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  1. #71
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    Predefinito L'onu e l'imigrazione clandestina

    L'onu invece di occuparsi delle condizioni in cui versano gli immigrati clandestini nei loro paesi d'origine, si preoccupa se qualche apese tenta di regolare questi flussi di persone.
    Cioè non pensa perchè dei cittadini possano fuggire dai loro rispettivi paesi, se molti fuggono è perchè in quei paesi vige o la dittatura o una democrazia protetta dagli ex colonialisti, come l'Inghilterra e la Francia.
    Ed anocra moltissimi paesi africani ricevono migliaia di miliardi di aiuti in dollari e non si sa come le dittature usano quei soldi.
    L'onu se ne frega , la fao non ne parliamo, i media internazionali non fanno uno straccio di inchiesta , Santoro e Travaglio hanno il loro nemico preferito e se ne disinteressano e via così ,tutti a denunciare l'Italia, che invasa fino al collo, cerca in qualche modo, male, di regolare questo flusso ininterrotto di clandestini.
    Ci domandiamo perchè dobbiamo restare in un organismo che ci tratta male, dopo che versiamo un sacco di soldi?

  2. #72
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    Solo le quote possono evitare nuovi ghetti

    FERDINANDO CAMON

    Le domande che nascono vedendo tanti figli di immigrati nelle nostre scuole sono tre: se la loro presenza rallenti lo svolgimento delle lezioni; se si possano iscrivere alle nostre scuole così come arrivano o se debbano prima imparare l'italiano; se possano iscriversi dove vogliono, e cioè alla scuola più vicina, o se sia meglio distribuirli per quote, in modo che non ci siano più classi che hanno il 20 o il 30 o perfino il 40 per cento di studenti d’origine straniera. A Torino c'è addirittura una classe in cui gli studenti sono tutti stranieri. Questi sono problemi, per così dire, normali: nel mondo scolastico non c’è più l’asprezza che c’era quando si discuteva se fosse opportuno che i figli degli islamici, nelle nostre medie superiori, formassero classi separate per non essere mischiati con i figli, e soprattutto le figlie, dei cristiani. In quest’ultimo caso le conseguenze erano disastrose: se si accoglieva quella richiesta, si permetteva che nella nostra repubblica si formassero nuclei di civiltà separata e ostile. Noi cerchiamo l’integrazione con chi arriva, non possiamo accettare che chi arriva cerchi la separazione da noi.

    C’è a Mestre una scuola media che si chiama «Giulio Cesare», dove i genitori degli scolari italiani han deciso di boicottare la classe prima sezione G, perché ha un numero esorbitante di stranieri. Dunque sono i genitori ad accorgersi che i figli, nelle classi con tanti immigrati, non imparano niente. La settimana prossima l’assessore all’Istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, avrà un incontro su questi temi col ministro Gelmini. Speriamo che il ministro si convinca. Perché in ogni classe, dalle elementari alle medie superiori (l’università è un’altra cosa), l'insegnante regola l’avanzamento del programma sulla capacità di apprendimento dei più indietro. Se prima un argomento non è ben appreso dagli ultimi, l’insegnante non va avanti. Svolgere un programma è come costruire una casa: non puoi collocare i mattoni del primo piano se prima non hai piantato le fondamenta.

    Questo comporta che, dov’è forte la presenza di stranieri, lo svolgimento del programma va a rilento. Non perché i bambini stranieri siano meno dotati: non si tratta di doti, ma di basi. Anzitutto, basi linguistiche, e cioè possesso dell’italiano. Nelle superiori, ci sono ragazzi dell’est-europeo che rendono moltissimo, i romeni specialmente, perché per loro è facile superare il gap linguistico, che è ridotto, e superato quello vanno di corsa, spinti dalla poderosa «vis a tergo» che è la condizione di immigrati.

    I piccoli islamici, invece, sono bloccati dalla cattiva conoscenza dell’italiano, lingua per loro difficilissima. La lingua s’impara a scuola, tra gli amici e a casa. Se tra gli amici e a casa parla un’altra lingua, il ragazzo non imparerà mai bene l’italiano. Ci sono politici che rifiutano questo ragionamento, perché dicono che così si rallenta l’integrazione, in quanto si ritiene che quei bambini abbiano bisogno di una pre-scuola, da separati, prima della vera scuola, con i coetanei italiani. Come se quelli che arrivano da fuori fossero scolari di serie B.

    Questi politici sbagliano: prevedere che i figli degli immigrati, prima d’iscriversi alle nostre scuole, imparino l’italiano, non vuol dire ostacolare l’integrazione, ma favorirla. Non c’è integrazione con una civiltà senza la conoscenza della lingua in cui quella civiltà si esprime. Alle elementari c’è il problema dell’età: arrivano a iscriversi bambini di 8, 9, 10 anni. Non è opportuno iscriverli alla classe che gli spetta per età, è meglio iscriverli alla classe che gli spetta in base alla loro conoscenza dell’italiano. Ci sono quartieri dove l’immigrazione è così intensa che nelle scuole si arriva al 30 % di scolari immigrati, e anche di più. Succede nelle periferie. Nei centri, gli scolari sono italiani al 95%, o nella totalità. E’ così che si formano scuole di serie A e scuole di serie B. Non è una buona cosa. Meglio distribuire per quote gli immigrati, e non si dica che questo vuol dire peggiorare tutte le scuole: la presenza di immigrati è anche un arricchimento culturale, basta saperlo cogliere.

    tratto da http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...ione=&sezione=

  3. #73
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    ITALIA-LIBIA: NUCARA (PRI), BERLUSCONI DA’ PRESTIGIO AL PAESE

    (AGI) - Roma, 31 ago. - Francesco Nucara, segretario del Pri, considera “un successo per l’Italia e l’Occidente” l’accordo con la Libia firmato ieri dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “Sulla politica estera”, ha detto Nucara in una nota, “viene confermata una linea che ha da tempo il consenso dei repubblicani. Nel caso dell’intesa raggiunta con Gheddafi, Berlusconi aumenta il prestigio internazionale dell’Italia e contribuisce alla normalizzazione dei rapporti con la Libia a tutto interesse del mondo occidentale”. (AGI)

    Com/Sab

    tratto da http://www.stato-oggi.it/archives/00082401.html

  4. #74
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    L'Europa sbugiarda i sepolcri imbiancati della sinistra italiana

    Scritto da Carlo Panella

    giovedì 04 settembre 2008 - Le misure sui Rom non sono discriminatorie, impronte incluse
    Il solito autogol: nella mattinata di giovedì, Michele Cercone, portavoce di Jacques Barrot, Commissario alla giustizia alla libertà e alla sicurezza dell'Unione Europea, ha comunicato alla stampa la piena condivisione delle norme emesse dal governo Berlusconi sui Rom sono perfettamente in linea con l'Europa: ''L'attenta analisi del documento ha consentito di constatare che né le ordinanze né le linee direttrici né le condizioni di esecuzione delle misure prese autorizzano la raccolta di dati relativi all'origine etnica o alla religione delle persone censite. Anche la raccolta delle impronte digitali viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo. Un sistema valido in particolare per i minori nei confronti dei quali questi rilievi vengono effettuati solo nei casi strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione".
    Dunque, gli allarmi, i pericoli Auschwitz e tutto quel monte di cretinate che per mesi ha occupato le prime pagine dei giornali italiani e della intellighentsja nostrana erano semplicemente balle, invenzioni, fuffa. Peggio, erano volutamente balle, invenzioni, fuffa, perché distorcevano la realtà delle misure prese, offrivano all'opinione pubblica informazioni false e distorte.
    Una buona lezione, purtroppo senza esito. La sinistra italiana ormai è questo: accuse false all'avversario, demonizzazione, nessuna o poche proposte.

    Carlo Panella - http://www.carlopanella.it

    tratto da http://www.legnostorto.com/index.php...=view&id=22752

  5. #75
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    L'Europa e gli immigrati
    Non c'è bisogno di una società a compartimenti stagni

    Il Partito repubblicano può rivendicare, nei confronti del problema dell'immigrazione clandestina, una posizione storica che ha evidenziato tempestivamente un nodo serissimo per quella che sarebbe stata l'Italia del futuro. E' vero che allora la maggioranza delle forze del paese e il sostegno della Chiesa cattolica hanno impedito che si realizzassero misure adeguate a prevenire e limitare quel fenomeno. Per questo ci sentiamo in dovere di ricordare all'onorevole Veltroni, o a chi per lui, che se c'è un rischio di razzismo in Italia questo si deve all'incapacità di fronteggiare debitamente il fenomeno migratorio negli anni, lasciando fermentare quelle condizioni di malessere sociale di cui oggi si pagano gli amari frutti.

    Non per questo però pensiamo che ora si possa usare la ramazza e risolvere con questa tutti i problemi. Perché le politiche di integrazione europea facilitano la circolazione delle persone, e quindi determinate barriere – magari ancora utili subito dopo il crollo del muro di Berlino per contenere la spinta di masse provenienti dall'Est europeo - oggi sono del tutto superflue. Possiamo preoccuparci di contenere con un certo rigore la pressione delle popolazioni dell'Africa e dell'Asia, ma con rumeni, bulgari, slavi, e quanti altri appartengono al vecchio Continente, dobbiamo cambiare registro. Il veto dell'Unione europea sull'espulsione dei cittadini comunitari è eloquente a proposito.

    E se il ministro Maroni sostiene che il reato di immigrazione clandestina rimane, è anche vero che questo reato non può essere esteso a detti cittadini comunitari. Per questo non capiamo come il ministro degli Interni voglia orientarsi quando dice, a proposito dei Rom, che "essi non possono essere espulsi, ma che coloro che sono privi di residenza non potranno comunque rimanere". Non vorremmo che la brillante performance del ministro degli Interni si incartasse su questo scoglio, rovinando miseramente. In attesa che il ministro Maroni ci chiarisca le idee sul da farsi - più di quanto sia riuscito con una sua intervista alla "Stampa" venerdì scorso - esprimiamo una certa perplessità a proposito dell'iniziativa leghista sulle classi separate.

    La proposta non ci convince e non perché riteniamo che sia improprio aiutare i bambini stranieri con l'insegnamento della lingua. Pur non capendo come farebbero tra di loro detti bambini, non italiani, visto che le origini potrebbero essere molto diverse, dal piccolo indù allo slovacco o altro. E nemmeno saremmo in grado di dire con assoluta certezza, come pure fa il professor Tullio De Mauro, che il multiculturalismo è utile al rendimento scolastico. Su tutto questo non abbiamo particolari idee.

    Temiamo solo una cosa, quale la società a compartimenti stagni. Vorremmo evitarla. In proposito la nostra terapia, già consigliata e proposta dagli anni ‘90 del secolo scorso, era semplice: contenere gli ingressi e consentire l'integrazione a tutti i livelli e il più rapidamente possibile. L'idea che ci siano delle classi differenziate per bambini stranieri non ci piace. Ci ricordano i ghetti. Si limitino gli accessi, e si accolgano tutti coloro che del nostro paese rispettano le leggi, senza discriminazioni.

    Roma, 17 ottobre 2008

    tratto da http://www.pri.it/new/

  6. #76
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    IMMIGRATI: NUCARA(PRI), D'ACCORDO CON FINI. PROPOSTA LEGA EMOTIVA

    (ASCA) - Roma, 9 gen - ''La proposta della Lega e' dettata piu' dall'emotivita' che dalla razionalita'''.

    Cosi' il segretario del Pri Francesco Nucara ha commentato l'ipotesi di una fideiussione per l'avvio di attivita' da parte degli immigrati.

    ''I repubblicani - ha aggiunto - sono d'accordo con le parole del presidente della Camera, Fini''.

    min/mcc/lv

    tratto da http://sfoglia.ilmattino.it/mattino/...ile=obj_20.xml

  7. #77
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    Questione immigrati
    L'Italia ha bisogno di soluzioni razionali e non emotive

    La proposta avanzata dalla Lega di una fideiussione di diecimila euro per gli immigrati che vorrebbero iniziare un'attività lavorativa in Italia, non è una proposta "razzista", come pure si è precipitato ad accusare, senza riflettere, il Partito democratico o chi lo dovrebbe rappresentare. Si tratta semmai di una proposta dettata dalla paura. Ma, se non si sa far fronte alla paura, il razzismo può facilmente diffondersi nelle pieghe di una società in difficoltà come la nostra.

    Il problema è appunto comprendere che il paese si trova in difficoltà e, quando si è in tale stato, possono essere avanzate anche soluzioni sbagliate. Nel caso specifico, tassare l'avvio di un'attività produttiva in Italia così pesantemente, quale che sia, è profondamente sbagliato, anche perché si può dissuadere un immigrato onesto ad intraprenderla, quando si dovrebbe semmai dissuadere l'attività criminale. Ma, anche sotto il profilo dell'economia generale, è bene che sorgano nuove attività e che si dia sbocco ad una maggiore concorrenza sul nostro territorio. La Lega sembra invece preoccuparsi di difendere i diritti acquisiti, di tutelare chi potrebbe essere messo in difficoltà non sul piano della illegalità, ma della legalità, visto che gli immigrati possono benissimo mostrarsi più capaci, più vogliosi, più abili dei nostri imprenditori.

    Abbiamo visto come il Nord si sia scoperto fragile e come la Lega voglia difenderlo, ma non è detto che la difesa sia sufficiente ad evitare una disfatta: il mercato si allarga, nuovi soggetti si presentano e, se si mostrano determinati, non li piegheranno nemmeno le tasse. In ogni caso l'ipotesi leghista è già stata superata, ma sarebbe un errore sottovalutarla, proprio per le preoccupazioni e i timori di cui è portatrice.

    Soprattutto non dobbiamo dimenticarci di un'emergenza immigrazione pressante sul nostro paese, con tutti i risvolti che può procurare. In questi giorni abbiamo visto le manifestazioni pro Gaza svolgersi un po' in tutta Europa, ma anche da noi: episodi che ci hanno mostrato come il nostro Continente sia popolato da un gran numero di arabi e islamici che si riversano nelle strade con tradizioni e costumi molti diversi dai nostri. Basta pensare alla grande preghiera in Piazza del Duomo, che poi si è ripetuta in altri luoghi all'aperto, a dimostrazione di un'orgogliosa presenza che si richiama ad un'altra cultura, ad un'altra civiltà. Ma non è detto che necessariamente la diversità debba originare un conflitto. Può anche darsi che si possano armonizzare peculiarità e trovare il modo per fare convivere tradizioni e costumi lontani fra loro. Ma la gestione dei flussi migratori, almeno fino ad oggi, ha lasciato la nostra società impreparata all'accoglienza e al confronto con i problemi che questa comporta. Lo diciamo in particolare alla sinistra italiana e alla Chiesa, due soggetti convinti, a lungo, che l'Italia e l'Europa potessero mostrarsi ospitali verso di tutti i bisognosi del mondo. Ma che ora scoprono una realtà ben più amara. La Lega, che ha invece sempre visto bene questo fenomeno, sembra essere oramai preda di una fobia. Ma per reggere ad una crisi come quella che ci sta investendo occorre dare prova di razionalità e non certo di emotività inconsulta.

    Roma, 12 gennaio 2009

    tratto da http://www.pri.it/new/

  8. #78
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    Tasse sugli immigrati
    Quando non si può dare torto agli argomenti dei vescovi

    "Una tassa che è meglio definire balzello verso una categoria già poco tutelata". Con queste parole monsignor Gianromano Gnesotto, responsabile per gli immigrati e i profughi in Italia della Fondazione Migrantes - che è organismo della Cei - ha polemizzato con l' intenzione del governo italiano di fare pagare il diritto di soggiorno nel nostro paese agli immigrati.

    Monsignor Gnesotto sottolinea che l'Italia "ha bisogno, ha avuto bisogno e avrà bisogno anche in futuro" di lavoratori stranieri; e che, "nell'attuale congiuntura economica, probabilmente ci sarà bisogno di maggiore flessibilità anche per quanto riguarda la domanda di immigrati, ma non ci si può dimenticare che occupano settori di fatto lasciati scoperti dagli italiani".

    Abbiamo riproposto tali argomentazioni perché ci sembrano degne di una riflessione approfondita, considerando un tema di questa delicatezza ed importanza. Ci siamo chiesti poi se, per quanto la Chiesa possa sentirsi minacciata da un'eventuale diffusione sul territorio di un'immigrazione con connotati religiosi così diversi da quelli cristiani - ci era parsa colpita dalle preghiere islamiche in Piazza del Duomo - decida comunque di non fare niente per contrastare tale minaccia. Anzi, nelle parole di monsignor Gneosotto non c'è alcuna preoccupazione per la provenienza religiosa e culturale degli immigrati, semmai per la loro capacità professionale, tanto che egli sottolinea come una difficile congiuntura economica richieda nuova forza lavoro.

    Su questo è difficile dargli torto, perché se il paese ha bisogno di uno sviluppo ulteriore, occorrerà maggiore competitività e maggiore intraprendenza nel campo economico. Se ci chiudiamo nella difesa delle nostre piccole aziende, c'è da temere che non ci sarà crescita e nemmeno una tenuta dei settori aziendali già in difficoltà. Proprio per questo ci siamo opposti subito all'idea di una fideiuissione di diecimila euro per gli immigrati che vogliono aprire un'attività imprenditoriale in Italia. Questa non solo sarebbe cosa arbitraria, ma anche controproducente. Se non si possiede quella cifra - come non se ne possiede nemmeno una minore per la tassa di soggiorno o la cittadinanza - non ci si assicura l'espulsione degli immigrati dal nostro territorio, quanto una loro ricerca di denaro con mezzi illeciti. Il segretario nazionale del Pri, parlando a "La Sette", ha detto che in questa maniera li si incoraggia al furto. E avrebbe davvero del paradossale applicare delle leggi per tutelare la legalità e scoprire che queste, invece, spingono alla criminalità.

    "Imponendo leggi contro gli immigrati – scrive Massimo Franco sul "Corriere della Sera" - Umberto Bossi scava un fossato culturale scivoloso fra governo e Chiesa cattolica". Ma qui il problema è un altro: si rischia di deprimere la crescita economica del paese e, al contempo, alimentare l'attività criminale. Ed è curioso che chi ha sempre criticato l'Europa - come la Lega, appunto - ora si appelli alle leggi europee per difendere le proprie. Se non altro perché l'immigrazione in Europa è meglio controllata che in Italia, dove si pensa ad una multa contro i clandestini invece che il carcere. Il che significa che i clandestini resteranno a piede libero e soprattutto saranno preoccupati di trovare il denaro che non hanno. A meno che non li si depredi alla frontiera dei loro pochi beni e li si getti in mare. Però, poi, non è che si può anche dare torto ai vescovi.

    Roma, 15 gennaio 2009

    tratto da http://www.pri.it/new/

  9. #79
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    Immigrazione: chiudiamo momentaneamente le frontiere

    Ogni volta che la problematica dell'immigrazione mi tocca da vicino, sia per contatti diretti con persone immigrate nell'ambito lavorativo ed in quello sociale, sia per le discussioni riguardanti queste tematiche che nascono fra amici e conoscenti, mi ritrovo a dover lottare fra l'istinto e la ragione.
    L'impulso proveniente dalle viscere, ovvero l'istinto, mi riporta alla memoria quegli insegnamenti di carità e di assistenzialismo che la maggior parte di noi ha ricevuto nell'infanzia e nella prima adolescenza frequentando il catechismo cattolico.
    Al primo impatto giudico tutte quelle persone che si ritrovano in terra straniera, per ragioni legate alle precarie condizioni socio-economiche dei loro paesi d'origine, come degne d'aiuto generoso ed incondizionato.
    Confesso che questo metro di giudizio ha padroneggiato nel mio essere per diversi anni, poi, l'esperienza quotidiana e la volontà di analizzare obbiettivamente il fenomeno hanno creato le basi per cui un metodo più razionale d'approccio al problema potesse manifestarsi.
    Così, addentrandomi nelle innumerevoli sfaccettature del caso, prese forma quel principio che ancora oggi ritengo valido: il buonismo non sempre si trasforma in bene.
    Non bisogna dimenticare questo concetto se si vuole realmente aiutare queste persone, perché la nostra nazione non è una fonte in grado di dissetare l'umanità intera, ma possiede una piccola riserva d'acqua, che se ben gestita può dare sopravvivenza ad un numero limitato di persone.
    Ogni stato, ogni paese, ogni luogo delimitato da confini possiede una certa capienza che va rigorosamente rispettata se si vuole garantire a chi la occupa un gradevole soggiorno.
    Dobbiamo impiegare le nostre forze nello studio di questa capienza, per capirne l'entità e per scoprire quanti nuovi occupanti potranno stabilirsi in essa trovandosi a loro agio.
    C'era una corrente di pensiero che vedeva negli immigrati un'indispensabile risorsa di forza lavoro, che avrebbe trovato impiego nei mestieri di manovalanza ormai ripudiati dai giovani italiani; ma oggi non ha più ragion d'esistere, perché la crisi economica mondiale risentita anche nel nostro paese, sta gravando in modo particolare proprio in quei settori: edilizia, metalmeccanica, agricoltura.
    Ormai non si tratta più di capire se ci sono posti di lavoro per gli stranieri, ma se ce ne sono per gli italiani.
    C'è poi la piaga di quegli immigrati che creando un'attività lavorativa in terra italiana decidono di non rispettare le nostre leggi, praticando l'evasione dai permessi e dalle tasse, il mancato rispetto delle norme di sicurezza, lo sfruttamento minorile; provocando concorrenza sleale nei confronti delle già precarie imprese autoctone.
    Prendendo in considerazione questa realtà attuale, quante nuove persone potremo accogliere garantendogli un lavoro, una casa, il minimo indispensabile per una vita dignitosa?
    Dobbiamo avere il coraggio di porci dei limiti, perché dire ai bisognosi che possiamo aiutare realmente solo qualcuno è meno atroce dell'utopia di voler aiutare tutti.
    E' da queste considerazioni che traggo la seguente conclusione: chiudiamo le frontiere per un periodo medio/breve di circa due anni, per contarci e per capire quanti cittadini può effettivamente ospitare l'Italia, e per decidere finalmente quali regole potranno garantire una serena convivenza.

    Valentino Calbucci

    Federazione Giovanile Repubblicana - Gambettola

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/18240

 

 
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