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  1. #1
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    Predefinito A volte lo definiscono il....

    ....vento del Sud.

    Il blocco sociale liberista si è incagliato a vantaggio dei mille corporativismi senza visione.

    L’evidente incagliamento del governo, che ha prodotto il Dpef balneare come sintesi dei veti contrapposti, è effetto anche della crisi che attraversa il blocco sociale su cui era stata costruita la vittoria elettorale della Casa delle Libertà. Si trattava di un blocco in formazione, in cui si esprimeva soprattutto l’esigenza di una maggiore libertà economica, a detrimento dei vincolismi statalisti e assistenzialisti. Aveva il suo epicentro nel Nord, nelle nuove professioni, nel ceto medio produttivo.
    Con aspetti anche preoccupanti, come certe tendenze alla disobbedienza fiscale e persino al secessionismo.
    Tuttavia aveva, alla base, una forte esigenza di modernizzazione e una robusta volontà di fare da sé.
    Nei primi due anni di governo, però, il centrodestra non è riuscito a dare corpo alla rivoluzione liberale che aveva evocato. Hanno pesato le difficoltà della congiuntura internazionale, una certa improvvisazione delle soluzioni prospettate, l’esigenza di stringere un patto sociale che comprendesse anche settori del lavoro dipendente organizzato, per isolare la forsennata campagna di opposizione politica scatenata dalla Cgil.
    In ogni caso le attese sono andate largamente deluse e al dinamismo del blocco sociale elettorale si è contrapposto, sempre più efficacemente, il concerto dei poteri tradizionali.

    La crisi della grande industria, che aveva aperto lo spazio per l’insediamento alla testa della Confindustria di un gruppo dirigente innovatore, ha segnato però anche la prevalenza
    di (legittimi) interessi meridionalisti.
    Antonio D’Amato ha sviluppato un’azione decisa, anche se un po’ confusa, per la riforma radicale delle pensioni, soprattutto di quelle di anzianità, ma ha combattuto davvero solo quando sono state messe in discussione le provvidenze a fondo perduto per le imprese meridionali, che il governo intendeva trasformare in mutui
    agevolati.
    Nel sistema bancario i processi di fusione fra le banche del Nord, che potevano creare almeno un istituto davvero di livello europeo, sono stati fermati, in attesa di sistemare la partita di Capitalia.
    In sostanza attorno al programma di liberalizzazione non si è creato un sistema di potere che lo sorreggesse, e quindi hanno
    ripreso forza gli interessi tradizionali.
    Le forze nuove hanno cercato protezione sotto gli ombrelloni corporativi, che in Italia sono più numerosi e fiorenti di quelli
    delle spiagge di Rimini. Il pubblico impiego continua a rinnovare contratti più vantaggiosi di quelli del settore privato e l’unica
    vera decisione di confusi vertici sul Dpef è di chiudere subito anche quello più oneroso, come chiedono i tradizionali collettori
    di quelle aree, Alleanza nazionale e Udc.
    I lavoratori autonomi, quelli delle partite Iva, i dipendenti delle piccole imprese non coperti dall’articolo 18, quelli cioè che lavorano moltissimo e che erano la base del blocco sociale liberista, non hanno avuto risposte, mentre con la risorgente
    concertazione, garantita per la predisposizione della nuova legge finanziaria, troveranno ascolto le esigenze dei più garantiti,
    lavoratori del pubblico impiego, delle grandi aziende, pensionati e pensionandi di ogni genere.

    Eclissi o tramonto definitivo?
    Il fatto stesso che, a un certo punto della verifica della maggioranza, si sia parlato della possibilità di sostituire Umberto Bossi con Clemente Mastella è sintomatico di questa inversione di prospettive, della forza del vento del Sud, oggettivamente più
    statalista e assistenzialista. La reazione della Lega è stata anch’essa, per certi aspetti, corporativa, con la difesa delle pensioni di anzianità, che si percepiscono prevalentemente
    al Nord, contro quelle di invalidità, invece collocate in proporzione maggiore nel Mezzogiorno.Una situazione in cui ciascuno difende i propri bacini di influenza preferenziali porta a un bilanciamento di
    spinte e controspinte a somma zero, che è poi riportato in belle cifre nel Dpef.

    Ci si può consolare pensando che l’Italia democristiana è andata avanti così, e neanche troppo male, per mezzo secolo. In quella fase, però, le condizioni erano assai diverse.
    L’economia aveva una certa forza autopropulsiva, la competizione internazionale era assai meno severa e, quando le cose andavano male, c’era lo sfogo dell’inflazione, del rigonfiamento del debito pubblico e della conseguente svalutazione.
    Ora nella competizione internazionale sono tornati i paesi
    dell’Est europeo, prima “sequestrati” nell’impero sovietico, e le manovre monetarie sono impossibili. Per reggere bisogna
    lavorare meglio e di più, guadagnando meglio e di più. Questa era la bandiera del blocco sociale liberista, che esce sconfitto
    in questa fase. Se si tratti di un’eclissi o di un tramonto definitivo dipende da tante variabili, non solo politiche e non solo interne.
    Ma senza il recupero di una visione generale che si è andata spezzettando in particolarismi, difficilmente potrà risorgere.

    Atterraggio pesante.

    saluti

  2. #2
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito

    Grazie mustamg per avermi accontentata, per quanto mi riguarda lo dedico in toto all'amico Fecia chissà che non si schiarisca un pò le idee, sarà difficile visto alla categoria lavorativa a cui appartiene, sempre se ho capito bene qual'è il suo settore

  3. #3
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    Lascia che ti sveli una cosa, ingenuo Mustang: in Italia, il blocco sociale liberista e quelli che l' articolista chiama mille corporativismi sono tutt' uno.
    Sono le stesse identiche persone.
    Le quali han votato per Berlusconi proprio perché convinte ch' egli avrebbe liberalizzato ancor più il mercato consentendo loro di fare, ancor più e meglio, i loro porci comodi.
    Invece, un po' perché il Grande Imprenditore è un oligopolista coi fiocchi non certo un fautore della libera concorrenza, un po' grazie all' Opposizione, il disegno è fallito.
    Sentite condoglianze al blocco sociale liberista.

    G. Guelfi

  4. #4
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    mustang ti avevo mandato un pvt di richiesta x postare quell'articolo, ma mi accorgo ora che il pvt lo devi ancora aprire e lo hai fatto di tua iniziativa.....grazie lo stesso, a proposito sul profilo se metti l'opzione quando ti arriva un pvt si apre una finestra che ti avverte.....ciao

  5. #5
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    Predefinito Chi è....

    ....questo gentiluomo?

    Al direttore –
    Secondo il suo giornale il vento del Sud, ovvero lo statalismo, l’assistenzialismo, le mille spinte corporative, soffia ormai impetuoso sul blocco sociale liberista, che ha il suo epicentro nel Nord, nelle nuove professioni, nel ceto medio produttivo.
    Al netto della congiuntura internazionale e delle improvvisazioni del governo, l’eclissi – o il tramonto ? – della rivoluzione liberale impugnata dal centrodestra è segnata dalla vittoria dei garantiti, pubblico impiego, dipendenti delle grandi aziende, pensionati d’anzianità e di invalidità, contro il popolo delle partite Iva e delle piccole imprese, contro chi sgobba e rischia ogni giorno.
    La risorgente concertazione, sostenuta in particolare da Fini e Follini, è il suggello di questa deriva politica della maggioranza.
    Mi scuso se ho semplificato molto un’analisi di cui, del resto, non mi sfugge l’importanza nei confronti del dibattito che oggi è aperto nella Casa delle Libertà. Ma, mi chiedo, le cose stanno
    proprio così? A me non sembra. Non mi sembra, ad esempio, che si possano scorporare disinvoltamente dal consenso elettorale ricevuto da Berlusconi i milioni di pensionati, di casalinghe, di giovani in cerca d’occupazione, prevalentemente meridionali, che chiedevano più lavoro, più reddito, più certezze per il futuro.
    Mi sembra, d’altro canto, che la Lega di Bossi sia non da ora l’interprete più genuino e coerente di un grumo di interessi conservatori trasversali, in grado di tenere in ostaggio le esigenze più forti di modernizzazione della società italiana.
    Ma la questione di fondo che intendo sollevare è un’altra, pure sfiorata dall’articolo di ieri. Perché la promessa di cambiamento di Berlusconi si è arenata? Solo perchè non si è creato un sistema di potere capace di guidarla? Può darsi. Mi chiederei, tuttavia, se il programma del centrodestra fosse adeguato a invertire il declino del paese. Per far ripartire lo sviluppo, cioè, non bastavano riduzioni della pressione fiscale e l’eliminazione di qualche laccio e lacciolo nella legislazione del lavoro.

    L’Italia stenta a rimanere nel novero delle nazioni che contano non solo perché producono merci, ma innovazione, ricerca, scienza, cultura.
    E’ un paese nel quale fenomeni allarmanti di arretramento industriale si sommano a croniche debolezze: nella scuola, nell’amministrazione, nei servizi pubblici, nelle infrastrutture, nell’ambiente. Sono tutti dati arcinoti. Ma, ecco il punto, quale è la ragione di fondo dell’insufficiente dinamismo della società nazionale? La risposta è nella stasi riformatrice.
    Il rinvio delle riforme costituisce la vera costante della nostra situazione. E’ questo che blocca il cambiamento e contribuisce alla caduta di credibilità della politica italiana. Il centrosinistra non
    si sottrae a questa considerazione critica.
    Che il deficit riformatore, unitamente al deficit di coesione e omogeneità politica, sia una delle cause del disagio in cui versa l’attuale maggioranza è fuori di ogni dubbio. Ma che il declino
    italiano sia cominciato assai prima del maggio 2001 e tocchi la responsabilità delle classi dirigenti dell’ultimo decennio, è ugualmente fuori d’ogni dubbio. Da qui si deve ripartire in una realtà in cui al problema economico- sociale si accompagna l’urgenza della riforma del sistema politico.
    In tutte le radiografie sul gap di competitività dell’Italia, d’altra parte, il peso dell’inadeguatezza del sistema politico e della troppo lunga e incompleta transizione istituzionale è assolutamente centrale.
    La sinistra deve decidere. Se questo è il vero tema del presente e del futuro, non può diventare un problema tutto strumentale in chiave politica, né può essere rinviato in attesa che Berlusconi cada.

    Michele Magno, della direzione Ds

    chiedo: esiste veramente questo signor Michele Magno, della direzione Ds?

    saluti

 

 

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