con l'articolo in questione? se no ditemi anche le ragioni
La California è un vero modello di devolution
Il potere può essere revocato democraticamente
Com'è arretrata, al confronto, l'Italia di oggi
E' ora che lo Stato venga ripensato dal basso
Chissà se taluni nostrani sostenitori del federalismo stanno seguendo quello che, in queste settimane, sta avvenendo in California; ci auguriamo di sì nella speranza che capiscano che federalismo non significa né decentramento né, tantomeno, legislazione concorrente, bensì pieno autogoverno delle istanze che si federano.
In California, infatti, esiste una legge, la recall action, che permette di indire un referendum popolare per sfiduciare il governatore dello Stato. Nello specifico, in base ad una legge che risale addirittura al 1911, per indire il referendum basta che esso sia richiesto dal 12% degli elettori. Una legge simile vige, oltre che nella California, in altri quattordici Stati americani ed è stata applicata, in tutta la storia degli Stati Uniti, fino ad oggi, solo nel 1921 nello Stato del Nord Dakota.
Non ci interessa entrare nel merito delle accuse che i repubblicani - in California all’opposizione – muovono al Governatore democratico Gray Davis; ci interessa osservare un altro aspetto, ossia che vi sono Stati retti democraticamente ove il potere così come viene attribuito per libero voto democratico può essere revocato con lo stesso sistema. E questi Stati convivono con tanti altri Stati, in un unico Stato a forma federale, che non prevedono simile possibilità e nessuno ritiene che uno di questi altri Stati, poiché non può mandare a casa tramite sfiducia diretta il proprio Governatore sia, per questo, meno democratico della California o del Nord Dakota che, invece, lo possono fare.
Da noi, invece, siamo al punto che di fronte alla prospettiva di conferimento alle regioni di talune piene potestà - la cosiddetta devolution, termine invero poco felice - si deve invocare “l’interesse nazionale” come se dotare le Regioni di alcuni pieni poteri possa considerarsi un attentato all’unità dello Stato od il possibile principio della sua dissoluzione. Come la storia ci dimostra i Paesi che costituiscono i modelli canonici delle statualità pattizie – gli Usa e la Svizzera – sono ben animati da un accentuato senso dell’interesse nazionale.
La verità è che, nel caso italiano, si dice una cosa per intenderne un’altra e così, ancora, non si capisce quale debba essere lo sbocco organico di una riforma istituzionale in senso federalista, e che non può essere certo fatta a strappi poiché implica un ragionamento complessivo armonico, mentre si capisce molto bene cosa si voglia dire per interesse nazionale, vale a dire la capacità della più ampia intrusione fra il centro e la periferia, compresa l’idea che a tutto si può rinunciare fuorché alle provvigioni, incentivi, legislazioni privilegiate e così via.
Ma tutto ciò sarà anche interesse nazionale, quello vero dovrebbe vertere sull’interesse comune di tutti i soggetti che partecipano alla statualità pattizia a che non vi siano aree del Paese socialmente e civilmente troppo distanti fra loro. Come ben si comprende, si tratta, però, di un’altra cosa.
La distanza tra il federalismo e l’Italia di oggi, non meno di quella di ieri, ci sembra ancora assai grande e non basta riempirsi la bocca del tanto acclamato Senato delle Regioni per dire che solo con la sua nascita segnerà il cambio di statualità. Il Senato federale, infatti, ha un senso in uno Stato federale dove, tradizionalmente, la Camera bassa rappresenta i cittadini e quella alta le statualità federate. E’, cioè, una conseguenza, non un presupposto.
Occorre, quindi, che lo Stato venga ripensato dal basso e sia strutturalmente libero da ogni ipoteca centralista. Inoltre non è pensabile che uno Stato possa dirsi federale se non vige una fiscalità federalmente concepita, vale a dire esattamente all’opposto di quella vigente in Italia ove si ritiene che basti aggiungere all’imposizione dello stato quella dei poteri locali per ritenere di essere andati verso il cosiddetto “federalismo fiscale”; la conclusione è che si finisce per alzare il livello del prelievo complessivo e diminuire la portata dei servizi ai cittadini. Altro che federalismo!
La verità è che la cultura federalista, tutt’altro che assente nella tradizione politica italiana, non si concilia con metodi e storie, largamente maggioritari, consustanziali allo Stato centralizzato e centralista, sostanzialmente alieno da quell’”etica della responsabilità” che è a fondamento di ogni realtà che voglia pienamente e consapevolmente autogovernarsi.
(31 LUGLIO 2003, ORE 11)




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