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    Predefinito La previdenza non è...

    ….merce di scambio per piccoli accordi.

    Fermiamo la riforma delle pensioni.

    Non sembri blasfemo, detto da chi – soprattutto dalle colonne di questa rubrica – ha sostenuto la necessità di una riforma radicale del nostro sistema previdenziale. Ma proprio perché si tratta del provvedimento strutturale più importante ai fini della modernizzazione del paese, è saggio evitare che finisca nel bailamme di questa crisi – o pseudo crisi – di governo.
    Sull’urgenza di arrivare a una sistemazione del problema previdenziale il giudizio è praticamente unanime, ma è altrettanto chiaro quale sia l’obiettivo vero da centrare: garantire una volta per tutte la sostenibilità nel sistema nel lungo periodo. Allo stato delle cose, il governo non è in grado di garantire la coerenza e la compattezza necessaria per procedere a una vera riforma, per cui meglio stralciare il problema e non farlo diventare merce di scambio nella definizione dei nuovi equilibri nella maggioranza.
    Le pensioni non possono essere trattate al pari di provvedimenti come l’indultino o la legge sull’editoria. Arrivare a decisioni conclusive sulla legge delega tra un vertice di maggioranza e l’altro rafforzerebbe inevitabilmente un’impostazione rinunciataria, eliminandone ogni aspetto impopolare, smussando un provvedimento già largamente incompleto, il tutto per minimizzare le reazioni dei sindacati e soprattutto della Lega.
    Una “riformicchia”.

    Il governo, invece, dovrebbe far tesoro degli errori e delle occasioni perse sin dal suo insediamento. Non c’è dubbio che il tema da affrontare a inizio legislatura fosse proprio la previdenza e non l’art. 18. Era quello l’unico momento in cui l’alleanza elettorale poteva essere in grado di reggere alle pressioni derivanti da una questione così impopolare.
    Al contrario, ci si è infilati nel vicolo cieco dell’articolo 18, dimostrando di non avere neppure l’intelligenza politica di alzare la posta di fronte alla rottura del fronte sindacale. E a proposito di sprechi, in quell’occasione Cisl e Uil hanno esposto i loro quadri e iscritti alla pressione – spesso alle ritorsioni – nei luoghi di lavoro, per mano della Cgil. A conti fatti, il bilancio è decisamente
    deficitario: scioperi generali, clima sociale compromesso in cambio, da parte del governo, di dichiarazioni di principio e provvedimenti di scarso impatto pratico.

    Il risparmio di cassa non è l’obiettivo.
    Dunque, per affrontare il tema della previdenza in maniera responsabile bisogna adottare un approccio totalmente diverso. Innanzitutto va messo in secondo piano l’eventuale risparmio di cassa che ne può derivare e aumentare, anziché ridurre, la portata rivoluzionaria dei provvedimenti. Non basta affrontare solo il problema del deficit pensionistico, bisogna puntare al riassetto dell’intera spesa sociale che, di fatto, ora si esaurisce nelle pensioni, visto che ne rappresenta i due terzi. Se si dimostra ai sindacati che non si sta operando un drenaggio di risorse dal welfare ma a una sua modernizzazione, è evidente che sarà possibile – almeno con Cisl e Uil, ma forse anche con la
    Cgil – gestire lo scambio di “meno garanzie, più opportunità”, e dunque di maggiore sviluppo economico.
    Solo prospettando in maniera credibile questo cambio di paradigma ci può essere dialogo. Altrimenti, è assodato che le organizzazioni sindacali diranno no a ogni cambiamento che poggi solo sul taglio della spesa pensionistica. Un esempio? E’ impossibile ottenere l’assenso su un passaggio più veloce al sistema contributivo – che in prospettiva garantisce pensioni più basse – o imporre misure che innalzino l’età media di accesso alla pensione (i famosi disincentivi), se nel frattempo non c’è una politica efficace sulla previdenza integrativa, con trattamenti fiscali privilegiati, indirizzando il tfr ai fondi pensione e lasciando ai lavoratori la libertà totale di scelta riguardo alla destinazione dei loro contributi integrativi. E questo solo per fermarci su alcune delle soluzioni già previste, ma in realtà il discorso dovrebbe essere ancora più ampio, in modo da coinvolgere tutti gli ambiti della spesa sociale: il sostegno ai disoccupati, la formazione professionale e quant’altro. Come può una maggioranza che non è riuscita a impostare un discorso del genere nei primi due anni di legislatura – i più propizi – farlo ora? La vera e definitiva riforma delle pensioni può nascere esclusivamente da un disegno politico coerente e condiviso. Viceversa, se sarà solo il pegno di un accordo politico malcerto, meglio rinunciare e aspettare tempi migliori.
    Per quanto suoni paradossale.

    Enrico Cisnetto

    Su il Foglio di venerdì 11 luglio 2003

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Non ci sarà una Maastrich....

    ....delle pensioni.


    Roma. La Lombardia, ieri, si è presa la sua rivincita. Umberto Bossi ha preferito ostentatamente andarsi a leggere i giornali a Varese nell’anticamera del Consiglio europeo dei ministri del Lavoro, dove il ministro Roberto Maroni impostava coi suoi colleghi europei il semestre italiano, piuttosto che partecipare al Consiglio dei ministri.
    Ma alla fine Berlusconi e Tremonti hanno dovuto prendere l’aereo e andare in Lombardia per incontrare Bossi. Non c’è solo il problema politico, come rappezzare i rapporti tra Lega da una parte e An e Udc dall’altra, questione che si risolve nella data certa entro la quale il premier può impegnarsi, sentiti Fini e Follini, a garantire a Bossi devoluzione, Corte costituzionale e Senato “federali”.
    Il problema è che dei 13-15 miliardi di euro necessari per tenere il più possibile il deficit 2003 entro il 2,5 per cento del pil e quello 2004 di qualche decimale inferiore, Tremonti ha un dannato bisogno di indicare una parte come effetto di rimedi “strutturali”. E’ un impegno europeo che ha preso coerentemente alla linea secondo cui la presidenza italiana non ci pensa neppure a modifiche del Patto di stabilità.
    Pedro Solbes ha a lungo parlato con Tremonti e sa che difficilmente può aspettarsi che la lettera del Patto sia rispettata, in quel caso lo 0,5 per cento di riduzione del deficit italiano della prossima finanziaria dovrebbe essere “strutturale”. La Commissione è disposta ad accettare di meno. Non a zero. A Tremonti non manca una panoplia da cui ricavare miliardi di euro, ma sono misure “non” strutturali. Incassi rateizzati dei condoni, nuovi provvedimenti conciliatori per le imprese,
    cartolarizzazioni spostate all’anno prossimo dopo il no di An, l’uscita dell’Anas dal perimetro della finanza pubblica, dando fondo alla “creatività” di cui il ministro va ringraziato, visto che è l’unica maniera di reperire risorse sanamente anticiclica, senza esercitare ulteriore freno a una crescita già stagnante. La sinistra che tanto protesta, si osserva nei corridoi del ministero dell’Economia, si legga il keynesianissimo Jean Paul Fitoussi che nel suo “Il dittatore benevolo” alla finanza creativa, nelle strette paradossali imposte dal Patto di stabilità, riserva espliciti apprezzamenti. Ma la prevista stretta su enti locali ed enti decentrati non sarà mai in grado di garantire quel pugno di miliardi di euro che occorre produrre da misure “strutturali”. Di qui il problema-pensioni.

    A Varese, ieri, c’è stata la conferma che chiunque parli di una “sponda europea” come condizione per la riforma previdenziale – europeizzare i problemi, nazionalizzare i successi – alimenta una consapevole bufala. La Maastricht delle pensioni non è ipotizzabile. La Commissione ci provò al Consiglio europeo di Barcellona, e fu respinta con perdite. Al massimo entro la fine del semestre italiano può venir fuori un documento di stimolo a ognun paese a far tesoro delle migliori esperienze dei partner. Maroni è il primo ad averlo sempre saputo, e con lui Buttiglione e Follini che dopo aver invocato per due anni la riforma contro l’eccesso di “creatività” di Tremonti oggi hanno tirato il freno. Nel nostro caso, l’esperienza di riferimento dovrebbe essere quella svedese, l’unico altro paese europeo ad aver fatto nei nostri stessi anni una riforma del sistema previdenziale a ripartizione passando dal retributivo al contributivo. E la maggior differenza sta nel fatto che gli svedesi hanno fissato un periodo transitorio tra i due sistemi di soli 6 anni, dal 1998 al 2004. Mentre
    noi col governo Dini lo abbiamo diluito in ben 18 anni, anzi molti di più visto che a questi ritmi solo forse nel 2050 la maggioranza delle pensioni pagate sarà col contributivo. Meno trattamenti di anzianità e contributivo pro rata per tutti significano però un intenso round negoziale coi sindacati tra settembre e novembre, data estrema per emendare la delega- Maroni. E consenso eventuale dei sindacati significa altri miliardi di euro, per affiancare queste misure con interventi su sanità e ammortizzatori sociali. A quel punto, ragionano in An, Udc, e anche parecchi leghisti, sarebbe il completamento del pacchetto di sgravi fiscali a saltare di qui a fine legislatura.
    Una forca caudina difficile da varcare per Tremonti.
    Ma l’ultima parola è a Berlusconi, il patto con gli italiani su questo da Vespa l’ha firmato lui, non l’Europa.

    Su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Sul numero odierno del quotidano economico ITALIA OGGI l'articolo di fondo, a firma di Mario Unnia, si intitola significativamente: " L'Ulivo mentre strilla contro la riforma delle pensioni spera ardentemente che Berlusconi la realizzi ". Un articolo che merita di essere letto.

    Saluti liberali

 

 

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