...il giornalista.
Da tempo non sospetto sosteniamo che è in atto uno scambio: i magistrati fanno i giornalisti, curano e “tutelano a loro modo l’informazione, mentre i giornalisti indossano la toga, e passano ai lettori l carte delle procure. Sembrava un paradosso intellettuale, è invece la realtà della vita italiana (come sanno i lettori dell’inchiesta di Mattia Feltri che va per la settantesima puntata).
Alla quale realtà si aggiunge una follia tutta mediorientale, di cui i giornalisti sono di nuovo protagonisti: lì i gazzettieri difendono i terroristi, accordandosi per non mandare in onda le immagini del linciaggio dei riservisti o raccontando fole sulla guerra contro Israele, e certi terroristi si lanciano imbottiti di esplosivo tra la folla, approfittando dello status di osservatori imparziali che tocca a chi ha il bollino “press”.
Il cerchio si chiude non senza vergogna.
Non bisogna sottovalutare l’ordinanza del magistrato del lavoro Massimo Paglierini sul caso Santoro. Come abuso di potere è paragonabile solo al discorso di Sofia di Berlusconi, tra l’altro un errore marchiano che ha portato Santoro, giornalista estremamente squilibrato e fazioso, al martirio mediatico e ora alle soglie di un ritorno in video nelle peggiori condizioni. Santoro si era comportato male e con grottesca arroganza in campagna elettorale, poi durante le vicende dell’Intifada terrorista. Protetto da quello straordinario arbitro che fu l’ex presidente-combattente Zaccaria, lasciò passare in un suo programma che i soldati israeliani sparavano ai fanciulli che giocavano a pallone, e fu suggerito che c’era un piano per far morire di fame e di stenti la città di Betlemme. Infine la pagliacciata di Bella Ciao e l’attacco ruffiano e furbastro alla Rai, meno libera di Mediaste. Il Conduttore Unico delle Coscienze, colpito nel frattempo da una sanzione devastante dell’Authority per le comunicazioni, avrebbe dovuto essere ammonito dalla sua azienda, in un paese civile, e poi reintegrato con calma al lavoro in condizioni nuove, con un preciso mandato e precise regole editoriali, la prima delle quali, come ha suggerito anche la Commissione parlamentare di vigilanza, è la doppia conduzione.
Invece è finita con il magistrato d’assalto che fa il palinsesto o pretende di farlo tra gli applausi propagandistici e imbelli della congrega politico-mediatica del Conducator, e ricambia con la sua ordinanza il giornalista che più ha fatto per affermare il prepotere della magistratura militante in questo paese (salvo la penosa parentesi in cui, dipendente Mediaste, se ne stava sull’attenti, in pensoso silenzio, davanti a Previti e Dell’Utri).
Direttore generale e presidente della Rai sono ancora in tempo per stabilire un mandato editoriale, con regole chiare, e per mandare in onda nel prossimo autunno un Santoro-Socci in cui il pluralismo delle idee sia garanzia della libertà di informazione, vista dalla parte del pubblico pagante che noi siamo. Sennò staranno lì a leccarsi le ferite per chissà quanto tempo.
Intanto, mentre Israele ci rispedisce indietro i nostri eroi dell’Intifada giornalistica palestinese, a via Solforino cala la demente tensione politica sul caso De Bortoli, e lo sciopero farneticante della Fnsi è ormai quasi tutta una provocazione politica da archiviare; ma resiste (per quanto?) il patto scellerato che dal ’73, cioè da trent’anni, dà ai sindacati di redazione un potere sovietico di condizionamento su editori, direttori e redazioni tutte.
Da il Foglio di mercoledì 4 giugno 2003
saluti




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