proponente, affiancata dai professori di lettere che avendo anche essi esaminato il libro lo trovavano eccellente, e il preside. L’unica voce ostile fu quella…di una professoressa di matematica, la quale lesse una relazione sfavorevole al testo di storia in discussione. La seduta viene sospesa dal preside e, nella successiva, gli insegnanti di educazione fisica, economia domestica, disegno, matematica, lingue straniere, con qualche transfuga professore di lettere si schierarono pavidamente dalla parte del preside e dei catechisti; venuti ai voti, il libro fu bandito. In suo luogo fu imposto un altro libro di testo all’insegnante. Questa così offesa, chiede ed ottenne il trasferimento nella scuola media “Ascoli” di Milano, che si alterna con turno quotidiano nei medesimi locali della “Tiepolo”. Nella media “Ascoli” dove il preside, uomo di alta coscienza morale e di grande umanità, il prof. Alberto Piccoli – che qui ricordiamo con onore e con rimpianto – non aveva permesso manovra alcuna ai danni della libertà degli insegnanti, il testo dello Spini era adottato e mantenuto in adozione senza opposizione e interferenze di sorta.



    Ma la vicenda del libro dello Spini nella scuola media “Tiepolo” non finì così e vale la pena di raccontarla tutta. Era cominciato da poco il nuovo anno scolastico quando giunse il seguente documento, che tuttavia il preside tenne segreto:



    MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE

    Roma 20 novembre 1953

    DIREZIONE GENERALE ISTRUZIONE CLASSICA, DIV.1, PROT. N.3503

    Al Provveditorato agli studi di Milano.

    Risposta al foglio del 10-12-53 n.3877

    OGGETTO: Libro di testo “Fatti e figure della storia” di G.Spini e U.Olobardi.



    Il Ministero esaminando il testo “Fatti e figure della storia” di Spini e Olobardi, vol.II, nella più recente ristampa che l’Editore ha qui inviata, prende atto che le modifiche apportate al cap.III su punti che sono già stati oggetto di rilievo, testimoniano della buona volontà degli autori di non sostituire, come nella precedente edizione, vedute e interpretazioni personali all’esposizione dei fatti, istituzioni e dottrine che una seria impostazione scientifica e soprattutto la esigenza didattica, relativa a una Scuola Media, consigliano di rappresentare nella loro obiettività.

    Per le ragioni di cui sopra il Ministero ritiene di poter conseguentemente revocare le conclusioni della precedente comunicazione in merito.

    Il Ministro

    (F.to Segni)



    Le modifiche apportate al testo, pubblicate dal settimanale “Il Mondo” (9 febbraio 1954), sono di lievissimo e quasi impercettibile rilievo, tali da avere un significato discriminante solo per un teologo che non ammetta che del cristianesimo primitivo si dia altra rappresentazione storica all’infuori di quella canonizzata dalla chiesa cattolica. Se, ad esempio, i primi cristiani credessero che nella cena (agape) “si rinnova il ricordo dell’ultima cena” o credessero che “si rinnova il momento dell’ultima cena”, è affare in cui assolutamente non ci vede come possa entrare a sentenziare il ministero della Pubblica Istruzione. Esso non aveva alcuna facoltà di condannare prima e di assolvere dopo: tanto nel primo quanto nel secondo caso il suo intervento è stato illegittimo. “Il ministro”, scriveva Gaetano Salvemini, “si attribuisce una facoltà di assolvere e di condannare che non gli spetta. Su questo punto non si dovrebbe transigere da chi intende che la libertà degli insegnanti rimanga illesa”.



    Un’altra insegnante di lettere della scuola media di via Tiepolo decideva di scegliere il testo dello Spini e Olobardi per la propria classe (una prima). Nel collegio dei professori si riaprì, ostinata, l’opposizione del preside e dei preti, a dispetto della lettera del ministro su riportata e letta in aula da una insegnante. Dopo varie tempestose sedute, anche il testo riabilitato del verdetto del ministro-teologo fu respinto dalla maggioranza del collegio dei professori cui forse la lettera ministeriale romana non parve garanzia sufficiente contro le pressioni vicine del preside fascista e degli emissari della curia arcivescovile. Anche questa volta si giunse da parte del collegio dei professori ad imporre all’insegnante un altro testo. Al regolare ricorso, subito inoltrato dall’insegnante, privata del suo diritto, al ministro della Pubblica Istruzione per ottenere l’annullamento della illegittima decisione del collegio dei professori della scuola media di via Tiepolo, non è ancora giunta risposta.



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  5. #25
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    I preti in cattedra (25)

    di Luigi Rodelli

    Quando si tratta di ricorsi per violazioni di diritti di libertà il ministero della Pubblica Istruzione o si fa sordo o ricorre a formalismi capziosi. Un ricorso analogo fu presentato nel 1957 da quattro professori di una scuola di Arezzo, i quali si erano vista bocciata l’adozione del libro di storia dello Spini. Il ricorso era impostato sul fatto che, dei sette professori di storia della scuola, quattro avevano scelto il testo dello Spini. Il ministero respinse il ricorso perché risultò che uno dei quattro professori, sia pure a malincuore, piuttosto che vedersi imporre dalla minoranza un testo di stampo fascista, aveva ripiegato su un altro testo di sua scelta. Poiché i professori di storia erano sette come poteva dunque parlarsi di maggioranza dei professori di storia a favore del testo dello Spini?...Prova evidente che il ricorso era formalmente mal fondato! (Giova qui chiarire che le norme che regolano l’adozione dei libri di testo non obbligano alla scelta di un unico testo per tutti i corsi paralleli di una stessa scuola, neppure per due o tre di essi: ogni corso, cioè ogni professore di storia, può adottare un suo testo). Finché le direttive ministeriali, più o meno segrete, permetteranno queste cabale e gli ispettori del ministero consumeranno il loro fosforo ad inventarle per fare un piacere al partito dominante, non avremmo che smarrimento e sfiducia nel corpo insegnante, servilismo e paura nei più, umiliazione e sconforto nei pochi che difendono l’autonomia e la dignità del loro lavoro.



    Per rendersi conto del livello culturale cui è scesa la scuola media, basta dare un’occhiata ai libri di testo che vanno per la maggiore o che vengono più largamente adottati: libri mediocri, se non scadentissimi.



    Nei testi di storia spesso trionfa ancora la retorica nazionalista del ventennio mussoliniano, con le aquile romane, la prevalenza data alle guerre piuttosto che ai problemi sociali ed economici e alle lotte per le libertà civili e politiche. Ogni volta che si accenna al cristianesimo, il miracolo entra nella storia con lo stesso diritto del fatto criticamente accertato. Leggiamo per esempio:



    “Dopo la sua morte Gesù compì miracoli ancor più grandi di quelli che aveva compiuto in vita: la “Resurrezione”, la “Ascensione” al cielo e la “discesa dello Spirito Santo” sopra gli Apostoli, che si sentirono ripieni di ogni virtù e capaci di predicare in tutte le lingue”.



    L’europeismo cattolico alla De Gasperi, riallacciato ai sogni del cesaro-papismo medioevale, e le velleità integralistiche, contrapposte alla “debolezza dei moderni governi democratici”, spostano ogni prospettiva storiografica all’angolo visuale della sacrestia”. A proposito dell’incoronazione di Carlo Magno e delle fondazione del sacro romano impero si trova scritto, ad esempio:



    “Papa e Imperatore, uniti e concordi, sono destinati a reggere oggi l’Occidente d’Europa e domani tutto il mondo. Ma la realtà fa meno bella delle speranze”.



    Nel medesimo libro i nostri ragazzi apprenderanno che Pio IX “questa bella figura di Pontefice italiano” che aveva dato l’amnistia e benedetto l’Italia si accorse a un certo punto che come papa non poteva “partecipare a una guerra qualsiasi [!?] e volgere le armi contro un sovrano cattolico quale era l’Imperatore d’Austria”; dichiarò quindi di abbracciare con lo stesso amore tutti i popoli (29 aprile 1848). “Era un contegno perfettamente logico” – aggiunge il compilatore. Ma lo stesso Pio IX il 18 febbraio 1849 chiese il soccorso delle armi d’Austria, di Francia, di Spagna e di Napoli contro la Repubblica romana di Mazzini e di Garibaldi. Perfettamente logico anche questo contegno? I nostri ragazzi non sapranno rispondere a questa domanda, perché di quella richiesta il libro non parla e dice che furono l’Austria, la Spagna e il re di Napoli ad “offrire”, come fu il governo francese, il loro aiuto al papa. In compenso, i ragazzi leggeranno quanto segue:



    “La maggior grandezza di Pio IX sta nel suo carattere d’uomo religioso, operante con zelo per l’attuazione del Regno di Dio. La sua opera politica poté fallire: la sua opera religiosa fu attiva e intelligente. Per suo volere si diffusero nel mondo cattolico nuove devozioni (Sacro Cuore, Madonna di Lourdes), si definì il dogma dell’“Immacolata Concezione” e quello dell’“Infallibilità Pontificia”, si organizzarono Congregazioni religiose adatte alle necessità dei tempi (come i Salesiani di S.Giovanni Bosco) si incoraggiarono le missioni in Africa e in Asia”.



    La storia cede il passo all’apologetica. Di Mussolini i nostri ragazzi impareranno che “per debellare la lotta delle classi, pericolosa per il benessere della Nazione, istituì le Corporazioni”, sempre “in vista dei supremi interessi della Patria”. Del regime fascista leggeranno che “poté vantare due indiscutibili successi: la “Conciliazione” e la “conquista dell’Etiopia”. E della “Conciliazione” in particolare leggeranno:



    “…la vittoria maggiore consistette nell’aver attirato sotto le bandiere del Fascismo molti cattolici che, prima della Conciliazione, si mostravano perplessi e riluttanti”.



    I ragazzi quattordicenni che escono dalla scuola media e che molto difficilmente avranno occasione di venire in possesso di qualche strumento di orientamento critico entreranno così frastornati nella vita.



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    I preti in cattedra (26)

    di Luigi Rodelli

    OGGETTIVITA’ NELLA SCELTA



    Abbiamo a che fare con gente che vuol

    pigliare i giovani fin dall’infanzia, avviarli

    alle proprie scuole secondarie, e poi vuole

    sare a costoro i più alti uffici che si possano

    affidare all’umanità, come la direzione delle

    coscienze e l’educazione della gioventù.

    Quintino Sella



    Al liceo i ragazzi vengono in genere con entusiasmo. Hanno la sensazione di entrare in un mondo più elevato, di cui essi non sanno ancora definire i contorni. C’è in essi la curiosità di studi nuovi e forse il primo disegnarsi di una preferenza che maturerà più tardi nella scelta della facoltà universitaria. Sono, comunque, pieni di aspettativa e di fiducia e, in questo stato d’animo, si sentono dei collaboratori dei loro futuri insegnanti. La scuola media, nella maggior parte dei casi, li aveva frastornati e disorientati, invece di avviarli all’osservazione diretta e alla riflessione metodica. Le due classi del ginnasio li hanno poi allontanati da ogni rapporto col mondo moderno, per segregarli nel regno degli accenti greci e delle formulette mnemoniche della sintassi latina, cui è, generalmente, ridotta da noi quella che continuiamo a chiamare scuola umanistica. L’uomo e l’umano non lo si cerca né nei testi latini e greci né in quelli moderni (perfino dei “Promessi Sposi”, invece di leggere il testo, non di rado si fanno leggere e studiare appositi riassunti!). Il liceo con la sua maggiore varietà di insegnamenti letterari e scientifici si presenta agli occhi di questi ragazzi come un luogo dove finalmente verranno a contatto con i problemi degli adulti. E’ per molti il momento di perdersi o di ritrovare se stessi.



    Quale appagamento offre il liceo alla naturale sete di conoscere dei giovani? Se guardiamo ai programmi e ai regolamenti generali, troviamo che molte sono le materie di studio e poche o nulle le attività che permettano di risalire dai dati e dalle nozioni particolari ai problemi centrali della cultura, con la partecipazione diretta degli alunni. La formazione critica e lo sviluppo della generale attitudine a pensare liberamente e a giudicare con indipendenza – requisiti essenziali per una scuola formativa – sono quasi completamente obliterati. Contro il tanto deprecato enciclopedismo o “nozionismo” mancano sufficienti difese. L’impostazione generale dell’insegnamento, ad onta delle più moderne concezioni, premia la memoria e favorisce la retorica. Secondo i programmi preposti dalla Consulta, la “riflessione critica” dovrebbe essere rivolta, non più come ancora si legge negli attuali programmi “a cogliere i caratteri salienti e distintivi degli autori e delle epoche”, ma al “problema estetico e alla sua più esatta formulazione”. La libertà sarebbe concessa al “gusto” e negata al pensiero. Il modello a cui ci si vorrebbe avvicinare è quello delle scuole e dei collegi cattolici, nei quali domina il principio di autorità.



    Se nei licei si leggessero criticamente, nelle edizioni integrali, le pagine più significative dei grandi scrittori ed altrettanto si facesse per qualche classico (uno all’anno) della filosofia, che il professore potesse scegliere senza alcuna restrizione; se nei testi latini e greci si cercasse lo spirito del mondo antico e non la sterile conferma delle regole grammaticali; se si facesse qualche completo esperimento di fisica e di chimica con strumenti adeguati; se si abituassero i ragazzi a documentarsi su questa e su quella questione di interpretazione storica o di vita civile o di organizzazione sociale, se li si introducesse allo studio della più recente storia d’Italia e del mondo in modo che la Costituzione della Repubblica non sia per essi un mistero, il liceo potrebbe essere ancora una scuola formativa, aperta sul mondo di oggi e, insieme, radicata nello studio delle grandi esperienze umane del passato.



    La delusione, cui spesso gli alunni vanno incontro, è così grave che ne escono distrutte – a volte definitivamente – le più generose aspirazioni dei giovani. La polemica sugli insegnanti, prima di dilagare sulla stampa quotidiana – dove più di un aspetto è stato svisato – è nata nei giornaletti a ciclostile degli studenti delle scuole medie superiori. Dalle deficienze e incongruenze più esteriori e appariscenti della vita scolastica, i giovani sono risaliti alle cause profonde del loro disagio e della loro insoddisfazione e hanno chiesto ai loro insegnanti di uscire dai formulari, dalla trincea del registro e delle interrogazioni quotidiane e di prendere in seria considerazione il loro interesse a vedere e a capire, attraverso i libri, gli uomini e il mondo.



    Nelle nostre scuole manca il dialogo su un piano di parità tra discendenti e docenti; manca non già come episodio, ma come carattere istituzionale. I giovani sentono questa mancanza e, poiché si tratta di cosa loro, ne discutono. Pare a loro che, mentre fuori, nel mondo, la cultura è uno strumento di vita, in un sol luogo è la scuola. L’assurdo è balzato ai loro occhi. Nella loro generosa franchezza i giovani lo denunciano.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (27)

    di Luigi Rodelli

    Nella vita che li circonda, immenso campo di inesauribili scoperte, i giovani colgono i rapporti essenziali che corrono tra la cultura e il mondo di oggi. Ciò che non entra in questo rapporto li infastidisce; ma, usciti dall’aula, tornano a bussare alla porta per chiedere perché non è stato loro permesso di porre una domanda, di indicare o chiarire una correlazione di idee, discutere un argomento che li appassiona. Sono giovani seri che chiedono alla scuola una prova di serietà. Sentono che la serietà degli studi non consiste nell’acquisizione mnemonica di definizioni o di dati e che falso è il decoro di cui si circonda la pura autorità della cattedra.



    La vita d’oggi – scrive una studentessa – con la sua pluralità d’interessi e di esigenze, ha portato un vivace sviluppo della personalità e dello spirito critico nei giovani, sviluppo di cui è necessario tener conto. Gli insegnanti tendono troppo spesso a imbrigliare o, peggio, mortificare questa individualità forse ai fini di un maggior profitto scolastico, ma col pericolo di suscitare insofferenze e quindi sentimenti di ostilità più o meno repressa.



    In un articolo intitolato “Dogmatismo nella scuola” un’altra ragazza scrive:



    …se per quanto riguarda l’italiano antologie sufficientemente vaste servono in genere di base ad uno studio critico della letteratura, per quanto riguarda invece le letterature latina e greca lo studente è tenuto a discorrere dei caratteri linguistici di autori dei quali non ha mai letto una riga e ad enumerare opere che per lui non costituiscono altro che aridi nomi. Lo stesso si dica per lo studio della filosofia, della storia, condotti senza documenti che, agevolando la fatica del ritenere mnemonicamente, permettano contemporaneamente e sopra tutto una conoscenza diretta e quindi una critica onesta di avvenimenti o di costruzioni di pensiero.

    …è una manifestazione tipica – conclude – di quella concezione dogmatica della quale un esempio è dato dall’insegnamento scolastico della religione, grazie al quale viene presentata un’unica religione in forma di verità assoluta, e con possibilità di esonero bensì, ma non di discussione e di confronto con altre concezioni religiose.



    “Noi e loro” è un articolo del “Rudere”, periodico del Liceo Beccarla di Milano, anno I, n.3. Vi si legge:



    “Per i migliori fra noi la discussione, libera s’intende, è una necessità, per i più è un mezzo con cui si potrebbe imparare di più e meglio, per i professori (preparati) non è una difficoltà…Naturalmente questo esige un minuto di buona volontà da parte di tutti: anche da parte di certi professori che sulla cattedra si comportano come feudatari medioevali”.



    “Gran male è soffocare per mancanza d’aria” – scrive uno dei redattori di “Berchet ‘57” (anno 5, n.5):



    “Lasciateci vivere. Preparateci a vivere. Non desideriamo essere dei morti in piedi. Questo è quanto chiediamo alla scuola, e questo raramente la scuola ci dà. La storia è materia che suscita in generale simpatia: salvo le debite eccezioni, infatti, ci si appassiona…

    E’ necessario che noi, uscendo dal liceo, oltre ai versi di Orazio, sappiamo anche qualcosa anche di politica e di partiti, e per ottenere questo crediamo che il modo più semplice sia l’stendere il programma di storia fino ai nostri giorni. Del resto, anche se la scuola cerca di distaccarci il più possibile da ciò che è la realtà, noi siamo portati a giudicare, a parlare e a discutere di tutti gli argomenti politici e sociali, sopra tutto di quest’ultimo trentennio. La conseguenza di questo desiderio di conoscere è che noi, impreparati ai problemi politici, data la pressione che tutti i partiti esercitano, fin che è loro possibile, nel mondo studentesco, facciamo la nostra scelta senza avere, per lo più, basi sicure di giudizio. La scuola non deve essere qualcosa di fuori dal tempo, che non tocca mai la vita presente troppo da vicino, per timore non so bene cosa; non desideriamo essere troppo prudenti, né dei morti in piedi. La società è piena di uomini che si credono vivi, e che non sono che dei carcerieri che trasformano la loro casa in una prigione, che non sanno che cosa sia l’aria pura che entra dalle finestre spalancate. Sono uomini troppo a lungo trattenuti nella scuola, troppo tardi venuti a contatto con la realtà. Dateci questo contatto finché siamo in tempo, finché possiamo non averne paura. Spiegateci la storia moderna fino a ieri, fino a oggi, e se anche ci azzufferemo non sarà un gran male. Gran male è soffocare per mancanza d’aria.



    Dialogo alla pari, libertà di discussione e di critica, libertà religiosa, ricerca e studio diretto delle fonti, bando ai formalismi, alle imposizioni autoritarie, agli impacci dottrinari e ai dogmatismi: ecco ciò che chiedono i ragazzi intelligenti e seri. Ricevono una risposta?



    Se incontrano professori preparati e colti, come si presume che debbano essere, la risposta si trova già data in anticipo nella fiducia che il professore ispira nell’animo dei suoi scolari. Ma, a giudicare dall’atteggiamento di sufficienza o di riserva – non infrequente nei giovani studenti – nei riguardi dei loro insegnanti e dall’accorato appello che esce dalle pagine dei loro fogli a ciclostile, si deve pensare che quei casi sono divenuti piuttosto rari.



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  8. #28
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (28)

    di Luigi Rodelli

    La crisi della scuola è, in buona parte, la crisi del corpo insegnante; la crisi del corpo insegnante è in stretto rapporto con la politica scolastica del governo democristiano. Anzitutto, stipendi irrisori (ad un professore di scuola media: 50.881 lire mensili al primo anno di ruolo, 87.106 al 22° anno di ruolo; ad un professore di liceo: 59.968 al primo anno di ruolo, 107.681 al 24° anno). Il pubblico erario eroga ingenti somme per le iniziative scolastiche nel campo scolastico ed assistenziale (come, ad esempio, per la ben nota Pontificia Opera di Assistenza, la quale ha incamerato anche tutti i beni – per un valore di 150 miliardi – della ex GIL), per le dive, le olimpiadi…(per le olimpiadi somme che nessun altro paese al mondo si permette di sciupare così) e gli insegnanti italiani sono fra i peggio pagati di tutti i paesi del mondo!



    Con tutta la boria per la “civiltà bimillenaria” all’origine di questo fenomeno c’è il disprezzo per la cultura. Anche in questo campo la Democrazia Cristiana ha accettato l’eredità del fascismo: i democristiani non amano il diretto confronto con il pensiero altrui. Per continuare a pascersi indisturbati dei soli frutti dell’orto cattolico e offrirli a tutti senza i rischi della concorrenza, farebbero a meno di tutti i libri non ortodossi o li riserverebbero alle esercitazioni da compiere – col permesso del confessore – per dimostrare quanto siano fallaci. Giunti al governo e trovatisi finalmente con le briglie della pubblica istruzione in mano, mirarono subito ad abbassare il livello generale del mercato. Naturalmente occorreva un diversivo. I tempi non erano maturi per una applicazione integrale del confessionalismo cattolico. Moltissimi, troppi, giuravano sulla buona fede dell’on. De Gasperi. Il ministro Gonella mise allora in piedi una macchinosa e costosissima inchiesta dalla quale avrebbe dovuto uscire una riforma generale della scuola. Anche i comandanti militari e i vescovi ricevettero il questionario e furono invitati a dire la loro.



    La “Commissionissima”, incaricata da Gonella di preparare un piano organico, elaborò per il 1951 il disegno di legge n. 2100, che predispone gli strumenti per la totale penetrazione della Chiesa nel processo di formazione dei cittadini italiani. Quel piano organico non giunse alla discussione in Parlamento, ma rimane il vademecum dei continuatori dell’on. Gonella. La già citata relazione Franceschini alla Camera, nell’elogiarlo e nel riproporne la completa attuazione, si rammarica che non sia andato in porto nel 1051. “Mancò nei più”, vi si legge, “la visione chiara e panoramica del problema; venne meno l’interesse, o fu soffocato da speculazioni di parte; sembrò arduo affrontare la rinascente tesi laicista, pernicioso quanto anacronistico veleno ad ogni seria impostazione dell’argomento…”. Avendo rinunciato all’attacco frontale, i democristiani decisero ed ottennero la resa per fame della scuola di Stato.



    Il tempo passava e la scuola andava a rotoli. I provvedimenti necessari ed indifferibili, di fronte ai quali ogni perplessità diveniva colpa dopo lunghi anni di guerra, venivano legati dal ministro al carro della riforma ed elegantemente accantonati. Bisognava dare alla scuola privata il tempo di ingigantire a cospetto della scuola pubblica. Lo strumento appropriato era già stato creato dal fascismo con l’istituto giuridico del “riconoscimento legale”, che conferisce valore legale agli studi compiuti e ai titoli conseguiti nelle scuole private, parificandole di fatto con le scuole statali (legge del 19 gennaio 1945, sostanzialmente riprodotta dalla legge del 24 maggio 1945). Le pagine del “Bollettino ufficiale” del ministero della Pubblica Istruzione cominciarono a riempirsi di decreti di concessione di “riconoscimenti legali” alle scuole private. In un sol giorno, il 22 maggio 1953, alla vigilia delle elezioni, ne furono emanati 350. Dalle poche decine del 1946 si è giunti a superare, dieci anni dopo, i quattromila decreti e il numero è in continuo aumento. Per avere un’idea del rapporto di forze tra scuole pubbliche e private, basterà ricordare che, secondo le ultime statistiche (anno 1954-1955) gli istituti magistrali statali sono 176, con 131.023 alunni, gli istituti magistrali non statali gestiti da religiosi sono ben 261, con 50.893 alunni, quelli gestiti da laici sono 71, con 14.686 alunni. Nel 1955 più del 25 per cento dei nuovi maestri elementari è uscito da scuole di monache o di preti. Congregazioni religiose, vescovati o privati cittadini, messa insieme una classe, un corso, una scuola purchessia, ricevono il decreto ministeriale. Si dovrebbe avere così la dimostrazione statistica della tesi pontificia secondo la quale la scuola di Stato assolve a una funzione “ausiliaria” rispetto alla scuola privata! Qualcuno potrebbe tuttavia ostinarsi ad attribuire alla scuola di Stato un maggiore prestigio. Anche questa “falsa” opinione bisognava bandiere e affermare che la scuola di Stato non vale di più – anzi di meno – della scuola privata. Questa seconda operazione non è forse riuscita altrettanto bene della prima, perché se è difficile che il diavolo metta la coda nei decreti ministeriali preparati dai democristiani, capita invece che la metta fra quella gente di mondo che sono i professori delle scuole statali, non ancora assoggettati alla giurisdizione dei vescovi. Tuttavia i ministri democristiani hanno fatto del loro meglio per abbassare il livello della scuola di Stato. Ne è un esempio il modo con cui hanno predisposto i concorsi a cattedre, nonché l’intervallo di anni che hanno lasciato trascorrere tra un bando e l’altro, invece di bandirli ogni anno.



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  9. #29
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (29)

    di Luigi Rodelli

    Intanto, col sistema già descritto dei ruoli transitori hanno potuto divenire titolari di una cattedra anche coloro che, per effetto della guerra, prima, e della carità cristiana, poi, non hanno mai affrontato una prova d’esame, né quella di maturità, abolita in periodo bellico, né quella della tesi di laurea, sostituita dal medesimo periodo dalla tesi orale, né quella di abilitazione all’insegnamento, né quella di concorso per una cattedra – oltre ai bocciati agli esami di abilitazione ed ora insigniti di quella “abilitazione didattica” che li accomuna sul piano della minor dignità con gli insegnanti delle scuole private legalmente riconosciute.



    Altro sistema escogitato dal ministro Gonella per gettare a terra la scuola di Stato fu quello della manipolazione e della rimanipolazione delle graduatorie dei concorsi banditi nel 1947. Molti di quei concorsi furono per soli titoli (cioè a base dei più vari pezzi di carta, attestanti gli anni di supplementato, il numero dei figli, il grado di parentela con un caduto in guerra, il riconoscimento della qualifica di combattente, ecc.); in essi non si è quasi mai tenuto conto della preparazione specifica del candidato per la cattedra messa a concorso. Si è visto il fenomeno di professori che hanno presentato contemporaneamente documenti per ottenere sia una cattedra di latino e greco sia una cattedra di filosofia sia una di italiano ed hanno accettato poi quella cattedra in relazione alla quale sono riusciti ad entrare in graduatoria. In virtù del sistema di Gonella, un professore che avesse conseguito la laurea prima del 1925 o la abilitazione per il ginnasio superiore, ha potuto concorrere senza alcuna prova di esame a qualsiasi tipo di cattedra e ha potuto, da professore di scuola media inferiore o di ginnasio, diventare indistintamente professore di filosofia o di storia o di letteratura italiana o di lettere latine e greche nei licei. A un anno di distanza dal bando, quando già tutte le commissioni avevano ultimato le graduatorie dei vincitori, il ministero ha voluto che anche i certificati di servizio prestato nelle scuole elementari fossero considerati titoli validi per accedere a una cattedra di scuole medie, licei compresi. Le docili commissioni giudicatrici furono riconvocate in data 16 febbraio 1949 per rifare le graduatorie in seguito all’apporto dei nuovi titoli. Per un insegnamento nei licei sono stati dunque considerati validi agli effetti del punteggio nella graduatoria anni di insegnamento nelle scuole elementari! Carità cristiana anche qui? O non piuttosto il desiderio di abbassare la scuola statale al livello delle scuole delle monache e dei preti, nelle quali non si va a guardare tanto per il sottile e un insegnante può essere professore di tutto? Dove, se non nelle scuole private, insegna la maggior parte degli eterni bocciati, rimasti fuori da tutti i concorsi?



    Si può capire perché oggi i giovani, in troppi casi, non si trovino di fronte a persone dotate di formazione critica, ma a impiegatucci (tali infatti li vuole il governo) che si mostrano tanto più autoritari con i giovani, tanto più arrendevoli con i presidi e con i preti, quanto più intrinsecamente incapaci essi sono. Perciò quello che dovrebbe essere il nutrimento dei giovani, ossia la lettura diretta dei grandi autori e il contatto diretto con il loro pensiero, studiato, chiarito e approfondito criticamente in classe con l’insegnante e, nel campo delle scienze, l’osservazione e la sperimentazione, è talvolta ridotto a un arido e fastidioso becchime in pillole disgustose, biascicate dai compilatori dei manuali e dai ripetitori in cattedra. I giovani, così disamorati, perdono molto spesso per sempre – anche quando qualcuno l’aveva già in sé – l’amore per gli studi, il gusto e il senso della responsabilità e diventano, nella maggioranza dei casi, vacui studentelli e stupide signorinelle che si interessano solo di balli, di concorsi sportivi o di bellezza e di altre cianfrusaglie; e, quanto agli studi, mandano a memoria “il bignami”, l’ignobile sunto dove si leggono quelle banalità che sono proprie degli asini quando gli asini sono anche fascisti e clericali.



    Dove c’è un professore di grande valore – e ce n’è per nostra fortuna – le sue lezioni alzano il tono del corso di studi e, qualche volta, come è stato osservato, dell’intero istituto. Se si tratta di uno spirito indipendente e laico, il quale si sente in dovere di mettere in piena luce la personalità e il pensiero dei grandi e non salta, ad esempio, i canti di Dante contro il temporalismo e la corruzione di papi e clero, legge le considerazioni di Machiavelli, di Guicciardini, di Alfieri e di Manzoni, di De Sanctis, di Carducci sulla storia civile degli italiani e sulle conseguenze, nefaste, per l’Italia, della politica papale; se si ispira a una concezione filosofica che non collima con la dottrina della Chiesa o che la Chiesa condanna, ecco che si trova quel prete, il quale nell’ora di religione lascia il catechismo e impanca a fare (con gli argomenti appresi in seminario!) la controlezione del professore di letteratura, di filosofia o di storia.



    Di queste controlezioni si può trovare la traccia negli stessi libri di testo di religione:



    “Sotto l’insegna di parole umanissime, quali “libertà, uguaglianza, fraternità”, si nascose e scoppiò una delle più grandi calamità della Chiesa e dell’Europa: la Rivoluzione Francese. E’ la tattica di Satana: velarsi sotto emblemi capziosi ed equivoci. Tuttora si ripete la tragica scena: libertà, uguaglianza, fraternità sono state assunte come slogan dai nuovi nemici del Cristianesimo e dell’umanità e fanno breccia negli ingenui e tra i poveri. La storia ti ha insegnato come si giunge a guastare il ceto povero: ricordalo per te e per tanti fratelli che ne sono vittime”.



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (30)

    di Luigi Rodelli

    I testi di religione non si fermano, come si vede, ai dogmi, ma, col pretesto di dare notizie di storia del cristianesimo, sentenziano su uomini e fatti storici, giudicano di ogni dottrina politica, sociale e religiosa, partendo dal presupposto che la Chiesa è infallibile, suggeriscono quel che gli alunni devono pensare delle prerogative del clero, dei diritti e dei privilegi della Chiesa cattolica e della S.Sede, dell’origine e della natura dello Stato. Tutto ciò che nel mondo del pensiero, della poesia e dell’arte non rientra negli schemi della dottrina cattolica è inappellabilmente condannato come errore. La presa di Roma del 1870 è ancora vista come “ingiusta appropriazione di un dominio del papa”. Sono ribadite le condanne – già contenute nel “Sillabo” di Pio IX – dei moderni movimenti di pensiero. Perfino la tolleranza religiosa è catalogata tra le “correnti di idee anticristiane”. Ecco come viene presentato il protestantesimo:



    “Il protestantesimo ebbe origine da Martin Lutero…Si disse di voler purgare il Cristianesimo, in realtà si trattava solo di un pretesto per giustificare l’orgoglio e la passione sensuale. Infatti, Calvino si ribellò per essere rimasto deluso nella collazione di un beneficio ecclesiastico; Zuinglio per essere stato posposto a un francescano nella predicazione religiosa delle indulgenze…Nel 1523 l’inverecondo Lutero, dopo aver abbandonato l’abito monastico, portava seco di notte dal monastero Caterina Bora, unendosi a lei in illecito matrimonio. Per tale motivo ebbe moltissimi seguaci tra i religiosi di facili costumi…Fu anche superstizioso ed empio, turpe e violento nel linguaggio, amante di osceni simposi nella bettola dell’Orso Nero a Wittemberg. Calvino fu brutale e ambizioso, si macchiò di delitti fin dalla infanzia. La sua vita fu suggellata da pessima morte in seguito a vergognosa ed umiliante malattia”.



    L’odio teologico si allea alla malafede storica. Il catechista darà lo squillo di guerra al professore di filosofia quando questi non rispetterà le condizioni poste da quello. Il piano dell’attacco è illustrato da una rivista pedagogica cattolica, diretta da un professore di pedagogia dell’Università cattolica:



    “Dove l’insegnante di filosofia è cattolico, dovrebbe essere, per spontanea convergenza pur nella ben chiara distinzione delle rispettive sfere di competenza, il migliore collaboratore dell’insegnante di religione; dove non è cattolico, spetta all’insegnante di religione, prima di passare – ultima ratio – alla guerra dichiarata, di stabilire fin dove è possibile un terreno di mutua intesa, guadagnando almeno il rispetto, non quello imposto dalla legge con un troppo fragile dispositivo, ma quello accordato con interiore consenso”.



    Spesso il catechista, senza che i giovani neppure se ne accorgano, riduce tutte le materie sotto il segno della teologia e intrattiene i giovani sui temi apologetici e politico-religiosi scelti dalla curia vescovile a seconda delle necessità del momento.



    Se le controelezioni del catechista si risolvono in un fiasco, allora si muove l’Azione Cattolica e – come è avvenuto, per citare qualche caso, al liceo classico di Monza nel 1953, al liceo classico di Bergamo nel 1956 e al liceo “Vico” di Napoli nel 1956 – fa piovere lettere anonime alle autorità scolastiche e ai giornali con accuse di propaganda comunista e di demolizione dei fondamentali dogmi religiosi. Don Giuseppe Nebiolo, assistente ecclesiastico della gioventù studentesca di Azione Cattolica, ci offre un esempio dell’azione tattica in questo campo. Dopo aver dato un’ampia esemplificazione delle posizioni “deleterie”, “aberranti”, “scandalose” della “vecchia” cultura, dal marxismo all’esistenzialismo, dall’idealismo allo storicismo, egli incita i giovani di Azione Cattolica non soltanto perché “sospendano il consenso ed anche l’obbedienza” verso determinati insegnanti, ma addirittura perché, con metodi diversi da scegliere “caso per caso”, esercitino una pressione contro la libertà di insegnamento, giungendo fino a far intervenire le famiglie ed i superiori.



    Il prepotere dei preti è assai spesso favorito dalla paura o dall’inettitudine o dall’autoritarismo stesso dei presidi. Molti di essi ottennero quella carica nel ventennio per la loro docilità al regime, o addirittura per particolari meriti fascisti. Cessati i provvedimenti sospensivi dell’epurazione, tornarono in massa ai loro posti. Quanto ai nuovi, scelti per concorso, le relazioni delle commissioni giudicatrici farebbero sperare in meglio (ma con quale criterio sono stati scelti i commissari? Quali direttive hanno avuto?). Alcuni presidi ripetono ancora con compiacimento il motto da essi inventato sulla scuola: “Dal tetto in su comanda Dio, dal tetto in giù comando io” (beninteso al servizio di chi è al potere). Il compito preminente del preside dovrebbe essere quello di rimuovere gli ostacoli che spesso si frappongono al normale svolgimento delle lezioni, alla libera esplicazione delle attività e delle iniziative dei giovani, alla collaborazione degli insegnanti nel rispetto della loro indipendenza. Molti non se ne curano, altri sembrano cercare le occasioni di accrescere quegli ostacoli.



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