Come promesso a Tomas, ecco l'intervento di cui parlavo, che fortunatamente avevo salvato. Ovviamente, può (e deve) essere integrato o corretto dalle conclusioni di altri forumisti, sia filo- che anti-revisionisti.
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Sul numero di ebrei morti
Gli studi demografici di parte revisionista sulla popolazione ebraica prima e dopo la guerra sono stati iniziati da Sanning e da Rassinier, i quali però si basarono unicamente su fonti ebraiche, e sono sttai poi portati avanti da numerosi revisionisti più o meno noti al pubblico specializzato.
Il testo “66 domande e risposte sull’olocausto” (presumo diramato da CODOH, Bradley Smith, che riassume un po’ tutti gli studi) fa la cifra di 300000 (trecentomila) ebrei morti veramente nei lager, portando come causa le epidemie di tifo petecchiale. In realtà le cause sono da attribuire anche a: guerriglia partigiana, esecuzioni, altre malattie, fame, bombardamenti anglo-americani dei campi di detenzione, vecchiaia, fughe – così come riportato da Gianantonio Valli in appendice a P. Sella, “Prima di Israele. Palestina, nazione araba, questione ebraica”, Ed. dell’Uomo Libero, Milano 1996, p. 338, il quale parla di 400-500000. L’autore del libro (un buon compendio di praticamente tutte le ricerche, sia revisioniste che sterminazioniste), scrive nello stesso, al capitolo “L’Olocausto”, p. 204: “[…] Il dubbio che a questo punto sorge spontaneo, quello di una strumentalizzazione politica della vicenda, potrebbe essere dissipato attraverso l’accertamento dell’effettivo numero di ebrei scomparsi durante l’internamento. Un certo numero di decessi, sia pure percentualmente elevato, da imputarsi vuoi alle dure condizioni di vita nei campi, vuoi alla situazione generale di un paese qual era la Germania alle prese con gravissimi problemi alimentari ed energetici e devastato da una serie impressionante di bombardamenti terroristici che provocarono migliaia di vittime anche tra gli stranieri internati, deve considerarsi fatale nel contesto di una guerra senza quartiere come fu quella del 1939-1945 (Dietro i reticolati dei campi di prigionia “alleati” trovarono la morte circa venticinquemila militari italiani, oltre il 4% dei catturati. Circa identica fu la percentuale dei decessi tra gli angloamericani catturati dall’Asse. E’ intuitivo che una popolazione come quella degli ebrei internati, non selezionata, a differenza dei militari, per condizioni di salute e di età, dovesse pagare un prezzo di perdite ancora maggiore. Quanto agli effetti dei bombardamenti sui lager, il solo bombardamento del 24 agosto 1944 su Buchenwald – nel quale morì anche la principessa Mafalda di Savoia – causò tra i deportati che lavoravano alla Gustloff, una fabbrica d’armi situata ad un solo chilometro dal campo, 450 morti ed un migliaio di feriti. Cfr. A. Berti, Viaggio nel pianeta nazista, Franco Angeli, 1989, pag. 121 e segg.) […]”. Ivi, p. 209: “[…] Circa il 70% dei morti durante il conflitto faceva parte della popolazione civile. Sulle zone del continente più densamente abitate da ebrei, Polonia orientale, Bessarabia e Paesi Baltici – un “malaugurato habitat in quanto principale punto di frizione tra Germania nazista e Russia sovietica” (Arno Mayer, 1990, p. 28) – a causa dell’alterno predominare di un belligerante sull’altro, il fronte passò, tra il ’39 ed il ’45, per ben tre volte. Ciononostante la responsabilità per le perdite umane tra le popolose comunità ebraiche su quei territori è stata sempre e comunque accollata ai tedeschi. Solo ultimamente si sta rompendo il silenzio che ha finora avvolto uccisioni e deportazioni effettuate dai sovietici negli anni 1939-41 […] A prescindere dalle responsabilità sovietiche, una consistente parte delle perdite ebraiche nell’Est europeo deve essere attribuita all’azione delle popolazioni locali; in quei disordinati frangenti, più volte si presentò infatti a baltici, polacchi, bielorussi ed ucraini l’opportunità di sfogare un antisemitismo che, già naturalmente radicato, dagli stretti legami tra giudei e bolscevismo aveva tratto ulteriore alimento. Dopo la liberazione da parte germanica dei loro paesi, in precedenza occupati dai russi, i patrioti locali espressero nei pogrom contro gli ebrei il loro odio antisovietico (sull’odio degli ucraini per gli ebrei e sulle stragi perpetrate dalla loro milizia, cfr. Simon Wiesenthal, Giustizia non vendetta, Mondatori, 1989, pag. 50 e segg. Cfr. anche, di Alicia Appleman-Jurman, Storia di una sopravvissuta, Sperling & Kupfer, 1989. Dal testo emerge senza ombra di dubbio l’orientamento negativo verso gli ebrei di polacchi ed ucraini: ”Maledetti ebrei! Assassini di Cristo. Alcuni ci sputarono addosso” – pag. 87. ”Ai bordi delle strade la gente ci malediceva e alcuni lanciavano pietre al nostro passaggio” – pag. 113). Non va poi trascurato il fatto che a decine di migliaia gli ebrei parteciparono ad attività terroristiche di resistenza in tutta Europa, cadendo quindi come vittime “attive” di fatti bellici (Marzio Gozzoli, Popoli al bivio. Movimenti fascisti e resistenza nella seconda guerra mondiale, Ed. dell’Uomo Libero, 1989, pagg. 56, 205, 213-4 e passim). A dare corpo al bilancio delle perdite ebraiche contribuiscono infine persino quelle nazioni dell’Europa occidentale che pure avevano dichiarato guerra alla Germania nazionalsocialista. In Francia, ad esempio, allo scoppio del conflitto, migliaia di ebrei stranieri profughi dal Reich o dalla Cecoslovacchia sono internati come indesiderabili. Essi, quasi tutti comunisti, vengono considerati con sospetto in considerazione dell’ottimo rapporto che l’Unione Sovietica ha in quei mesi con la Germania. Evidentemente il concetto di “giudeo-bolscevismo” – secondo il quale l’ebreo è il virus, il comunismo la malattia – non era un’esclusività nazional-socialista ma era diffuso ed accettato anche negli ambienti occidentali. Il trattamento cui furono sottoposti al Fernet, un campo nei Pirenei francesi, stando alla relazione di un testimone internato, il famoso scrittore ebreo Arthur Koestler, fu ”persino al di sotto del livello dei campi di concentramento nazisti” (La sorprendente testimonianza del Koestler è contenuta nel volume Schiuma della terra, il Mulino 1989. Consigliamo in particolare la lettura delle pagg. 82 e seguenti. Cfr. anche P. Bourdel, Histoire de juives en France, Albin Michel, Parigi 1974, alle pagg. 387-388). »
Ivi, p. 216: “[..] Uno studio ebraico in materia valuta le conversioni in Italia in circa seimila (Salvatore Jona, in Quaderni del centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, marzo 1962, pag. 20). Un numero sorprendentemente vicino al totale ufficiale degli ebrei ‘scomparsi”. Coloro che, per aver abbandonato la religione ebraica, alla fine della guerra non figuravano più nei registri delle comunità israelitiche, vennero, con decisione ineccepibile, conteggiati come mancanti. I loro vecchi correligionari non si lasciarono a questo punto sfuggire l’opportunità di considerarli irreperibili e di annoverarli tra le vittime del nazismo. [...]” [fine citazione]
Carlo Mattogno, “Intervista sull’Olocausto”, Ed. di Ar, Salerno, 1995, riporta l’intervista che il giornalista Gianluca Virgilio fece allo studioso per conto di “Historia”, che doveva venire pubblicata in pendant con un articolo dello sterminazionista Luigi Cajani, ma che poi venne respinta a causa di pressioni sulla redazione.
Pag. 17: “Domanda – Sul fronte orientale agirono i famigerati Einsatzgruppen, il cui scopo era il rastrellamento e lo sterminio degli Ebrei nei territori appena conquistati dalla Wehrmacht. Di questi massacri esiste una documentazione originale dell’epoca.
Risposta – Il revisionismo non nega che durante la seconda guerra mondiale siano stati perpetrati massacri tra gli Ebrei orientali, come tra la popolazione civile sovietica, bensì che ci sia stato un piano preordinato di sterminio di massa di tutti gli Ebrei europei in quanto Ebrei elaborato dal governo del Reich e attuato in appositi “campi di sterminio” mediante apposite “camere a gas”. Per quanto riguarda l’attività degli Einsatzgruppen, gli sviluppi più recenti della storiografia ufficiale hanno condotto ai seguenti punti fermi: 1. Lo sterminio degli Ebrei non rientrava nei compiti istituzionali degli Einsatzgruppen, come rileva lo storico ebreo Arno J. Meyer: [segue citazione…]. Ciò è pienamente confermato dai fatti. Alfred Stremi, magistrato della Zentrale Stelle di Ludwigsburg e storico, rileva che [citazione analoga…]. [Segue poi altra citazione dalla Brune Mappe…]. 2. I massacri successivi non furono eseguiti sulla base di un ordine specifico scritto o verbale del governo del Reich. Arno J. Meyer scrive al riguardo [segue citazione…]. 3. I massacri perpetrati in Unione Sovietica non hanno alcuna relazione con il presunto piano generale di sterminio degli Ebrei europei in quanto tali. Browning afferma in effetti che “la politica ebraica dei nazisti non ne fu trasformata immediatamente. Si continuò a parlare di emigrazione, di espulsione e di piani per un reinsediamento futuro”. Egli aggiunge ancora più chiaramente [segue citazione…]. 4. Gli Ebrei sovietici subirono massacri non nel quadro di un piano generale di sterminio degli Ebrei europei, né “per il semplice fatto di essere Ebrei”, ma in conseguenza della feroce radicalizzazione della guerra all’Est e come sostenitori del bolscevismo. Questa è la conclusione di Arno J. Meyer, che scrive [seguono due citazioni…]. La veridicità delle cifre delle vittime registrate nei rapporti degli Einsatzgruppen non è mai stata verificata, tranne in un caso, nel corso del processo al feldmaresciallo Erich von Manstein. Le unità di Ohlendorf comunicarono nei loro rapporti di aver ucciso nel Novembre 1942 a Simferopol 10000 ebrei. Il difensore dell’imputato, l’inglese Reginald T. Paget, riuscì a dimostrare con una serie di controprove che al’epoca, a Simferopol, era avvenuta una sola esecuzione di non più di 300 persone, di cui solo una parte erano Ebrei [segue citazione…]. Esagerazioni di Ohlendorf o manipolazione di documenti?”
Ivi, pag. 36: “[…] in Francia sono stati dichiarati ‘superstiti’ solo gli Ebrei che nel 1945 si sono presentati al ‘Ministère des Anciens Combattants’ a dire che erano vivi (Serge Klarsfeld, Le mémorial de la déportation des Juifs de France, Paris, 1978, p. 10)!”
Tra le vittime ebraiche autentiche vi sono poi da annoverare i 12000 caduti nella rivolta di Varsavia (cifra fornita dalle fonti ebraiche), morti per lo più in case o rifugi dati alle fiamme, mentre la maggior parte degli abitanti nel ghetto, 56056 unità, fu presa prigioniera e trasferita nel Governatorato Generale, v. Richard Harwood, “Auschwitz o della soluzione finale. Storia di una leggenda”, Le rune, Milano 1978, p. 22.
Sempre Harwood conclude il capitolo sulla questione numerica così, p. 35: “[…] E’ pertanto degno di nota che il Centro Mondiale di Storia Contemporanea e Documentazione Ebraica di Parigi dica, adesso, che soltanto 1485292 Ebrei siano morti, di morte naturale o non, durante la Seconda Guerra Mondiale; e sebbene questo numero sia ancora troppo alto, è già lontanissimo dai leggendari Sei Milioni. Come già ricordato, lo statistico ebreo Raul Hillberg giunse alla conclusione che ci furono 896892 morti o uccisi, un totale ancora inferiore al precedente. Perfino l’ebreo dr. Listojewski scrisse sulla rivista Theo Beoom, nel 1952, di aver cercato per due anni e mezzo, come giurista e statistico, di stabilire il numero degli Ebrei morti o dispersi durante l’era hitleriana (1933-1945) e di essere giunto alla conclusione che questo numero oscillava tra i 350000 e i 500000. Listojewski concludeva dicendo che ‘se noi Ebrei parliamo di sei milioni, diciamo un’infame menzogna!’ (Studien fuer Zeitfragen, n. ¾, 14-4-1960).
Sicuramente alcune migliaia di Ebrei sono morti nel corso dell’ultima guerra, ma ciò deve essere visto nel contesto di un conflitto che fece molti milioni di vittime innocenti in tutti i paesi raggiunti dalla guerra. Per considerare la cosa nella sua giusta luce, dobbiamo ricordare, come esempio, che 700000 civili russi morirono durante l’assedio di Leningrado e che un numero complessivo di 2050000 civili tedeschi, furono uccisi dagli attacchi aerei alleati e durante la loro espulsione dai Territori occupati dall’Armata Rossa. […]”
Harwood non poteva ancora citare gli studi dello storico canadese Kames Bacque, che nei primi anni ’90 divulgò l’uccisione dei circa due milioni di prigionieri tedeschi lasciati morire di fame e di stenti per ordine di Eisenhower, probabilmente per procurarsi filmati di cadaveri emaciati da utilizzare nei processi contro i nazisti.
A proposito delle malattie falcidianti scopiate nei lager, ne parla p.es. Arthur Butz (The Hoax of the Twentieth Century, Historical Review Press, 1977, p. 127 segg.), riportando le similarità con i campi di concentramento non tedeschi, e del fatto che le condizioni fossero sotto controllo fino al deterioramento della fine della guerra. Il libro comunque è una massa impressionante di dati, e non sono ancora riuscito a trovare il punto in cui esprime una sua valutazione delle possibili reali perdite ebraiche.
Per quanto riguarda Sanning, Mario Consoli riporta in “L’Uomo Libero” n.41 “Pluralismo e revisionismo” p. 27: “[…] A seguito di un’approfondita indagine demografica, nel 1990, l’americano Walter Sanning calcolò che ‘le perdite ebraiche nei territori dell’Unione Sovietica occupati dai tedeschi ammontano a 130 000 e quelle negli stati europei a poco più di 300 000’. E tra le perdite vanno annoverate le morti per cause di guerra e di guerriglia nonché per bombardamenti e malattie, eventi tutti che in Europa non risparmiarono nessun popolo. […]”
Juergen Graf poi, nel suo “L’Olocausto allo scanner” (riportato in “L’Uomo Libero” n.41, p. 55) afferma che “Secondo il ricercatore italiano che più di ogni altro si è specializzato su Auschwitz, Carlo Mattogno, la cifra dei decessi in questo campo [Auschwitz, ndr.] sarebbe attorno a 170 000 unità, il 50% ebrei (Ernst Gauss, Grundlagen, pp. 306-307)”. Riporta poi il grafico dei decessi mensili a Dachau, per un totale di 25613 (fonte statunitense: “Dachau 1933-45, The Official History, 1975, pubblicato dal Comité International de Dachau), dove si vede che i picchi arrivano raramente a qualche centinaio di unità, per innalzarsi solo negli ultimi mesi del ’44 e nei primi del ’45 fino ad un massimo di 3977 unità per il mese di gennaio ’45. E ne riporta le cause: le due epidemie di tifo petecchiale (inverno ’40-’41 e ’42-’43), bombardamenti anglo-americani del marzo ’44, e le condizioni igienico-sanitarie ed alimentari precipitate negli ultimi mesi di guerra. Gli internati giustiziati invece ammontarono complessivamente allo 0,0087%.
Dà poi una esauriente spiegazione dei “misteri” demografici nel capitolo “Dove sono i milioni che mancano?”, pp. 67 segg. A pag. 72, seguendo gli studi demografici sui decessi bellici complessivi condotti da Gert Robel (pubblicati nell’antologia “Dimension des Voelkermordes, Oldenburg, 1991) che parla di 264000 morti ebrei nei territori sovietici per cause belliche.
Poi, a pag. 75 Graf termina l’articolato studio demografico con “[…] è verosimile che da 200000 a 300000 ebrei siano morti in questi stessi campi, principalmente di malattia, ma anche di stenti durante gli ultimi caotici mesi della guerra. Come gli altri popoli d’Europa, il popolo ebreo ha vissuto una tragedia di portata unica, anche senza camere a gas.”
E potrei continuare a citare, ma mi fermo per non appesantire troppo la discussione. Rimando comunque agli originali, di cui per ovvie ragioni non ho potuto riportare i ragionamenti per esteso.
Come vedi, rispondo alla tua domanda sostenendo che la cifra REALE di ebrei periti per causa (diretta o indiretta) nazista, si aggira verosimilmente attorno alle duecento-/trecentomila unità.[...]




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