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Discussione: I preti in cattedra

  1. #31
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (31)

    di Luigi Rodelli

    Dove le aule scolastiche sono – malauguratamente, bisogna dirlo! – fornite di apparecchi radio, accade che fra quei presidi che non conoscono o che hanno completamente scordato l’atmosfera e il valore della lezione – incoraggiati dall’esempio ministeriale – la interrompano in qualsiasi momento per infliggere qualche discorsetto o per dare comunicazioni e ordini che potrebbero essere affissi con miglior fortuna all’albo della scuola. Secondo il desiderio del catechista o della curia, il preside ritarda o sospende le normali lezioni perché gli alunni partecipino a cerimonie religiose, a prediche di preparazione alla Pasqua o ad atti di culto. In alcune scuole statali – ad imitazione delle consuetudini delle scuole ecclesiastiche – l’anno scolastico si fa cominciare e chiudere con una messa. Durante il corso dell’anno scolastico la scuola è sempre aperta alle più diverse propagande ed invadenze autorizzate dal ministero della Pubblica Istruzione o dal provveditore agli studi: propaganda per l’iscrizione dei giovani alle varie accademie militari da parte di colonnelli mandati da Roma in apposita trasferta, propaganda per compagnie teatrali in cerca di spettatori, propaganda per concorsi a premio banditi dagli enti più diversi e perfino da società industriali, propaganda per le “missioni” cattoliche. L’atmosfera si appesantisce, la depressione, il disagio o il conformismo degli insegnanti si riflettono nei giovani, cui viene a mancare l’ossigeno della fiducia nei loro educatori e della libertà consapevole e responsabile. Prima o poi, anche il giornaletto a ciclostile cade sotto l’influsso del prete: il preside allora è sicuro che non avrà noie per questo verso e, qualche volta, è lui stesso a preparare la capitolazione dei giovani, anche dei più combattivi.



    La terza linea di penetrazione, oltre a quella dei preti e a quella dei presidi e degli insegnanti conformisti, è data dalla recentissima organizzazione dei cosiddetti “raggi”. Sono studenti, scelti nelle classi con criteri di opportunità dagli insegnanti di religione. Hanno il compito di scaldare i condiscepoli – nella loro grande maggioranza dai preti giudicati riottosi alla religione e alla chiesa – al calore della “vera verità”. Si mostrano, volta a volta, suadenti e spavaldi. In ogni circostanza si schierano dalla parte del prete. Vediamoli all’opera.



    Nel giornaletto a ciclostile del liceo “Berchet” di Milano, uno dei pochi non ancora svirilizzati, uno studente pubblica un articolo intitolato “Noi e le tonache nere”:



    …siamo in molti a non capire che significato esatto abbia quell’ora di religione alla settimana, destinata per lo più a risolversi nell’assenteismo di alcuni e nella incondizionata disapprovazione o approvazione di altri. La lezione di Religione, così com’è ora, non ci soddisfa, infatti, viene insegnata come materia esatta una cosa che non lo è e non può esserlo; è una lezione facoltativa, ma invece di richiedere la partecipazione ad essa (come sarebbe normalmente avviene in questioni non obbligatorie) bisogna chiedere l’esenzione. Sembra quasi che, come per la ginnastica, alcuni di noi siano considerati dei minorati che abbisognano dell’esenzione, non essendo in grado di comprendere anche questioni spirituali…ma soprattutto vorremmo che si giungesse a questo: o la lezione di Religione viene abolita completamente, oppure viene ad essere una lezione come le altre con un programma che vada bene per tutti, cattolici e non, e con una linea bene definita. Diciamo questo perché pensiamo che il fenomeno religioso abbia una portata immensa nella vita di un popolo ed una svisatura della Religione può portare a gravi conseguenze. L’insegnamento dogmatico non è accettabile da molti, mentre incanta altri. Le dimostrazioni degli insegnanti fanno sorridere spingendo a giudicare troppo affrettatamente, sia in un senso che nell’altro…

    Proposta n.1: la lezione di Religione, così come è attualmente, dovrebbe essere facoltativa nel senso che bisognerebbe richiedere la partecipazione, e non nel senso attuale della domanda di esonero.

    Proposta n.2: la richiesta dovrebbe essere del genitore e del figlio insieme.

    Proposta n.3: come si legge nella scuola Omero, Virgilio e Dante, così dovrebbe essere la Bibbia…I cattolici oggi non hanno nulla da temere dalla lettura della Bibbia, e gli ebrei non devono opporsi a una volgarizzazione del loro testo, poiché non vi è separazione fra il conoscere e il sacro, cioè non è più il tempo del Dio ignoto, non è sacro soltanto ciò che è sconosciuto.

    Proposta n.4:…Ci sembra quindi necessaria una forma di programma che non sia basata su dogmi o su cose da dimostrare , perché la Religione non è matematica. Sarebbe già molto bello se si potesse arrivare alla esposizione pura e semplice di ciò che sostengono i cattolici. Se poi si fa la storia delle Religioni, è chiaro che si toglie ogni carattere sacro all’insegnamento. Non sappiamo poi cosa ci sia che ostacoli la storia della Religione cristiana, o cattolica, attraverso la quale crediamo che si potrebbe capire la sua essenza assai meglio ed in un modo più completo di quanto avviene con l’insegnamento attuale.

    Proposta n.5: Infine non comprendiamo perché l’insegnamento della Religione sia affidato solo ai preti o alle donne. Possibile che non vi siano docenti uomini? Eppure è materia degnissima di studio- Anche questo fatto dovrebbe indurre a riflettere…



    Questi giovani sono, senza saperlo, sulle posizioni della moderna critica storica. Ma chi insegnerà loro che il Pentateuco non è opera di Mosé, che la composizione dei Vangeli è stata ricostruita criticamente come quella di qualsiasi altro testo, che il quarto Vangelo è opera radicalmente diversa dai Vangeli sinottici perché sostituisce alla figura giudaica del messia quella del Cristo-Logos di ispirazione greco-metafisica?



    31) Segue
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  2. #32
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (32)

    di Luigi Rodelli

    L’associazione degli studenti del liceo “Berchet” di cui il suddetto giornaletto a ciclostile è l’organo ufficiale, discute l’argomento. Viene proposta l’abolizione dell’insegnamento della religione e approvata una mozione d’ordine contro l’insegnante di religione per indebita ingerenza all’interno dell’associazione studentesca dell’istituto.



    I “raggi” organizzano allora un convegno studentesco al cinema Durini di Milano per il 17 marzo 1957. L’organizzazione capillare dei “raggi” ne fa propaganda nelle scuole medie superiori e distribuisce largamente un supplemento a stampa del “Corriere Studentesco”, emanazione dell’associazione cattolica “Gioventù Studentesca”. In questo foglio sono già previsti lo svolgimento e i risultati del convegno, ad onta delle seguenti dichiarazioni in contrario senso: “Il fatto che siano degli studenti cattolici a lanciare la iniziativa non pone alcuna pregiudiziale: la necessità prima è di creare un dialogo per un approfondimento di alcuni punti. Vedremo all’opera “il dogmatismo dei clericali” di cui tanto si parla, i problemi che verranno trattati non sono le deficienze tecniche dei programmi, ma la natura ed i diritti della scuola stessa”. Agli studenti è tolta anche l’illusione di essere gli organizzatori e i protagonisti del convegno, perché a tenere le relazioni vengono scomodati due esponenti del clericalismo scolastico, Nosengo e Gozzer, che non sono studenti e parleranno rispettivamente su “Verità nella scuola” e “Libertà e scuola”. Fra gli stessi studenti cattolici aderenti ai “raggi” c’è chi si sente giuocato e lo dice; ma i relatori non sono stati chiamati per rispondere alle obiezioni degli studenti cattolici (né per ascoltare la proposta – che pure viene fatta da qualcuno di essi – di rendere veramente libero il corso di religione stabilendo che vi acceda chi desidera l’insegnamento religioso e ne faccia regolare domanda), ma per svolgere una tesi, una “tematica”. Lo svolgimento indicativo di questa “tematica” era già stampato nel su citato supplemento. Eccolo:



    1 RELAZIONE “VERITA’ NELLA SCUOLA”

    1) E’ concepibile una scuola senza un indirizzo morale?

    2) Si può dare una formazione senza dare una soluzione ai problemi fondamentali, senza impostare una visione della vita? Può assolvere questo compito una scuola che prenda come principio il solo principio del dialogo, della discussione?

    3) Ha il diritto il professore di esprimere le proprie idee? Questo diritto ha dei limiti?

    Limiti di competenza: può dare giudizi su argomenti in cui non è preparato come nella sua materia?

    Limiti imposti dalla situazione psicologica degli studenti: stato d’animo, educazione ricevuta.

    4) Per l’età che ha lo studente può ricevere senza danno alla sua personalità in formazione soluzioni completamente nuove dei problemi fondamentali della vita?

    5) Eventualmente di che genere può essere questo danno? (Impressionabilità per il nuovo e conseguente mancanza di oggettività nella scelta).



    2 RELAZIONE “LIBERTA’ E SCUOLA”.

    1) Chi riguarda la libertà della scuola? Allievi, professori o genitori?

    2) I genitori non hanno il diritto di dare un certo indirizzo alla educazione dei figli?

    3) I problemi scolastici hanno una soluzione accettabile nella attuale scuola di Stato, o non è piuttosto augurabile una libera pluralità di scuole?

    4) Di chi è innanzitutto la scuola? Della famiglia o dello Stato?



    DIBATTITO SUL MOVIMENTO STUDENTESCO

    1) Il Movimento Studentesco può limitarsi ad un lavoro esteriore e temporaneo come la ricerca di una riforma della scuola? Il suo compito più vero non è invece quello di una informazione in comune degli studenti?

    2) In quest’ultima ipotesi è concepibile un simile lavoro in “totale” autonomia? Non si arriverà, con questo, a crederci capaci di risolvere tutti i nostri problemi da soli e di naufragare in opinioni e parole di cui neanche si sa la portata;

    Come si può tener conto dei limiti di questa autonomia?



    Questi studenti dei “raggi” cattolici hanno dunque una gran paura di gettarsi in acqua per imparare a nuotare, temono di naufragare nel mare delle opinioni e delle parole di cui non conoscono la “vera” portata! Ad essi non viene neppure in mente che la conoscenza del significato delle parole secondo l’uso dei grandi scrittori, che può essere anche diverso da quello della Chiesa, è il primo requisito di una scuola che si rispetti. Gli è che se a scuola imparassero il significato e la portata delle parole, discutendo tra loro e con gli insegnanti, essi “si autoformerebbero in autonomia totale”! Guai! Arriverebbero a credersi capaci di risolvere tutti i loro problemi da soli! Sciocchini! Come potrebbero allora lasciarsi guidare dai preti, i quali, per poterli guidare senza avere l’aria di imporre, vogliono che i giovani si abituino a chiedere sempre il parere del sacerdote, e il suo giudizio sulla “vera portata” delle parole?



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  3. #33
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (33)

    di Luigi Rodelli

    Quasi tutte le domande elencate nello “svolgimento indicativo” della su riportata “tematica” sono classificabili tra quelli che i grammatici chiamano domande retoriche. Provate a rileggerle e vi accorgerete che la risposta è sempre implicita nelle domande o è suggerita dalla domanda successiva. Questi giovani sono così preoccupati della loro “personalità in formazione” che paventano i danni delle “soluzioni completamente nuove dei problemi fondamentali della vita”: quanta consumata prudenza! Sono giovani, ma stanno per le soluzioni vecchie: temono le correnti d’aria, dichiarano di avere una loto “situazione psicologica”, un loro “stato d’animo”, una loro “educazione ricevuta”. Sono “impressionabili per il nuovo”, vogliono essere assicurati in anticipo della “oggettività nella scelta”, non sospettano che ogni scelta comporta che si corra il rischio della scelta e che, se di scelta si vuole parlare, bisogna staccarsi dall’oggetto e rifarsi al soggetto. Una scelta “oggettiva” è un assurdo. D’altra parte, è un assurdo pudico: copre infatti l’impudicizia intellettuale delle soluzioni bell’e fatte.



    Il professore non può “dare giudizi su argomenti in cui non è preparato come nella sua materia”. Come la sanno lunga questi ragazzi” Conoscono la “materia” e ne sanno definire anche i limiti meglio del professore, al punto da poter distinguere quali sono gli argomenti che hanno con essa attinenza e quali no: su questi ultimi il professore non è preparato come nella “sua materia” e non ha “il diritto di esprimere le proprie idee”. Forse questi ragazzi resterebbero perplessi se venisse loro chiesto con quale criterio si devono definire i limiti delle materie, cioè i limiti delle scienze morali e delle scienze fisiche, dal momento che esistono due criteri fondamentali: il criterio che parte dallo sviluppo intrinseco, libero, autonomo e sempre in atto, di ogni singola scienza, morale o fisica, o il criterio che parte dalle posizioni dogmatiche della teologia cattolica, la quale si attribuisce (“per mandato divino”, naturalmente), la competenza delle competenze in tutti i campi che essa insindacabilmente decide che abbiano relazione con la religione e con la morale cattolica, cioè, per fare qualche esempio, la

    Letteratura, la filosofia, l’antropologia. Ma la perplessità di questi ragazzi durerà poco e il loro dubbio rischierà di non divenire mai un dubbio cartesiano perché correranno a chiedere al sacerdote che cosa debbono pensare in proposito e il sacerdote dirà loro che l’ultima parola della scienza conferma che l’uomo è stato creato da Dio, che la rivelazione è un fatto storico non un puro atto di fede, che non vi è altra morale all’infuori della morale cattolica.



    Nulla di più naturale che la mano di questi ragazzi, mentre scrivevano lo “svolgimento indicativo” della “tematica” del Convegno studentesco del cinema Durini di Milano, sia stata guidata, senza che essi se ne accorgessero, dal loro Angelo Custode. Con quale fondamento si può parlare di “dogmatismo dei clericali”? Forza, dunque, ragazzi! Allegria! Ripetete: “Libera pluralità di scuole”!



    Qual è la vera portata di quest’espressione? – E che so, io?! Libertà, no? E’ contro il comunismo! Vogliamo essere cattolici no? Ah, ecco! Ognuno crede di aver capito ed è contento così, né vuole saperne di più. Parlarne e scriverne per squarciare il velo della espressione è ritenuto quasi un segno di inciviltà: certamente un segno di cattivo gusto. Ma è poi detto che i preti abbiano gusto? E, se l’hanno, che gusto è? Se fosse il gusto di disfare l’Italia? – Sciocchezze!



    L’ultima parola d’ordine à: “Apostolato laico”; “…si confidino al laico – ha detto il papa – i compiti che egli può assolvere, altrettanto bene, e meglio, che il prete”. Nella nuova rivista, ispirata dall’Azione Cattolica, “Milano Studenti”, distribuita fra i giovani a migliaia di copie, si legge: “Siamo anticlericali anche noi”. Questa disinvoltura potrebbe essere scambiata per giovanile baldanza; ma il giovane articolista vuol dire semplicemente che gli studenti cattolici sono “anticlericali” col permesso del clero e solo col permesso del clero. Spiega infatti l’articolista che “l’iniziativa, la scelta, la forma dell’attività deve nascere dal laicato”; ma c’è anche un potere di “riconoscimento” e questo potere spetta alla gerarchia ecclesiastica:



    Di fronte a questo “riconoscimento” molti penseranno: “siamo alle solite”. E allora bisogna dire: cerchiamo di guardare la Chiesa non dall’esterno, come un’organizzazione, ma dall’interno, come quello che è, come un organismo vivente – e non solo umano -; poi giudicate. Giudicare prima di tentare questo sforzo, non sarebbe onesto. Vi è, in conclusione, un’azione che nasce dal basso, anche se diventa valida solo incontrandosi con l’alto; non fa parte, questo, del valore autentico della democrazia?



    E’ commovente vedere come questi ragazzi confondano l’interpretazione autentica della volontà del papa con i valori autentici della democrazia. Questa consiste infatti nell’elezione dal basso, senza incontri a mezza strada con gli inviati dall’alto.



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    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  4. #34
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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (34)

    di Luigi Rodelli

    Limitiamoci, per ora, ad osservare che “libera pluralità di scuole” significa libertà di istituire scuole, di fabbricarle dalle fondamenta al tetto (chi ha più capitali, più ne metta!) e non significa affatto quel che, a prima vista, sembra voglia dire: cioè che la scuola, dal tetto in giù, deve essere permeata dello spirito della libertà. Lo Stato, invece di dare con le sue scuole l’esempio di una istituzione educativa animata – dal tetto in giù – dello spirito della libertà e perciò educatrice alla libertà, invece di stimolare alla emulazione le scuole private su questa base, che è l’unica valida e degna di un paese libero che si ispiri a principi di libertà civile, dovrebbe mettere le scuole private su questa base, che è l’unica valida e degna di un paese libero che si ispiri a principi di libertà civile, dovrebbe mettere le sue scuole sul piano di tutte le altre e dire: voi padri di famiglia, siete liberi di istituire scuole per educare i giovani come vuole il papa o come vuole questo o quel partito! Lo Stato starà a guardare, o meglio lesinerà il denaro pubblico per le necessità delle sue scuole e lo destinerà invece alle casse delle scuole dei preti e delle monache, facendo in modo che le stesse scuole di Stato prendano a modello sistemi, usi e costumanze delle scuole dei preti e delle monache.



    Sulla porta delle scuole dei preti e delle monache si può anche trovare scritto: libertà. Dentro, si impara che in fatto di idee e di opinioni bisogna badare soprattutto a non dare dei dispiaceri ai superiori. C’è libertà di discussione, nominalmente; ma se qualcuno ragiona con la propria testa e non con quella dell’insegnante deve cercare di ravvedersi e, se non si ravvede, darà un dolore così forte al signor rettore o alla madre superiora, a seconda dei casi, che questi certamente ne moriranno di crepacuore: anche i genitori certamente ne moriranno di crepacuore. Se qualcuno non vorrà essere tanto crudele, le sue labbra faranno divorzio dalla mente e dal cuore ed egli sarà citato ad esempio di spontanea sottomissione. Se vorrà invece essere proprio tanto crudele, non morirà nessuno per questo, ma a lui sarà resa dura la vita. Che diamine! La libertà non deve degenerare in licenza. Licenza? – Proprio così. I “superiori”, scambiando il pensiero critico con una scollatura femminile, fissano il punto dove finisce la libertà e comincia la “licenza”; non ammettono che si possa discutere su certe zone del pensiero senza offendere il pudore dei sentimenti.



    Tra i licei statali di una città del Nord, ce n’è uno, più di ogni altro allineato su queste posizioni. Mena vanto di essere il più nobile e distinto. E’ giudicato da professori e da studenti assai più simile – non per il lusso, s’intende – a una scuola di gesuiti che a una qualsiasi scuola dello Stato italiano. In quel liceo tutte le occasioni sono buone per mandare a messe e a prediche gli alunni. Vi si comincia e vi si chiude l’anno con messe di propiziazione; vi si invita l’arcivescovo. Qualche insegnante accompagna in chiesa le alunne per i riti del primo venerdì del mese, controllandone le eventuali defezioni. Vi si trovano insegnanti che dichiarano che si asterranno dal pronunciare con le loro labbra certe terzine dantesche, attuando in un pubblico liceo una censura forse ancora più miope di quella ecclesiastica. L’incubo della separazione dei sessi insegue gli alunni perfino nelle scale e nei corridoi. La logica dei pudori dei sentimenti vi domina sovrana. Il preside annota in un suo quadernetto le idee eterodosse che trova nei temi di certi alunni: li manda a chiamare e ordina loro di rettificarle. Gli alunni che non rispondono nelle interrogazioni, cosiddette trimestrali, di religione sono puniti con un basso voto in condotta (non basta il giudizio negativo nel profitto!).



    L’episodio che stiamo per raccontare è avvenuto nell’anno 1956. In una classe terza liceale c’è lezione di storia. Si accende una piccola discussione sull’operato politico di Pio IX. Un alunno esprime il suo giudizio pronunziando a bassa voce l’epiteto “burattino”. Nessuno ci fa caso. La lezione continua. Qualche giorno dopo il giovane viene chiamato dal preside, il quale gli contesta il fatto, essendone stato informato dall’insegnante di storia. Il preside minaccia l’alunno di espulsione dalla scuola, di denuncia alle autorità giudiziarie, nonché alle gerarchie ecclesiastiche: riunirà a questo scopo il Consiglio dei professori. Il ragazzo fiuta nell’aria che la sua sorte è segnata. La classe è in fermento. La notizia si diffonde; ne arriva qualche sentore alla stampa cittadina. Il preside invita l’alunno incriminato a scrivere una lettera di scusa ai compagni, il cui sentimento religioso sarebbe stato offeso, secondo il preside, dalla parola “burattino” usata per qualificare la politica di Pio IX. La lettera, di poche righe, chiariva come l’allievo non avesse voluto offendere i sentimenti di chicchessia e tanto meno la persona di Pio IX come capo del cattolicesimo. “Credo di non dovere giustificarmi d’altro – concludeva – perché ogni ulteriore giustificazione porterebbe all’ammissione della esistenza di un reato di opinione la cui formulazione è assente dalla legislazione degli Stati democratico-liberali in generale, Italia repubblicana compresa”. Conosciuta la lettera, i compagni dichiararono di non essersi mai sentiti offesi dalla espressione e manifestarono il loro sdegno per l’insegnante di storia. Il preside fu costretto a sostituire l’insegnante di storia per un’ora di lezione, nella quale si sforzò di dimostrare agli alunni l’inopportunità dell’espressione e di bollare come prova di maleducazione il “pensar male del papa”. Ammonì di non ingigantire il fatto: occorreva soprattutto far sì che non se ne parlasse. Sopire, troncare…troncare, sopire! La libertà di stampa, vergogna e peste dei tempi nostri, aveva forse rotto al preside le uova nel paniere? Gli aveva tolto un’occasione per mostrarsi crociato di Cristo con una denuncia all’autorità giudiziaria e alle gerarchie ecclesiastiche?



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  5. #35
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    I preti in cattedra (35)

    di Luigi Rodelli

    Trent’anni addietro. La libertà di stampa è abolita. Un’altra città del Nord. L’episodio si trova raccontato in una lettera, inviata clandestinamente in Francia a Gaetano Salvemini e trovata nelle carte dello storico, recentemente scomparso. Trascriviamo integralmente la parte relativa all’episodio:



    Un istituto classico governativo di una grande città del Nord. Anno scolastico 1926-27. Il bidello trova nel gabinetto una manciata di manifestini di un Comitato studentesco comunista contro la legge Gentile. A scanso di responsabilità avverte la presidenza. Non si trova nulla. Anno scolastico ’27-28. Il preside nuovo, saputo dell’incidente ormai antico, non trova di meglio che incaricare uno studente – capomanipolo di indagare, e ciò fa ad insaputa dei professori. Studenti di 1° e 2° liceale fondano e pubblicano – col permesso del preside – un giornaletto litografato. Nel giornaletto una volta si punge il compagno capomanipolo. Risentimento del giovine, il quale va da uno dei condirettorettori, certo A. e gli dice: “Mi meraviglio che un razionalista come te collabori nel giornale con G.C.P., notoriamente comunista”. Al che l’A. risponde: “Non ho nulla in comune con G.C.P., mio condirettore. Anzi, so che fu lui a introdurre i manifesti”. “Mettilo in iscritto”. “Sì, no. No, sì”. Lo studente A. denuncia per iscritto l’amico e collega G.C.P. della 2° liceale. Lo studente capomanipolo e poliziotto porta la denuncia scritta al preside. Il preside, nazionalista-cattolico, dantista, manzoniano e bestia – invece di stracciare la denuncia e trasferire i due giovani – pieno di paura, saltando il Consiglio di Presidenza, corre dal Provveditore. Il Provveditore dice: “Denunciare alla Questura”. Perquisizione in casa di G.C.P., fermo del ragazzo. Indagini della questura. Il giovane A., il delatore, rimangia la denuncia: “Non è G.C.P. che introdusse i manifesti”. La questura rimanda prosciolto lo studente G.C.P.; il quale è dal preside riammesso alle lezioni. Il preside manzoniano vuole punire il delatore. Questo si difende: “In Questura mi sono rimangiato la denuncia per non danneggiare un compagno. Qui la riconfermo. Anzi, porterò altri documenti”. E porta difatto una lettera vecchia di un anno in cui G.C.P. allora quattordicenne, chiedeva all’A. le impressioni su cert libri (London? “Tallone di ferro”?) e conchiudeva “disperando di far del compagno un neofita”. Spavento del preside, che torna dal Provveditore-cannibale. – “Indaghi. Trovi elementi a carico del giovine. Convochi il Consiglio. Lo cacci dall’istituto”. Il preside bestia indaga fra i compagni del G.C.P.. Compagni e compagne, intimoriti abbandonano l’amico e riferiscono sul suo antifascismo e sulle sue idee socialiste. Discorsi. Pettegolezzi. Una compagna amata dal ragazzo dice che esso le fece propaganda socialista, a cui ella oppose la sua fede religiosa; dopo di che l’amico le mandò un individuo misterioso, munito di barba, col compito di toglierle gli scrupoli religiosi. La denuncia dei manifesti è dell’A. definitivamente ritirata. Munito di questo materiale il preside dantista convoca il Consiglio, denuncia il G.C.P. come colpevole di propaganda sovversiva e scristianizzatrice, chiede l’espulsione del ragazzo. I professori ridono: il giovane è uno dei migliori studenti; da 7 anni è scolaro dell’istituto; serio, incensurato, intelligente; si tratta di pettegolezzi e bambinate; regolamento alla mano il giovane non è punibile: ad ogni modo il preside s’era rivolto alla questura, la questura aveva assolto, se ha dei fatti nuovi torni dalla questura, il Consiglio se ne lava le mani. Il preside scornato torna dal Provveditore. Il Provveditore ricorre al ministero. Il ministero manda un’ispezione. L’ispettore interroga i compagni ancora. Non parla né col preside né con i professori. Riparte. Pochi giorni dopo è riconvocato il Consiglio. Il preside ricorda ai professori il giuramento sul segreto di ufficio. Legge una lettera del Ministro in cui si ordina al preside di risottoporre il caso G.C.P. al consiglio dei professori, non si recano a carico del giovane nuovi fatti, e che si chiude così: “In attesa che il Consiglio deliberi la espulsione del G.C.P. da tutti gli istituti del Regno, ecc. ecc.”. Il Consiglio vota l’espulsione: sei professori non votano l’espulsione. La votazione, contro al regolamento, è palese e per appello nominale. Un professore, uscendo dalla seduta, dice forte: “Io faccio schifo a me stesso”. L’espulsione importa l’impossibilità per il giovine di presentarsi ad esami pubblici per due anni dalla punizione. Il giovane nei due anni si dà davvero alla propaganda comunista. Tradito, è imprigionato. Deferito al Tribunale Speciale. Condannato a circa due anni. Il Tribunale va a riesumare l’episodio scolastico vecchio di ormai di un anno e mezzo. Fulmini contro i professori. Il ministero della P.I., a due anni di distanza, inizia processo disciplinare contro tre professori, rei di aver difeso con calore G.C.P. incolpato di propaganda sovversiva e antireligiosa. Uno dei tre professori è assolto. Uno è colpito da ammonizione. Uno di censura. Il censurato è un professore valentissimo, vanto della scuola italiana, volontario di guerra. Uscito di prigione, il G.C.P. si presenta come privatista alla maturità classica. Fece benissimo gli scritti. All’esame di ginnastica, non eseguì il saluto fascista. Denunzia. Quesito a Roma. Ordine di sospenderlo per le due sessioni. La madre, ottima maestra elementare del Comune, fu dall’amministrazione esonerata, perché “fermata” in occasione dell’arresto del figlio, non volle, benché invitata a ciò dal Questore, consigliare al figlio di “confessare”. Demoralizzazione della scuola degli scolari nei professori nei capi. Però il ministero della P.I. è ora in Italia chiamato della “Educazione Nazionale”. Il ministro che firmò quel tale ordine al Consiglio è il ministro Fedele



    Il confronto fra i due episodi si presta ad osservazioni malinconiche. A più di dieci anni dalla costituzione della Repubblica nata dalla caduta del fascismo, lo spirito liberale e democratico delle pubbliche istituzioni sta per essere nuovamente sopraffatto dal clerico-fascismo. Quando il governo assume a sua divisa l’ambiguità, col sottinteso che bisogna lasciar fare ai preti, è facile che gli uomini tornino a calcare le vecchie orme e la scuola, invece di aprirsi ad accogliere, a comprendere e ad armonizzare liberamente le diverse voci che ci vengono dal passato per preparare una più ricca e umana realtà per il domani, si chiude nella trincea della differenza, dei divieti e dell’inquisizione. Sempre più frequenti si van facendo i casi di punizioni, inflitte anche con grave pregiudizio dell’esito stesso degli studi, ad alunni incolpati dai catechisti di atti non intenzionali o di manifestazioni – del tutto lecite – della loro indipendenza di pensiero in materia di religione. Il timore dell’autorità, l’insincerità dei sentimenti, la dissimulazione del pensiero s’impadroniscono dell’organismo e lo ammorbano. La cattiva linfa circola ovunque.



    35) Segue
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  6. #36
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    I preti in cattedra (36)

    di Luigi Rodelli

    PASCERE IL GREGGE



    Abbiamo adunque con la chiesa e con i

    preti noi Italiani questo primo obbligo,

    essere diventati senza religione e cattivi.

    Niccolò Machiavelli



    Non c’è popolo in Europa più dedito ai

    riti religiosi e meno osservante dei doveri

    e delle virtù proprie del Cristianesimo

    che eso professa; impegnato a giocare

    a rimpiattino con la coscienza più che

    a osservarne i precetti.

    Gian Carlo Sismondi





    Immaginiamo per un momento che i voti della gerarchia ecclesiastica, dell’Azione Cattolica, dell’Associazione italiana maestri cattolici, della Unione cattolica italiana insegnanti medi siano realizzati da un governo totalmente ossequente alla volontà della Chiesa. Un governo cattolico che s trovasse ad essere libero da opposizioni parlamentari si varrebbe infatti di tale “libertà” per eseguire, soprattutto nella politica assistenziale educativa e scolastica, la volontà della Chiesa, personificata nelle somme gerarchie e coadiuvata dalle associazioni cattoliche dei maestri, dei professori, degli studenti e delle famiglie.



    Vedremmo applicata quella “dottrina della scuola” che la presidenza della suddetta Unione cattolica italiana insegnanti medi (U.C.I.I.M.) ha pubblicato con questo titolo nel 1955. Questa dottrina poggia sulla negazione della libertà ideologica. Partendo dal presupposto – di ordine teologico – di un’ “unica verità”,della quale sarebbe depositaria la Chiesa e per essa il papa, la dottrina cattolica della scuola non ammette che in alcun insegnamento si possa prendere ispirazione e norma se non da quell’unica verità. La professione di insegnante si configura come “un servizio alla verità”, come “”un atto di carità”, come “l’attuazione del piano divino di educazione degli uomini”. Chi accetta di attuare il piano divino, elaborato dagli insegnamenti papali, può essere insegnante, chi non accetta, no: cambi mestiere.



    La professione di insegnante è, fra tutte le professioni, forse la più ricca di spiritualità, ed è quella che richiama maggiormente al compito di esercizi ascetici e di carità. Essa è un atto di carità verso il giovane in quanto essa è sostanzialmente un servizio alla verità. Tale servizio alla verità va reso: “alla verità in se stessa” in quanto Dio è verità; per “proprio bene”, perché non si è insegnanti se non si è Maestri di verità: per il “bene del prossimo”, ossia dei giovani perché da essi la verità deve essere rivissuta. In particolare l’insegnante di scuola media, inserendo nella propria attività professionale l’apporto del suo impegno di vita spirituale, si troverà trasportato nell’adempimento ai doveri del proprio stato su un piano di collaborazione con Cristo e con la Chiesa per l’attuazione del piano divino di educazione degli uomini e quindi dell’avvento del Regno di Dio nella storia umana.



    Se a scuola i giovani dovranno “rivivere la verità”, l’“unica verità”, quella ammanita dal cattolicesimo, come si potrà sostenere che la scuola pubblica è uno strumento di democrazia e di libertà? Chi ponesse questa domanda dimostrerebbe implicitamente di aggirarsi ancora nelle tenebre dell’“errore”. La civiltà greco-romana aveva elaborato i concetti di giustizia, di diritto, di legge civile. La civiltà moderna li ha riscoperti sulla traccia dell’umanesimo del Rinascimento. Col grande aiuto della critica filologica, applicata anche ai testi sacri, dell’empirismo e del razionalismo filosofico, ha sceverato quei valori dalla tradizione teologica, sia per fondarli su una più moderna coscienza religiosa sia per distinguerli da essa, emancipando così il pensiero e la condotta degli uomini dalla tutela degli ecclesiastici. Le istituzioni civili (matrimonio, scuola, giustizia, assistenza) e lo Stato ritrovarono la loro autonomia e indipendenza; e il diritto canonico non ebbe più forza di legge. La democrazia moderna si è fatta le ossa attraverso le dispute e le lotte di religione nei paesi protestanti, attraverso la Rivoluzione Francese nei paesi cattolici. Essa deve la sua pur lenta e contrastata affermazione tra noi ad una ideologia politica (non religiosa né irreligiosa) che abbraccia in un’unica età storica il liberalismo dell’800 e il socialismo dell’800 e del 900. Questi grandi movimenti della storia moderna hanno in comune il principio della laicità dello Stato e delle pubbliche istituzioni.



    Laicità non vuol dire “irreligiosità”, come insinuano le gerarchie ecclesiastiche; vuol dire competenza delle pubbliche autorità a decidere questioni religiose e a mettere le pubbliche istituzioni a servizio di una religione piuttosto che di un’altra; vuol dire eguale rispetto per tutte le confessioni religiose, per i liberi religiosi e per gli atei. Le scuole pubbliche sorsero nel secolo XIX per sostituire al metodo della attività intellettuale controllata da preoccupazioni teologiche il metodo del ragionamento libero: si ispirarono cioè al principio della laicità. Lo storicismo del secolo XX ha forse mutato queste prospettive?



    La scuola laica – scrive Gaetano Salvemini – non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche, in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da sé le proprie convinzioni politiche, filosofiche e religiose.



    36) Segue
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  7. #37
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    I preti in cattedra (37)

    di Luigi Rodelli

    Lo Stato che imponesse un nuovo culto della Dea Ragione non sarebbe più uno Stato laico: la ragione è un metodo non un culto, è l’abito critico sostituito a tutti gli abiti dogmatici. La scuola laica non è scuola di laicismo: la laicità della scuola è il comune denominatore civile delle diverse forme educative e dei diversi atteggiamenti spirituali di coloro che vi insegnano; essa comporta che le eventuali concezioni dogmatiche dei singoli si lascino permeare da quella libertà critica che è garanzia della capacità formativa della scuola. Il metodo della ragione rispetta tutte le opinioni sinceramente professate e aborre l’intolleranza settaria.



    Se la scuola laica non si attenesse a questo metodo – si chiede Gaetano Salvemini – quale metodo dovrebbe applicare? Quello della filosofia ancella della teologia? Deve educare gli alunni a ragionare colla propria testa (senza escludere il loro diritto a una fede religiosa), oppure deve educarli prima a credere e poi a ragionare lungo i binari della fede?



    Domande illecite e sorpassate, dal momento che “la dottrina della scuola” compendiata dall’U.C.I.I.M. disdegna gli argomenti umani e muove dalla ineffabile identità di “libertà” e di “verità”. Afferma:



    La scuola è istituita per l’insegnamento della verità…La libertà non è sinonimo di incontrollata spontaneità né significa possibilità di evasione dalla verità, dalla legge o dal dovere. Essa è libera e cosciente accettazione della legge che è frutto di verità.



    La libertà sarebbe dunque, alla maniera dei teologi, un espediente escogitato per mettere alla prova la “libera e cosciente accettazione della legge”? E chi non accetti questa legge-verità che non ha contribuito a creare e non può sperare di contribuire a modificare, sarà punito come un “ribellante a Dio” nella scuola pubblica? Forse gli insegnanti cattolici non hanno previsto questo caso, proprio perché secondo la loro “dottrina” la scuola dovrebbe appunto erudire il pupo in modo che questi identifichi senz’altro la libertà con la verità e accetti quindi “liberamente e coscientemente” la legge-verità del papa.



    Cristo continua a insegnare per bocca del suo Vicario, il Papa, o dei Vescovi, che insieme al Papa hanno il mandato di pascere il gregge, che è la Chiesa, Corpo Mistico di Gesù Cristo in perenne sviluppo. Il mondo da venti secoli è diventato scuola di Cristo, perché tutti gli uomini nascono col grande destino di imparare da Dio: “E tutti saranno discepoli di Dio” (Giov. 6,45).

    La scuola trae da questi alti motivi il suo carattere sacro, incoercibile. Il laicismo della scuola è assurdo e disumano: converte il tempio in ufficio d’informazioni e fa del maestro un burocrate. La sacralità della scuola attinge a sorgenti divine come quella della maternità e più ancora.



    E’ ben vero che vi sono cattolici i quali protestano di non avere questo concetto della scuola. Anche tra gli insegnanti vi sono dei cattolici che vorrebbero sentirsi tali solo per la pura appartenenza a quella confessione religiosa. Ad essi potrebbe essere applicata la distinzione curialesca della “Civiltà Cattolica” adopera per distinguere gli “scrittori cattolici”, approvati dalla gerarchia, e i “cattolici scrittori”, dei cui scritti o pensieri la Chiesa non ha ancora dato alcun giudizio. Finché tali cattolici insegnanti, i quali non portano sulla fronte l’imprimatur della gerarchia ecclesiastica e che pure fanno professione di cattolicesimo e lo dichiarano dalla cattedra, non avranno mai chiarito pubblicamente fino a che punto essi seguono nel campo delle scienze morali gli insegnanti dei papi e la dottrina cattolica, e da quale punto in poi non li seguono e quindi li respingono, avvenga quel che avvenga, finché non abbiano rinunciato ad avere una “doppia cittadinanza” e, a nostro modo di vedere, una doppia coscienza, saranno proprio essi ad avallare il grande equivoco del cattolicesimo. Non c’è infatti maggioranza politica, non c’è collaborazione tecnica che possa cancellare la questione di fondo, che è di natura squisitamente costituzionale: la garanzia delle libertà. Questa garanzia, in un paese cattolico, non può essere data che dallo Stato laico e dalla scuola laica. Perché questi cattolici non si dichiarano laici e non si comportano da laici? Hic Rhodus, hic salta! Finché non lo faranno. Avremmo ragione di ritenerli il migliore strumento e il migliore sostegno dei clericali.



    La seguente proposizione è degna di essere aggiunta al “Sillabo dei principali errori della età nostra”:



    A proposito della Verità (questa volta compare con la maiuscola) e del suo insegnamento sono da ritenersi errate le seguenti proposizioni:

    a) non si deve insegnare una verità, ma indiscriminatamente “tutte” le verità per permettere la libera scelta tra di esse;

    b) il maestro non deve insegnare nessuna verità, ma limitarsi a risvegliare e ad esercitare lo spirito critico del discente;

    c) non esiste la verità e perciò non può essere insegnata.



    Riconosciuti questi “errori”, si può leggere, senza il tema di trovarvi alcuna identità-contraddizione, anche la seguente affermazione:



    I Docenti, vincolati nella propria coscienza, al servizio della Verità e alla promozione del libero sviluppo degli educandi, hanno diritto di veder riconosciuta nella Scuola la libertà del loro insegnamento resa effettiva con la attuazione delle condizioni per il suo esercizio.



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    I preti in cattedra (38)

    di Luigi Rodelli

    Entro questa cornice potrà anche esservi un sindacato per la difesa degli interessi economici, purché non tocchi la “dottrina”. E la democrazia? ? Cucinata anche quella:



    gli aderenti all’U.C.I.I.M. considerano loro compito fondamentale il contribuire all’attuarsi della sostanza (!?) della vita democratica attraverso una azione educativa la quale, con la sua virtù liberatrice degli spiriti e perfezionatrice della personalità nell’ineffabile incontro con Dio, possa formare una società di liberi e di redenti nella Grazia.



    Più speditamente, senza tante giravolte e preoccupazioni di democrazia, le cose cose erano state affermate dai papi, da Leone XIII a Pio XI e a Pio XII. Ove non bastasse l’opera persuasiva dell’Unione cattolica, il governo cattolico non avrà che applicare gli insegnamenti papali sull’educazione e la scuola.



    Essendo fuori dubbio – si legge nell’enciclica “Libertas” di Leone XIII – che la sola verità debba informare le menti, perché in essa sola sta il bene, il fine e la perfezione delle intellettuali nature, l’insegnamento non deve dettar altro che il vero. Dal che apparisce essere del tutto contraria alla ragione e nata tutta a pervertire totalmente le intelligenze, la libertà d’insegnamento, la quale si arroga una sconfinata licenza d’insegnar ciò che le piace; licenza che il pubblico potere non può accordare senza fallire i suoi doveri… Tutti i veri insegnanti col divino sul labbro l’Unigenito figlio di Dio volle affidati alla Chiesa con ordine di custodirli, difenderli e autorevolmente dichiararli; comandando nel medesimo tempo a tutti i popoli di credere e di obbedire alla Chiesa sua, come a lui stesso: pena, chi facesse il contrario, l’eterna dannazione. La Chiesa, perciò, è suprema e sicurissima maestra degli uomini, ed ha inviolabile diritto alla libertà di ammaestrare le genti.



    Se il governo cattolico per colpa delle ultime tossine laiciste circolanti nelle vene di qualcuno dei suoi membri, avesse ancora qualche scrupolo in fatto di indipendenza e sovranità dello Stato, c’è un passo nella lettera di Pio XI al cardinal Gasparri, del 29 maggio 1929, sugli accordi del Laterano che mette le cose a posto per ogni cattolico che voglia far parte di un governo cattolico



    …in Stato cattolico, libertà di coscienza e di discussione devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina e la legge cattolica. Deve anche per logica necessità essere riconosciuto che il pieno e perfetto mandato educativo non spetta allo Stato ma alla Chiesa, e che lo Stato non può né impedirle né menomarle l’esercizio e l’adempimento di tale mandato, e neanche ridurlo al tassativo insegnamento delle verità religiose.



    Il pubblico potere non potrà dunque “tollerare” più che vi sia qualche cosa non conforme a “verità”, perché la Chiesa, essendo i tempi “migliorati” e dovendo adempiere l’ufficio suo che è di “provvedere all’estrema salute degli uomini”, glielo vieterà. Anche questo era previsto da tempo. Leone XIII nella medesima enciclica “Libertas” che è del 1888, aveva detto:



    La Chiesa con intelligenza di madre guarda al peso della umana fralezza, e non ignora il corso degli animi e delle cose, ond’è travagliata l’età nostra. Per queste ragioni, senza attribuire diritti fuorché al vero e all’onesto, ella non vieta che, per evitare un male più grande e conservare un più gran bene, il pubblico potere tolleri qualche cosa non conforme a verità e giustizia. E se accade che, per le condizioni straordinarie dei tempi, la Chiesa tolleri certe libertà moderne, non perché per se stesse le prediliga, ma perché giudica spediente il permetterle; dato che i tempi migliorino, essa si varrebbe della libertà sua, e persuadendo, esortando, pregando si studierebbe di adempiere, come deve l’officio assegnatole da Dio, che è di provvedere all’estrema salute degli uomini. Una cosa tuttavia resta sempre vera, che codesta libertà concessa indistintamente a tutti e a tutto non è per sé desiderabile, ripugnando alla ragione che gli stessi diritti della verità abbia l’errore.



    In tempi più recenti non ancora “migliorati”, nel 1946, Pio XII, parlando all’Associazione dei maestri cattolici, aveva detto con l’aria di fare una concessione allo Stato:



    Non saremo Noi a negare o a sminuire il diritto proprio anche dello Stato in materia di educazione: diritto che trova il suo fondamento, e ad un tempo la sua misura e il suo limite, nel bene comune. Ora il bene comune richiede che lo Stato tuteli e rispetti il diritto all’educazione appartenente alla famiglia e alla Chiesa.



    Quando i tempi saranno pieni e i cattolici (Gaetano Salvemini direbbe i “clericali”, ma questa parola non s’incontra mai nei documenti papali) potranno governare senza opposizioni, anche nelle scuole pubbliche si realizzeranno le condizioni previste dai papi perché una scuola possa dirsi cattolica:



    A questo effetto è necessario che tutto l’insegnamento e tutto l’ordinamento della scuola, insegnanti, programmi e libri, in ogni disciplina, siano governati dallo spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa, per modo che la Religione sia veramente fondamento e coronamento di tutta l’istruzione, in tutti i gradi, non solo elementare, ma anche media e superiore.



    Queste furono già le condizioni dell’istruzione pubblica nello Stato pontificio; e il quadro che ce ne ha lasciato il cattolico Farini è, anche per allora, desolante.



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    I preti in cattedra (39)

    di Luigi Rodelli

    Questo ideale la Chiesa ha nuovamente realizzato in Spagna e in Portogallo. In Spagna è prescritto che all’entrata e all’uscita della scuola siano recitati i versetti: “Ave Maria purissima, sin decado concebida (Commissione di cultura e di insegnamento) e il manuale d’istruzione religiosa per le scuole medie, “Nuevo Risalda”, redatto dal gesuita Risalda e riveduto da un altro gesuita non nominato, incorpora nel catechismo tutti i principi del “Sillabo”, ridotti nella stessa forma catechistica, per domande e risposte, degli altri principi della dottrina cristiana.

    Tra gli errori che gli insegnanti sono caldamente supplicati “por las entranas de Juesucristo” di combattere perché condannati dalla Chiesa, vi è il razionalismo, il darwinismo, il socialismo, il liberalismo, la libertà di coscienza, di culto, di stampa, d’insegnamento, la scuola laica, l’elezione di deputati non cattolici, il matrimonio civile. Tra le verità da inculcare vi è il precetto per cui lo Stato deve sovvenzionare il culto e il clero cattolico e non toccare i beni della Chiesa. E’ questa una chiara manifestazione contemporanea di quel che sarebbe uno Stato in cui fossero al potere i gesuiti.



    Massimo D’Azeglio nel 1860 indicava in un trattatelo dei “doveri dei sudditi verso il monarca”, mandato a memoria, a domande e risposte, in tutte le scuole elementari del Lombardo-Veneto per quarant’anni, uno dei più validi strumenti della dominazione austriaca, e ne dava questo saggio:



    D.: “Perché i sudditi devono riguardare il sovrano come il loro padrone?”.

    R.: “I sudditi devono riguardare il sovrano qual loro padrone, perché egli ha pieno potere sui beni e sulle persone loro”.

    D.: “Tutti i sovrani ritengono essi la loro autorità da Dio?”.

    R.: “Gli imperatori e altri sovrani tengono la autorità loro da Dio, perché nel governo dei popoli stanno in luogo di Dio sulla terra”.

    D.: “Dio, non regna Egli da sé nel mondo?”.

    R.: “Certamente, ma essendo invisibile, Egli ha messo in suo luogo, a capo delle nazione, gli imperatori ed altri sovrani”.

    D.: “In quale maniera Iddio ricompensa l’obbedienza dei sudditi?”.

    R.: “Dio ricompensa l’obbedienza dei sudditi con le benedizioni temporali, e con la vita eterna”.

    Notate, aggiunge D’Azeglio, questa definizione curiosa della Patria:

    D.: “Che bisogna egli intendere per patria?

    R.: “Per patria si intende non solamente il paese nel quale siamo nati, ma anche quello in cui ci troviamo incorporati”.



    Nello stesso anno Giuseppe Mazzini pubblicava i “Doveri dell’uomo”, dove si legge:



    In nome del vostro amore alla Patria voi combatterete senza tregua l’esistenza d’ogni privilegio, d’ogni ineguaglianza sul suolo che v’ha dato vita.



    Il Risorgimento italiano si fece nello spirito del secondo libro contro lo spirito del primo. Ma papi, cardinali, vescovi e gesuiti non hanno mai rinunciato al proposito di riconquistare in Italia privilegi e immunità.



    Nel primo testo del Concordato presentato dalla S.Sede al governo italiano il 24 novembre 1926 comparivano alcuni articoli che lo stesso Mussolini pur essendo irrisore e dispregiatore costante dei principi liberali, si rifiutò di accettare, mentre accettò d’ingoiare molti altri rospi, “in nome della Santissima Trinità” – come è scritto nel frontespizio del Trattato del Laterano e in quello del Concordato. Da quegli articoli, espunti dal testo definitivo, si possono ricavare le linee complete della politica scolastica che il Vaticano tentò di far accettare allora dal governo italiano: potrebbe vederle accettate in tempi “migliorati” rispetto a quelli del fascismo, già abbastanza buoni per la Chiesa. Ecco gli articoli:



    I programmi e i libri di testo delle scuole di Stato saranno riveduti da una commissione mista di funzionari dello Stato e di rappresentanti della autorità ecclesiastica per verificare che non contengano alcunché contro la religione e i buoni costumi. I libri di testo dell’insegnamento religioso nelle scuole dello Stato o pareggiate saranno stabiliti dalla Sacra Congregazione del Concilio (art.33).

    L’autorità ecclesiastica ha il diritto di fondare anche scuole di studi superiori, come scuole normali, università e simili, con regolamenti analoghi all’università Cattolica di Milano, riconosciuta dallo Stato. Tali scuole, se adotteranno i programmi dello Stato, saranno pareggiate alle scuole dello Stato di pari grado (art.35).

    In tutte le domeniche e le altre feste di precetto, in ora da convenirsi tra le autorità scolastiche ed ecclesiastiche, gli alunni delle scuole primarie e secondarie saranno accompagnati dai rispettivi insegnanti in Chiesa e vi assisteranno alla Santa Messa, durante la quale un sacerdote spiegherà il Vangelo corrente. Dove sarà possibile, si sceglierà una chiesa, o almeno un’ora diversa, per le scuole maschili e le femminili. Durante la Messa gli alunni potranno accostarsi ai Sacramenti della penitenza e dell’eucarestia. Durante la quaresima, le autorità ecclesiastiche provvederanno a che gli alunni i quali non hanno fatto la prima comunione, abbiano nella scuola l’insegnamento necessario per prepararvisi. Infine tutti gli anni, nel mercoledì, giovedì, venerdì e sabato santo, gli alunni di tutte le classi saranno condotti in chiesa dagli insegnanti, per assistere, per lo spazio di almeno un’ora, agli esercizi spirituali in preparazione alla comunione pasquale (articolo 40).



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    Predefinito Riferimento: I preti in cattedra

    I preti in cattedra (40)

    di Luigi Rodelli

    Un tempo i concordati erano un argine con cui i re cattolici ed assoluti si difendevano dalle pretese degli ecclesiastici. I Concordati stipulati dalla Chiuesa nel secolo XX mirano invece ad assicurare al clero determinati privilegi. S’intende che, se lo Stato in un periodo successivo vorrà concedere più del convenuto e l’altra parte non ne sarà infastidita, giuridicamente non vi sarà nulla da eccepire, sempre che i cittadini di quello Stato ne siano felici e contenti. Vuol dire che quando la Chiesa stimerà opportuno di stipulare un nuovo Concordato, a sé più vantaggioso, lo stipulerà, come ha fatto in Spagna sotto il regime franchista. Nel frattempo cercherà di consolidare le concessioni extra-concordatarie che essa riesce ad ottenere o che le vengano graziosamente offerte dall’altra parte. L’identificazione completa di Stato e Chiesa, la restaurazione dello Stato pontificio, pare non rientri ancora nei desideri della S.Sede: quando si trattò di delimitare i confini dello Stato della Città del Vaticano, preferì infatti non includervi scali e mezzi propri di comunicazione per non trovarsi a dover comporre, putacaso, uno sciopero di tranvieri. La S.Sede intende servirsi dello Stato italiano come di un suo ausiliario nel campo dei trasporti, dell’economia e del lavoro, riservandosi di averne direttamente o indirettamente la direzione politica, finanziaria e morale, in modo da esercitare il potere teocratico col minor danno e coi maggiori vantaggi.



    I governi democristiani hanno già dato un’interpretazione estensiva del Concordato, proprio là dove i principi fondamentali della Costituzione non lo permettono: hanno reso cioè tassativo, trasferendone la dizione nei programmi per le scuole elementari, quel “fondamento e coronamento” dell’istruzione cui la dottrina interpretativa ha sempre concordemente attribuito un significato ottativo e non prescrittivi. Non hanno invece provveduto ad abrogare, né rinunciato ad applicare, l’articolo che fa divieto allo Stato di assumere e di mantenere nell’insegnamento e nei pubblici uffici di ex preti, nonostante che quell’articolo del Concordato (art-5) sia incompatibile col principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge “senza distinzione di religione”, principio sancito nell’art.3 della Costituzione della Repubblica.



    I termini stessi del Concordato del 1929 sono ampiamente sopravanzati – e non solo nel campo della scuola – dalle concessioni che i governi democristiani tacitamente o esplicitamente continuano a fare alle gerarchie ecclesiastiche, al punto che possono dirsi ormai tendenzialmente acquisite nella prassi amministrativa molte di quelle medesime norme che perfino Mussolini aveva rifiutato.



    Basterà citare qualche documento, fra i molti che sono stati pubblicati o che si potrebbero raccogliere, per tratteggiare le linee di una situazione che si va facendo sempre più in generale. Il clero vescovile preme soprattutto sui provveditori agli studi, i quali, essendo funzionari dello Stato, dovrebbero rendere conto del loro operato soltanto al ministero della Pubblica Istruzione. Senonché anche i vescovi salgono le scale del ministero della Pubblica Istruzione o vi fanno giungere l’espressione dei loro desideri perché sanno che vi vengono ascoltati con successo. In un ordinamento scolastico come il nostro, che difetta di organi di autogoverno e di democrazia interna, per mezzo dei quali il corpo insegnante possa autorevolmente difendere l’autonomia della scuola dalle interferenze politiche del governo in carica, avviene che le disposizioni – anche arbitrarie – che i provveditori inviano alle “dipendenti” scuole diventano legge per gli insegnanti, e le pressioni – anche illecite – le lusinghe o le minacce che i provveditori usano con i presidi sortiscono l’effetto di renderli proni e conformisti, con quale vantaggio per la dignità dei presidi e per l’opera educativa della scuola, ognuno può capire.



    Oltre al precetto pasquale, ai relativi corsi preparatori e alle messe in ore di scuola, vi sono le prediche e le messe per le varie “Missioni”, devozioni e celebrazioni di questo o quel santo. I provveditori autorizzano, decurtano l’oratorio scolastico, organizzano manifestazioni in luogo delle lezioni o sostituiscono e “recuperano” le ore, dispongono che alle cerimonie e riunioni comandate si debba intervenire “liberamente”. E le vogliono “compatte”.



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