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Discussione: conflitto di interessi

  1. #101
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    In Origine Postato da mariarita
    ci sono già pronte nuove dietrologie che preludono a rivisitazioni storiche del tipo di quelle che l'ineffabile banana offre delle vicende del processo SME?

    Arriverete a riscrivere la storia nel momento in cui i fatti avvengono?
    Non è necessario. Per il momento è sufficiente la memoria...

    Circa il processo SME: mi son letto ieri un centinatio di pagine del libro di Lernher. Soprattutto i verbali degli interrogatori di alcuni funzionari preposti alle intercettazioni.

    Roba da far rizzare i capelli. Chissà se sul Vangelo secondo Repubblica o sulla Bibbia rossa sono stati mai riportati...??

    Completo e concludo (presumendo che Lei abbia letto i miei posts precedenti): dunque, secondo Lei, le dichiarazioni di Scognamiglio e di Cossiga alla stampa fanno parte del revisionismo storico di destra?

  2. #102
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    Mi sembra che le cose riportate da freeflag sul periodo del ribaltone o riabaltino siano piuttosto esatte, quando un governo cade si dovrebbe sempre tornare alle urne e non fare governi tecnici o simili, il problema dell'italia è che nessun governo dalla fine del secondo conflitto mondiale ha portato a termine il suo mandato ( il governo più lungo fu il governo craxi degli anni ottanta ), quindi c'è un'endemica inapacità di chi ci governa a concludere un mandato, questo fenomeno ha chiaramente diverse spiegazioni a seconda degli anni di cui si vuole parlare; ora il governo berlusconi ha la possibilità concreta di portare a termine la legislatura, avendo i numeri perchè si dovrebbe dimettere? il fatto che abbia appoggiato una guerra discutibilisima non lo delegittima di certo nei confronti di chi l'ha votato, che probabilmente la pensa come lui sulla questione sicurezza; il fatto che sia imputato in svariati processi, se seguiamo la teoria della persecuzione, non lo dovrebbe certo far dimettere ( ci vorrebbero anni per uscire comunque indenne dai processi e questa non sarebbe una forma democratica di vincere su un avversario ), il fatto di aver varato delle riforme ( poche a dire la verità ) fa parte del suo lavoro ed è naturale che ad una parte di noi non piacciono, ma non per questo si dovrebbe dimettere

    Sull'operato della sinistra in tema di giustizia vi rimando alla lettura del libro di Luther Blisset Project ( totò peppina e la guerra psichica 2.0 ) assolutamente illuminante.

    Il fatto è che io credo che berlusconi non vincerà le prossime elezioni, come non ha vinto queste parziali, non perchè sia colpevole o riprovevole, ma perchè non riuscirà a fare quelle riforme miracolistiche, per alcuni versi, che ha promesso; queste elezioni sono state un messaggio, tanto che Fini si è seriamente preoccupato, visto che tutta l'attenzione della coalizione viene presa da berlusca non resta visibilità a nessuno e questo scoccia a bossi, che adesso si fa vedere volendo sparare sui clandestini ( la solita butade leghista ), scoccia fini appiattito e nascosto da tutto e tutti.
    Il problema è se la sinistra riesca a presentarsi omogenea, dovendo far coabitare cattolici, comunisti, verdi, dipietristi, neo comunisti, socialisti, e chi ne ha più ne metta, con un progetto granitico.
    Le basi ci sono, i movimenti dovrebbero essere la base per elaborare un programma sentito e non nascondersi dietro la faccia di cossutta che ci racconta come l'aternativa dovrebbe essere fatta ( sono 70 anni che ci ammorba con la sua presenza )
    la morte è insopportabile per chi non riesce a vivere

  3. #103
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    Ti faccio presente che già si comincia a parlare di ribaltoni e rimpasti. Per quel che concerne il fatto di andare alle urne ribadisco che e' Ciampi che doveva muoversi, e questo per l'empeachment e per le turbe istituzionali del cavaliere nei confronti della magistratura, solo per questo concordo che gli altri motivi siano futili.

    Sulla questione che quando gade un governo si debba andare alle urne lo trovo corretto nel maggioritario, ma non nel proporzionale.

  4. #104
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    In Origine Postato da damps
    c'è un "piccolo" problema
    per Berlusconi in caso di dimissioni....

    che noi italiani staremo sicuramente meglio
    chiunque verrà dopo di lui
    (a meno che non sia Bossi)

    ma il signor Berlusconi... appena
    date le dimissioni...
    si dovrà presentare a Milano
    e non in villa ad Arcore...


    Chissà! Potrebbe essere il male minore. Un patteggiamento........e via!

  5. #105
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    Ciampi boccia la legge sulle tv
    "È incostituzionale, non la firmo"
    Il presidente pronto a non promulgare la riforma Gasparri
    di MASSIMO GIANNINI


    "ALTRO che Lodo, il vero problema è la legge sulle televisioni...". Mentre l'attenzione dei partiti e dell'opinione pubblica si concentra sulla firma concessa dal presidente della Repubblica al provvedimento di sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, sulle scrivanie del Quirinale c'è un'altra legge alla quale il Capo dello Stato è pronto a negare la sua firma. E' la riforma Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Il testo originario presentato dal ministro (al contrario del Lodo Schifani) è "manifestamente incostituzionale". Viola i principi del pluralismo. Se il Parlamento non lo emenderà, rispettando le sentenze della Consulta, stavolta Ciampi non lo promulgherà. E lo rinvierà alle Camere, aprendo un delicato conflitto politico-istituzionale.

    Per Berlusconi il "core business" dell'etere è non meno importante delle sue vicende giudiziarie. Qui in ballo c'è l'integrità del suo impero mediatico, che rischia di perdere una delle sue ammiraglie, Retequattro. "Quella legge va cambiata. Se passa nella formulazione originaria io non la firmo...". Ciampi lo ripete da giorni, a tutti gli interlocutori che sono andati a trovarlo sul Colle, anche nei momenti più roventi del dibattito sulla giustizia. La sua sembra un'impuntatura, o secondo alcuni una rivincita postuma che si prenderebbe nei confronti del Cavaliere, dopo avergli concesso il "salvacondotto" al processo Sme.

    Le cose stanno diversamente. Il Capo dello Stato ha segnalato da tempo il problema, al governo. Ne ha discusso riservatamente con i leader della maggioranza e dell'opposizione. Ma ora il nodo arriva al pettine. A metà di questa settimana, la riforma Gasparri riprende il suo cammino al Senato, in Commissione lavori pubblici. E il primo punto all'ordine del giorni sarà quello cruciale: si discuteranno e si voteranno gli emendamenti all'articolo 15, quello che riguarda i limiti antitrust ai titolari di concessioni radiotelevisive. E' il tema che tocca il portafoglio di Mediaset, e quindi quello che sta più a cuore al premier.

    Il testo originario presentato dal ministro delle Comunicazioni prevede, all'articolo 12, un generico "divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici": uno stesso concessionario, secondo questa norma "non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi". Questo limite è formalmente compatibile con i vincoli antitrust fissati dalla legge 249 del 1997. Ma sostanzialmente li aggira, applicando il tetto non più a un parametro certo e quantificabile, ma alle "risorse complessive del settore integrato delle comunicazioni".

    Una scelta che serve a tutelare i privilegi attuali e dunque a perpetuare i guasti del conflitto di interessi, come hanno scritto diversi costituzionalisti interpellati dal Colle, a partire da Alessandro Pace: "Il divieto di posizione dominante è fissato al 20% delle risorse complessive, ma gli 'ingredienti' che compongono il sistema sono tali e tanti che in sostanza il divieto è divenuto di più difficile applicazione: Retequattro e Telepiù nero continueranno ad utilizzare le frequenze terrestri; sono caduti tutti i limiti per l'acquisizione di quotidiani da parte di Mediaset. A parte ogni altra questione il disegno di legge è favorevole al mantenimento dello status quo...".

    Durante il dibattito alla Camera, l'Ulivo è riuscito a fare un blitz, approfittando di uno dei tanti momenti di distrazione del Polo. Un emendamento del diessino Giulietti ha cambiato la norma. Ne è uscito fuori il nuovo articolo 15, che ripristina il rispetto dei principi della legge 249/97 e prevede che "in nessun caso un soggetto privato può essere destinatario di più di due concessioni televisive in tecnica analogica". Se la legge passasse così, il Cavaliere dovrebbe vendere Retequattro (o trasferirla su satellite) come gli impongono da quasi quindici anni le leggi e la giurisprudenza costituzionale.

    Se la legge passasse così, Ciampi la firmerebbe, perché verrebbe ripristinato il rispetto dei principi del "pluralismo esterno" fino ad oggi violati, in un Far West dell'etere nel quale l'unico a guadagnarci è stato il presidente del Consiglio. Ma quasi sicuramente la legge non passerà così. "La ricambieremo al Senato", ha annunciato Gasparri, e con lui i plenipotenziari del premier nel settore televisivo.

    E ora che la legge è effettivamente arrivata al Senato per la seconda lettura, e la Commissione lavori pubblici ha approvato gli articoli da 1 a 9 più l'articolo 13, governo e maggioranza confermano: "Ripristineremo il testo originario". Mediaset non molla, Berlusconi non può darla vinta all'opposizione. E' convinto di avere dalla sua gli italiani, e continua a "usare" strumentalmente la vittoria ai referendum del '96: come sempre, per un "populista mediatico" l'investitura popolare conta più dei tribunali, delle leggi e della Costituzione.

    Ma stavolta, su questo nuovo tentativo di piegare le regole, il Quirinale è pronto a sbarrargli la strada. Ciampi ha fatto del "ritorno alla Costituzione", sul fronte televisivo, uno dei tratti salienti del suo settennato. Il 23 luglio 2002 ha trasmesso il suo primo e unico messaggio alle Camere, per sollecitare l'immediato recupero dei principi costituzionali del "pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione". Mai messaggio presidenziale è stato più snobbato.

    Oggi il Capo dello Stato intende far valere le sentenze della Corte costituzionale, sistematicamente ignorate dal legislatore, e adesso clamorosamente disattese dalla riforma Gasparri. La sentenza 420 del 1994 ha richiamato "il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all'informazione": quella pronuncia ha dichiarato incostituzionale il limite del 25% (pari a tre reti televisive) che la legge Mammì del '90 aveva previsto come massimo consentito a ciascun concessionario, con la motivazione che "non garantisce la livertà e il pluralismo informativo e culturale".

    La sentenza 155 del 2002 ha ribadito "l'imperativo costituzionale" secondo cui "il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione deve essere qualificato e caratterizzato, tra l'altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie... sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata": quella pronuncia ha quindi implicitamente confermato l'illegittimità della posizione degli operatori televisivi che possiedono più di due reti su scala nazionale.

    Poi c'è la sentenza 466 del 20 novembre 2002, l'ultima, quella che affronta direttamente la vicenda del limite delle due reti che ogni concessionario dovrebbe rispettare. Questa pronuncia fotografa un peggioramento del pluralismo informativo, visto che "dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private) e ciò non garantisce l'attuazione del principio del pluralismo informativo esterno". Ma soprattutto stabilisce che il regime transitorio dell'assetto radiotelevisivo (quello che ha permesso a Berlusconi di possedere tre reti private in tutti questi anni) "non può eccedere il termine del 31 dicembre 2003.

    Entro questa data, Mediaset deve vendere Retequattro, o trasferirla su satellite. Tutto dipende da quale riforma uscirà nel frattempo dal Parlamento. Per questo la settimana che si apre è diventata cruciale. La legge Gasparri, varata nella sua stesura iniziale, comporterebbe un nuovo aggiramento del giudicato costituzionale. Ecco perché, stavolta, Ciampi non può firmare. Lo strappo sarebbe palese.

    Il Capo dello Stato ha già esperito i suoi tentativi, con la formula consueta della "moral suasion", per convincere il Polo a cambiare il testo. A questo punto tutto è nelle mani del premier. Se vuole andare a una nuova sfida, può farlo. Ma stavolta deve sapere che il Colle sarà il suo Rubicone. Il Lodo Schifani "non è un problema" perché non era "manifestamente incostituzionale". Al contrario, la legge Gasparri "è un grosso problema" perché è "palesemente incostituzionale" e deve essere modificata. In caso contrario tornerà in Parlamento. E stavolta "senza la mia firma": più che una promessa, quella di Ciampi è una minaccia.

    (23 giugno 2003)

  6. #106
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    "ALTRO che Lodo, il vero problema è la legge sulle televisioni...". Mentre l'attenzione dei partiti e dell'opinione pubblica si concentra sulla firma concessa dal presidente della Repubblica al provvedimento di sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, sulle scrivanie del Quirinale c'è un'altra legge alla quale il Capo dello Stato è pronto a negare la sua firma. E' la riforma Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Il testo originario presentato dal ministro (al contrario del Lodo Schifani) è "manifestamente incostituzionale". Viola i principi del pluralismo. Se il Parlamento non lo emenderà, rispettando le sentenze della Consulta, stavolta Ciampi non lo promulgherà. E lo rinvierà alle Camere, aprendo un delicato conflitto politico-istituzionale.

    Per Berlusconi il "core business" dell'etere è non meno importante delle sue vicende giudiziarie. Qui in ballo c'è l'integrità del suo impero mediatico, che rischia di perdere una delle sue ammiraglie, Retequattro. "Quella legge va cambiata. Se passa nella formulazione originaria io non la firmo...". Ciampi lo ripete da giorni, a tutti gli interlocutori che sono andati a trovarlo sul Colle, anche nei momenti più roventi del dibattito sulla giustizia. La sua sembra un'impuntatura, o secondo alcuni una rivincita postuma che si prenderebbe nei confronti del Cavaliere, dopo avergli concesso il "salvacondotto" al processo Sme.

    Le cose stanno diversamente. Il Capo dello Stato ha segnalato da tempo il problema, al governo. Ne ha discusso riservatamente con i leader della maggioranza e dell'opposizione. Ma ora il nodo arriva al pettine. A metà di questa settimana, la riforma Gasparri riprende il suo cammino al Senato, in Commissione lavori pubblici. E il primo punto all'ordine del giorni sarà quello cruciale: si discuteranno e si voteranno gli emendamenti all'articolo 15, quello che riguarda i limiti antitrust ai titolari di concessioni radiotelevisive. E' il tema che tocca il portafoglio di Mediaset, e quindi quello che sta più a cuore al premier.

    Il testo originario presentato dal ministro delle Comunicazioni prevede, all'articolo 12, un generico "divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici": uno stesso concessionario, secondo questa norma "non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi". Questo limite è formalmente compatibile con i vincoli antitrust fissati dalla legge 249 del 1997. Ma sostanzialmente li aggira, applicando il tetto non più a un parametro certo e quantificabile, ma alle "risorse complessive del settore integrato delle comunicazioni".

    Una scelta che serve a tutelare i privilegi attuali e dunque a perpetuare i guasti del conflitto di interessi, come hanno scritto diversi costituzionalisti interpellati dal Colle, a partire da Alessandro Pace: "Il divieto di posizione dominante è fissato al 20% delle risorse complessive, ma gli 'ingredienti' che compongono il sistema sono tali e tanti che in sostanza il divieto è divenuto di più difficile applicazione: Retequattro e Telepiù nero continueranno ad utilizzare le frequenze terrestri; sono caduti tutti i limiti per l'acquisizione di quotidiani da parte di Mediaset. A parte ogni altra questione il disegno di legge è favorevole al mantenimento dello status quo...".

    Durante il dibattito alla Camera, l'Ulivo è riuscito a fare un blitz, approfittando di uno dei tanti momenti di distrazione del Polo. Un emendamento del diessino Giulietti ha cambiato la norma. Ne è uscito fuori il nuovo articolo 15, che ripristina il rispetto dei principi della legge 249/97 e prevede che "in nessun caso un soggetto privato può essere destinatario di più di due concessioni televisive in tecnica analogica". Se la legge passasse così, il Cavaliere dovrebbe vendere Retequattro (o trasferirla su satellite) come gli impongono da quasi quindici anni le leggi e la giurisprudenza costituzionale.

    Se la legge passasse così, Ciampi la firmerebbe, perché verrebbe ripristinato il rispetto dei principi del "pluralismo esterno" fino ad oggi violati, in un Far West dell'etere nel quale l'unico a guadagnarci è stato il presidente del Consiglio. Ma quasi sicuramente la legge non passerà così. "La ricambieremo al Senato", ha annunciato Gasparri, e con lui i plenipotenziari del premier nel settore televisivo.

    E ora che la legge è effettivamente arrivata al Senato per la seconda lettura, e la Commissione lavori pubblici ha approvato gli articoli da 1 a 9 più l'articolo 13, governo e maggioranza confermano: "Ripristineremo il testo originario". Mediaset non molla, Berlusconi non può darla vinta all'opposizione. E' convinto di avere dalla sua gli italiani, e continua a "usare" strumentalmente la vittoria ai referendum del '96: come sempre, per un "populista mediatico" l'investitura popolare conta più dei tribunali, delle leggi e della Costituzione.

    Ma stavolta, su questo nuovo tentativo di piegare le regole, il Quirinale è pronto a sbarrargli la strada. Ciampi ha fatto del "ritorno alla Costituzione", sul fronte televisivo, uno dei tratti salienti del suo settennato. Il 23 luglio 2002 ha trasmesso il suo primo e unico messaggio alle Camere, per sollecitare l'immediato recupero dei principi costituzionali del "pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione". Mai messaggio presidenziale è stato più snobbato.

    Oggi il Capo dello Stato intende far valere le sentenze della Corte costituzionale, sistematicamente ignorate dal legislatore, e adesso clamorosamente disattese dalla riforma Gasparri. La sentenza 420 del 1994 ha richiamato "il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all'informazione": quella pronuncia ha dichiarato incostituzionale il limite del 25% (pari a tre reti televisive) che la legge Mammì del '90 aveva previsto come massimo consentito a ciascun concessionario, con la motivazione che "non garantisce la livertà e il pluralismo informativo e culturale".

    La sentenza 155 del 2002 ha ribadito "l'imperativo costituzionale" secondo cui "il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione deve essere qualificato e caratterizzato, tra l'altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie... sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata": quella pronuncia ha quindi implicitamente confermato l'illegittimità della posizione degli operatori televisivi che possiedono più di due reti su scala nazionale.

    Poi c'è la sentenza 466 del 20 novembre 2002, l'ultima, quella che affronta direttamente la vicenda del limite delle due reti che ogni concessionario dovrebbe rispettare. Questa pronuncia fotografa un peggioramento del pluralismo informativo, visto che "dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private) e ciò non garantisce l'attuazione del principio del pluralismo informativo esterno". Ma soprattutto stabilisce che il regime transitorio dell'assetto radiotelevisivo (quello che ha permesso a Berlusconi di possedere tre reti private in tutti questi anni) "non può eccedere il termine del 31 dicembre 2003.

    Entro questa data, Mediaset deve vendere Retequattro, o trasferirla su satellite. Tutto dipende da quale riforma uscirà nel frattempo dal Parlamento. Per questo la settimana che si apre è diventata cruciale. La legge Gasparri, varata nella sua stesura iniziale, comporterebbe un nuovo aggiramento del giudicato costituzionale. Ecco perché, stavolta, Ciampi non può firmare. Lo strappo sarebbe palese.

    Il Capo dello Stato ha già esperito i suoi tentativi, con la formula consueta della "moral suasion", per convincere il Polo a cambiare il testo. A questo punto tutto è nelle mani del premier. Se vuole andare a una nuova sfida, può farlo. Ma stavolta deve sapere che il Colle sarà il suo Rubicone. Il Lodo Schifani "non è un problema" perché non era "manifestamente incostituzionale". Al contrario, la legge Gasparri "è un grosso problema" perché è "palesemente incostituzionale" e deve essere modificata. In caso contrario tornerà in Parlamento. E stavolta "senza la mia firma": più che una promessa, quella di Ciampi è una minaccia.

    (23 giugno 2003)






  7. #107
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Ciampi boccia la legge sulle tv
    "È incostituzionale, non la firmo"
    Il presidente pronto a non promulgare la riforma Gasparri
    di MASSIMO GIANNINI


    "ALTRO che Lodo, il vero problema è la legge sulle televisioni...". Mentre l'attenzione dei partiti e dell'opinione pubblica si concentra sulla firma concessa dal presidente della Repubblica al provvedimento di sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, sulle scrivanie del Quirinale c'è un'altra legge alla quale il Capo dello Stato è pronto a negare la sua firma. E' la riforma Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo. Il testo originario presentato dal ministro (al contrario del Lodo Schifani) è "manifestamente incostituzionale". Viola i principi del pluralismo. Se il Parlamento non lo emenderà, rispettando le sentenze della Consulta, stavolta Ciampi non lo promulgherà. E lo rinvierà alle Camere, aprendo un delicato conflitto politico-istituzionale.

    Per Berlusconi il "core business" dell'etere è non meno importante delle sue vicende giudiziarie. Qui in ballo c'è l'integrità del suo impero mediatico, che rischia di perdere una delle sue ammiraglie, Retequattro. "Quella legge va cambiata. Se passa nella formulazione originaria io non la firmo...". Ciampi lo ripete da giorni, a tutti gli interlocutori che sono andati a trovarlo sul Colle, anche nei momenti più roventi del dibattito sulla giustizia. La sua sembra un'impuntatura, o secondo alcuni una rivincita postuma che si prenderebbe nei confronti del Cavaliere, dopo avergli concesso il "salvacondotto" al processo Sme.

    Le cose stanno diversamente. Il Capo dello Stato ha segnalato da tempo il problema, al governo. Ne ha discusso riservatamente con i leader della maggioranza e dell'opposizione. Ma ora il nodo arriva al pettine. A metà di questa settimana, la riforma Gasparri riprende il suo cammino al Senato, in Commissione lavori pubblici. E il primo punto all'ordine del giorni sarà quello cruciale: si discuteranno e si voteranno gli emendamenti all'articolo 15, quello che riguarda i limiti antitrust ai titolari di concessioni radiotelevisive. E' il tema che tocca il portafoglio di Mediaset, e quindi quello che sta più a cuore al premier.

    Il testo originario presentato dal ministro delle Comunicazioni prevede, all'articolo 12, un generico "divieto di cumulo dei programmi televisivi e radiofonici": uno stesso concessionario, secondo questa norma "non può essere titolare di autorizzazioni che consentano di diffondere più del 20% dei programmi televisivi". Questo limite è formalmente compatibile con i vincoli antitrust fissati dalla legge 249 del 1997. Ma sostanzialmente li aggira, applicando il tetto non più a un parametro certo e quantificabile, ma alle "risorse complessive del settore integrato delle comunicazioni".

    Una scelta che serve a tutelare i privilegi attuali e dunque a perpetuare i guasti del conflitto di interessi, come hanno scritto diversi costituzionalisti interpellati dal Colle, a partire da Alessandro Pace: "Il divieto di posizione dominante è fissato al 20% delle risorse complessive, ma gli 'ingredienti' che compongono il sistema sono tali e tanti che in sostanza il divieto è divenuto di più difficile applicazione: Retequattro e Telepiù nero continueranno ad utilizzare le frequenze terrestri; sono caduti tutti i limiti per l'acquisizione di quotidiani da parte di Mediaset. A parte ogni altra questione il disegno di legge è favorevole al mantenimento dello status quo...".

    Durante il dibattito alla Camera, l'Ulivo è riuscito a fare un blitz, approfittando di uno dei tanti momenti di distrazione del Polo. Un emendamento del diessino Giulietti ha cambiato la norma. Ne è uscito fuori il nuovo articolo 15, che ripristina il rispetto dei principi della legge 249/97 e prevede che "in nessun caso un soggetto privato può essere destinatario di più di due concessioni televisive in tecnica analogica". Se la legge passasse così, il Cavaliere dovrebbe vendere Retequattro (o trasferirla su satellite) come gli impongono da quasi quindici anni le leggi e la giurisprudenza costituzionale.

    Se la legge passasse così, Ciampi la firmerebbe, perché verrebbe ripristinato il rispetto dei principi del "pluralismo esterno" fino ad oggi violati, in un Far West dell'etere nel quale l'unico a guadagnarci è stato il presidente del Consiglio. Ma quasi sicuramente la legge non passerà così. "La ricambieremo al Senato", ha annunciato Gasparri, e con lui i plenipotenziari del premier nel settore televisivo.

    E ora che la legge è effettivamente arrivata al Senato per la seconda lettura, e la Commissione lavori pubblici ha approvato gli articoli da 1 a 9 più l'articolo 13, governo e maggioranza confermano: "Ripristineremo il testo originario". Mediaset non molla, Berlusconi non può darla vinta all'opposizione. E' convinto di avere dalla sua gli italiani, e continua a "usare" strumentalmente la vittoria ai referendum del '96: come sempre, per un "populista mediatico" l'investitura popolare conta più dei tribunali, delle leggi e della Costituzione.

    Ma stavolta, su questo nuovo tentativo di piegare le regole, il Quirinale è pronto a sbarrargli la strada. Ciampi ha fatto del "ritorno alla Costituzione", sul fronte televisivo, uno dei tratti salienti del suo settennato. Il 23 luglio 2002 ha trasmesso il suo primo e unico messaggio alle Camere, per sollecitare l'immediato recupero dei principi costituzionali del "pluralismo, l'obiettività, la completezza e l'imparzialità dell'informazione". Mai messaggio presidenziale è stato più snobbato.

    Oggi il Capo dello Stato intende far valere le sentenze della Corte costituzionale, sistematicamente ignorate dal legislatore, e adesso clamorosamente disattese dalla riforma Gasparri. La sentenza 420 del 1994 ha richiamato "il vincolo, imposto dalla Costituzione, di assicurare il pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero, e di garantire il fondamentale diritto del cittadino all'informazione": quella pronuncia ha dichiarato incostituzionale il limite del 25% (pari a tre reti televisive) che la legge Mammì del '90 aveva previsto come massimo consentito a ciascun concessionario, con la motivazione che "non garantisce la livertà e il pluralismo informativo e culturale".

    La sentenza 155 del 2002 ha ribadito "l'imperativo costituzionale" secondo cui "il diritto di informazione garantito dall'articolo 21 della Costituzione deve essere qualificato e caratterizzato, tra l'altro, sia dal pluralismo delle fonti cui attingere conoscenze e notizie... sia dall'obiettività e dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata": quella pronuncia ha quindi implicitamente confermato l'illegittimità della posizione degli operatori televisivi che possiedono più di due reti su scala nazionale.

    Poi c'è la sentenza 466 del 20 novembre 2002, l'ultima, quella che affronta direttamente la vicenda del limite delle due reti che ogni concessionario dovrebbe rispettare. Questa pronuncia fotografa un peggioramento del pluralismo informativo, visto che "dalla previsione di 12 reti nazionali (di cui 9 private) si è passati a 11 reti (8 private) e ciò non garantisce l'attuazione del principio del pluralismo informativo esterno". Ma soprattutto stabilisce che il regime transitorio dell'assetto radiotelevisivo (quello che ha permesso a Berlusconi di possedere tre reti private in tutti questi anni) "non può eccedere il termine del 31 dicembre 2003.

    Entro questa data, Mediaset deve vendere Retequattro, o trasferirla su satellite. Tutto dipende da quale riforma uscirà nel frattempo dal Parlamento. Per questo la settimana che si apre è diventata cruciale. La legge Gasparri, varata nella sua stesura iniziale, comporterebbe un nuovo aggiramento del giudicato costituzionale. Ecco perché, stavolta, Ciampi non può firmare. Lo strappo sarebbe palese.

    Il Capo dello Stato ha già esperito i suoi tentativi, con la formula consueta della "moral suasion", per convincere il Polo a cambiare il testo. A questo punto tutto è nelle mani del premier. Se vuole andare a una nuova sfida, può farlo. Ma stavolta deve sapere che il Colle sarà il suo Rubicone. Il Lodo Schifani "non è un problema" perché non era "manifestamente incostituzionale". Al contrario, la legge Gasparri "è un grosso problema" perché è "palesemente incostituzionale" e deve essere modificata. In caso contrario tornerà in Parlamento. E stavolta "senza la mia firma": più che una promessa, quella di Ciampi è una minaccia.

    (23 giugno 2003)
    SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!

    Si è svegliato! Era un pò cher dormiva...er nonnetto...spreiamo che non lo imbottiscano (ancora?) di psicofarmaci...

  8. #108
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    In Origine Postato da FreeFlag
    Tralascio di rispondere alla prima parte del Suo message che non credo interessi a qualcuno per concentrarmi sulla Sua esilarante spiegazione.

    Dunque Berlusconi in quei 9-10 mesi di Governo, oltre a tutte le nefandezze che ha compiuto e che ancora compie, ha gettato le basi per una sorta di democrazia dinastica??!! Come dire: Mi dimetto italiani perché mi hanno trombato. Ma questi è il mio delfino...!

    Ma, mi dica, oltre alla Sua rispettabile opinione Lei avrà anche un qualche elemento concreto per affermare ciò. Non so... un pensiero di qualche politico, un articolo di un giornalino parrocchiale, anche un sermone del Vangelo secondo Repubblica può andar bene...

    Poi, sa, la mia vetustà mi impedisce di immaginare di quali rischi Lei stia parlando. Una chiarificazione sarebbe gradita.



    Circa Bossi concordo. Salvo sul fatto che non fu tanto stupido "la costola della sinistra"...

    Tralascia la parte del messaggio per la quale lei non ha elementi decenti per controbattere.

    E pensa che sulla seconda alla gente faccia difetto la memoria, sbagliandosi. E' la sua purtroppo a perdere colpi.
    Dopo il ribaltone di Bossi, Berlusconi voleva andare a votare, se lo ricorda? Ma Scalfaro rispose che poichè eravamo ancora una repubblica parlamentare doveva verificare se esistessero le condizioni per formare una nuova maggioranza di governo. Dopo i tira e molla di cui solo il suo boss è capace si arrivò a concordare un governo tecnico di cui Berlusconi poteva suggerire il nome del Presidente del Consiglio. Fu scelto Dini che nominò Mancuso, come lei non ricorda ministro della giustizia. In questo momento non ricordo chi fosse quello delle poste, ma ricordo che fu di stretta osservanza berlusconiana. Ricordo che Mancuso come prima cosa ordinò l'ispezione al pool mani pulite.

    Il governo doveva nascere con l'astensione di F.I. , ma poi il nostro innestò le sue giravolte e alla fine votò contro.
    Si informi, eventualmente tramite i quotidiani dell'epoca, non dai vostri storici che da Stalin hanno imparato moltissimo su come riscrivere la storia.
    mr

  9. #109
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    In Origine Postato da ScimmioneNudo
    Ti faccio presente che già si comincia a parlare di ribaltoni e rimpasti. Per quel che concerne il fatto di andare alle urne ribadisco che e' Ciampi che doveva muoversi, e questo per l'empeachment e per le turbe istituzionali del cavaliere nei confronti della magistratura, solo per questo concordo che gli altri motivi siano futili.

    Sulla questione che quando gade un governo si debba andare alle urne lo trovo corretto nel maggioritario, ma non nel proporzionale.
    in ogni modo, secondo la nostra Costituzione, siamo sempre una repubblica parlamentare anche con il maggioritario attuale. In caso di crisi il capo dello stato deve verificare se esiste un'altra eventuale maggioranza di governo.
    Nei fatti gli attuali schieramenti hanno tacitamente concordato di andare alle urne per evitare delegittimazioni di eventuali nuovi leader. Infatti la destra ha sempre contestato D'Alema e poi Amato perchè non espressi dalle urne. Ma naturalmente non abbiamo ancora verificato il possibile suo comportamento di fronte ad una simile eventualità.
    mr

  10. #110
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    In Origine Postato da afam
    Vedere Afam che usa le faccine è un piacere che annulla il SOLITO disgusto per la consueta defezione dei bananas da "certi" argomenti.

 

 
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