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    Tradotto dopo 20 anni un testo fondamentale sugli indoeuropei di Haudry
    Ma i popoli europei hanno un solo “padre”
    di Alberto Lombardo

    Dopo anni di attesa, vede la luce in questi giorni la versione italiana di “Les Indo-Européens”, il saggio di Jean Haudry sui nostri antichi progenitori che ha avuto, dalla sua prima edizione francese nel 1981, traduzioni in inglese, tedesco, serbo-croato, greco e portoghese. Questi dati già indicano l’importanza del volume: pochi altri testi su questi argomenti hanno visto così tante traduzioni in pochi anni. La versione in italiano, per i tipi delle Edizioni di Ar, è oltretutto corredata da numerose illustrazioni fuori testo che impreziosiscono il volume. Non è facile riassumere brevemente i pregi del libro, che a uno stile godibilissimo e piacevole associa una precisione minuziosa e soprattutto una sorprendente padronanza di tutti gli argomenti trattati. Leggendo, si ha l’impressione di trovarsi su un elevato torrione dal quale si possono abbracciare, con lo sguardo, tutti gli ampli territori della ricerca: la lingua, la mentalità, la vita materiale, l’organizzazione sociale, il senso del tempo e del divino degli Indoeuropei.
    Il grande fascino è poi dato dall’argomento: si tratta dello studio di quei popoli, dalla cui divisione sortirono le varie “nazionalità” indoeuropee, vale a dire i Celti, i Germani, gli Slavi, i Balti, i Romani, i Greci, gli Indiani, i Persiani... Tutti questi popoli mantennero, in modi diversi, numerose tracce comuni, tanto nelle lingue quanto nella mitologia, nelle espressioni poetiche, nel sistema di pensare il mondo e la società (secondo una tripartizione tracciata principalmente da Georges Dumézil).
    È per questi motivi che avvicinarsi allo studio degli antichi avi Indoeuropei è tanto affascinante: si perde, oltretutto, il senso angusto del confine nazionale, avvertito come barriera di civiltà: ciò che costituisce la “patria”, avendo assunta una tale visuale, è piuttosto la comunità con la quale si condividono le origini.
    Allo stesso tempo, particolare importanza ha il rivolgersi alle proprie specificità indoeuropee, a ciò che rende caratteristici e particolari tutti questi popoli, li differenzia dagli altri, costituisce il discrimine tra un modo di essere e di sentire il mondo, e altri modi, ugualmente legittimi ma sostanzialmente stranieri.
    Per quanto attiene la spiritualità, Haudry così scrive dell’animo indoeuropeo: “Essendo pluralista e diversificata, la religione indoeuropea è per sua natura tollerante; anziché impegnarsi nel proselitismo, ciascun gruppo custodisce gelosamente i proprî dèi, riti e formule”. Un rapporto col divino fatto di prassi e non di teoria, o meglio “di opere, e non di fede”.
    Anche un altro tema centrale nella ricerca linguistica e archeologica è sciolto con estrema precisione e con rigore “tradizionale” da Haudry: quello della localizzazione della patria originaria, l’Urheimat. Così, dopo aver passato sinteticamente in rassegna le varie ipotesi che la dottrina contemporanea ha sostenuto, circa la terra di origine, egli scrive senza mezzi termini: “Numerosi indizi ci inducono a ricercare assai più a nord la regione in cui si formarono i popoli indoeuropei e varie tradizioni concordano su questo punto”, vale a dire una terra circumpolare. Per una serie di ragioni, ciò comporta anche una datazione diversa dagli altri studiosi circa la formazione del popolo comune: Haudry si riferisce così al Paleolitico superiore. Raccomandiamo dunque questo libro tanto ricco quanto interessante a tutti coloro che vogliano dare una risposta agli incessanti interrogativi: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”.
    Jean Haudry, “Gli Indoeuropei”, traduzione di Fabrizio Sandrelli, 16 illustrazioni, lire 40.000, Edizioni di Ar (tel. 089 221226).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #12
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    È uscita l’edizione francese di un saggio epocale
    di Lothar Kilian sulla provenienza degli Indoeuropei
    Lungo viaggio nel tempo verso l’Origine
    di Alberto Lombardo

    Pochi libri hanno un’importanza e un significato epocali come quei rari che, con chiarezza di vedute e di panoramica, ci riportano indietro nel tempo sulle tracce del nostro più remoto passato. E fra questi uno dei più significativi dal dopoguerra a oggi è senza alcun dubbio un libro uscito nella sua prima versione in tedesco nel 1983 con il titolo “Zum Ursprung der Indogermanen” (“Sull’origine degli Indoeuropei”).
    Il libro, come notava l’autore Lothar Kilian nella premessa che ne apriva la seconda edizione tedesca, aveva riscosso un certo interesse anche all’estero, specie in Belgio e in Francia. Fu proprio uno specialista d’oltralpe di alto livello come Jean Haudry, il direttore della prestigiosa rivista Etudes Indo-Européennes, a comprendere appieno il valore del libro di Kilian.
    La bella edizione francese, uscita purtroppo postuma due mesi fa per le edizioni Le Labyrinthe (Kilian è deceduto nel 1999), è introdotta proprio da Haudry, che, dopo aver sottolineato l’enorme merito dell’autore di avere riportato in auge la tesi dell’origine paleolitica dell’etnia indoeuropea, richiamandosi agli autori che prima di Kilian avevano proposto tale periodizzazione scrive: “I diversi autori concordavano nell’attribuire agli Indoeuropei il tipo razziale nordico, non solo coloro che, alla stregua di Kossinna, li situavano nel Nord della Germania, ma anche gli stessi che li volevano venuti dall’Asia come Koppers e lo studioso di razze Von Eickstedt”; e conclude scrivendo che “lo studio recente dei corpi mummificati del bacino del Tarim, tra i quali si osserva la presenza di individui di caratterizzato tipo nordico, e circa i quali vi è concordia nel considerarli gli antenati dei Tocarî, conferma pienamente questa intuizione. Ciò non gioca certo in favore di un’origine asiatica degli Indoeuropei: la similitudine tra i loro tessuti e quelli dei Celti conferma l’origine occidentale che si attribuisce peraltro alla lingua tocaria in base a concordanze significative con numerose lingue d’Europa. Ma ciò conferma le molteplici attestazioni di un ‘tipo ideale’ conforme in tutto e per tutto al tipo nordico, tanto nelle regioni in cui tale tipo è al giorno d’oggi minoritario, quanto laddove è rimasto dominante”.
    Queste parole rendono bene l’idea del contenuto e del significato del libro di Kilian: un’organica esposizione di dati linguistici, archeologici, antropologici e comparativi che contribuiscono, come elementi assemblati in un grande telescopio, a fornirci una visione complessiva del nostro più remoto passato. Mettendo le ali alla memoria interiore, ci pone a cospetto di quella patria nordica originaria dalla quale provennero in tempi arcaici i nostri antenati per invadere il mondo, portando seco, con la lingua, l’intera civiltà bianca. Al tempo stesso è un’apertura di visioni sulla forma di quel tipo umano da cui sorsero le diverse nazionalità indoeuropee.
    A corredare il volume è un ricchissimo apparato iconografico di quasi 70 pagine di tabelle, mappe e carte geografiche che aiutano notevolmente il lettore a orientarsi nella ricca esposizione e nella ponderosa bibliografia.
    “De l’origine des Indo-Européens” (questo è appunto il titolo francese del libro) riveste un’importanza epocale proprio perché, in un certo senso, è un libro che ci serviva più che mai: serve soprattutto per riaffermare a chiare lettere l’importanza della propria specificità di bianchi ed Europei contro la tempesta di falsità e menzogne (progressiste, “umanitarie” ed egalitarie) che vorrebbero riservare al mondo un destino di forzata promiscuità fra tutti i popoli e tutte le culture. Un mondo cioè sempre più uniforme e meccanizzato, e sempre più desolatamente uniculturale.
    Questo libro rappresenta così in definitiva un’affermazione coraggiosa (e - purtroppo - quasi solitaria) di quanto luminose siano le nostre lontane origini, così lontane che di esse i più hanno perduto non solo la memoria, ma addirittura lo stesso sentimento.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #13
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    A. Orsucci, «Ariani, indogermani, stirpi mediterranee: aspetti del dibattito sulle razze europee (1870-1914)»,






    1. I progressi dell’antropologia fisica, disciplina soggetta ad impetuoso sviluppo negli ultimi decenni del secolo scorso, suscitano ampie e accanite discussioni, di cui resta traccia, all’epoca, nei più diversi ambiti disciplinari. Il confronto sulle etnìe e sugli ‘indici cefalici’ finisce per ripercuotersi, ad esempio, anche nel campo delle interpretazioni del mondo ellenico. Nel 1875 Nietzsche, intento a far vedere quanto sia vacua la Grecia classica e ‘rassicurante’ di filologi e wagneriani, sostiene perentorio l’origine ‘mongolica’ dei Greci [1]. Naturalmente non lavora d’immaginazione, ma trascrive fedelmente quanto trova nel testo di un erudito inglese, J. W. Draper, allora alquanto noto [2]. Nel 1896 Vacher de Lapouge, banditore della supremazia ‘nordica’, presenta invece i Greci come ‘dolicocefali biondi’ di discendenza ariana [3]. A sua volta Angelo Mosso osserva, alcuni anni dopo, quanto poco riesca la scienza a "provare, come vuole il Lapouge, che gli Elleni appartenessero ad una razza che veniva dal Nord" [4]. La tesi proposta, anche in questo caso, assomiglia tuttavia, più che a un’ipotesi scientifica, a una professione di fede: "L'antropologia ci mostra che i Greci antichi [...] appartenevano alla razza mediterranea" [5].

    Dopo il 1870-71, come conseguenza del conflitto tra francesi e tedeschi, divampa all’improvviso, in tutto il continente, la discussione sulla ‘razza’ e sui fondamenti ‘etnici’ della civiltà. Si moltiplicano, a partire da questa data, gli sforzi per decifrare "l’oscuro caos dell’etnologia primitiva dell’Europa" [6], andando alla ricerca di ascendenze razziali nobili, cercando di stabilire, tra celti e germani, tra ariani e slavi, tra popoli nordici e stirpi mediterranee, gerarchie e rapporti di filiazione che sappiano legittimare, grazie ai risultati della scienza antropologica, ambizioni egemoniche e bòrie nazionalistiche. Nel dibattito, aspro e confuso, le prese di posizione di naturalisti e scienziati, anch’esse non estranee, come attestano sia Virchow che de Quatrefages, alle esigenze del momento [7], si intrecciano alle riflessioni di filologi, archeologi e glottologi come Paul Kretschmer, Salomon Reinach e Sophus Müller, e si confondono poi con i proclami e le ‘rivelazioni’ che annunciano, con voce altisonante, letterati e ‘filosofi’ al seguito di Karl Penka, di Giuseppe Sergi o di G. Vacher de Lapouge.

    La confusione delle lingue, nella disputa sulla ‘questione ariana’, cresce ben presto a dismisura. Nello sforzo di mostrare che gli ariani non sono "soltanto una costruzione dello spirito" [8], antropologi e antichisti ‘scoprono’ la loro patria d’origine nelle terre più diverse, ritrovandola, di volta in volta, nella penisola scandinava o nella regione baltica, nelle steppe della Russia meridionale o nell’Europa centrale. I "romanzi preistorici" [9] e i "giuochi di fantasia" [10] si moltiplicano anche a proposito dell’originaria costituzione fisica del ‘tipo ariano’: nello scontro tra studiosi tedeschi e francesi, inglesi e italiani, si finisce per considerare "ora i biondi Germani come veri arii, ora i bruni e brachicefali Celti, ora i Lituani" [11]. Predomina comunque la convinzione, salvo rare eccezioni, che gli Indogermani non rappresentino una finzione, ma siano effettivamente, agli albori della storia, una razza ben distinta, con lingua e cultura unitaria. Ancora negli anni ’90, nota il filologo Paul Kretschmer non senza ironia, gli eruditi si affannano e si dividono "sulla questione, se questo popolo originario [...] già lavorasse la terra, se conoscesse e facesse uso dei metalli, [...] e addirittura in quale forma metrica componesse i suoi semplici canti" [12].

    Non mancano nemmeno, a conferma del disordine imperante, abiure e ritrattazioni, talvolta clamorose. Max Müller, ad esempio, discorre per primo, nel 1861, di "razza ariana" [13], contribuendo al diffondersi di pericolose confusioni tra linguistica ed antropologia. Ma nel 1888 lo stesso autore, volendo espiare eroicamente — come scriverà poi un antropologo americano [14] — i peccati di gioventù, decide di prender partito contro le ambiguità del linguaggio scientifico corrente: "A mio avviso, l’etnologo che parli di una razza ariana, di un sangue ariano [...], è un peccatore non meno grande del linguista che parli di un dizionario dolicocefalo o di una grammatica brachicefala" [15].

    2. Un’improvvisa svolta, negli indirizzi di ricerca, si verifica dunque verso il 1870. Il glorioso princìpio, carico di suggestioni, ex oriente lux, irrinunciabile punto di riferimento per generazioni di studiosi, da Friedrich Schlegel a Christian Lassen, da Adalbert Kuhn ad Adolphe Pictet, cade d’un tratto in discredito. Antropologi e linguisti, ancora intenti a riscoprire il ‘paradiso terrestre’ degli antichi ariani, non guardano più alla mitica Battriana o agli altopiani del Pamir, ma preferiscono prendere in considerazione, al momento in cui "lo sciovinismo si intromette nella questione" [16], le contrade europee.

    Metodi e apporti della ‘paleolinguistica’ vengono adoperati, intorno al 1871, per far vedere come il luogo d’origine degli indoeuropei vada ricercato in terra tedesca [17], oppure nelle pianure dell’Europa centrale [18]
    . Le nuove congetture, che pure rappresentano "il più violento rovesciamento delle opinioni finora accettate" [19], suscitano all’epoca molto clamore, ma solo in rari casi vengono seriamente avversate [20].

    Che gli ariani non discendano da genti asiatiche, viene affermato, nel 1878, anche da Theodor Poesche, docente di antropologia a Jena. Quest’autore, sostenitore convinto del poligenismo di Louis Agassiz, da un lato rifiuta di credere che i diversi tipi umani siano — come vogliono i darwiniani — varietà della medesima specie, dall’altro dichiara guerra al concetto di ‘razza caucasica’ (Blumenbach) [21]. Sostiene inoltre, citando le indagini di A. Ecker, indiscussa autorità della craniologia tedesca del tempo, che "gli antichi Germani erano dolicocefali puri" [22]. Respinge quindi con decisione "l’ipotesi di Virchow di una mescolanza originaria dei tipi negli ariani" [23].

    Compare per la prima volta sulle scene, con la monografia di Poesche, una nuova specie animale, la "razza bionda", originaria nelle paludi della Lituania — vera e propria "placenta della razza ariana" [24] — e del tutto priva di commistioni con elementi ‘turanici’ ed asiatici. Una stirpe inconfondibile — figura massiccia e spiccata dolicocefalia, occipite prominente e fronte bassa, incarnato chiaro — acquista finalmente dignità tassonomica.

    Nella comunità scientifica, lo scritto di Poesche, che si sofferma anche su Gobineau, non suscita affatto disprezzo o ironia. Ne discorrerà con benevolenza, sulle pagine del prestigioso Archiv für Anthropologie, lo stesso Ecker [25].

    Pochi anni dopo, nel 1883, anche Karl Penka, un antichista viennese che si diletta di antropologia, proclama, contro Pictet e la linguistica del primo Ottocento, l’origine europea della stirpe ariana. La loro terra d’origine non sarebbe la regione balcanica, come voleva Poesche, ma la penisola scandinava. Un ambiente oltremodo ostile, spietato nell’imporre, in termini darwiniani, la sopravvivenza del più forte [26], avrebbe temprato il "tipo germanico-scandinavo", rappresentato da schiere di "dolicocefali biondi" destinate poi ad assoggettare, muovendosi per ondate successive, gran parte del continente [27]. Nelle loro peregrinazioni verso Sud, i conquistatori nordici avrebbero perso, in parte, la loro purezza etnica, incrociandosi e confondendosi sia con una razza semitica e dolicocefala (il ‘tipo di Cro-Magnon’), diffusa nell’Europa meridionale ma intenta a migrare in epoca neolitica verso settentrione [28], sia con popolazioni ‘mongoliche’ e brachicefale di provenienza asiatica. La ‘razza bionda’ avrebbe comunque promosso la civiltà nel bacino mediterraneo. Gli stessi Elleni, a giudizio di Penka, sarebbero ariani, con la sola eccezione, peraltro scontata, di Socrate, la cui effìgie "mostra un tipo spiccatamente brachicefalo" [29].

    3. Le speculazioni sulla ‘razza nordica’ avanzate, a partire dai primi anni ’70, da linguisti, filologi e letterati, stentano a trovar conferma nelle indagini dei più accreditati antropologi dell’epoca. Tra antichistica e ‘scienza della natura’ sembra aprirsi, a proposito della ‘questione ariana’, un solco pressoché invalicabile.

    Soprattutto nel 1885-86, ormai diffusi i risultati della grande inchiesta, promossa da Virchow, sui caratteri antropologici dei tedeschi, il confronto diventa particolarmente aspro.

    A Berlino, nel 1870, si costituisce la Deutsche Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte. L’anno successivo, in occasione della prima assemblea generale, viene decisa un’indagine sistematica, da riassumere in tabelle statistiche, della conformazione cranica della popolazione. Nel congresso tenuto a Stoccarda nel 1872 si stabilisce, su proposta di Ecker, di privilegiare nell’inchiesta altri parametri, e cioè "la statura, [...] il colore degli occhi e dei capelli" [30]. Le conclusioni della ricerca, rese note da Virchow in forma integrale verso il 1885, suscitano non poco clamore. Gli stessi antropologi parlano, all’epoca, di "risultati sorprendenti" [31]. Dalla statistica, in effetti, emerge un dato di fatto inatteso: "In molti punti dell’Europa centrale compaiono ‘territori di razza scura’, e contro tutte le aspettative proprio laddove si supponevano innanzittutto discententi della razza chiara" [32].

    La scienza naturale, insensibile al fascino del mito, sembra arrecare un duro colpo alle aspettative dei filologi: nella popolazione tedesca il ‘tipo biondo’, prevalente al Nord, rappresenta meno di un terzo della popolazione, mentre le forme intermedie, e cioè "l’insieme di quelle combinazioni in cui il tipo non si presenta in tutta la sua purezza", costituiscono più della metà del totale [33]. Significativa è anche la distribuzione territoriale. Il ‘tipo bruno’, che discende da più antichi insediamenti, viene ad occupare gli ambienti di maggior dinamismo sociale. La sua percentuale tende a crescere sia nelle regioni fluviali, in prossimità di grandi fiumi navigabili, sia nelle moderne metropoli: "Estremamente numerose sono le città medie e grandi [...] in cui la proporzione dei bruni è maggiore che nei circostanti territori di campagna" [34]. L’unica ‘razza pura’ presente nel territorio tedesco, nota Virchow, è costituita dagli ebrei [35], certo non dai tedeschi, che non presentano, nella loro grande maggioranza, i ‘caratteri semplici’ della stirpe germanica, ma risultano da complessi incroci con razze celtiche o con popolazioni autoctone preariane [36].

    Allorché Virchow riassume l’esito dell’inchiesta, parlando dalla tribuna del congresso degli antropologi tedeschi tenuto nel 1885 a Karlsruhe, non tralascia l’occasione per denunciare le nuove ‘mitologie nordiche’. Le più diverse razze, osserva l’antropologo in quest’occasione, possono presentare tratti somatici del tutto simili. Chi studi la popolazione finnica, la quale, pur essendo di origine asiatica, probabilmente mongola, mostra una complessione "germanica" pressoché perfetta, dovrà pur riconoscere quanto sia erroneo "scorgere nell’aspetto biondo una prerogativa esclusiva della razza ariana o addirittura dei Germani" [37].

    Nel medesimo congresso prende la parola anche un giovane antropologo, Ludwig Wilser, per sostenere, riallacciandosi alle tesi di Penka, che i Germani, stirpe dei climi freddi, originaria della penisola scandinava, avevano rappresentato "l’ultimo nucleo razzialmente puro dell’originario popolo ariano" [38]. Simili affermazioni provocano un’aspra replica di Virchow, il quale interviene prontamente per ricordare quanto siano nocivi, nella ricerca scientifica, "patriottismo" ed "entusiasmo impetuoso" [39]. E ribadisce di nuovo, contro Wilser, che anche gli antichi Germani erano una popolazione composita, da indagare quindi nella varietà delle sue forme, senza nulla concedere a forzature o semplificazioni [40].

    Tra i collaboratori di Virchow si distingue, negli ultimi due decenni del secolo, J. Kollmann, docente di antropologia a Basilea. A suo giudizio, non è più lecito, dopo la grande inchiesta degli anni ’70, continuare a parlare, come avveniva in precedenza, "di razze germaniche, latine e slave" [41]. Bisogna infatti ammettere, scorrendo le nuove tavole statistiche, che "i popoli d’Europa, che finora, in quanto tedeschi, inglesi, francesi, italiani [...], valevano, per antropologi ed etnologi, come razze unitarie, non appartengono in alcun modo a razze distinte, ma rappresentano la mescolanza di diverse razze" [42].

    Se non esistono ‘tipi puri’, ribatte Kollmann in molte occasioni, non vi sono nemmeno elementi etnici che possano ‘spiegare’, come molti vogliono, il primato della civilizzazione europea. Anche l’antropologo, in definitiva, deve riconoscere che "razza e civiltà non si trovano, almeno in Europa, in alcun rapporto di causalità reciproca [...]. In base ai risultati della craniologia, occorre allora [...] combattere qualunque teoria circa la superiorità di questa o di quella razza europea" [43].

    Che sia necessario, per difendere il ‘mito ariano’, respingere i risultati dell’inchiesta pubblicata nel 1885-86, risulta ben presto chiaro. Houston Stewart Chamberlain denuncia, nel ‘libro sacro’ del pangermanesimo, le "ben note frasi vuote, dei signori scienziati [...], sull’eguaglianza delle razze umane", utilizzate di continuo per non dover parlare di "trasmigrazioni dei popoli, [...] nazionalità, [...] diversità nelle predisposizioni" [44]. L’atto d’accusa, in questo caso, non risparmia il "povero Virchow" [45], ma le battute più astiose sono riservate a Kollmann, colpevole di aver affermato l’irrilevanza intellettuale delle differenze etniche [46].

    4. Le prese di posizione di Virchow non tardano a ripercuotersi nelle discussioni di linguisti e filologi. Ne tiene conto Otto Schrader, nella seconda edizione (1890) dello scritto Sprachvergleich und Urgeschichte, un testo assai importante per il dibattito successivo [47], in cui vengono criticate con dovizia di argomenti sia le recenti ‘mitologie nordiche’ degli eruditi tedeschi che le più vecchie vedute di Pictet.

    Mentre Penka nel 1883 descrive il "tipo germanico-scandinavo", stirpe dotata di caratteri somatici inconfondibili, Schrader nel 1890 si appoggia a Virchow, di cui apprezza la "ponderata cautela", per mostrare l’inconsistenza delle speculazioni, condivise da molti filologi, sull’antropologia fisica degli ariani [48]. Anche in anni successivi Schrader torna sull’argomento: le congetture e le ipotesi ‘biologiche’ di linguisti e archeologi, afferma nel 1901, "si infrangono contro il semplice dato di fatto che gli indogermani, in senso antropologico, non sono affatto una razza" [49]. A suo giudizio, inoltre, le antiche stirpi che parlavano l’originario idioma indoeuropeo erano probabilmente, in base ai risultati offerti dalla comparazione linguistica, nomadi dediti in primo luogo all’allevamento del bestiame, provenienti dalle steppe della Russia meridionale [50].

    A partire da queste conclusioni, condivise da Eduard Meyer [51], una furiosa "lotta per la patria d’origine" [52] degli ariani torna di nuovo a divampare. L’ipotesi nordica viene riproposta, intorno al 1905, dal filologo H. Hirt e dall’archeologo M. Much [53]. Quest’ultimo, in particolare, lascia scorgere quanto pesi ancora la condanna del ‘nomade’, alla fine dell’Ottocento, nel campo degli studi classici e dell’archeologia: il nomadismo, che insegna ad essere o rassegnati o troppo scaltri, a disprezzare comunque previdenza e laboriosità, viene ritenuto una forma di vita confacente a mongoli e semiti, ma da sempre estranea alla tradizione degli indogermani [54].

    Con tutta la sua opera, in definitiva, Schrader "reagisce energicamente alla tendenza, da molto tempo dominante in Germania, a presentare nei colori più seducenti la primitiva razza indoeuropea" [55]. In questa battaglia non resta comunque, all’epoca, una figura isolata. L’antichista Victor Hehn sostiene posizioni simili [56]. L’etnologo Robert Hartmann propone di bandire la definizione ‘ariano’ dall’antropologia [57]. Il giurista e storico del diritto Rudolph von Jhering manifesta analoghe perplessità: "Il termine ‘indogermanico’, che si adopera di solito in Germania, è del tutto illegittimo" [58].

    5. A Paul Kretschmer, un linguista che segue con attenzione le ricerche degli antropologi, spetta il merito di aver efficacemente contrastato, nella cultura tedesca degli anni ’90, il ‘partito nordico’ di Poesche e di Penka. Il suo testo del 1896 passa in rassegna, nella parte introduttiva, gli orientamenti che hanno prodotto, come noterà poi uno studioso italiano, una "vera e propria bancarotta della paleolinguistica" [59]. Gli antichisti tedeschi, nota Kretschmer, peccano di presunzione, ritenendo che sia possibile descrivere con sicurezza, a partire da alcune radici linguistiche comuni, l’originaria ‘cultura materiale’ degli indogermani [60]. Compiono poi una seconda mistificazione, presumendo che l’affinità linguistica, la parentela tra il sanscrito e la maggior parte degli idiomi europei, possa valere come conferma piena della primitiva unità non solo culturale, ma anche razziale degli indogermani.

    La Sprachwissenschaft, intenta a pontificare sui dolicocefali e sulla ‘razza bionda’, ritiene di acquistare legittimità e rigore appoggiandosi agli studi di etnografia. La craniologia sembra allora offrire un solido fondamento ai miti razziali dei filologi. La convalida ‘scientifica’ si risolve tuttavia in un mero esercizio retorico, dal momento che all’antropologia "non è riuscito individuare, nel cranio umano, un contrassegno decisivo [...] per i rapporti genealogici dei popoli [...]. Qualsiasi separazione delle forme craniche sarà sempre, in misura maggiore o minore, artificiale" [61].

    Il linguista Kretschmer, che non ignora il confuso avvicendarsi delle ‘riforme craniometriche’ e il profondo disaccordo degli esperti sulle misure cefaliche da prendere in esame, non esita a dichiarare che "tutte quante le espressioni come ‘dolicocefali’ e ‘brachicefali’ non sono altro che comodi luoghi comuni per render possibile un immediato, grossolano orientamento: un significato storico-etnologico non può, per il momento, venir loro assegnato, [...] questa è adesso [...] anche l’opinione di una gran parte degli antropologi" [62].

    Le dispute tra filologi vengono ora combattute sul terreno della Naturwissenschaft. A Penka e i ai suoi seguaci, che dell’indice cefalico fanno una ‘verità rivelata’, Kretschmer ricorda lo scetticismo e le incertezze degli studiosi di craniologia. Gli argomenti di cui si serve sono ricavati per un verso da Virchow, che non crede affatto che la forma cranica sia un valido criterio tassonomico [63], per un altro verso da Aurel von Törok, direttore del museo antropologico di Budapest, che redige, nel 1895, una vera e propria dichiarazione di fallimento della disciplina [64].

    6. La distinzione fra razze brachicefale, come Lapponi e Finni, Baschi e Liguri, e razze dolicocefale, come Celti e Germani, veniva a coincidere, a partire da Anders Retzius (1842), con quella tra etnie ‘turaniche’ o ‘mongoloidi’ (la prima definizione era preferita dai linguisti, la seconda dagli antropologi), residenti da tempo immemorabile sul suolo europeo, e stirpi ariane, assai più progredite, fornite di idiomi imparentati al sanscrito, giunte dall’Asia in epoca relativamente tarda [65].

    Negli anni ’50 la teoria di Retzius, "assai semplice e assai seducente, venne accettata [...] da quasi tutti gli antropologi" [66]. Ma nel decennio successivo si verifica un profondo rivolgimento delle prospettive. La coincidenza di ‘dolicocefalo’ ed ‘ariano’, scontata per Retzius e per i suoi seguaci, viene messa in discussione.

    Broca osserva che i Baschi, che pure parlano una lingua ‘turanica’, non sono affatto brachicefali: la scoperta, all’apparenza marginale, scuote in realtà un pilastro fondamentale della vecchia teoria [67]. Nello stesso tempo, grazie a nuovi ritrovamenti — nel 1856 viene scoperto il celebre cranio di Neanderthal, mentre gli studi sull’uomo di Cro-Magnon si susseguono a partire dal 1868 — si finisce per ammettere che le più antiche popolazioni europee, che avrebbero dovuto essere brachicefale, presentano in realtà una marcata dolicocefalia. I risultati delle nuove ricerche, pubblicati poi in forma sistematica da Hamy e De Quatrefages, mostrano quindi chiaramente che "i supposti invasori ariani erano, in realtà, i primi abitanti d’Europa" [68].

    Le vecchie vedute di Retzius, riprese in Francia da Pruner-Bey e (solo in un primo momento) da De Quatrefages, in Italia da Nicolucci [69], vengono capovolte: gli uomini diffusi, in epoca neolitica, in gran parte del continente, non assomigliano in alcun modo alle popolazioni lapponi, e nemmeno presentano tracce di un’origine mongolica.

    Il nuovo indirizzo di ricerca, in cui si inseriscono anche autori italiani [70], incide in profondità nel dibattito intorno alla razza indogermanica. Per spiegare il marcato incivilimento verificatosi, nel continente, dopo l’età paleolitica, vengono proposte nuove ipotesi: non più la discesa verso Sud di genti nordiche, ma l’irruzione sullo scenario europeo di una nuova stirpe proveniente dall’Est, il ‘tipo alpino’ o celto-slavo, distinto da spiccata brachicefalia. È questa, per la ‘scuola francese’, la ‘razza ariana’, cui si deve la diffusione delle lingue indoeuropee. Nei testi di De Quatrefages, di De Mortillet e dei loro seguaci "i brachicefali [vengono] presentati come i primi civilizzatori dell’Europa" [71]: non sono più considerati, come in molte opere tedesche, stirpi "sottomesse" che subiscono passivamente la tirannia dei dolicocefali "conquistatori e padroni" [72]. Al ‘tipo celto-slavo’, riguardato adesso "come la spina dorsale del complesso etnico indo-europeo" [73], si attribuiscono i progressi nella lavorazione dei metalli durante l’età del bronzo, l’organizzazione di complicati sistemi di traffici e commerci, l’introduzione sul suolo europeo di piante e animali domestici provenienti dall’Oriente [74].

    In questa prospettiva, che costituisce una profonda ‘trasvalutazione dei valori’ per l’antropologia del tempo, si inseriscono ben presto nuovi contributi. L’originalità della più antica cultura mediterranea, che non deve alcunché ad invasioni nordiche, viene sottolineata, negli anni ’90, "da un nuovo indirizzo, [...] rappresentato principalmente dal Reinach in Francia e dal Sergi in Italia" [75]. Allo studioso italiano, in particolare, spetta il merito di aver scritto, tra il 1895 e il 1898, l’ultimo ‘romanzo preistorico’ del secolo. Giuseppe Sergi, docente di antropologia a Roma, non si stanca di mettere in rilievo, in polemica con Poesche e con Penka, i meriti della "grande stirpe mediterranea", capace non solo di creare la civiltà micenea, ma anche di popolare, con insediamenti assai progrediti, gran parte del continente.

    Per Sergi, che segue Broca e i suoi allievi, "il tipo germanico [...] non è ario, come non è ario quello italico" [76]. La dolicocefalia, comune a entrambi, assai diffusa nei paesi nordici ma anche nel meridione d’Italia, contrassegna un’unica specie: "non rimane alcun dubbio che l’Europa occidentale fin dai primi tempi sia stata abitata da stirpe d’origine africana" [77].

    Le invasioni degli ariani, che sono per Sergi, in accordo coi risultati della scuola francese, gruppi brachicefali celti e slavi, rappresentano "una grande catastrofe", che finisce per interrompere "l’evoluzione della civiltà mediterranea, che era fiorentissima" [78]. Certo, il bronzo arriva in Italia con le invasioni ‘ariane’ (i Veneti e gli Umbri), ma le antichissime genti mediterranee (i Liguri) già sapevano forgiare il rame "anteriormente ad ogni invasione aria" [79]. I nuovi dominatori, del resto, "non ebbero ceramica propria" [80], e nemmeno grandi capacità nell’edificare, tanto che finirono per far proprie "le sedi dei Liguri, cioè le palafitte d’ogni forma, lacustri e terrestri" [81]. Soprattutto il culto dei morti, ripete Sergi con grande enfasi, mostra la superiorità delle genti pre-ariane. La stirpe mediterranea praticava infatti "il rito funerario dell’inumazione con sepolture in grotte artificiali, in tumuli, in dolmen", mostrando "forme e modi molto più avanzati dell’uso degli Arii", i quali, avvezzi alla cremazione, "quando giunsero in Europa [...] avevano sepolture misere e vasi rozzissimi per cinerari" [82].

    7. Un nuovo terreno di scontro si apre, per l’antropologia europea, negli anni in cui Sergi pubblica i suoi scritti. Da un lato cresce il convincimento che stirpi celte e slave, appartenenti comunque al ‘tipo brachicefalo’, abbiano giuocato, nel diffondere le lingue indoeuropee e nel far conoscere i metalli, un ruolo decisivo. Dall’altro, in opposizione alla ‘scuola francese’, si intensifica, nello stesso arco di tempo, la retorica del germanesimo. Scrive Otto Ammon nel 1893: "Come tutti gli ariani, i Germani sono i naturali dominatori di altri popoli. Ovunque compaiano, sono [...] gli strati socialmente privilegiati. La vita signorile corrisponde alla loro indole; il gioco, la caccia e la guerra riempiono il loro tempo" [83]. Si distinguono per il valore e la monogamia (e dunque non possono provenire dall’Oriente), inclinano all’eroismo e alla dissipazione. Opposte sono le inclinazioni dei ‘turanici’, degli aborriti brachicefali (che pure predominano non solo in terra francese, ma nella stessa Baviera): calcolatori e pazienti, disciplinati e abili, riescono egregiamente "nel commercio e nelle imprese finanziarie, sono ottimi contadini, operai e mercanti, ed inoltre, il più delle volte, sudditi acquiescenti" [84].

    Anche per Lapouge, egualmente impegnato nelle ricerche di ‘antroposociologia’, le genti brachicefale possono essere "dei piccoli commercianti e dei piccoli borghesi, ottusi ma morigerati", mentre "la razza ariana o dolicocefala [...] svolge, nell’organismo sociale, la funzione delle molecole nervose e cerebrali", avendo un’innata disposizione al comando [85]. All’ardimento si accompagna comunque, in questo tipo antropologico, una scarsa capacità d’adattamento. La terra d’origine degli ariani, che Lapouge rintraccia nelle umide zone costiere bagnate dal mare del Nord, può spiegare la singolare commistione di audacia e fragilità. Resta indelebile, nel loro aspetto, "l’influenza di un ambiente marino, saturo d’acqua, privo di luce", segnato da brume e nebbie perenni, mai scosso da improvvisi sbalzi di temperatura [86]. Saranno quindi sconfitti, in prospettiva, dai brachicefali asiatici, "formidabili nella loro mediocrità", dotati di spiccato spirito gregario, favoriti da una "speciale attitudine a saldarsi in pesanti e immobili collettività" [87].

    Questo quadro interpretativo sarà rielaborato e riproposto, nel primo decennio del nuovo secolo, da molti autori. Matthaeus Much, illustre archeologo, concede ad esempio a Sergi, nel 1905, che la ‘razza mediterranea’ abbia contribuito non poco, a suo tempo, all’incivilimento del continente, facendo conoscere agli ariani del Nord, comunque più progrediti, non solo miglio e lino, frumento e orzo, ma anche molti utensili in metallo. Se tra mediterranei e indogermani esiste, a suo avviso, una "stretta parentela" anche antropologica, ben diversi sono invece i discendenti degli invasori ‘orientali’ (Homo alpinus per Lapouge), vera e propria razza inferiore: "Dal punto di vista culturale, questa scura razza brachicefala, ancor oggi enigmatica, sembra aver giuocato un ruolo assai secondario" [88]. Anche Willibald Hentschel, banditore di una nuova ‘utopia germanica’, si esprime, nel 1907, in termini analoghi: "Il turanico sembra [...], secondo il detto di Gobineau, un esperimento malriuscito del creatore" [89].

    8. Tra i suoi avversari, "i partigiani dell’identificazione degli ariani con i brachicefali neolitici", Vacher de Lapouge annovera Mortillet e Topinard, Sergi e Ripley. Quest’ultimo, un antropologo americano, pubblica nel 1899 un’ampia monografia sulle etnie europee. L’opera, che vuol mostrare quanto sia pericoloso "ricercare correlazioni tra antropologia fisica e linguistica" [90], e dunque confondere razza e cultura, svolge una serrata critica dei ‘miti ariani’ e delle dottrine della superiorità tedesca. A cagione di questo suo orientamento, sarà apprezzata e più volte ripresa, in Italia, da autori come Colajanni, Mosso e De Michelis.

    Ripley afferma, in polemica con i ‘pangermanisti’, che orientamenti psichici e valori intellettivi non hanno alcun rapporto con forma e grandezza del cranio [91]. Ricorda poi, misurandosi di nuovo con i partigiani del ‘tipo nordico’, come riscuota sempre più credito, negli anni ’90, l’ipotesi che le diverse forme dolicocefale presenti sul suolo europeo abbiano, in realtà, una comune origine meridionale. È ormai opinione diffusa, grazie anche alle ricerche di Sergi, che nell’intero continente, da Gibilterra alla Danimarca, "la popolazione neolitica [avesse] non solo testa allungata, ma anche complessione scura". Nei Berberi dell’Africa settentrionale, simili agli scandinavi nell’indice cefalico, dobbiamo scorgere, a parere di Ripley, le stirpi "che meno si sono allontanate dal tipo europeo originario", gli antenati da cui provengono gli stessi Germani [92].

    L’insigne albero genealogico degli ariani perde così tutto il suo splendore. La magnificenza degli inizi sarebbe soltanto, suggerisce Ripley, l’abile contraffazione di un falsario. Anche la ‘razza bionda’ sembra discendere da umili stirpi berbere nordafricane. Il disonore dell’origine resta inciso nella struttura ossea, nella dolicocefalia: i caratteri più appariscenti del tipo — incarnato chiaro, occhi cerulei, capelli biondi — risultano probabilmente dall’adattamento a nuovi climi [93].

    Assiene a Ripley, acquista notorietà anche l’archeologo danese Sophus Müller, nel primo decennio del secolo, come critico delle idee di Penka e di Wilser.

    Secondo Matthaeus Much, figura di primo piano nell’archeologia tedesca dell’epoca, l’evento più rilevante, agli albori della civiltà europea, era stata la migrazione verso Sud di stirpi indogermaniche, già entrate in epoca neolitica, le quali finiscono per assoggettare ed incivilire popolazioni ancora ferme, in Italia come in Francia, ad una cultura paleolitica [94]. A giudizio di Sophus Müller, il quale pubblica nel 1905 un testo che avrà una certa risonanza, il Nord europeo conosce, in epoca preistorica, solamente "culture periferiche", che riprendono, semplificano ed impoveriscono quanto già da tempo si era affermato nel bacino mediterraneo. In polemica con i sostenitori del ‘germanismo razziale’, Sophus Müller ribadisce che, volendo ignorare gli insedimenti, già molto progrediti, posti fra la penisola italica e l’Asia minore, "l’età della pietra e del bronzo non solo del Nord, ma di tutti i territori europei a settentrione dei paesi mediterranei, resta incomprensibile" [95]. Con le tombe a cupola di epoca premicenea e micenea, espressioni di una civiltà che già conosce il bronzo, si afferma un modello architettonico, incarnato in forma classica dalla camera del tesoro di Atreo, che si diffonde poi, secondo Sophus Müller, in tutto quanto il Nord europeo. Si compie, in tal modo, la sovrapposizione e la mescolanza di tempi storici diversi: "la vecchia cultura dell’età della pietra, al Sud da gran tempo superata, si incontra al Nord con una forma architettonica che proviene dall’epoca greca del bronzo, altamente progredita" [96]. Da ciò può risultare, prosegue lo studioso danese, una sottile illusione ottica: si finisce per ritenere, rovesciando il corso effettivo dell’incivilimento, che i tumuli nordici a cupola, nei quali si trovano reperti in pietra, siano più antichi di quelli mediterranei, del tutto simili ma forniti di manufatti in metallo [97]. Le sue conclusioni, respinte dagli antichisti tedeschi, riprese invece con soddisfazione in Italia, sono perentorie: "Risulta evidente quanto poco sia giustificato il parlare di antichità germaniche originarie" [98].

    9. Nella cultura italiana, la "reazione contro l’indogermanismo" [99] trova numerosi e convinti sostenitori. Sulla sua rivista, Paolo Mantegazza esibisce grande cautela: a proposito della questione ariana proclama un suo personale ignorabimus, criticando duramente sia le idee di Poesche, sia la teoria di Penka, che pure "è suffragata dall’opinione di un grande craniologo, l’Ecker", e viene riproposta da "un grande archeologo, il Lindenschmidt" [100]. In epoca successiva, si mostra beffardo nei confronti del Sergi, del quale apprezza soprattutto "il coraggio nel camminare fra le tenebre". Il suo punto di vista resta immutato: "Le nostre conclusioni sono queste: [...] che se esistono lingue arie, la scienza non ha diritto di fare degli Arii una razza e neppure una famiglia di razze affini" [101].

    Contro Ammon e Vacher de Lapouge scende in campo, nel 1903, anche Napoleone Colajanni: "L’antroposociologia dilaga maledettamente [...]. Gli indici cefalici negli ultimi anni assumono l’importanza e la popolarità ch’ebbero altre volte la frenologia di Gall e l’angolo facciale di Camper. Avranno inesorabilmente la stessa sorte" [102]. A suo avviso, tutto quanto il "fanatismo pan-ariano", che contribuisce a ingenerare una pericolosa "confusione tra l’elemento biologico della razza e gli elementi storici della civiltà", poggia su fondamenta scientifiche ormai cadute in discredito [103]. Colajanni ricorda infatti, richiamando tra l’altro, non a caso, l’opera di Ripley, come l’inattendibilittà della craniologia sia stata finalmente riconosciuta e denunciata. Aggiunge poi — citando Sergi, appoggiandosi di nuovo anche a Ripley — che la pretesa superiorità ariana diventa, di anno in anno, un mito sempre più debole, dato che l’antropologia sembra ora "ammettere che arii e mediterranei siano rami della stessa razza" [104]. Intento a scagliarsi contro "arianisti" e "arianofili", il siciliano Colajanni, del resto, non risparmia nemmeno i suoi compatrioti: per un verso riprende aspramente Pullé, glottologo eminente, che esprime la "boria regionale del settentrione" e teorizza l’inferiorità congenita dei meridionali [105], per un altro verso dileggia Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero per la loro ambizione a farsi corifei della stirpe nordica [106].

    Gli strali di Colajanni contro la "teoria della razza", moderna "idra dalle sette teste" [107], riscuotono il plauso di Benedetto Croce, il quale sottoscrive senza riserve l’impegno rivolto a "sradicare le fallaci idee intorno alle razze e a combattere il germanesimo cieco e spesso comico dei Chamberlain, dei Woltmann e di altrettali" [108].

    Sempre nel 1903, un altro autore, E. De Michelis, licenzia un poderoso studio sulla questione. Questa monografia, che sarà apprezzata da H. Hirt, da S. Feist e da G. Poisson [109], ricostruisce, con grande dovizia di particolari, i dibattiti ottocenteschi sul problema indoeuropeo. La scelta di campo, anche in questo caso, risulta oltremodo netta. De Michelis si schiera, infatti, dalla parte di Virchow e di De Quatrefages, "etnologi [...] non preoccupati da prevenzioni di sistema", cui spetta il merito di aver riconosciuto che "nulla suffraga il concetto di una speciale razza protoaria" [110]. Contro Penka, Much e i pangermanisti, sempre inclini ad impugnare la retorica delle ‘migrazioni’ e delle colonizzazioni imposte, sottolinea la complessità dei processi di incivilimento: "La storia ammaestra che le trasformazioni etnologiche [...] non furono quasi mai l’opera di conquiste o di invasioni improvvise, ma all’opposto di infiltrazioni lente e progressive" [111]. Contro Ammon e Vacher de Lapouge, i "pontefici dell’antroposociologia", fa valere, collegandosi anche a Schrader, l’importanza delle distinzioni: "La genesi dei tipi antropologici è questione biologica, quella dei popoli è questione d’ordine storico, etnografico" [112].

    Lo scritto del De Michelis, che deve molto anche a Kretschmer, segue inoltre, con non poca acribia, il contrasto che nel secondo Ottocento divide, sulla questione ariana, ‘scienze dello spirito’ e antropologia. Da un lato, nella sua ricostruzione, si collocano i linguisti e gli studiosi di mitologia, Schleicher e M. Müller, Benfey e Fick, che negli anni ’60 e ’70 propongono "entusiastiche descrizioni del felice idillio protoario", in cui stirpi germaniche già conoscono "istituzioni sociali e politiche ben sviluppate, e credenze religiose e istinti morali notevolmente elevati" [113]. Dall’altro lato, vi sono gli antropologi, De Quatrefages e Topinard, Mortillet e Ripley, i quali presentano, a partire dallo stesso periodo, un quadro del tutto diverso, facendo vedere che "il tramite dell’eredità protoaria [...] non furono per nulla dei dolico-biondi [...], ma per contro delle stirpi prevalentemente brachicefale" [114].

    Qualche anno dopo, nel 1910, viene pubblicato lo studio di Angelo Mosso sulle origini della civiltà mediterranea, un testo in cui, di nuovo, si riconosce, non senza soddisfazione, come sia ormai "caduta la dottrina del popolo Ario e degli Indogermani" [115]. Gli autori ricordati, nel combattere i ‘nordisti’, sono, anche in questo caso, Ripley e Sergi da un lato, Sophus Müller dall’altro. In seguito, nel 1917, anche Alfredo Niceforo polemizza con i pangermanisti, che creano ad arte "confusione tra tipo fisico e nazionalità" [116]. Il suo scritto batte vie consuete — riprendendo idee di Virchow e di Ripley — ma propone anche una considerazione svolta da Nietzsche [117]. Contro Penka, Ammon e i paladini della ‘razza nordica’, viene ora ricordato, a testimonianza di una tradizione alquanto diversa, l’aforisma 377 de La gaia scienza: "No, noi non amiamo l’umanità: e d’altro canto siamo ben lontani dall’essere ‘tedeschi’ abbastanza [...] per metterci dalla parte del nazionalismo e dell’odio di razza, per poter provar gioia della rogna al cuore e del sangue inquinato delle nazioni, a causa delle quali oggi, in Europa, popolo contro popolo si guarnisce di frontiere e di sbarramenti come fossero quarantene".




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    Note

    * Andrea Orsucci è ricercatore presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha compiuto ricerche sulla filosofia tedesca tra '700 e '900, pubblicando saggi su "Studi settecenteschi", "Giornale critico della filosofia italiana", "Archivio di storia della cultura". E' autore dei volumi Tra Helmoltz e Dilthey: filosofia e metodo combinatorio (Napoli 1992), Dalla biologia cellulare alle scienze dello spirito. Aspetti del dibattito sull'individualità nell'Ottocento tedesco (Bologna 1992) e Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild (Berlin u. New York 1996).

    [1] - F. Nietzsche, Kritische Studienausgabe, hrsg. v. G. Colli u. M. Montinari, München, de Gruyter u. DTV,1988, Bd. 8, p. 96. Si tratta del frammento 5[198], scritto tra la primavera e l’estate del 1875.

    [2] - W. Draper, Geschichte der geistigen Entwicklung Europas, Leipzig, Wigand, 1871, p.24. Cfr. A.Orsucci, Orient-Okzident. Nietzsches Versuch einer Loslösung vom europäischen Weltbild, Berlin u. New York, de Gruyter, 1996, p. 116.

    [3] - G. Vacher de Lapouge, Les sélections sociales, Paris, Thorin, 1896, p. 413. Lo scontro tra nordici e meridionali attraversa, a detta dell’autore, tutta quanta la mitologia greca: «lo studio del Pàntheon ellenico mostra che le divinità propriamente greche sono tutte bionde», al pari di Minerva, Diana e Apollo, mentre Ercole e Saturno, in quanto divinità di origine straniera, sono bruni (ivi, p. 415). Cfr. anche Id., L’Aryen, son rôle social, Paris, Fontemoing, 1899, p. 297.

    [4] - A. Mosso, Le origini della civiltà mediterranea, Milano, Treves, 1910, p. 330.

    [5] - Ibidem.

    [6] - S. Reinach, L’origine des aryens. Histoire d’une controverse, Paris, Leroux, 1892, p. 97.

    [7] - Nei primi anni ’70 cade la disputa tra De Quatrefages e Virchow intorno alla ‘razza prussiana’. Sull’argomento cfr. A. Orsucci, Orient-Okzident, cit., pp. 341 sgg. L’antropologo francese si sforza di far vedere come i prussiani, a differenza dei tedeschi delle regioni meridionali, discendano da stirpi finniche ed abbiano quindi, al pari dei Lapponi, oscure origini ‘asiatiche’.

    [8] - L. Poliakov, Il mito ariano. Storia di un’antropologia negativa, Milano, Rizzoli, 1976 (ed.or. 1973), p. 296.

    [9] - S. Reinach, Le mirage orientale, in: L’anthropologie, VI (1893), p. 547.

    [10] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p. 25.

    [11] - Id., Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 3. Sulla distinzione tra forma cranica dolicocefala (più allungata) e brachicefala (tendente al tipo sferico) cfr. Anders Retzius, Ethnologische Schriften, Stockholm, Norstedt & Söner, 1864, pp. 29 sgg.

    [12] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, Göttingen, Vandenhoeck u. Ruprecht, 1896, pp. 20-1.

    [13] - M. Müller, Vorlesungen über die Wissenschaft der Sprache, Bd. I, Leipzig, Mayer, 1863 (ed. inglese 1861), pp. 178-80 e 198-200.

    [14] - W. Z. Ripley, The Races of Europe. A sociological Study, London, Kegan, 1899, p. 455.

    [15] - M. Müller, Biographies of words and the home of the Aryans, London, Longmans, 1898 (prima edizione 1888), pp. 89-90 e 120-21.

    [16] - S. Reinach, L’origine des aryens, cit., p. 47. Sullo «sciovinismo scientifico» cfr. anche R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, Leipzig, Breitkopf & Härtel, 1894, p. 24.

    [17] - L. Geiger, Zur Entwicklungsgeschichte der Menschheit, Leipzig, Cotta, 1871, p. 118 sgg.

    [18] - J. G. Cuno, Forschungen im Gebiete der alten Voelkerkunde, Leipzig, 1871, p. 28 sgg.; F. Spiegel, Eranische Alterthumskunde, vol. I, Leipzig, 1871, p. 426 sgg. L’antropologo Friedrich Müller riassume, condividendole, le argomentazioni proposte dai linguisti: «Was die Indo-Germanen betrifft, so hat man anfangs deren Ursitz [...] auf der Hochebene Pamir gesucht [...]. Man hat es [...] in der neuesten Zeit, wohl nicht mit Unrecht, gegen diese Ansicht geltend gemacht, dass der gemeinsame Sprachschatz der Indogermanen keine Spuren irgend welcher Bekanntschaft mit der Fauna und Flora Asiens verräth, dagegen die Bezeichnungen mehrerer allen indo-germanischen Völkern bekannten Bäume, wie der Birke, der Buche, der Eiche, eher nach Ost-Europa als nach Asien hinweisen» (Allgemeine Ethnographie, 2. Aufl., Wien, Hölder, 1879, p. 87).

    [19] - A. Hoefer, «Die heimat des indogermanischen urvolkes», Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung, Bd. XX, 1872, p. 384. L’autore, cui si deve il primo resoconto della ‘svolta’, giudica i nuovi indirizzi di ricerca ben poco convincenti.

    [20] - La pungente ironia di Victor Hehn rappresenta, in questi anni, una posizione isolata: «Danach hat also Asien, der ungeheure Weltteil, die officine gentium, einen grossen Teil seiner Bevölkerung von einem seiner vorgestreckten Glieder, einer kleinen an Naturgaben armen [...] Halbinsel erhalten! Alle übrige Wanderungen, deren die Geschichte gedenkt, gingen von Ost nach West und brachten neue Lebensformen [...] in das Abendland, nur die älteste und grösste ging in umgekehrter Richtung und überschwemmte Steppen und W¨üsten, Gebirge und Sonnenländer in unermässlicher Erstreckung! Und die Stätte der ersten Ursprünge, [...] wo, wie wie ahnen, Arier und Semiten neben einander wohnten, [...] sie lag nicht etwa im Quellgebiet des Oxus am asiatischen Taurus oder indischen Kaukasus, sondern in den sumpfigen, spur- und weglosen, nur von den Furten der Elene und Auerochsen durchbrochenen Wäldern Germaniens». Le considerazioni di V. Hehn saranno poi riprese da R. von Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., pp. 3 sgg.

    [21] - T. Poesche, Die Arier. Ein Beitrag zur historischen Anthropologie, Jena, Costenoble, 1878, pp. 9-11.

    [22]- Ivi, pp. 13-5 e 197. Poesche cita dal testo di A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, Freiburg, Wagner, 1865, p. 77. Sull’opera di Poesche cfr. F. Villar, Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 189-91.

    [23] - T. Poesche, Die Arier, cit., p. 45.

    [24] - Ivi, pp. 67 sgg. e 72 sgg. La tesi di Poesche si allaccia esplicitamente, sotto questo riguardo, a quanto affermato pochi anni prima da Cuno.

    [25] - Finalmente, sostiene A. Ecker (Archiv für Anthropologie, Bd. XI, 1879, pp. 365-69), si riconosce, «dass die Arier europäischen Ursprungs sind und in Europa von jeher zu Hause sind». A buon diritto, prosegue la recensione, Poesche presenta «die sogenannte kaukasische oder Mittelmeer-Race als ein Mixtum compositum der schlimmsten Art». Sulla fortuna del testo di Poesche cfr. O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte. Linguistisch-historische Beiträge zur Erforschung des indogermanischen Altertums, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1890, p. 140; S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 69.

    [26] - K. Penka, Origines Ariacae. Linguistisch-ethnologische Untersuchungen zur ältesten Geschichte der arischen Völker und Sprachen, Wien u. Teschen, Prochaska, p. 84.

    [27] - Ivi, p. 46 sgg. Per una critica alle tesi di Penka cfr. M. Müller, Biographies of words, cit. Si veda inoltre P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 33-4. Su K. Penka e sul ‘culto della razza bionda’ cfr. R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie in Deutschland, München, Fink, 1985, pp. 23, 64 e 78. Un antropologo tedesco, F. von Luschan, allievo di Virchow, noterà nel 1892 contro Penka, «daß Skandinavien zu der Zeit, für welche allein die Quelle der Blonden gesucht werden kann, ein völlig unbewohnbares Land gewesen ist» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Bd., 1892, p. 106).

    [28] - Sul tipo ‘semitico’ delle popolazioni indigene dell’Italia preistorica Penka (Origines Ariacae, cit., pp. 94-5) segue C. Fligier, Zur prähistorische Ethnologie Italiens, Wien, Hölder, 1877, il quale cita (pp. 10, 19, 20) lavori di Morselli, Maggiorani e Nicolucci. Penka, riprendendo questa letteratura, condivide l’idea, «dass die italische Urbevölkerung mit den Semiten und Hamiten eine Race bildete» (Origines Ariacae, cit., p. 107).

    [29] - Ivi, p. 24.

    [30] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 89. L’inchiesta viene portata a termine, avendo rifiutato l’esercito la propria collaborazione, grazie all’appoggio delle strutture scolastiche.

    [31] - J. Kollmann, «Die Verbreitung des blonden und des brünetten Typus in Mitteleuropa», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 34.

    [32] - Ivi.

    [33] - In base ai risultati dell’inchiesta, nel ‘tipo biondo’ rientra il 31% della popolazione, il 14% appartiene al ‘tipo bruno’, mentre il 54% è costituito da forme intermedie. Cfr. R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [34] - R. Virchow, «Gesammtbericht über die von der deutschen anthropologischen Gesellschaft veranlassten Erhebungen uber die Farbe der Haut, der Haare und der Augen der Schulkinder in Deutschland», Archiv für Anthropologie, Bd. XVI, 1886, pp. 319-20. Cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 555-56. Questo dato, scandaloso per i partigiani della ‘razza nordica’, sarà rettificato pochi anni dopo da Otto Ammon, antropologo e pangermanista convinto. Sulla base di un’inchiesta condotta nel Baden, questi riuscirà a mostrare nel 1893, rovesciando le conclusioni di Virchow, che nei centri urbani prevalgono i dolicocefali, dunque gli ariani puri: «Die Langköpfigkeit [...] und die blonde Haare deuten auf germanischen Ursprung hin, und wenn wir uns die seelischen Anlagen der alten Germanen vergegenwärtigen, so wird es uns schon weniger unbegreiflich erscheinen, dass, je mehr der germanischen Merkmale ein Individuum in sich vereinigt, desto geeigneter dasselbe ist, den schärferen Wettbewerb um die Existenz in den Städten zu bestehen» (O. Ammon, Die natürliche Auslese beim Menschen, Jena, Fischer, 1893, p. 229). I risultati dell’inchiesta Virchow sono ben presenti a Nietzsche, che li utilizza nei paragrafi 5 e 11 della prima sezione di Zur Genealogie der Moral. O. Ammon, in seguito, osserverà stupito che Nietzsche — pur conoscendo solo in maniera approssimativa l’antropologia del tempo — si esprime con grande competenza allorché tratta della più antica popolazione residente sul suolo tedesco: «Nietzsche spricht hier beinahe wie ein Seher Wahrheiten aus, die heute noch vielen Anthropologen von Fach unfaßlich vorkommen, aber in Zukunft Gemeingut sein werden» (O. Ammon, Die Gesellschaftsordnung und ihre natürlichen Grundlagen, Jena, Fischer, 1895, p. 174).

    [35] - R. Virchow, Gesammtbericht über die Statistik der Farbe der Augen, der Haare und der Haut der Schulkinder in Deutschland, cit., p. 91.

    [36] - «Will man aus der Dolichocephalie und der Hellfarbigkeit [...] die Kriterien des ‘germanischen Typus’ machen, so wird ein grosser Theil von Süd- und Westdeutschland von demselben ausgeschlossen» (R. Virchow, «Rassenbildung und Erblichkeit», Festschrift für Adolf Bastian zu seinem 70. Geburtstage, Berlin, Reimer, 1896, p. 18).

    [37] - Ivi, p. 99. Per i ‘pangermanisti’ si apre, a partire da questo momento, un nuovo terreno di scontro, dato che non potranno più permettersi di ignorare la ‘questione finnica’. Scriverà ad esempio H. Hirt (Die Indogermanen. Ihre Verbreitung, ihre Urheimat und ihre Kultur, Strassburg, Trübner, 1905-7, Bd. I, p. 192): «Aber wenn wir unter den Finnen tatsächlich einen starken Satz von Blonden finden, so muss man doch fragen, wie viel hiervon auf frühere oder spätere indogermanische oder germanische Einwanderung zurückzuführen sein».

    [38] - L. Wilser, «Die Herkunft der Germanen», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 123. Nell’intervento Wilser riprende e riassume quanto sostenuto nel suo libro Die Herkunft der Deutschen, Karlsruhe, Braun, 1885. Su Ludwig Wilser, che diventerà in seguito un esponente di primo piano del ‘germanesimo razziale’, cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien. Geschichte und Hintergründe, Berlin u. Bonn, Dietz, 1977, p. 68.

    [39] - «Ich bitte darum, dass wir nicht in blossem Patriotismus arbeiten und unsere Aufgabe nicht bloss in schwungvoller Begeisterung zu lösen suchen» (R. Virchow, replica, priva titolo redazionale, al discorso di L. Wilser, in Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XVI, 1885, p. 125).

    [40] - «Ja wenn H. Wilser ein Schüler Eckers ist, möchte ich ihn daran erinnern, dass Ecker ein grosses Verdienst gehabt hat, für Sudwestdeutschland nachzuweisen, dass zwei ganz verschiedene prähistorische Bevölkerungen auf einander gefolgt sind, dass die Bevölkerung, die in den Hügelgräbern ihre Todten niedergesetzt hat, absolut verschieden ist von den Völkern, die den ‘rein germanischen Typus’ mit sich gebracht haben. Ist es denn dem Herrn Redner unbekannt geblieben, dass brachycephale Leute in den Hügelgräbern und dolichocephale in den Reihengräbern stecken? Wie sollte es denn kommen, dass in Skandinavien von jeher dolichocephale Stämme gewöhnt hätten?» (R. Virchow, replica, cit., p. 124). Cfr. A. Ecker, Crania Germaniae meridionalis occidentalis, cit., pp. 2, 79-80, 86-94. Assai meno cauto di Virchow si mostrerà J. Ranke: «Es scheint sehr wahrscheinlich, daß die alte typische Form des germanischen [...] Schädels die langköpfige, dolichokephale war» (J. Ranke, Der Mensch, 2. Aufl., II. Bd., Wien u. Leipzig, Bibliographisches Institut, 1894, p. 296).

    [41] - J. Kollmann, «Die Kraniometrie und ihre jüngsten Reformatoren», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft fürAnthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXII. Jg., 1891, p. 44.

    [42] - Ivi, pp. 43-44.

    [43] - J. Kollmann, «Die Menschenrassen Europas und die Frage nach der Herkunft der Arier», Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 104. In questo intervento, tenuto al congresso degli antropologi tedeschi svoltosi nel 1892, Kollmann osserva ancora: «Alle europäische Rassen sind also, soweit wir bisher in das geheimnis der Rassennatur eingedrungen sind, gleichbegabt für jede Aufgabe der Kultur. Es ist offenbar mindestens verfrüht, irgend einem der vorhandenen Typen einen besonderen geistigen Vorrang zuzuerkennen. Ja man kann wohl mit ziemlicher Sicherheit voraussagen, dass sich kein Vorzug finden lassen wird [...]. Die Schädelkapazität der Europäer und das Volumen ihres Gehirns geben für eine solche Auswahl nicht den mindesten Anhaltspunkt weder jetzt, noch für die Eisen-, Bronze- oder Steinzeit».

    [44] - Houston Stewart Chamberlain, Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, München, Bruckmann, 1915 (prima edizione 1898), pp. 573 e 585-86.

    [45] - Ivi, pp.310-13 e 444.

    [46] - Sul congresso del 1892 e su Kollmann osserva Houston Stewart Chamberlain (ivi, pp. 586-88): «die gelehrtesten Herren von Europa haben feierlich zu Protokoll gegeben, alle Rassen seien an der Entwickelung der Kultur gleichbeteiligt, alle seien zu jeder Aufgabe der Kultur gleichbegabt [...]. Das Verfahren Kollmann’s bildet einen Rückschritt dem alten Theophrast gegenüber [...]. Dass die Rassen ebenso wenig wie die Individuen gleich begabt sind, das bezeugen Geschichte und tägliche Erfahrung; die Anthropologie lehrt uns nun ausserdem (und trotz professor Kollmann), dass bei Rassen, welche bestimmte Taten vollbrachten, eine bestimmte physische Gestaltung die vorherrschende war».

    [47] - Cfr. S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 4. Il testo di Schrader, pubblicato in prima edizione nel 1833, viene ben presto considerato «by far the most important book which has yet been written on the subject» (I. Taylor, The Origin of the Aryans. An Account of the prehistorich Ethnology and Civilisation of Europe, London, Scott, , 1889, p. 44). Cfr. anche W. Z. Ripley che nel 1899 (The Races of Europe, cit., p. 476) definirà l’opera lo «standard work» sull’argomento.

    [48] - «Wo indogermanische Wölker in der Geschichte begegnen, zeigen sie jedenfalls keinen einheitlichen körperlichen Typus. Selbst die alten Germanen, die man sich gegenwärtig gern als Urbilder des ganzen indogermanischen Stammes denkt, hält Virchow in dem [...] Vortrage Die Deutschen und die Germanen (Verhandlungen der Berliner Gesellschaft für Anthropologie etc. 1881) für wahrscheinlich bereits körperlich differenziert. Ja, derselbe Forscher, dessen behutsame Vorsicht man sich in diesen Fragen noch am liebsten anvertrauen wird, hat später (Korrespondenzblatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie 1883, p. 144) einen einheitlichen Typus der Indogermanen direkt in Abrede gestellt und angenommen, daß zwei Reihen, eine dolichokephale und eine brachikephale in demselben von jeher neben einander hergegangen seien. Wie dem aber auch immer sei, so viel ist sicher, daß alle diese Fragen heute noch so wenig geklärt und spruchreif sind, daß der Versuch, wie ihn Penka unternommen hat, vom Standpunkt der Kraniologie und anderer anatomischer Merkmale aus die Ursprünge der Indogermanen zu bestimmen, a limine als verfrüht bezeichnet werden muß» (O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., pp. 161-62.).

    [49] - O. Schrader, Reallexikon der indogermanischen Altertumskunde, 1, Strassburg, Halbband, , 1901, p. 896. Anche S. Reinach si schiera, nel 1891, a favore di Virchow, riprendendo un intervento del 1889 in cui questi dichiarava, «dass wir uns in Acht nehmen müssen mit den Ariern. Ein Arier, wie es sein soll, ist wohl noch nicht gefunden» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XX. Jg., 1889, p. 121).

    [50] - O. Schrader, Sprachvergleich und Urgeschichte, cit., p. 624 sgg. Queste considerazioni mancano nella prima edizione. Sul ‘nomadismo semita’ cfr. Poliakov, p. 315.

    [51] - E. Meyer, Geschichte des Alterthums, II. Bd., Stuttgart, Cotta, 1893, pp. 40 sgg. Su posizioni ben diverse fu F. Ratzel, Der Ursprung und die Wanderungen der Völker geographisch betrachtet, Leipzig, 1900, p. 47.

    [52] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, p. 195.

    [53] - H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. I, pp. 190 sgg.; M. Much, Die Heimat der Indogermanen im Lichte der urgeschichtlichen Forschung, 2. Aufl., Berlin, Costenoble, 1904, pp. 342 sgg. Cfr. G. Poisson, Les Aryens. Étude linguistique, ethnologique et préhistorique, Payot, Paris 1934, pp. 16-7.

    [54] - M. Much, Die Kupferzeit in Europa und ihre Verhältnis zur Kultur der Indogermanen, 2. Aufl., Jena, Costenoble, 1893, pp. 340-42. Matthaeus Much, figura di spicco nell’archeologia tedesca del tempo, condivide senza riserve le teorie di Penka (op. cit., pp. 305 e 344). Che gli Indogermani, i quali ben conoscevano, già prima della separazione, la coltivazione della terra, non siano da identificare con i nomadi delle steppe, viene sostenuto, contro Schrader, anche da H. Hirt, Die Indogermanen, cit., Bd. II, pp. 618-19. Già Penka aveva sostenuto, alcuni anni prima, che il «carattere psichico dei turanici» si spiega con la conformazione della steppa (Origines Ariacae, cit., pp. 80-1). La parola conclusiva sull’argomento verrà detta da P. Kretschmer nel 1896. I partigiani del ‘partito nordico’, a suo avviso, continuano a ritenere, in ossequio al vecchio schema dei ‘tre livelli’, che nell’avvicendamento di popolazioni dedite alla caccia, alla pastorizia e all’agricoltura si compia il ritmo necessario della storia (Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 70-1).

    [55] - S. Reinach, L’origine des Aryens, cit., p. 96.

    [56] - Si veda la precedente nota 24.

    [57] - R. Hartmann, Die Nigritier, I. Teil, Wiegandt, Berlin 1876, p. 185.

    [58] - R. v. Jhering, Vorgeschichte der Indoeuropäer, cit., p. 2.

    [59] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, Torino, Bocca, 1903, p. 38.

    [60] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., pp. 20 sgg. e 48 sgg. In proposito si veda R. Römer, Sprachwissenschaft und Rassenideologie, cit., p. 56.

    [61] - P. Kretschmer, Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, cit., p. 37.

    [62] - Ivi, p. 37-8.

    [63] - Ivi, p. 39. Qui si rinvia ad una comunicazione in cui Virchow, nel 1892, ribadisce la sua sfiducia verso classificazioni razziali basate su dati craniologici: «Wir sind allmählich sehr vorsichtig geworden in der Benützung der Schädel als alleiniger Merkmale ethnischer Verhältnisse» (Correspondenz-Blatt der deutschen Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte, XXIII. Jg., 1892, p. 101). In proposito si veda anche R. Virchow, Rassenbildung und Erblichkeit, cit., pp. 19 e 25-6.

    [64] - «Wenn wir nun die Tatsachen aus der bisherigen Geschichte der Craniologie zusammenfassen, so müssen wir zu dem Resultate gelangen, dass die Craniologie nach keiner Richtung hin die grossen Erwartungen erfüllt hat, welche man Anfangs von ihr hegte; denn alle diejenigen grossen Bedeutungen, die man ihr zugeschrieben hat, haben sich als illusorisch erwiesen. So hat sich die Annahme, als könnte man die sprachliche Verwandtschaft der einzelnen Menschengruppen auch craniologisch in Kategoien darstellen, ebenso illusorisch erwiesen, wie die andere Annahme, als müsste je einer Menschengruppe auch je ein einziger Schädeltypus entsprechen, und ebenso wie die dritte Annahme, dass nämlich mittelst der Craniologie die sogenannten ‘reinen’ Menschenrassen von den ‘gemischten’ unterschieden werden könnten [...]. Wir wissen ja genügend, wie heikelig das Wort ‘Rasse’ benutzt werden muss [...]. Die Ungereimtheit, die Rasse schon durch einen einzigen Körpertheil und schon durch einige oberflächliche Messungen dieses einzelnen Körpertheils bestimmen zu wollen, muss ja doch auf den ersten Blick evident sein» (A. von Török, «Über den Yezoer Ainoschädel», Archiv für Anthropologie, XXIII. Jg., 1895, pp. 264-66). Parte del brano è riportato da Kretschmer (Einleitung, cit., p. 46).

    [65] - A. Retzius, Ethnologische Schriften, cit., pp. 1-24.

    [66] - A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica. Les cranes des races humaines, Paris, Baillière, 1882, p. 100.

    [67] - P. Broca, «Sur les caractères des crânes basques», Bull. Soc. d’Anthrop. de Paris, t. III, 1862, pp. 579 sgg.

    [68] - I. Taylor, The Origin of the Aryans, cit., pp. 215-16. Cfr. A. De Quatrefages, E. T. Hamy, Crania ethnica, cit., pp. 5-98.

    [69] - Nicolucci, La stirpe Ligure in Italia, Napoli 1864.

    [70] - Sergi, Nicolucci e Zampa fanno vedere come il bacino padano, in cui predomina adesso il tipo brachicefalo, fosse abitato nel Neolitico da una razza dolicocefala (cfr. W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 262 e 463).

    [71] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 494. Cfr. anche W. Z. Ripley, The Races of Europe, cit., pp. 454-56.

    [72] - K. Penka, Origines Ariacae, cit., p. 27.

    [73] - E. De Michelis, L’origine degli Indo-Europei, cit., p. 495.

    [74] - A. De Quatrefages, L’espèce humaine, Paris, Baillière, 1877, pp. 254-58; A. De Quatrefages, Introduction a l’étude des races humaines, Hennuyer, Paris 1889, pp. 488-89; P. Topinard, Anthropologie, Leipzig, Baldamus, 1888, pp. 438-41; A. Bertrand, La Gaule avant les gaulois, Paris, Leroux, 1891, pp. 163 sgg. e 182-231; H. D‘Arbois de Jubainville, Les premiers habitants de l’Europe, 2. édition, t. II, Paris, Thorin, 1894, pp. 330 sgg.

    [75] - W.Z. Ripley, The Races of Europe, cit., p.487. Di S.Reinach si veda Le Mirage orientale, cit., pp.539-78.

    [76] - G. Sergi, Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898, p. 140. Sull’opera del Sergi si veda il giudizio di G. Devoto, Origini indoeuropee, Firenze, Sansoni, 1962, p. 56.

    [77] - G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea, Roma, Dante Alighieri, 1895, p.83. Dell'opera si veda anche l'edizione inglese, molto accresciuta: The mediterrean Race. A study of the origin of European Peoples, London 1901. Sulla fortuna delle dottrine di Sergi in Inghilterra, cfr. la noterella di Giuffrida-Ruggieri in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, vol. XLII, 1912, pp. 285-86, in cui vengono recensiti i lavori di R. N. Bradley (Malta and the Mediterrean Race, London 1912) e A. Churchward (The Origin and Evolution of primitive Man, London 1912). Anche B. Modestov (Introduction a l’histoire romaine, Alcan, Paris 1907, pp. 105-13) approva le concezioni di Sergi. Sull’antropologo italiano cfr. P. von zur Mühlen, Rassenideologien, cit., p. 223.

    [78] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 211. Cfr. anche Id., Gli Arii in Europa e in Asia, Torino, Bocca, 1903, pp. 8 sgg.

    [79] - G. Sergi, Arii e Italici, cit., p. 138. La ‘lotta ideologica’ che infuria, all’epoca, quando si parla di grandi categorie antropologiche (i Germani, i Celti, i Mediterranei), si ripresenta, con immutata forza polemica, anche in innumerevoli varianti locali. Per Sergi i Liguri fanno parte della ‘razza eurafricana’ (sono dunque dolicocefali), sono invece brachicefali per Taylor e H. D‘Arbois de Jubainville. Le Terramare paiono costruzioni ‘mediterranee’ a Sergi, ‘ariane’ a C. Fligier (Zur praehistorischen Ethnologie Italiens, Hölder, Wien 1877, p. 9).

    [80] - Ivi, pp.70 e 200.

    [81] - Ivi, p. 73.

    [82] - Ivi, pp. 138 e 201-2.

    [83] - O. Ammon, Die natürliche Auslese,
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Stampati gli atti del convegno di Innsbruck
    sugli idiomi indoeuropei
    La civiltà e la lingua degli avi

    Sono stati recentemente stampati gli atti del decimo convegno della "Indogermanische Gesellschaft" di Innsbruck (tenutosi nel capoluogo tirolese tra il 22 e il 28 settembre del 1996), sull’affascinante tema "Lingua e Civiltà degli Indoeuropei", o meglio degli "Indogermani", come ancor’oggi nei paesi di lingua tedesca vengono definiti in ambito accademico i popoli che diedero vita e forma all’Europa e a varie civiltà dell’Oriente.
    Si tratta di un volume che raccoglie i contributi di 36 specialisti su pressoché tutti i diversi rami della ricerca indo europeistica; ogni articolo è seguito da una ricca bibliografia tematica. Il peso maggiore è dato alla linguistica (su questo tema vertono circa la metà degli articoli), eppure anche in questa scienza apparentemente così arida e tecnica vi sono molti elementi interessanti: per esempio vi è compreso un significativo scritto del prof. Matthias Fritz (Università di Berlino) sulla genesi del terzo genere, cioè il neutro, nelle lingue indoeuropee: sulla base di una dicotomia – già nota da tempo agli studiosi – tra un genus distinctum e uno indistinctum (aventi o meno distinzione tra il caso nominativo e accusativo) si procede a una suddivisione e a una filiazione dei generi secondo un particolare processo storico-linguistico.
    Un altro scritto in materia linguistica, questa volta vertente sull’ittita, è del prof. Jaan Puhvel (California), curatore di importantissimi saggî di studio sulle civiltà antiche (come il noto Myth and Law among the Indo-Europeans). Un contributo investe il tema dei "pronomi personali celtici arcaici da un punto di vista indogermanistico". La maggior parte degli scritti linguistici, però, è in materia di filologia germanica comparata.
    Assai interessanti gli altri temi degli interventi: dalla struttura sociale della società indoeuropea arcaica alla religione, dal problema etnico-razziale a quelli delle migrazioni e dell’Urheimat, la patria originaria.
    Tra questi, un interessante scritto del prof. Theo Vennemann, che oltre a ribadire la collocazione europea dell’Urheimat degli Indoeuropei tenta di dare una collocazione ad altre due Urheimaten, quella "basca" (il termine ha un senso più ampio di quello corrente) e quella dei Semiti. La loro rispettiva collocazione, per tale studioso, andrebbe individuata rispettivamente nell’Europa meridionale mediterranea e nell’Africa nordoccidentale.
    Oltre al tedesco, figurano contributi anche in inglese e francese, come Le nom indo-iranien de l’hôte (di Georges-Jean Pinault), Avestan xvarenah-: the etimology and concept, (di Alexander Lubotsky, che tiene conto dei numerosissimi studi sul tema) e il valido e interessante Metaphors of death and dying in the language and culture of the Indo-Europeans (di Georgios K. Giannakis).
    Segnaliamo da ultimo un contributo davvero significativo, del prof. Peter Raulwing, che si intitola (traducendo in italiano) "Cavallo, carro e Indoeuropei: fondamenti, problemi e metodi della ricerca sul carro da guerra": un saggio ampio e interessante, anche per il materiale iconografico che lo accompagna e illustra.
    Sprache und Kultur der Indogermanen, "Innsbrucker Beiträge zur Sprachwissenschaft", Innsbruck 1998, 624 pp., öS. 1800 (circa 250.000 lire).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    UNITÀ D’ORIGINE DEI POPOLI INDOEUROPEI Post #2 di 27

    [1867]

    di Gaspare Gorresio (*)




    --------------------------------------------------------------------------------

    [Nota biografica]


    --------------------------------------------------------------------------------



    [582] Gli studi storici presi nel più ampio loro significato e nelle più larghe loro attinenze tengono ora il campo nelle scienze morali. Le recenti e grandi rivelazioni dell’Oriente, le nuove ed ardite ipotesi delle scienze naturali, la coscienza che a certi momenti di lor vita i popoli vogliono avere di loro stessi e delle passate loro condizioni, contribuirono a suscitare, ed ora alimentano l’ardore delle ricerche storiche. Né la sola storia propriamente detta crebbe, si distese, ed allargò la cerchia delle sue indagini, ma gli studi filologici in generale, che tanta parte ora occupano nel dominio della scienza, presero avviamento ed indirizzo essenzialmente storico. La filologia comparata, raccolte e raunate le membra sparse d’una grande famiglia di lingue affini, e ragguagliati l’un col l’altro i costitutivi loro elementi, il modo di lor composizione, e le leggi del loro organismo e delle loro trasformazioni, pervenne a dimostrare con mirabile acume d’analisi la comunanza della loro origine, ed a stabilire l’antica unità delle nazioni Indo-Europee, della quale rimanevano bensì manifesti indizi, ma nessun argomento storico atto a chiarirli e a coordinarli. Né ciò solo: ma investigando quali e quanti vocaboli attenenti alla vita domestica e sociale, e indicanti un certo grado di civil coltura, avessero fra lor comuni due o più favelle d’una [583] medesima famiglia, e come altri di quei vocaboli si trovassero poi non più comuni, ma peculiari e proprii e con forma particolare negli altri idiomi affini, la filologia comparata riuscì a stabilire con sufficiente probabilità 1’ordine e la successione delle diverse migrazioni dei popoli Indo-Europei: ché è ragionevole il supporre che siano rimasti più lungo tempo uniti in comunanza di vita quei popoli e quegli idiomi che hanno fra lor comune maggior numero di vocaboli appartenenti al vivere domestico c civile, e siansi per contrario divise assai più innanzi dal comune ceppo, ignare ancora di quei vocaboli e delle cose da lor significate, quelle famiglie e quelle stirpi che dovettero poi più tardi e ciascuna da sé spartitamente crear quelle voci nella lor favella.

    Alla filologia comparata s’aggiunse un nuovo e potente sussidio per salire alle origini storiche dei popoli Indo-Europei, quello, voglio dire, della mitologia comparata. Nelle tradizioni delle varie stirpi Indo-Europee si ritrovano dispersi, c dove più dove meno alterati, miti, leggende, simboli che accennano ad una fonte comune, ad un semplice concetto primitivo da cui derivarono. La mitologia comparata, messasi a rintracciare con sagacità maravigliosa gli sparsi vestigi di quei miti, le schiette ed antiche loro forme e le varie loro trasformazioni, pervenne a trovarne ed a chiarirne l’origine, l’idea prima generatrice, la fonte loro comune.

    Questa comunanza d’idiomi e di idee, questa unità d’origine dei popoli Indo-Europei rintracciata e messa in luce nel secolo nostro sarà certamente una delle più nobili glorie della scienza moderna. Prego gli augusti Personaggi e gli illustri Signori che onorarono di loro presenza questa adunanza, la quale rimarrà memoranda [584] negli annali dell’Accademia, che non sia loro grave che io per brevi istanti e con rapidi tratti venga delineando la recondita altezza delle origini nostre.

    Ai confini occidentali dell’India, in quella regione che dai cinque fiumi che la irrigano fu chiamata dai Greci Pentopotamia, dagli Aryi Sapta-Sindhu, ed oggi è il Penjab, stanziò anticamente, venti e più secoli innanzi l’era, una vasta aggregazione di famiglie e di tribù, che andate lungamente errando per le alture dell’Asia centrale, ed avuta poi più ferma e durevole sede nella Battriana e nella Sogdiana, regioni montane e liete per cui trascorre divallando 1’Oxus, erano quindi discese nelle fertili e belle pianure sottoposte, rallegrate da splendido cielo, da mirabile fecondità e da limpide acque. Quelle famiglie, quelle tribù che si erano a mano a mano accozzate insieme, e che formeranno più tardi il popolo Indo-Aryo, attendevano in quei primordi dell’errante loro vita all’agricoltura e alla pastorizia. La loro lingua, che svolgendo via via il fecondo e robusto suo germe, diventerà più tardi un capolavoro dell’ingegno umano, e le cui propaggini vigorose si ramificheranno nei principali idiomi europei, era allora un complesso di monosillabi radicali, dotati di una possanza maravigliosa, determinabili in modo infinito, e fecondi di tutte le immagini della parola e del pensiero.

    Nel primo periodo della loro vita i popoli sono principalmente dominati dall’aspetto del mondo esterno, dall’azione possente, irresistibile dei fenomeni naturali; quindi quel sentimento intimo, spontaneo, universale di un Essere sovrano, quel sentimento che spinge gli uomini all’adorazione, al culto del divino, all’espressione del pensiero religioso, dovea di necessità in quel primo periodo di lor vita manifestarsi in modo conforme al loro [585] sentire, volgersi ai grandi oggetti sensibili, idoleggiarli, farli divini, esplicarsi insomma nel culto della natura. Tale appunto fu il culto primitivo di quelle genti stanziate nelle regioni dell’Indo. Elle invocarono con preci, sacrifizi ed inni l’aurora, il sole, la luna, il fuoco, i venti, i fiumi; salutavano con gioia il nascente crepuscolo del mattino e lo schiarirsi del giorno, celebravano la vittoria del Dio della luce sulla nemica tenebra della notte, e scioglievano inni di grazia alle divinità protettrici, mediante il cui soccorso elle uscivano vittoriose dall’incessante lotta colle forze della natura e colle stirpi loro avverse. Nessun culto naturale, io credo, si manifestò mai con inni cosi nobili; tutto in essi ritrae dalla grandezza della natura, dagli aspetti sublimi che si offerivano a quelle vergini imaginative, dalla bellezza d’uno splendido cielo, dalla vastità dell’orizzonte profondo dei monti. La lingua di quegli inni, benché piena di forme arcaiche, di strutture più che ardite, d’un certo disordine che rivela il conato del pensiero nel trasformare in parola sensibile il verbo ideale, manifesta pur nondimeno una gagliardia ed una freschezza maravigliosa.

    I cantori antichi degli inni vedici s’appellavano Risci, ossia veggenti, vati; i loro nomi alludevano al loro ufficio: Madhuc’andas è il poeta dal metro soave, Jetri è il cantor vittorioso, Medhatiti è l’ospite del sacrificio, Kanva è colui che scioglie l’inno di lode. Essi erano ad un tempo poeti e sacerdoti. Mentre arde il fuoco del sacrifizio spruzzato di pingue latte, fuoco suscitato conforme ai riti col pramnathana dell’arani, ossia col fregare insieme due aridi legni (origine del gran mito di Prometeo rapitor del fuoco), il Risci capo della tribù intuona il canto solenne in faccia ai gioghi dell’Himalaya ed alle correnti dell’Indo.

    [586] Le condizioni e i primordi d’una delle più antiche società che ha preceduto le nostre, e si collega per cento vincoli con esse, sarebbero nascosti in un’oscurità impenetrabile, se non ne fosse rimasto qual autorevole monumento l’innografia dei Vedi; in essi si ritrova la prima storia delle stirpi nostre.

    Dopo un lungo peregrinare nelle regioni dell’Indo, preludio austero alla loro civiltà futura, le stirpi Arye si andarono a mano a mano allargando ad oriente, distendendosi nei bei piani dell’ampia valle che bagna il Gange. Colà essi fermarono stabil sede, e spartiti in più centri di civil coltura, ebbero potenza e gloria, una ricca e nobile letteratura, che s’appellò sanscrita, e percorsero tutto lo stadio d’una civiltà luminosa.

    Ma da quel gran ceppo primitivo delle nostre schiatte, disteso fra l’Hindukus e la Bukaria, nella Sogdiana, nella Battriana, e da cui, come poc’anzi diceva, si spiccò il ramo delle stirpi Arye, più altri rami di popoli si staccarono a mano a mano, e portando con loro g1i elementi del comune idioma più o meno elaborati, tradizioni, idee, credenze, simboli e miti, si diffusero ad oriente ad occidente, ad austro e a borea possenti iniziatori delle civiltà nostre. Perocché le stirpi Indo-Europee furono nei tempi antichi, come nei moderni, le stirpi espansive per eccellenza; dall’Himalaya all’Atlantico esse si sparsero per tutto con larga piena, occuparono sedi distanti e diverse, ravvicinarono coi loro commerzi e vincolarono gli uni agli altri i popoli disgregati della famiglia umana, e trovarono infine recentemente i due più possenti mezzi di propagazione e di espandimento, l’elettricità ed il vapore.

    Dalla Battriana, punto principale d’irradiamento, e che oggi ancora ha nome in Oriente di madre di popoli, si [587] diramarono come da un gran centro più linee di migrazioni. Una linea tirata da quel centro e dirizzata al sud-ovest rappresenta il ramo iranico, che occupò ab antico la Persia e la Media, e v’iniziò quella civiltà e quel culto cui animò del suo spirito il Mazdaismo e che ebbero per più secoli celebrità e splendore. Una seconda linea, condotta nella direzione del lontano occidente indicherà la migrazione celtica, la prima e la più antica quella che più si allargò verso la regione occidentale occupando parte della Spagna, le Gallie, la Brettagna fino al limite dell’Atlantico. Fra questa e la prima si diffusero le stirpi che divennero famose col nome di Greco-latine e da cui uscirono due mirabili civiltà e popoli di gran nome, gli antichi Pelasgi, i Dori, i Ioni, i Tirreni, gli Itali. Al disopra della linea celtica, salendo verso settentrione corre la linea germano-scandinava; più alto ancora la lituano-slava, per le quali si avviarono al nord dell’Europa i popoli compresi più tardi sotto quelle denominazioni. La via che ei percorsero con ordine di successione che la scienza ha saputo discernere e stabilire, è segnata oggi ancora da reminiscenze, da nomi, da indizi che ei lasciarono nelle lunghe loro migrazioni e nelle frequenti loro soste, e che rimasero prove irrefragabili del passaggio antico di quella grande fiumana di popoli.

    Tutte quelle genti spiccatesi da un ceppo comune dell’Asia centrale, ed allargatesi successivamente e con varia fortuna ad occupare le diverse contrade d’Europa, combattendo le razze indigene ed avverse che trovarono già stanziate in ogni parte, quelle genti sono i nostri antenati. Esse si rannodano ad una razza comune favorita oltre ogni altra dalla natura, che con forza dilatante, immensa occupò le più belle contrade della terra, che [588] con lena indefessa iniziò i più alti e fecondi trovati di cui si onora la specie umana, e dalla quale uscirono le menti più splendide, VALMIKI ed OMERO, PLATONE e LEIBNITZ, NEWTON e LAGRANGE.

    Fra le molte tradizioni mantenutesi fra i popoli d’Europa, le quali, oltre all’affinità degli idiomi, accennano ad una comunanza d’origine colle genti Arye, meritano special menzione nella Grecia la teogonia d’Esiodo, i cui miti, le cui storie divine rivelano un’intima affinità colle idee Vediche, nelle contrade settentrionali le leggende, le Saghe delle Edde scandinave e della grande epopea dei Nibelungen, pieni amendue di miti, di idee e di simboli orientali; fra gli usi e i riti che confermano quell’affinità primitiva citerò il solenne sacrificio del cavallo, l’asvamedha delle stirpi Arye, celebrato pure anticamente e con riti conformi dalle stirpi germane; citerò l’uso comune agli antichi popoli Scandinavi e Germani d’ardere le donne rimaste vedove sul rogo stesso che consumava il corpo dell’estinto consorte, uso lungamente praticato dai popoli Aryi. Un recente viaggiatore inglese narra d’aver trovato oggidì ancora ai piedi dell’Himalaya, nei villaggi abitati dai Siki, tutta l’organizzazione antica della comune teutonica; egli nota nella costituzione sociale degli odierni Siki la maggior parte degli ordini propri degli antichi Sassoni, somiglianza di leggi, d’usi e d’idee, il tipo primitivo della Germania di TACITO.

    Ma quale fu la causa che costrinse quelle stirpi antiche ad abbandonare le loro sedi primitive e ad incominciare quel movimento di migrazioni che ho descritto poc’anzi? Lasciando da parte le ragioni provvidenziali, arcane e le teorie della filosofia della storia, credo potersi affermare che la causa principale, immediata di quel gran [589] movimento di popoli furono le razze Mongoliche stanziate nelle parti settentrionali dell’ampia catena dell’Himalaya, dividitrice antica delle schiatte umane, e che o per angustia di spazio o per avidità di stanza migliore, riversatesi sulle stirpi Indo-Europee che occupavano la parte meridionale di quelle alture, produssero quei grandi sconvolgimenti di tribù, di famiglie e di genti, da cui dovevano uscire i popoli d’Europa. La razza Mongolica fu allora, sì come in tempi più a noi vicini, la prima e fatal motrice dei profondi scommovimenti che conquassarono e dislocarono sulla terra le stirpi umane. Uno straboccamento di quei terribili nomadi precipitò i popoli germanici sull’impero romano nei primi secoli dell’èra; un nuovo dilagamento di quei popoli conquassò il mondo nel secolo undecimo; e non sarà questo forse l’ultimo dei diluvi di quelle genti barbare e diverse. La guerra fra quelle razze e gli Aryi fu permanente, ostinata, feroce; l’attestano le leggende eroiche del vecchio Iran, le memorie vediche e le iscrizioni cuneiformi.

    Le recondite affinità dei popoli Indo-Europei, i loro vincoli di comune origine furono bensì già presentiti in addietro; ma la gloria d’averli messi in piena luce scientifica, e d’aver ricostrutto la storica unità delle schiatte Indo-Europee, appartiene alla scienza moderna.




    --------------------------------------------------------------------------------



    NOTE:

    (*) Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino pubblicati dagli Accademici Segretari delle due Classi. Volume secondo, 1866-67, Torino, Stamperia Reale, 1867, pp. 582-589
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    Alla ricerca delle origini

    Dal n. 35 di 'Margini' del luglio 2001, riportiamo un articolo di F. Sandrelli su un testo di studi indoeuropei.

    Oggi si parla spesso, forse con scarsa cognizione di causa, di recupero o salvaguardia della propria identità etnica, storica e culturale come reazione alla minaccia rappresentata dall’anonimia della società postindustriale e dal tentativo di annullare ogni differenza e specificità in un confuso progetto politico, economico e sociale variamente definito come globalizzazione, mondialismo, società multiculturale. Interrogarsi sulle origini, cercare di dare un volto al nostro più remoto passato è però operazione assai ardua, tanto più se essa non si risolve soltanto in un’indagine scientifica ed erudita, ma ambisce a riconoscere le “nostre radici più profonde”, nella consapevolezza che di quanto i nostri antenati “pensavano e credevano, dei loro costumi e dei loro valori, resta in noi molto di più di quanto a prima vista si possa sospettare”1 . Questo, in definitiva, dovrebbe essere il senso di una ricerca sugli Indoeuropei, su quel popolo “barbaro”, privo di scrittura e di una cultura raffinata che -secondo l’ipotesi più accreditata- abbandonò in vari momenti della Preistoria la propria “sede originaria” -la cui collocazione non è stata ancora stabilita con esattezza dagli studiosi- per invadere a ondate successive un territorio immenso, esteso dall’Atlantico all’India, e differenziarsi in seguito in una serie di popoli -Germani, Slavi, Celti, Latini, Greci, Arii, etc.- di cui rimane una precisa documentazione storica.
    Una guida preziosa in questa ricerca delle origini la offre il saggio di Jean Haudry, che ricostruisce un quadro “virtuale” dell’originaria comunità indoeuropea, dei suoi valori, delle sue istituzioni e della sua organizzazione sociale, e cerca poi di situare quella stessa comunità in un più preciso contesto temporale, geografico e antropologico.
    Sin dalle prime pagine del suo studio, Haudry ci avverte che quella relativa a una comunità indoeuropea preistorica è soltanto un’ “ipotesi di secondo grado”, dipendente dall’ipotesi principale di una lingua originaria, il proto indoeuropeo, di cui non ci restano attestazioni scritte. L’esistenza di questa lingua viene postulata da almeno due secoli dalla linguistica storica e comparata2 per spiegare le numerose affinità morfologiche tra i vari idiomi indoeuropei. Su tale questione, il consenso degli studiosi non è però del tutto unanime; gioverà ricordare, per esempio, lo scetticismo di Spengler, secondo cui parlare di un “indoeuropeo originario” rappresenterebbe una deduzione arbitraria dei filologi, poiché inizialmente non vi sarebbe stata un’unica “lingua”, ma un ammasso caotico di “innumerevoli dialetti”, non solo indoeuropei, di cui solo pochissimi sarebbero sopravvissuti nella forma scritta3 . Tuttavia, al di là delle semplici affinità e parentele linguistiche sembra certo che esista, comune alle varie stirpi indoeuropee, una caratteristica forma di pensiero, un’ “ideologia”4 che permea ogni aspetto della loro cultura. Com’è noto, il grande merito di aver compreso e illustrato l’ideologia indoeuropea della “tripartizione funzionale” va a Georges Dumézil, a cui Haudry fa costante riferimento nel corso della sua analisi, in cui trovano spazio anche i metodi della paleontologia linguistica5 e lo studio del materiale epico-leggendario di area indoeuropea.
    Secondo la celebre ricostruzione di Dumézil, gli Indoeuropei riconducevano ogni ordine della realtà alle tre “funzioni” della sacralità-regalità, dell’attività guerriera e della produzione-riproduzione. Il modello si applica innanzitutto e in modo precipuo alle concezioni cosmologiche e alla sfera del sacro, di cui le istituzioni sociali e giuridiche non sono che un riflesso. A proposito di questo rapporto tra realtà metafisiche e ambito temporale, Haudry parla di visione “sostanzialista” dell’universo, spiegando come “Presso gli Indoeuropei ogni idea […] tende ad assumere una forma fisica; ogni principio si incarna. Gran parte del loro pantheon trae origine da questa tendenza ad ammirare soltanto idee viventi e pensieri vissuti.” (p. 27). In un contesto in cui la vita e i valori della comunità hanno assoluta preminenza sulle preoccupazioni individuali, anche la “gloria” del singolo eroe ha dimensione politica, poiché essa è legata alla reputazione sociale e alla “fama” che solo il canto dei poeti può garantire (p. 33). Garanti di un ordine cosmico fondato sulla “verità” (intesa anche in senso giuridico come “retto giudizio” , “via retta”, assetto ordinato della società, rispetto del proprio ruolo, accettazione della parte che il destino ha assegnato a ciascun individuo) divengono così nell’India vedica e nell’Iran avestico Mitra/Contratto e Varuna/Giuramento. Queste due divinità della prima funzione rappresentano a loro volta i due aspetti del “sacro” su cui si è soffermato anche E. Benveniste6 : quello oscuro, tenebroso, inaccessibile (Varuna) e quello benefico e amichevole, che si lascia avvicinare dagli uomini (Mitra). È interessante notare che -a parere di Haudry- questa duplice sovranità deriva da una suddivisione arcaica del pantheon indoeuropeo, anteriore a quella fondata sulle tre funzioni, articolata sui cicli cosmici (l’alternarsi di tempi e stagioni) e sui tre cieli (il cielo diurno, l’aurora-crepuscolo, e il cielo notturno). Riflesso evidente di questa antica strutturazione della religione indoeuropea, è il pantheon greco, le cui divinità si inseriscono meglio in un contesto cosmico (Zeus è, al pari di Juppiter e di Mitra, il dio del cielo diurno) che trifunzionale. Sembra comunque certo che la principale divinità indoeuropea fosse un dio solare maschile legato al culto del fuoco o un signore del tuono e della folgore, incarnazione dei valori eroici dell’aristocrazia guerriera.
    A riprova ulteriore dell’ analogia simbolica tra universo, mondo soprasensibile e società umana sta il fatto che le caste indiane dei brahman (sacerdoti) degli ksatrya (guerrieri) e dei vaysia (artigiani)7 – a cui corrispondono significativamente le tre classi della città-stato di Platone - vengono anche definite con gli stessi colori (bianco, rosso e nero) dei “tre cieli” e che nella mitologia dei Veda e in quella germanica (Canto di Rig) caste e classi sociali derivano dalle membra di un essere primordiale gigantesco (Purusa) o dall’unione di un dio con una donna mortale. Responsabile supremo dell’ordine e del benessere della società e del favore degli dèi è il re. Inizialmente capo dell’aristocrazia guerriera della tribù, egli si caratterizza in seguito in senso magico-sacerdotale e, sebbene sia garante del benessere del popolo e “indispensabile al successo delle operazioni militari” (p. 83), egli ne rimane però estraneo8 . Esaminando la struttura della società indoeuropea che si articola –come ha chiarito Benveniste- nelle “quattro cerchie dell’appartenenza sociale” (famiglia-villaggio-clan-tribù) dominate ciascuna da un capo-padrone, si comprende ancor meglio come la sfera politico-sociale trascenda sempre quella individuale: l’individuo, infatti, viene concepito esclusivamente come l’anello transitorio di una realtà perenne, la stirpe, la schiatta, il lignaggio. A questo riguardo risultano particolarmente significative le osservazioni di Haudry sulla natura patrilineare della famiglia indoeuropea e sull’endogamia che caratterizza il sistema di caste indoiranico (p. 138). Scopo principale della famiglia è quello di assicurare una discendenza al padre e di evitare che eventi disastrosi come la suppositio pueri (la “sostituzione” di un figlio legittimo, con uno illegittimo all’insaputa del padre) o la nascita di un figlio bastardo interrompano il “culto della stirpe”. I rapporti sociali sono caratterizzati invece dalla “solidarietà nella diversità” (p. 75) tra le varie classi funzionali e i vari gruppi di età, mentre alla “lotta di classe” si sostituisce un conflitto tra i gruppi sociali che assume spesso la caratteristica di una remota “guerra di fondazione” (leggenda del “ratto delle Sabine”, guerra tra Asi e Vani). Solo in seguito la divisione artificiosa tra ricchi e poveri -causata dall’introduzione della moneta- si sostituisce a quella “naturale” determinata dal proprio rango e dalle proprie virtù. In ogni caso, precisa Haudry, “Gli Indoeuropei escludevano, in materia di governo, la legge del numero sotto tutte le sue forme, sia democratiche che plutocratiche.” (p. 80).
    Passando ad analizzare la funzione guerriera nel suo duplice aspetto “feroce” e “cavalleresco”, l’Autore ci ricorda che la “la guerra, principale occupazione dell’aristocrazia,” (p. 131) è la condizione normale della società indoeuropea e che il legame determinato dalla fedeltà al capo, all’interno di gruppi di guerrieri (Männerbünde) è superiore persino a qualsiasi altra forma di attaccamento sociale (sangue e suolo). Nel caso del mondo germanico, più che di un “esercito di professionisti” è lecito parlare di una “nazione in armi” perché questa -secondo Tacito- coincide con l’aristocrazia dei nobili e degli uomini liberi (p. 130), mentre la classe dei produttori rimane in posizione assolutamente subalterna.
    Meno ampia è invece la parte in cui Haudry cerca di assegnare a un “popolo reale” i connotati di quella cultura virtuale che ha ricostruito in precedenza. Si tratta, in sostanza, di collocare nel tempo e nello spazio la comunità primordiale indoeuropea e di individuarne le caratteristiche antropologiche: questioni di enorme difficoltà e al centro di un acceso dibattito accademico, viziato spesso da idee preconcette, pregiudizi e fattori di ordine extra scientifico. A ogni modo, le risultanze fornite dalla paleontologia linguistica ci consentono di individuare con relativa precisione l’ecosistema (clima, flora e fauna) dell’ultima sede comune degli Indoeuropei, che andrebbe situata in una zona dell’Eurasia a clima temperato-freddo9 . Escluse, per vari motivi, le ipotesi relative ad aree geografiche quali l’Europa centrale e la Mesopotamia settentrionale, Haudry attira la nostra attenzione sulle tesi della Gimbutas, che ha goduto del maggior credito negli ambienti scientifici. Com’è noto questa studiosa, basandosi a sua volta sulle ricerche precedenti di autori quali O. Schrader, V.G. Childe e T. Sulimirski, ha identificato il nucleo primordiale degli Indoeuropei nella cosiddetta cultura kurgan (termine russo che significa “tumulo tombale”) originaria delle steppe della Russia meridionale, che si estendono tra il mar Nero e il mar Caspio. Da questa zona, popolazioni bellicose di pastori seminomadi, portatrici della cultura della ceramica a corde, del carro e dell’ascia da combattimento e caratterizzate da un’organizzazione sociale patriarcale e gerarchica avrebbero invaso in tre ondate successive -dalla metà del V millennio al III millennio a.C.- tutto il continente europeo, sovrapponendosi alle precedenti culture della “Vecchia Europa” balcanica e pelasgica, caratterizzate da una società matriarcale, agricola, sostanzialmente egualitaria e pacifica in cui si era sviluppato il culto di una “grande madre”10 . L’antitesi più netta di questa forma di religiosità tellurica, legata alla fertilità della natura e della donna11 , è appunto la concezione virile, solare ed eroica del cosmo tipica degli invasori indoeuropei.
    Quanto ad Haudry, egli in un primo tempo afferma che l’esame del lessico di area indoeuropea relativo alla metallurgia porta a “situare la fase iniziale della comunità indoeuropea almeno al Neolitico antico e quella terminale nel periodo più recente del Calcolitico” (p. 152), ma sembra poi propenso a collocare la formazione di quella comunità addirittura nel Paleolitico superiore (p. 164). Circa la localizzazione della Urheimat indoeuropea, lo studioso francese riconsidera con attenzione l’ipotesi, già avanzata da autori quali G. Kossinna, P. Thieme e L. Kilian che collocarono nelle regioni dell’Europa settentrionale (Germania del nord e Scandinavia meridionale) il focolare ancestrale di quel popolo. Al proposito, egli cita F. Bourdier, secondo cui il “lontano sostrato degli Indoeuropei” sarebbe costituito dalle popolazioni di cacciatori di renne che, al termine dell’ultima glaciazione Wurmiana (attorno al 9000 a.C.), si spinsero verso il nord dell’Europa, verso le pianure liberate dai ghiacci (p. 163)12 . L’ipotesi di una Urheimat nordica sarebbe, tra l’altro, suffragata (come hanno sostenuto alla fine dell’Ottocento L.G.B. Tilak13 ed E. Krause) dalla testimonianza di testi mitologici celtici, germanici e indoiranici in cui si sarebbe conservato il ricordo dell’antica patria artica, da cui gli Indoeuropei sarebbero migrati in un’epoca antichissima a causa di una glaciazione o di una catastrofe naturale. Al proposito gioverà ricordare che dell’origine polare della “razza iperborea”, lontana progenitrice delle genti arie, si è occupato spesso -in una prospettiva tradizionalista- anche Julius Evola14 .
    All’interrogativo su chi fossero gli Indoeuropei, Haudry risponde invece esaminando una serie di dati archeologici (esami di scheletri e di crani) e di fonti letterarie e iconografiche che sembrano attribuire a quel popolo, o almeno alla sua classe superiore, i tratti fisici (carnagione chiara, capelli biondi, alta statura, dolicocefalia) che contraddistinguono la razza nordica15, smentendo così chi si ostina a ripetere che la “nozione di ‘indoeuropeo’ implica semplicemente una omogeneità linguistica, non razziale.” (p. 165).
    La riflessione sulle cause delle migrazioni indoeuropee (p. 164), attribuite più che a fattori demografici o climatici a quell’“amore per gli spazi aperti” e a quella “volontà di dominio” che ben si conciliavano col “carattere di signori” degli Arii, ben rappresenta, a nostro avviso, il valore di quest’opera. Essa, restituendoci un’ immagine viva del popolo indoeuropeo e individuandone l’aspetto fondamentale nella sua peculiare “ideologia”, suscita in noi il ricordo e la coscienza di quelle forze arcane che hanno dato forma alla storia e alla civiltà del’Occidente e che in qualche modo ancora ci ricollegano alle nostre origini più remote.

    1 Francisco Villar, Los indoeuropeos y los origenes de Europa. Ed. it.: Gli indoeuropei e le origini dell’Europa, Bologna, il Mulino, 1997, p. 12.

    2 Sulla nascita e lo sviluppo della linguistica comparata indoeuropea vedi Francisco Villar, Gli indoeuropei, cit., cap. 1. (“Chi sono gli Indoeuropei”), pp. 16-33.

    3 Vedi O. Spengler, Fruhzeit der Weltgeschichte, ed. it. a cura di Carlo Sandrelli: Albori della storia Mondiale. Vol. 2, Padova, Edizioni di Ar, 1999, p. 121, par. 45: “Lingua: all’inizio ci sono innumerevoli dialetti. […] Con gli eventi politico-economici la maggior parte dei dialetti scompare, alcuni rimangono e si diffondono: lingua del popolo, lingua dei traffici. Questo scomparire e rimanere è incessante; nuovi dialetti di nuove lingue. Così l’ ‘indoeuropeo’ a noi noto è un gruppo di lingue scritte che, sopravvissute tra migliaia di dialetti, si sono diffuse, si sono ristrette, sono migrate di tribù in tribù, venendo alla fine fissate in forma politica in forma scritta.” Vedi anche p. 126, par. 58: “Accanto alla forma [linguistica] ‘indoeuropea’ ce n’erano innumerevoli altre, mentre numerosissime erano quelle di forma indoeuropea. Ciò che noi spieghiamo come indoeuropeo originario è il risultato della erronea deduzione di una forma originaria da alcuni casi specificati (come se dal purosangue inglese, dal mulo, dal dromedario si volesse inferire l’ ‘animale da sella originario’)”.

    4 Sul significato e sull’importanza e di questa ideologia così si esprime E. Campanile: “Ogni cultura -e dunque anche quella degli Indoeuropei- ha carattere sistemico; ciò significa che i singoli elementi che la costituiscono non possono essere analizzati e valutati individualmente, ma vanno costantemente riferiti al quadro generale in cui hanno esistenza. Questo riferimento, a sua volta, si realizza in duplice forma, cioè riconoscendo il legame che unisce ciascun elemento culturale agli altri singoli elementi culturali operanti sul medesimo piano, e riportando tutti gli elementi di superficie all’elemento di natura più profonda, rappresentato dall’ideologia, che costituisce, appunto, il fondamento su cui poggiano tutti gli elementi culturali. Il recupero dell’ideologia rappresenta il prius rispetto a ogni altra indagine sulla cultura indoeuropea, ma ci fornisce anche il criterio fondamentale per la sua ricostruzione globale.” Enrico Campanile, “La religione degli Indoeuropei” in Giovanni Filoramo (a cura di), Storia delle Religioni. Vol. 1: “Le religioni antiche”, Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 569.

    5 Secondo la chiara definizione dello stesso Haudry, la paleontologia linguistica è un metodo che “consiste nell’attribuire a un determinato popolo la conoscenza degli esseri, delle nozioni e degli oggetti i cui nomi ricorrono nella sua lingua, e nel negargli la conoscenza di tutto ciò che non compare nel suo lessico o vi appare solo come prestito linguistico. “ (J. Haudry, Gli Indoeuropei, pp. 19-20).

    6 E. Benveniste, Le vocabulaire des institution indo-européennes, ed.it.: Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee. Vol. 2.: potere, diritto, religione. Torino, Einaudi, 1976, cap. 1. (“il sacro”), pp. 419-441.

    7 Una quarta casta, quella dei sudra, rappresenta probabilmente le popolazioni dell’India sottomesse dagli invasori arii.

    8 Parlando della regalità, Evola ricorda l’espressione di Lao-tze ( wei-wuwei “agire senza agire”) che ne definisce l’ “azione immateriale”. (Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, 4. ed. corretta, Roma, Mediterranee, 1998, p. 51.)

    9 Accenniamo solo in breve al principale argomento linguistico a favore di questa tesi. Si tratta della presenza in tutte le lingue indoeuropee di due termini per “faggio” (*baghos), e per “salmone” (*laks) . La “linea di diffusione” del faggio non si estende alle regioni meridionali dell’Europa, mentre il salmone è presente solo nei fiumi e nei laghi dell’Europa centro-settentrionale.

    10 Di questa divinità sono state ritrovate in un’area che va “dalla Francia di Sud-Ovest alla valle del Don, con appendici in Italia e in Siberia” numerose rappresentazioni (le cosiddette “Veneri steatopigie”) tra cui un enigmatico idolo fittile noto come la “Venere bicefala” rinvenuto in località Vhò di Piadena, nei pressi di Cremona. Su queste rappresentazioni vedi F. Facchini, P. Magnani (a cura di), Miti e riti della Preistoria, Milano, Jaca Book, 2000, pp. 351-359.

    11 Una testimonianza significativa di questo culto della fertilità e della terra-grembo materno sono le tombe di forma ovale, in cui i defunti venivano deposti in posizione fetale, come nel caso della necropoli eneolitica di Remedello. Propria della “cultura dei campi d’urne” -diffusa dal movimento migratorio indoeuropeo verificatosi probabilmente verso il 1300-800 a.C.- è invece l’incinerazione del cadavere che A. Romualdi considera “una nuova espressione di quel culto del cielo e del fuoco che sta all’origine della religiosità indoeuropea”. Vedi A. Romualdi, Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Padova, Edizioni di Ar, 1978, pp. 215-219.

    12 Vedi anche A. Romualdi, Gli Indoeuropei, cit., pp. 45-47.

    13 L.G.B. Tilak, The Arctic Home in the Vedas, ed. it. La dimora artica nei Veda, Genova, ECIG, 1986
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    Tratto dal libro GLI INDOEUROPEI Edizioni di Ar.


    ........ Come la prima grande migrazione indoeuropea, uscita dal focolare
    saxo-turingio, anche la seconda, la illyrische Wanderung [migrazione
    illirica], che muove dalle terre tedesche dell'Est, dovette avere carattere
    nordico.I campi d'urne ci restituiscono solo ossa incenerite, ma la cultura
    di Aunjetìtz, matrice originaria degli Urnenfelder, copre coi suoi tumuli
    scheletri di razza nordica, e i cimiteri illirici dell'età di Hallstatt
    danno di nuovo reperti nordici. Il sepolcro di Glasinac nella Bosnia, su
    2000 tombe scavate, restituisce ancora nell'VIII secolo un 50% di cranii
    nordici, un 30% di cranii dinarici e il rimanente di mediterranei. Ancora al
    tempo dell'Impero Romano, gli Illiri valevano come soldati grandi di corpo,
    integri e valorosi. Su 8 imperatori d'origine illirica, 7 avevano capelli
    biondi: solo Giuliano l'Apostata era bruno.

    Ma nel flusso della migrazione illirica, dilagante dal Danubio, nuotano
    popoli italici (Latini e Falisci), i Veneti, i Dori. Che essa abbia diffuso
    caratteri razziali nordici fino ai Colli Albani e nel cuore del Peloponneso,
    è verosimile.Io sono convinto che principalmente nella migrazione illirica
    avvenuta intorno al 1200 a.C. vi sia stato un irradiamento di sangue
    nordico, perché il focolaio, l'area da cui ebbe inizio questa diffusione è
    stata quella della cultura dei campi d'urne di Lusazia.

    E' stato Reche a osservare che mai i Greci avrebbero adoprato la parola
    "arcobaleno" (iris) per designare l'iride della pupilla (come i Tedeschi:
    Regenbogenhaut = iride) se avessero avuto occhi scuri. Solo un popolo con
    occhi azzurri, o grigi, o verdi può chiamare l'occhio "arcobaleno": il
    prisco ceppo degli Elleni apparteneva perciò alla razza nordica.

    Frequenti nelle fonti greche sono gli aggettivi xanthòs e xoutòs "biondo" ,
    pyrrhòs "fulvo" e "chrysoeidés" "aureo", riferiti ai capelli di uomini o
    Dei, aggettivi che corrispondono perfettamente al latino flavus, fulvus e
    auricomus. Diffuse anche espressioni come chrysokàrenos "testa bionda", o
    chrysokóme "chioma d'oro". Lo stesso progenitore degli Ioni e degli Achei
    sarebbe stato Xoutòs, "il biondo", fratello di Doro e figlio di Elleno,
    mitico capostipite della stirpe greca. Taluni han posto in relazione il gran
    numero di biondi che si trovano nella valle del Vardar con le migrazioni
    elienìche, ma va ricordato che quella strada è stata percorsa in epoca più
    recente da tribù slave.

    Che xanthòs significhi veramente "biondo" è rilevabile da Pindaro che chiama
    xanthos il leone, Bacchilide il colore del grano maturo (III, 56) mentre
    Platone nel Timeo (68 b) ci spiega che xanthòs (il giallo) si ottiene
    mescolando "lo splendente col rosso e col bianco" e Aristotele (Dei colori,
    I, I) afferma che il fuoco e il sole van detti xanthòs. Che i bambini dei
    Germani ai Greci già snordizzati apparissero "canuti" non sorprenderà se si
    tiene presente quel biondo platino quasi bianco di cui sono spesso i capelli
    dei bambini di pura razza nordica.

    Il significato di xanthòs come "biondo" ci è dato da qualunque dizionario
    greco.

    Come è stato spesso notato, gli eroi e gli dei d'Omero sono biondi: Achille,
    modello dell'eroe acheo, è biondo come Sigfrido, biondi sono detti Menelao,
    Radamante, Briseide, Meleagro, Agamede, Ermione. Elena, per cui si combatte
    a Troia, è bionda, e bionda è Penelope nell'Odissea. Peisandro, commentando
    un passo dell'Iliade (IV, 147), descrive Menelao xanthokòmes, mégas én
    glaukòmmatos "biondo, alto e con gli occhi azzurri". Karl jax ha osservato
    che tra le dee e le eroine d'Omero non ce n'è una che abbia i capelli neri .
    Odisseo è l'unico eroe omerico bruno, ma l'abitudine a ritrarre gli eroi
    biondi è così forte che in due passi dell'Odissea (Xlll, 397, 431) anche lui
    è detto xanthòs. E, d'altronde, Odisseo si differenzia anche per i suoi
    caratteri psicologici, segnatamente per la sua astuzia: Gobineau vedeva in
    lui l'eroe "nella cui genealogia il sangue dei guerrieri achei si è fuso con
    quello di madri cananee". In genere però, il disprezzo dei Greci d'epoca
    omerica per il tipo levantino, è scolpita dal loro disprezzo per i Fenici,
    bollati come "uomìni subdoli", "arciimbroglioni" (Iliade XIX, 288).

    Tra gli dei omerici, Afrodite è bionda, come pure Demetra. Atena è, per
    eccellenza, "l'occhicerulea Atena". Il termine adoperato è glaukopis, che
    certo è in relazione anche col simbolismo della civetta, sacra alla dea
    (glaux = civetta: occhi scintillanti, occhi di civetta), ma che in senso
    antropomorfico vale "occhicerulea": Aulo Gellio (Il, 26, 17) spiega glaucum
    con "grigio-azzurro" e traduce glaukopis con caesia "die Himmelblduaugige".
    Pindaro completa il ritratto omerico della dea chiamandola glaukopis e
    xanthà. Apollo è phoibos "luminoso, raggiante" e anche "xoutòs". Era, sposa
    di Zeus e modello della matrona ellenica, è leukòlenos, "la dea dalle
    bianche braccia", tipico tratto della bellezza femminile della razza nordica
    . Bianche braccia, piedi d'argento, dita rosate, e altri caratteristici
    aggettivi che rimandano a un colorito chiaro, sono frequenti nei poemi
    omerici

    Anche Esiodo ci parla d'eroi e dì dei biondi: biondo è Dioniso, bionda
    Arianna, bionda Iolea. La connessione dei canoni estetici d'età arcaica con
    l'ideale nordico si ricava anche dall' importanza attribuita all'altezza:
    kalos kai mégas sono due aggettivi che van sempre insieme. Nella descrizione
    di Nausicaa e di Telemaco nell'Odisseo, si sente che l'alta statura è quasi
    sinonimo di nobile nascita. E' lo stesso modo di sentire del nostro
    Medioevo, che ha dipinto tutte le donne bionde e che poneva come condizione
    della loro bellezza la grandezza della persona ("grande, bianca e fina"),
    anch'esso per l'influenza d'una aristocrazia d'origine nordica, germanica.

    In epoca classica, nomi come Leukéia, Leukothea, Leukos, Seleukos (da leukòs
    "Bianco") alludono al colorito chiaro, così come Phrynos e Phryne a pelli
    bianche e delicate, come anche i nomi Miltos, Miltìades, e Milto. Galatéia
    (da gàla-gàlaktos =latte) è "quella dalla pelle di latte". Rhodope e
    Rhodopìs quelle dalla "pelle di rosa". Non rari i nomi Xanthòs, Xuthìas,
    Xanthà, come anche Phyrros "fulvo" (da pur = fuoco) e Pyrrha sposa di
    Deucalione e mitica progenìtrice del genere umano.

    Verosimilmente le stirpi doriche, ultime venute dal settentrione, e in
    particolare gli Spartiati, rigorosamente separati dal popolo, dovettero serbare a lungo caratteri nordìci. Ancora nel
    V secolo, Bacchilide loda le "bionde fanciulle della Laconia"; due secoli
    prima Alcmane, nel famoso frammento (54) aveva cantato la fanciulla spartana
    Agesicora "col capo d'oro fino e dal volto d'argento". Anche le abitudini
    sportive delle Spartane, il loro costume di fare ginnastica insieme con gli
    uomini, ci parlano d'una femminilità acerba e atletica che meglio s'immagina
    in fanciulle di razza nordica che in quelle di razza mediterranea. Eustazio,
    (IV, 141) vescovo di Salonicco, commentando un passo dell'Iliade, ricordava
    come la bíondezza avesse fatto parte dell'essere spartano. La cosiddetta
    "fossa dei Lacedemoni" ci ha restituito gli scheletri di 13 Spartani
    appartenenti alla guarnigione messa in Atene alla fine della guerra del
    Peloponneso: tre sono quelli di uomini molto alti (1,85; 1,83; 1,78), gli
    altri di statura superiore alla media, il più piccolo misura 1,60.
    Breitinger, che ha studiato questi resti scheletrici, rinviene in essi,
    "almeno una forte impronta nordica". Ricorderemo che Senofonte segnalava
    l'alta statura dei Spartani.

    Anche le stirpi ioniche, nonostante risiedessero da più tempo sulle rive del
    Mediterraneo - fatto che aveva condotto a una notevole mescolanza
    dell'elemento nordico con quello occidentale-mediterraneo - dovettero
    serbare, specie nell'aristocrazia, un certo ideale nordico. Nel cimitero del
    Dypilon, in età geometrica, si nota un incremento di brachicefali
    centroeuropei a spese dei dolicocefali mediterranei. Non si dimentichi che
    il geometrico nasce in Attica, esattamente come il gotico nasce in Francia,
    e così come sarebbe incauto affermare che la Francia non sia stata
    germanizzata solo perché la lingua è rimasta latina, così sarebbe azzardato
    sostenere che la migrazione dorica non abbia penetrato l'Attica.


    Nel VII secolo Solone ci parla d'un Crizia - antenato di Platone - coi
    capelli biondi, "xantothrix", e Platone stesso nel Liside e nella Repubblica
    ci parla della biondezza come qualcosa di non particolarmente raro. I
    tragici d'età classica, e particolarmente Euripide, ci mostrano una quantità
    d'eroi e d'eroine bionde. Nelle Coefore di Eschilo (v. 176, 183, 205) la
    bionda Elettra rinviene un capello biondo presso il sepolcro del padre, e,
    poco più in là, ravvisa un'orma del piede particolarmente grande e ne deduce
    che debba trattarsi di suo fratello. Ridgeway per primo suppose che la saga
    d'Elettra serbasse un'eco della contrapposizione d'una aristocrazia nordica
    molto più alta delle plebi mediterranee .


    Nell'Elettra di Euripide (v. 505 e sgg.) apprendiamo che la biondezza è
    caratteristica degli Atridi, e nell'Iligenia in Tauride, Ifigenia (52/53)
    ricorda il padre Agamennone "col crine biondo ondeggiante sul capo". Lo
    stesso Euripide ci mostra biondi Eracle, Medea, Armonìa. Il Sieglin ha
    notato che nei livelli dell'Acropoli ìnferiori alla distruzione persiana si
    trovano costantemente statue con capelli dipinti d'ocra gialla o rossa e
    occhi in verde pallido: è noto il famoso "efebo biondo". In genere, in tutta
    l'epoca classica, si mantenne l'usanza di dipingere di biondo i capelli
    delle statue: Filostrato, nel suo libro sulla pittura (Eikones), scrive che
    "la pittura dipinge un occhio grigio, l'altro azzurro o nero, i capelli
    gialli, o rossi, o fulvi". Anche la grande Athena Parthenos che sorgeva
    accanto al Partenone era bionda, ed è stato osservato che l'arte
    crisoelefantina sorge per ritrarre un'umanità fondamentalmente chiara. Il
    tipo ritratto dalla plastica ellenica è essenzialmente nordico: "Nelle
    figure maschili, la grandezza d'animo (megalopsychìa) d'un tipo umano
    superiore e capace d'una contemplatività spassionata, in quelle femminili il
    nobile ritegno, l'acerba e pudica ritrosia d'un'anima nobile di razza
    nordica" (116).

    Anche le statuette di Tanagra, analizzate dal Sieglin, si rivelano bionde al
    90%, il che non ci sorprenderà gran ché se Eraclido Critico ancora nel III
    secolo scriveva delle donne della beotica Tebe: "Sono per la grandezza dei
    corpi, l'andatura e i movimenti, le donne più perfette dell'Ellade. Hanno
    capelli biondi che portano annodati sul capo" (Bios Hellados, 1, 19). Una
    particolare biondezza delle tebane non meraviglia se si considera la
    penetrazione tracia nell'area eolica, successiva alla migrazione dorica e
    connessa all'introduzione della cavalleria, le cui tracce linguistiche si
    avvertono anche oltre l'Adriatico, tra gli Iapigi. Teodorida di Siracusa
    (Antologia Palatina, VII, 528 e) ci descrive le fanciulle della beotica
    Larissa che si tagliano le bionde chiome per la morte d'una concittadina.
    Anche la colonizzazione eolica avrà diffuso caratteri nordici se si pensa
    che Saffo chiama la figlia Cleide chryseos (frammento 82). La stessa Saffo è
    chiamata da Alceo (framm. 63) ioplokos, "col crine di viola", che viene
    comunemente tradotto "bruna". In realtà, come ha mostrato il Sìeglin, prima
    del IV secolo, epoca che segna il disseccamento dell'Ellade e la scomparsa
    dei boschi, in Grecia esisteva solo la specie gialla della viola (viola
    biflora), quella stessa che oggi cresce in Baviera e in Tirolo. Ióplokos va
    tradotto perciò con "bionda": che Saffo fosse "piccola e nera" (mikrà kai
    mélaina) è una tarda leggenda .

    Che anche la grecità di Sicilia avesse con sé caratteri nordici potrebbero
    suggerirlo quelle fonti che ci descrivono Dionigi, tiranno di Siracusa,
    biondo e con le lentiggini. In genere, la menzione di tanti biondi tra le
    figure d'un certo rango, convalida l'idea del Sieglin che "blond galt als
    vornehm".

    In genere, nel V secolo la biondezza doveva esser ancora sentita come
    qualcosa di tipico per il vero elieno se Pindaro, nella nona Ode Nemea (v.
    17), rivolto agli Argivi presenti, celebra i "biondi Danai". D'altronde.
    ancora Callimaco (Inni V, 4), due secoli dopo, poteva esortare le donne di
    Argo: "affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!". Bacchilide, nell'ode
    a un vincitore degli stessi giochi nemei, loda i mortali, uomini dell'Ellade
    tutta, che "con la triennale corona velano le teste bionde". Lo stesso
    Bacchilide, in un frammento (V, 37 e sgg.), menziona dei "biondi vincitori"
    xanthotricha nikasanta. La grande arte classica, che data da questo secolo,
    ha ritratto quel tipo alto, con tratti fini e regolari, che è proprio della
    razza nordica, e quale oggi si può trovare compattamente solo in alcune
    regioni contadine della Svezia. Anche la razza mediterranea ha tratti
    regolari, ma è di piccola statura, e quell'impronta più fiera, quel
    modellato più energico del naso e del mento che fanno la fisionomia
    classica, sono da ricondursi alla razza nordica:

    "Ancora Aristotele scrive nella sua Etica Nícomachea che per la bellezza si
    richiede un corpo grande, di un corpo piccolo sì può dire che sia grazioso e
    ben fatto ma non propriamente bello. Questo corpo piccolo e grazioso è
    essenzialmente quello mediterraneo, come appare a uomini di sentire nordico.
    Per la sensibilità nordica il contenuto fisico e spirituale della razza
    medìterranea non è sufficiente ad attingere la vera 'bellezza', perché qui
    per la bellezza si richiede una certa gravità interiore, una grandezza
    d'animo che dai Greci di sensibilità nordica fu sintetizzata nel concetto
    della megalopsychìa... La figura mediterranea agli occhi dell'uomo nordico
    apparirà sempre troppo leggera e troppo inconsistente perché i suoi tratti
    fisici siano ammirati come "belli" .

    Nordiche sono la metriótes, la misurata dignità, la enkrateia, la padronanza
    di sé, la sofrosyne, la coscienziosa ragionevolezza, in cui lo spirito greco
    ravvisò la sua essenza profonda. L'apollineo e il dionisiaco, questi due
    poli della civiltà ellenica esplorati da Nietzsche, altro non sono che
    l'anima nordica delle élites indoeuropee e la sensibilità spumeggiante delle
    plebi mediterranee.Dionisiaco è l'entusiastico, lo spumeggiante, il piacere
    chiassoso e l'indomita ferocia dell'antico Mediterraneo; apollineo il tono
    sublime, la saggia ponderazione, la pronta decisione del Nord.

    Ma è proprio nel V secolo, estremo equilibrio dello spirito greco, che la
    bilancia s'inclina. La crisi delle aristocrazie maturava già da almeno un
    secolo e Teognide - che in un frammento ricorda la sua gioventù, quando "i
    biondi riccioli gli cadevan dal capo" - aveva già maledetto la mescolanza
    del sangue, rovina delle antiche schiatte. Il ceto dirigente ateniese andava
    incontro alla snordizzazione per l'afflusso di sangue meteco, plebeo,
    levantino. La conseguenza ne era il volgersi dei migliori ateniesi al
    modello spartano. Senofonte addirittura si trasferì a Sparta. Platone
    laconeggiava nella sua Repubblica, dove l'élite dei capi è educata come gli
    Spartiati, e dove il nuovo stato poggia sull'eugenetica (unire i migliori ai
    migliori, sopprimere i minorati, etc.) sì che l'ideale finale si configura
    come allevamento di fanciulli secondo il modello dell'uomo perfetto, e guida
    dello Stato da parte di un gruppo scelto per un tale compito. Ma anche
    Sparta non superò indenne il conflitto peloponnesiaco, che ferì a morte la
    sua nobiltà guerriera non meno di quel che la seconda guerra mondiale non
    abbia logorato quella tedesca.E' un fatto facilmente constatabile che
    all'eliminazione del sangue più nobile -e da parte lacedemone era il sangue,
    preziosissimo, dei nordici Spartiati- abbia considerevolmente contribuito la
    guerra del Peloponneso. Alla battaglia di Leuttra, gli Spartiati finirono
    col dissanguarsi completamente, sì che quello spartano poteva rispondere ai
    soldati tebani entrati in Sparta che chiedevano "Dove sono dunque gli
    Spartani": "Non ve ne sono più, se no voi non sareste qui adesso".

    Il IV secolo è ancora un'epoca di splendore. Ma c'è nella sua luce qualcosa
    di più caduco e raffinato che sta come la grazia morbida dell'Hermes di
    Prassitele alle figure acerbamente eroiche dell'arcaismo e a quelle
    maturamente solari del secolo V. In esso è l'elemento mediterraneo che torna
    a parlare.In tutti questi caratteri, è stata giustamente ravvisata la
    presenza di una specie umana più leggera e più leggiadra.

    Di fronte a un'Ellade così fortemente snordizzata, non meraviglia che alla
    fine del IV secolo l'egemonia sia passata alle regioni periferiche, alla
    Macedonia. 1 Macedoni, consanguinei dei Dori, il cui nome dovrebbe
    sìgnificare "gli alti", dovevano conservare, accanto a una monarchia e a un
    contadinato patriarcali, l'acerbità nordica delle origini. Alessandro, coi
    suoi occhi azzurri scintillanti, con la pelle così rosea e delicata che lo
    si poteva vedere arrossire anche sul petto, è una figura nordica. I Macedoni
    costituirono l'estrema riserva della grecità, che permise nella fase
    declinante della sua cultura - di espandere la sua civilizzazione per tutto
    l'Oriente. Una certa fisionomia nordica dovette conservarsi a lungo
    nell'aristocrazia macedone. Stratonica, figlia di Demetrio Poliorcete e
    moglie di Seleuco I, era bionda, biondo era Tolomeo Filadelfo, come pure la
    sorella Arsinoe, "simile all'aurea Afrodite". In tutta l'epoca ellenistica,
    l'ideale femminile continuò ad incentrarsi sulla xanthótes, sulla biondezza.
    Ce lo ricordano i poeti (Apollonio Rodio, l'Antologia Palatina etc.), il
    famoso epigramma "Eros ama lo specchio e i biondi capelli", come pure il
    fatto che tutte le etere d'alto rango d'epoca ellenistica (Doride,
    Calliclea, Rodoclea, Lais) erano bionde.La frase... 'i signori preferiscono
    le bionde' vale anche per il mondo maschile delle città ellenistiche.

    Wilhelm Sieglin, che si è preso la pena di andare a scovare tutti i passi
    delle fonti greche dove si parli del colore degli occhi e dei capelli, ha
    potuto dimostrare che dei 121 personaggi della storia greca di cui gli
    autori ci descrivono i caratteri fisici, 109 sono biondi, e solo 13 bruni.
    Lo stesso Sieglin ha raccolto le descrizioni dei personaggi della mitologia:
    delle divinità, 60 hanno capelli biondi, e solo 35 capelli scuri (di cui 29
    numi del mare o degli inferi); degli eroi delle saghe, 140 sono biondi e 18
    han capelli neri; dei personaggi poetici, 41 biondi e 8 neri . Da tutto ciò
    sarebbe eccessivo dedurre che in tutte le epoche della storia greca i biondi
    siano stati in così schiacciante maggioranza. Certo è però che erano
    numerosi e, soprattutto, davano il tono alla classe dirigente.

    Che un certo ideale nordico contrassegnasse il vero elleno fino ai tempi più
    tardi, potrebbe confermarlo questa notizia del medico ebreo Adimanto,
    vissuto all'epoca dell'Impero Romano. Egli scrive (Physiognomikà, 11, 32):
    "Quegli uomini di stirpe ellenica o ionica che si son conservati puri, sono
    di statura abbastanza alta, robusti, di corporatura solida e dritta, con
    pelle chiara e biondi... La testa è di media grandezza, la pelosità corporea
    inclinante al biondo, fine e delicata, il viso quadrato, gli occhi chiari e
    lucenti ... ". E tuttavia, il romano Manilio ormai ascriveva i Greci alle
    coloratae gentes. Con la scomparsa della biondezza naturale, erano divenuti
    di moda i mezzi artificiali di colorazione dei capelli, i xanthìsmata. Il
    verbo xanthìzestai, "tinger di biondo", passò ad indicare l'adornarsi, il
    "farsi belli" per eccellenza. Ma non eran questi mezzi che potevano
    arrestare il processo di snordizzazione del mondo ellenico.

    Il tipo dell'elleno si avviava ormai ad estinguersi. Ad esso succedeva il
    graeculus, lo schiavo astuto o lo scaltro retore, il trafficante o la guida
    turistica, segnato dal marchio di quella furbizia levantina che lo fecero
    sentire dai Romani come "inferiore".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Brano tratto dall'opera memorabile di Adriano Romualdi intitolata GLI INDOEUROPEI - edizioni di Ar http://www.libreriaar.it

    Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l'altro serbatoio accumulato dall'ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l'Italia successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica.
    Che le lingue italiche - e tra esse il latino - siano state diffuse da un tipo razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza dall'area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes = colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di biondismo, una nell'Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda, l'altra più tenue, lungo l'arco dell'Appennino, riconducibile alle più antiche migrazioni italiche.
    Scrive il Sera, nell'Enciclopedia Italiana. «Ma il fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, ... è la presenza di una forte componente xantocroica in tutta l'Italia centrale e soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e orientale dell'Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale, parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre parti della penisola e nella Sicilia... La localizzazione della maggiore massa di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall'Oriente, cioè che esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare addentro nella pianura padana, ma - deduzione assai più importante - sembra che a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di selezione eliminativa. A ogni modo... è chiaro che detto tipo dovette respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha ragione credere fosse autoctona nella regione...
    E' probabile che questo tipo xantocroico sia disceso in Italia all'epoca del ferro, se non prima, e che sia stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo» .
    Che i popoli italici - e tra essi i Romani - si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e quello etrusco dall'altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la loro cultura
    piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del mondo,ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra, quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni dì un ethnos differente.
    Così un grande interprete dell'antichità ha sintetizzato il carattere nazionale etrusco:
    «Etrusca era la gioia ai piaceri dell'esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all'indolenza, amabile e contemplativa...
    Ma etruschi erano anche l'eroe cavalleresco e il combattente individuale,che agognavano all'avventura e alla fama, profondamente diversi dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita etrusca si svolgeva nell'opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non diversamente nell'opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull'uomo e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile del mondo s'esprime in Etruria dovunque ... » .
    E' l'elemento «dionisiaco», lo «schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell'antico Mediterraneo», da Schuchhardt contrapposti all'apollineo «alto sentire, accorto agire e misurato decidere del Nord»: come in Grecia l'orfismo, così in Italia gli Etruschi rappresentano il polo «anticlassico».
    Di fronte alla sensuale vivacità delle genti indigene, sta l'ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i duri Sabini (Properzio, 1 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores, 11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d'età repubblicana che presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria - flava lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319), i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l'eco è negli Oracoli Sibillini (XIV, 346): «Nel senato dell'epoca repubblicana e del quinto fino al primo secolo l'essenza nordica ha sempre dimostrato di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata, attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata, audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato, e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l'idea del vero romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus, il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la formazione di sé, dísciplina, la dignità, gravitas, e il rispetto, pietas... in più quella misurata solennità, sollemnitas, che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente romano» .
    Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Gunther.

    L'onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della origine dei nomi propri. Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani, Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia, Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana. La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d'una divinità, avevano toccato la barba d'un guerriero romano che era diventata rossa.

    L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d'un biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus, un biondo più mite, per le donne. Per l'azzurro degli occhi l'aggettivo comune è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius e Caesonius, Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l'aggettivo era ravus o ravidus, donde nomi come Ravilia o Ravilla: Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a caesiis Caesullae. Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus, Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius indicano colorito chiaro. In appendice all'Incerti auctoris liber de praenominibus, d'epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax, rosellina, Burra - come anche Burrus - dal greco pyrròs: tutte a colore ductae.

    Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana, dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto tramandato da Orazio: hic niger est, hunc tu, Romane, caveto! «quello è nero, guardati da lui, Romano!» che esprime una diffidenza spontanea verso l'individuo troppo
    scuro di pelle che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D'altra parte, la credenza che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un'epoca in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani.
    Il Sieglin, che ha passato in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il Sieglin , 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune.
    Caratteri nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore dell'Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e alta statura. L'ideale fisico d'un popolo s'esprime nell'ideale dei suoi poeti. Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur. Le lodi
    maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla della flava puella Ogulnia di nobile stirpe.

    Importante è l'Eneide, per quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta «archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in una esaltazione della latinità. Nell'Eneide tutti i personaggi sono biondi. Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea, spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d'oro (En. I, 592: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo - argentum Pariusque lapis circundatur auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno dei guerrieri o degli altri personaggi dell'Eneide si dice che abbiano capelli neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa comas), così forte è l'inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d'Ovidio, composti con uno stesso intento
    archeologico e celebrativo, eroi ed eroine dell'antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763), biondi Romolo e Remo, marzia prole:

    Martia ter senos proles adoleverat annos
    et suberat flavae iam nova barba comae
    (III, 60).

    Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi. Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l'aspetto fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In tutte le epoche dell'antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto» .
    L'epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre puniche. E' l'epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai migliori elementi della plebe. E' l'epoca in cui Ennio poté scrivere moribus antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora su di un'adeguata base razziale. L'ideale della probitas, dell'integritas, quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale: «L'essenza del "vero romano", del vir ingenuus non si spiega alla luce dell'anima "meridionale", delle popolazioni preitaliche di razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell'antica plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)».
    Questo prisco ideale repubblicano d'una severità di contegno derivante non da astratti precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l'ha espresso Properzio nella figura di Cornelia figlia dell'Africano:

    Mihi natura dedit leges a sanguina ductas
    (IV, 11)

    Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E' lo spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue troppo
    alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di second'ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All'epoca di Pirro, e anche a quella d'Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile». Nel II secolo già il contadinato italíco dava segni d'esaurimento. Ma con la scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.

    Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l'Oriente levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma.

    Syria prima nos victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47).

    Già alla metà del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana
    per dominarvi incontrastato nei secoli dell'Impero. Siri, greculi, ebrei - nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano sempre più numerosi, con l'influsso dissolvente della brillante civilizzazione ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria - diceva il nonno di Cicerone - tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti». «Tacciano codesti, cui l'Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba d'importazione.
    Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di osservare l'avvento di tipi sempre più nettamente levantini - specialmente banchieri e uomini d'affari - che si contrappongono al romano nobile d'impronta nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell'Italia - color iste servilis, diceva Cicerone - si può far risalire all'invasione di schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell'ultima età repubblicana e di quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d'un padrone, spiega il trapasso dalla repubblica all'Impero.
    L'ordine imperiale romano era destinato a reggere ancora alcuni secoli - anche perché la Roma repubblicana aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori - in un quadro di splendore ma anche nella coscienza d'una crescente putrefazione della società. I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli d'Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell'epoca è lo stoicismo, l'individualismo orgoglioso e disperato d'un'anima nordica che si chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può offrire sostegno.

    Malos homines nunc terra educat atque pusillos, lamentava Giovenale (XV, 70).

    In effetti, la statura minima dell'esercito imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente dell'Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella bellezza femminile - Poppea era bionda - e le donne romane se li tingevano (summa cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la sostanza era che l'Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale orientalizzazione.

    La capacità dell'impero di reggersi nei secoli si dovette alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel sangue. Ma una volta che anche l'ultima parte del sangue originario è perduta, non resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente recidiva. L'arco della romanità è compreso tra le due affermazioni - moribus antiquis res stat romana virisque - in cui l'età repubblicana aveva orgogliosamente affermato la disponibilìtà d'un'adeguata sostanza razziale, e quell'altra - mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la romanità ammetteva l'incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai levantino.

    Al vecchio contadinato italico d'impronta nordica, quasi estinto (la desolazione e lo spopolarnento dell'Italia, la vastatio Italiae, è un tema comune della pubblicistica d'età imperiale) poté surrogare, fino al II secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d'italicità provinciale da cui erano usciti Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, l'orientalizzazione procedette inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere della nazione ebraica - multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in contionibus, civitas tam suspiciosa et maledica viene dall'Oriente, si afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea dell'Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei .Il cristianesimo nell'Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della popolazione, di immigrati d'origine orientale e africana, i quali non erano sensibili né allo spirito ellenico né all'arte politica di Roma.
    L'ultima resistenza nordica ed europea contro l'orientalizzazione del mondo classico - la penetrazione eccessiva di elementi estranei nell'impero Romano mediante la diffusione della concezione della vita e della religiosità dell'Oriente - viene da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E', sotto il segno del Sole Invitto, la reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la levantinizzazione dell'Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E' l'estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell'Oriente e, insieme, la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro l'oro dell'Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli, nel cuore dell'Oriente
    cristiano e antiromano, segnano la fine della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva mettere in versi la speranza che l'Impero si rinnovasse e che i capelli della Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma indoeuropea non era più.
    Paradossalmente, l'Impero dovette ancora un secolo di vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica d'epoca repubblicana era succeduta la romanìtà italico-provinciale del principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell'ultimo secolo di Roma prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.

    L'esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora,nella luce morente dello splendore romano . E' significativo come per questi Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle», «malfido». Il «romano» è ormai, nell'accezione corrente, un tipo umano piccolo, nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come era apparso il graeculus ai Romani d'età repubblicana, e come Platone, a sua volta in una Grecia non ancora snordizzata - aveva descritto Siri ed Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco e latino nel secolo V d.C., serbavano l'eredità linguistica (Sprachenerbe) degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).
    I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell'Impero come coloni e federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi centri urbani e marittimi dipendenti dall'Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l'esaurimento biologico e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo mito di Roma - si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l'Europa del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre dì popoli - Scandia insula quasi vagina populorum velut officina gentium Goti del Vástergótland, Burgundi di
    Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è madre di bionde nazioni: ai bìondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici, succedono i biondi Franchi, Lornbardi, Goti, che vanno a rinsanguare l'esausta Romania.
    Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanicagermanica dell'Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono trasformati nella loro sostanza dall'apporto germanico. Una nuova élite nordica rinsangua l'Europa col suo «sangue azzurro» - sangre azul, come apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene dei loro signori vìsigoti. Sono i «figli dei biondi» - i beni asfar, come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e colpivano nell'Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo era mossa alla conquista dell'Europa . Sono i cavalieri tedeschi - decor flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano il simbolo imperiale dell'Occidente.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Christophe Levalois rende giustizia alle origini dei popoli indoeuropei

    di Andrea Mascetti

    Quale è l’origine dei popoli Indoeuropei? Da quali spazi giunsero i nostri antenati Celti e Longobardi? La risposta ce la dà un libro dello studioso francese Christophe Levalois (La terra di luce. Il Nord e l’Origine, Edizioni Barbarossa) il quale, partendo dai testi classici e indiani, delinea una origine "nordica" - o forse è meglio dire "artica" - delle genti Indoeuropee. Nella tradizione classica si ricorda l’annuale viaggio che conduceva il dio Apollo (equivalente del Belenos celtico) a varcare il circolo polare artico per raggiungere la terra di Thule, o Iperborea, viaggio che compiva su di un caro trainato da cigni (gli stessi cigni che ritroviamo nel mito celtico dell’Isola di Avallon). D’altronde sono stati proprio gli autori greci e latini a lasciare grandiosa testimonianza della credenza per cui a nord, in una zona mai bene specificata, esistesse questa isola di Thule, sede degli Iperborei e dimora dei primi Dei europei. Da Omero e Eschilo, da Virgilio a Strabone, da Plinio il Vecchio a Aviero, molti sapienti dell’antichità furono rapiti dal mito di Thule, di cui lo stesso Seneca, nella Medea, si lascia questa testimonianza: "Nei secoli futuri, un’ora verrà / in cui si scoprirà il grande segreto nascosto / dell’oceano / si ritroverà la potente isola. / Teti, nuovamente, rivelerà questa contrada. / E Thule, allora, non sarà più il paese estremo della Terra".La credenza di una terra meravigliosa abitata da saggi, eroi ed immortali, situata nelle estreme terre del nord dell’Europa, era così diffusa, che un navigatore greco, Pitea, organizzò una lunga traversata per raggiungerla. Questo avventuroso viaggio lo condusse in Islanda e in Norvegia, fino a superare il circolo polare artico: siamo nel IV secolo a.C. Parecchio tempo dopo, nel 306 d.C., l’imperatore Costanzo Cloro cerca a nord della attuale Gran Bretagna quella terra in cui, secondo le leggende del tempo, il sole non tramonta mai. Allo stesso mito è collegata la navigazione di san Brandano, nel VI secondo d.C. Alcuni secoli più tardi le parole di Robert Wace, a cui dobbiamo tra l’altro il Roman de Brut e una Vie de Merlin l’enchanteur, riassumono in due versi il mistero iperboreo: "En north alum, de north venum, / En north fumes nez, en north manum"Il libro di Levalois ci introduce quindi in un universo di miti e leggende dove la cultura celtica e germanica viaggiano di pari passo con l’erudizione classica e indiana. Un libro che riapre il discorso sulle origini dell’Europa, le quali devono essere ricercate non nel bacino mediterraneo - come invece ci siamo spesso sentiti ripetere - ma a nord, verso quella Thule iperborea che ancor oggi, nei simboli solari della Croce Celtica e del Sole delle Alpi, indica la fiaccola da seguire per tutti coloro che, ancora, si sentono dei "buoni europei".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Jean Haudry, GLI INDOEUROPEI, versione italiana a cura di Fabrizio Sandrelli, Edizioni di Ar, 20000 . Prezzo: £. 40.000

    libreriaar@tin.it www.libreriaar.it



    Con i termini Indoeuropei o Indogermanici si suole indicare una comunità di cultura, religione, etnia, lingua, che, tra il 4500 e il II-I millennio a.C., a ondate successive, avrebbe colonizzato gran parte dell'Asia centro-meridionale e dell'Europa. Da essa si sarebbero originati i c.d. "popoli storici": Germani, Celti, Greci, Romani, Indiani vedici, Iraniani, ecc. Sebbene l'unità linguistica indoeuropea ("Ursprache") sia stata ricostruita solo attraverso il lavoro degli studiosi e il problema della patria di provenienza ("Urheimat") permanga aperto - sono state proposte con varia fortuna: l'India, l'Asia minore, i Balcani, le regioni baltiche, la Russia meridionale, ecc. -, gli elementi che permettono di giustificare tale assunto sono notevoli. Tra questi, come hanno esaustivamente sottolineato studiosi come G. Dumézil e E. Benveniste, risaltano le parentele linguistiche, testimoniate dai numerosi vocaboli aventi l'etimo in comune e che investono diverse aree d'interesse (la religione, le istituzioni, la famiglia, l'agricoltura, ecc.), nonché l'ideologia tripartita, ossia la suddivisione della realtà esistente all'interno di tre funzioni specifiche: sacrale, guerriera, produttiva, la quale si ritrova, consapevolmente come tale, soltanto presso i popoli di stirpe indoeuropea. In Italia tale complessa e fondamentale problematica ha avuto, purtroppo, un'eco relativa (dal dopoguerra ad oggi le pubblicazioni di un certo livello dedicate agli Indoeuropei si contano nell'ordine di poche decine) sia per motivazioni di carattere ideologico sia per un certo provincialismo culturale. L'uscita del volume di Jean Haudry, docente di sanscrito presso l'Università di Lione III ed uno dei maggiori esperti di indoeuropeistica, da parte della casa editrice Ar (la cui sede è a Padova ma la cui distribuzione è a Salerno) e con il contributo dell'Università di Torino, si pone dunque come un'operazione coraggiosa oltre che altamente meritoria, andando a colmare un grave vuoto nel panorama editoriale nostrano. Piace segnalare, infine, che nell'accurata traduzione si è tenuto conto tanto dell'edizione originale francese del 1981 che di quella, più aggiornata, inglese del 1992, aggiungendo, inoltre, un interessante corredo fotografico
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