Il 28 maggio 2003 George W. Bush ha firmato un nuovo “Executive Order” sui Balcani, che viene a completare le “liste di proscrizione” dei “nemici degli Stati Uniti”, già siglate nel 1992, nel 1998, e nel 2001. Le liste comprendono circa 150 nomi di” persone e organizzazioni” che, nella logica imperiale del presidente Bush, promuoverebbero “istituzioni extra-legali” al fine di ostacolare il processo di pace nei Balcani”, o di “persone che forniscono supporto materiale alla violenza”: in questa lista dei “cattivi” ecco spuntare i nomi di due leaders del Consiglio Nazionale Serbo di Kosovska Mitrovica Nord: si tratta di due medici, Marko Jaksic e Milan Ivanovic, evidentemente “colpevoli” di essersi opposti al piano atlantico di colonizzazione dei Balcani e alla distruzione del popolo serbo in Kosovo e Metohija.
Il Consiglio Nazionale Serbo ha immediatemente protestato contro una decisione palesemente ingiusta che “colloca due leaders politici serbi, due medici, fra i criminali e gli oppositori del processo di pace. Per il popolo serbo del Kosovo e Metohija questa decisione non è altro che una ulteriore pressione contro la libera volontà del popolo Serbo ed un tentativo di spegnere le voci politiche alternative nella Provincia. La sola colpa di Marko Jaksic e Milan Ivanovic è quella di aver costantemente denunciato il comportamento delle Nazioni Unite, che hanno sistematicamente impedito l’attuazione della risoluzione 1244, delle stesse Nazioni Untie, rivelando, dopo quattro anni di presenza in Kosovo, tutta la loro impotenza.” In particolare il Consiglio Nazionale Serbo denuncia che:
1. Il ritorno dei rifugiati non è mai stato attuato. Più di 200.000 Serbi sono costretti all’esilio perchè UNMIK e i leaders Albanesi non vogliono il loro ritorno. Il processo di Ritorno è diventato una farsa.
2. Per i Serbi del Kosovo continuano ad essere sistematicamente negati i basilari diritti umani. I Serbi continuano ad essere oggetto di discriminazione a tutti i livelli. La violenza etnica continua, i Serbi continuano a sopravvivere nel terrore degli estremisti e terroristi, tollerati e protetti da UNMIK e KFOR.
3. Sebbene la Provincia del Kosovo rimanga ufficialmente parte della Yugoslavia (ora Serbia-Montenegro), a Belgrade non è stato consentito di mantenere neanche il più piccolo elemento di sovranità sul territorio della Provincia.
4. Non soltanto non è garantita alcuna sicurezza personale dei Serbi, non è garantita alcuna protezione dei siti culturali, spirituali, architettonici del popolo Serbo. Continua ad essere negato il legittimo diritto della polizia e dell’esercito serbo di essere presente sul territorio, almeno nelle aree dove i serbi sono presenti. I Serbi che insistono in questa richiesta vengono stigmatizzati come nazionalisti estremisti.
5. Mentre la comunità internazionale continua a parlare della “costruzione di una società multietnica”, in realtà UNMIK (Nazioni Unite) sta realizzando uno stato monoetnico Albanese , istituzioni monoetniche, esercito monoetnico e standards di vita accettabili solo per l’etnia Albanese. La legalità di UNMIK è uno schermo che nasconde una società oppressiva, senza legge, senza ordine, senza giustizia.
“I serbi non credono più a Steiner, non credono al “ritorno”, non credono che non si sappia niente dei 2.000 serbi scomparsi, non credono che otterranno mai libertà di movimento e di vita...a Gracanica, la gente ha fatto lo sciopero della fame, per sapere che fine hanno fatto i loro figli, i loro padri, tutti coloro che sono scomparsi, rapiti dall’UCK, svaniti nel nulla. Solo a Vitina abbiamo avuto nove persone scomparse e cinquecento case distrutte.” Così mi diceva Padre Dragan, così dicono tutti quelli che, a stento, sopravvivono nell’enclave.
Da quando fu lasciato campo libero all’azione criminale dell’U.C.K. ( e ancora oggi la nostra “sinistra” rivendica la giustezza dell’intervento “umanitario” per “salvare il popolo albanese dal genocidio”, pur sapendo che buona parte di quel “genocidio” è esistito solo grazie alla selvaggia propaganda statunitense...), nel giugno 1999, fino ad oggi, non c’è stata pace per i serbi e per le minoranze non albanesi. Uccisioni, sparizioni, rapimenti, prigioni segrete gestite dai terroristi albanesi, torture.
1.300 serbi e rom scomparsi (901 o 909 secondo le fonti delle Nazioni Unite, che non riescono neanche, con tutto il loro apparato, a fornire un numero certo!): fino ad oggi nessuna certezza sulla sorte degli scomparsi, neanche una tomba dove piangere, solo silenzio e omertà da parte dei super-specializzati uffici di UNMIK (l’organizzazione delle Nazioni Unite che controlla l’amministrazione provvisoria del Kosovo):”War Crimes”, “Missing Persons”, “Central Criminal Investigation Unit”, ecc. E’ di questi giorni una dichiarazione ufficiale del Capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite in Kosovo - “UNMIK Office for Missing Persons and Forensic” - Jose Pablo Baraybar. Dopo anni di impegno sul territorio da parte dell’ONU, Baraybar è stato finalmente in grado di dichiarare ... che non si sa nulla di nulla! Un risultato apprezzabile, non c’è che da dire. Un risultato che ci fa chiedere: ma che cosa fanno questi uffici dai nomi roboanti durante tutta la giornata?
Il funzionario delle Nazioni Unite, Baraybar, ha testualmente detto nel corso di un’intervista all’agenzia jugoslava Tanjug che “con riferimento all’elenco di persone scomparse di cui UNMIK è in possesso, nulla è dato conoscere sulla sorte di 901 non - albanesi scomparsi”. Continua poi giustificando i numeri fantasiosi che vengono tirati fuori sui “missing people”, sostenendo che “ esistono differenti ( e contrastanti!) dati sulle persone scomparse in possesso di UNMIK - 909 (notiamo che è già un altro numero rispetto a quello appena citato dallo stesso Baraybar di 901) - e in possesso dell’”Associazione delle Famiglie di Persone considerate scomparse o rapite” (1.300). “ Fra il 1999 e la fine del 2002 un totale di 4.019 corpi sono stati trovati ed esumati.” Ammettendo infine l’esistenza della fossa comune (probabilmente di serbi) a Brekovac, Baraybar annunciava l’inizio delle esumazioni dei corpi a Brekovac per l’inizio di marzo “dove corpi di non - albanesi sono presumibilmente stati sepolti”. Ma a noi risulta che le esumazioni e le autopsie siano cominciate molto tempo prima...troppe bugie, dopo quelle di Kofi Annan, che ha scambiato l’aggressione unilaterale da parte di estremisti albanesi, a Pec, contro un pullmann di pensionati serbi, per uno scontro fra opposte fazioni di facinorosi...
Michael Steiner - fresco sposo della sorella del “comandante” Thaci -con le sue ambiguità, che sono quelle di tutta la comunità internazionale, permette loro di pretendere sempre di più. Hanno preso la terra dei non-albanesi, hanno occupato le case, espropriano la terra delle chiese, come è accaduto al Monastero di Decani”. “Gli albanesi non fanno niente che UNMIK non sappia - diceva Padre Dragna - abbiamo preso pietre, abbiamo trovato la morte, sotto gli occhi di KFOR. UNMIK fa pressione sui Serbi, solo sui Serbi. In pochi giorni, sono state lanciate per due volte bombe contro un prete, per togliergli la terra, perchè quella stessa terra è stata promessa ad un albanese...l’Albanian National Army ha rivendicato l’omicidio di Zoran Mirkovic, il coraggioso vicesindaco di Klokot...gli americani hanno preso anche loro la nostra terra, per farci la loro base, e ora a Camp Bondsteel stanno costruendo un’enorme pista per i loro aerei. Hanno tolto i check point a Klokot, a Mogila, a Binac, fra poco ogni controllo sarà tolto. Tutto continua ad essere controllato dall’UCK, che ora si chiama TMK. Senza l’ordine dell’UCK, nessun albanese può trovare lavoro, né casa.”
E’ vergognoso l’operato della comunità internazionale in Kosovo, è vergognosa l’inutilità degli uffici, delle sigle, delle moltitudini di funzionari preposti ... a fronte dell’impegno personale profuso dai carabinieri italiani e dalle nostre forze di polizia, inserite però sotto controllo internazionale, per investigare su questi crimini ignobili, rimane l’atteggiamento dei vertici americani che bloccano da anni ogni forma efficace di intervento.
Secondo dati ufficiali ( e ho sperimentato quanto difficile sia ottenere “dati ufficiali”, quando si parla di serbi scomparsi o uccisi in Kosovo, come “effetto collaterale” della “pace”...) sono state individuate negli ultimi due anni 135 prigioni illegali dove erano rinchiusi prigionieri Serbi. Inoltre, ci sono indagini in corso su almeno 6 campi di prigionia in Albania, nei quali sarebbero attualmente incarcerati membri della comunità Serba, imprigionati in territorio albanese. Anche se l’ipotesi più attendibile è quella che i “missing people” siano tutti morti...
All’interno della “Central criminal investigation unit” (C.C.I.U.) di Pristina, è operativo personale appartenente a sedici nazionalità diverse. La metà circa di questo personale è impiegata nella sezione “War crimes”, crimini di guerra: vale la pena di notare che - anche se in C.C.I.U. lavorano francesi e anche italiani, appartenenti alla nostra Polizia di Stato- è preponderante il numero delle presenze anglosassoni, e che gli americani hanno un ruolo ed un’influenza predominante. Lo si vede chiaramente nello stile di lavoro, e anche nel muro di gomma che viene opposto ad ogni richiesta di notizie. E’ successo a me personalmente - voglio ricordarlo ancora, dopo averne parlato al mio ritorno dal Kosovo proprio sulle pagine di “Rinascita” - per tentare di ottenere informazioni sul ritrovamento di 28 corpi a Brekovac, di trovarmi di fronte - dopo essere riuscita ad entrare negli uffici di UNMIK, deputati ai “War crimes” e accompagnata da un poliziotto italiano - un comandante americano che, con le gambe accavallate e la mano sulla bocca, senza dire né buongiorno né prego, mi ha scacciato con il gesto della mano come si scaccerebbe una mosca, dicendomi di andare a chiedere informazioni all’Ufficio stampa di UNMIK...certo, una buona idea, per ottenere un comunicato ufficiale di cinque righe tanto “politicamente corretto” da non dire assolutamente nulla...
“Per noi il termine “crimini di guerra” significa prima di tutto “crimini commessi durante la guerra” e trattiamo più crimini comuni che genocidi” questa l’opinione di un gendarme francese distaccato presso la “Central criminal investigation unit” (C.C.I.U.) di Pristina.
Nelle indagini intervengono magistrati internazionali. “Il passato qui continua ad afferrare la gente, a tirarla verso di sé. Quando si lavora alla costruzione di una nuova casa, non è raro di trovare un corpo scavando le fondamenta. Il Kosovo è un vero e proprio cimitero che non ha certamente ancora svelato tutti i suoi segreti”.
E di segreti ce ne sono tanti...se si pensa che tutto quello che riguarda le fosse comuni (quelle pubblicizzate e mai trovate degli albanesi, che servirono di pretesto allo scatenamento dell’aggressione contro la Jugoslavia, e quelle, ritrovate, dei Serbi, di cui nessuno vuole parlare...) è secretato, “classificato”.
Sono stata negli uffici di C.C.I.U (Central Criminal Investigations Unit) e di “Missing Persons”, mi sono scontrata con la “burocrazia della morte” che classifica, secondo i dettami di UNMIK, tutto quello che è avvenuto fino alla fine della guerra nella sezione “War crimes”, mentre quello che è accaduto dopo (cioè i massacri dei civili serbi) viene fatto rientrare nelle competenze dei “Crimini comuni” e della “Missing Unit Persons” (anche se le cose non stanno proprio così, dice un altro poliziotto italiano...).
Così, in questo rimbalzare da ufficio in ufficio, da silenzio in silenzio, da imbarazzo in imbarazzo, risulta quasi impossibile sapere qualcosa di certo, mentro migliaia di corpi continuano a giacere, senza essere riconosciuti, senza dignità di sepoltura, senza giustizia, nei cimiteri delle Nazioni Unite in Kosovo e Metohija.
L’imbarazzo nasce dall’impossibilità di dare una risposta al perché la violenza del terrorismo albanese poté scatenarsi impunemente contro i luoghi sacri della tradizione ortodossa serba, contro i civili, contro i monaci, contro i rom, contro tutte le minoranze non albanesi, contro gli stessi albanesi moderati, sotto gli occhi - alla lettera - delle forze multinazionali.




Rispondi Citando