Presto un viaggio del ministro dell'Interno nel Paese maghrebino
ROMA - La Padania lo scrive da settimane e giorno dopo giorno, si fa sempre più chiaro cosa stia dietro l’anomala ondata di partenza di carrette del mare dalle coste della Libia: ricattare l’Italia per incassare benefici economici e magari anche l’agognato ritiro dell’embargo deciso da Gran Bretagna e Stati Uniti.
Ieri il ministro dell’Interno Beppe Pisanu ha annunciato trionfalmente che sono state « concordate con la Libia iniziative concrete per contrastare il traffico di clandestini».
Il numero uno del Viminale, annunciando un suo prossimo viaggio a Tripoli, ha definito la Libia «un paese amico, sulle cui frontiere premono migliaia e migliaia di disperati provenienti da ogni parte del continente africano e da quello asiatico».
E, cortesia per cortesia, dichiarazioni analoghe sono arrivate a stretto giro di posta da parte del regime del colonnello Gheddafi. «Stiamo con Europa e con Italia per risolvere il problema gravissimo dell’immigrazione. Esso danneggia ancor di più la Libia, forse, dell’Europa perché, per una minoranza che si imbarca, una grande maggioranza rimane sul suolo libico». Lo dichiara all’Ansa, senza riserve, un rappresentante del ministero degli esteri libico, Hassuna Al Shaush, al Cairo per partecipare ad una riunione di ministri arabi dell’informazione presso la Lega Araba.
«Il primo ministro e il ministro della giustizia libico - sottolinea Al Shaush - hanno rivolto un invito al ministro degli interni italiani perchè venga in Libia per esaminare possibilità di cooperazione in vari settori, uno dei quali è quello dell’immigrazione».
Ma in cosa si dovrebbe tradurre questa cooperazione: semplice, nell’abolizione dell’embargo.
«Sia chiaro - si affretta però a premettere Al Shaush, parlando a nome del suo governo - : la richiesta di abolizione dell’embargo per garantirci i materiali e i mezzi necessari a combattere questa lotta non è una condizione che noi poniamo. Noi siamo cooperativi e vogliamo comprare da noi quello che ci serve, non vogliamo regali, ma l’embargo ce lo impedisce. Noi non vogliamo armi, e non siamo assolutamente interessati ad armamenti - sostiene enfasi quanto meno sospetta, il responsabile libico -, vogliamo equipaggiamenti e strumenti di controllo e di sorveglianza, guardacoste che non sono affatto armi».
Il problema è quello delle “dual use technologies”, motori e pezzi di ricambio, ovvero mezzi di trasporto che pur essendo destinati ad usi civili possono essere impiegati per scopi militari, e consentire la riparazione di unità o aerei da guerra che i libici hanno inattivi dal 1992, proprio in seguito all’embargo internazionale per l’affare Lockerbie deciso da Usa e Gran Bretagna, che non ha più consentito l’importazione di pezzi di ricambio. E ieri è arrivata una prima, glaciale, risposta da parte inglese ad un’ipotetica revisione dell’embargo: «Prima aspettiamo i risultati della missione programmata dalla Ue nel paese nord-africano». Loro non si fidano. E fanno bene, con buona pace del ministro Pisanu...».




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